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domenica 4 novembre 2012

Non si uccide mai la speranza!


Fine pena mai, firme contro l’ergastolo
MARCO DEL CIELLO
Lo statista democristiano Aldo Moro, l’oncologo di fama internazionale Umberto Veronesi e l’ergastolano-scrittore Carmelo Musumeci: tre uomini diversi per formazione e cultura, ma accomunati dalla convinzione che il fine principale della pena sia la rieducazione del condannato e dal proposito di eliminare l’ergastolo dal nostro ordinamento giuridico.
LO STATISTA ALDO MORO. Nel 1976, due anni prima della sua tragica scomparsa, Moro spiegava ai suoi studenti dell’università La Sapienza la pena dell’«ergastolo, che priva com’è di qualsiasi speranza, di qualsiasi prospettiva, di qualsiasi sollecitazione al pentimento e al ritrovamento del soggetto, appare crudele e disumana non meno di quanto lo sia la pena di morte» (Aldo Moro, Lezioni di Istituzioni di diritto e procedura penale, Cacucci, 2005). Il suo impegno però risaliva agli anni dell’Assemblea Costituente, quando l’allora giovane politico si batteva per abrogare la legislazione penale fascista.
LO SCIENZIATO UMBERTO VERONESI.Veronesi ha invece affidato le sue riflessioni in materia al settimanale Panorama, in un’intervista rilasciata alla giornalista Annalisa Chirico: «L’ergastolo ostativo è di fatto una pena di morte civile o una pena fino alla morte» sostiene l’ex ministro della Sanità del secondo governo Amato. «Una persona, che entra in cella sapendo di essere destinata a morirvi, è condannata a un’agonia lenta e spietata». Non solo, ma l’ergastolo è anche una pena contraria alla scienza: «il nostro sistema di neuroni non è immutabile, ma si rinnova perché il cervello è dotato di cellule staminali in grado di generare nuove cellule. Quindi la persona che abbiamo chiuso in un carcere non è la stessa vent’anni più tardi. Per ogni uomo esiste la possibilità di cambiare ed evolversi» («No all’ergastolo, lo dice la scienza», Panorama, 17 ottobre 2012).


L’ERGASTOLANO CARMELO MUSUMECI. Infine, Carmelo Musumeci. Musumeci è un ergastolano attualmente recluso nel carcere di Padova, ma nel corso dei lunghi anni della sua detenzione ha conseguito una laurea in giurisprudenza e ha pubblicato alcuni libri di narrativa che descrivono in modo metaforico e poetico la condizione degli ergastolani, che lui chiama significativamente «uomini ombra». Il suo lavoro più recente è una raccolta di racconti intitolata Zanna Blu. Le avventure (Gabrielli Editori, 2012). Con l’aiuto dei volontari dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII tiene inoltre un diario in rete della sua esperienza e dei suoi pensieri.
UNA PETIZIONE CONTRO L’ERGASTOLO. E proprio la Comunità Papa Giovanni XXIII, insieme al movimento Science for Peace di Umberto Veronesi, ha lanciato a giugno di quest’anno una raccolta firme con la prospettiva di presentare una proposta di legge di iniziativa popolare che abroghi l’articolo 22 del Codice Penale, che prevede appunto la pena dell’ergastolo. Si tratta di un obiettivo ambizioso e sempre mancato da quei politici che nei decenni passati hanno promosso disegni di legge, referendum abrogativi (nel 1981) e ricorsi alla Corte Costituzionale su questo tema.
15 MILA FIRME, IL SOSTEGNO DELLA SOCIETÀ CIVILE. Dal 2007 però gli ergastolani, constatato il crescente disinteresse della politica ufficiale nei loro confronti, hanno preso direttamente l’iniziativa, prima chiedendo provocatoriamente al Presidente della Repubblica di commutare la loro detenzione nella pena di morte e poi con questa petizione che ha già raccolto più di 15.000 firme. Nomi noti della società civile come l’astrofisica Margherita Hack e il chirurgo Gino Strada, politici da sempre impegnati per i diritti dei detenuti come la deputata radicale Rita Bernardini o il senatore pidiellino Luigi Compagna, ma anche tanti semplici cittadini.
QUANTI SONO E COME VIVONO. Si sono anche raccontati in un volume collettivo curato dalla giornalista Francesca de Carolis (Urla a bassa voce. Dal buio del 41 bis e del fine pena mai, Stampa Alternativa, 2012) per spiegare a un pubblico spesso ignaro e prevenuto chi sono e come vivono: gli ergastolani sono oggi in Italia, dati di fine 2011, 1.528 (ma erano solo 408 nel 1992). Di questi circa 1.200 rientrano nelle categorie di reato indicate dall’articolo 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario e non possono quindi godere di nessuno dei benefici previsti dalla legge per gli altri detenuti.
GLI ERGOSTOLANI OSTATIVI. Sono i cosiddetti ergastolani ostativi, condannati a finire i loro giorni in carcere senza nessuna possibilità di liberazione anticipata, privi di «qualsiasi speranza, di qualsiasi prospettiva, di qualsiasi sollecitazione al pentimento ed al ritrovamento del soggetto», per tornare alle parole di Aldo Moro. La loro condizione si pone, secondo molti giuristi, in aperto contrasto con il dettato dell’articolo 27 della Costituzione che vede nella rieducazione il fine principale, se non esclusivo, della pena. Che senso ha, infatti, rieducare chi in ogni caso non rientrerà mai più nella società? Carmelo Musumeci risponde a questo interrogativo invitando a firmare per l’abolizione dell’ergastolo sul suo sito www.carmelomusumeci.com, perché «ogni persona dovrebbe avere diritto ad una speranza e per tutti ce n’è una, ma non per gli uomini ombra».
FIRMA CONTRO L'ERGASTOLO:

mercoledì 19 settembre 2012

Ho pubblicato in facebbok


Massimo Di Forti, il Messaggero, lunedì, 17 settembre 2012

GLOBALIZZAZIONE DEL POTERE E CRISI DELLA POLITICA. INTERVISTA A ZYGMUNT BAUMAN: [[Buona l’analisi, ma si arresta al non saper individuare ossibilità di uscita: tutti così! Io, Ausilia dico no. Ci sono reazioni della gente che vanno convogliate anziché ignorate o disprezzate. Saper individuare il nuovo che c’è e aiutarlo sarebbe nostro dovere]]. Ecco l’intervista:

«La ragione di questa crisi, che da almeno cinque anni coinvolge tutte le democrazie e le istituzioni e che non si capisce quando e come finirà, è il divorzio tra la politica e il potere». Zygmunt Bauman riesce subito ad andare al dunque senza perdersi in giri di frase. Non a caso possiede il dono di quella che Charles Wright Mills chiamava l’immaginazione sociologica, la capacità di fissare in una frase, in un’idea, la realtà di un’intera epoca, e il grande studioso polacco lo ha fatto con la sua metafora della “Vita liquida” e della “Modernità liquida” (cosa è più imprendibile e sfuggente dell’acqua e dei suoi flussi?) per descrivere con geniale chiarezza la precarietà e l’instabilità della società contemporanea. Lui, liquido, non lo è affatto anzi è un uomo di ferro, un ottantasettenne che gira il mondo senza sosta (viaggia almeno cento giorni all’anno tra conferenze e dibattiti!) e a Mantova è intervenuto a Festivaletteratura per un dibattito sull’educazione. Non c’è traccia di stanchezza nel suo fisico asciutto o nel volto scarno e autorevole ravvivato da occhiate scintillanti, mentre parla in una sala della Loggia del Grano pochi giorni dopo aver pubblicato un nuovo libro, Cose che abbiamo in comune (220 pagine, 15 euro) sempre per Laterza, editore dei celebri saggi come Vita liquida, La società sotto assedio, Modernità liquida, Dentro la globalizzazione e altri ancora.
PROFESSOR BAUMAN, È PER QUESTO CHE I POLITICI SEMBRANO GIRARE A VUOTO DI FRONTE ALLA CRISI?
«Sì. Il potere è la capacità di esercitare un comando. E la politica quella di prendere decisioni, di orientarle in un senso o nell’altro. Gli stati-nazione avevano il potere di decidere e una sovranità territoriale. Ma questo meccanismo è stato completamente travolto dalla globalizzazione. Perché la globalizzazione ha globalizzato il vero potere scavalcando la politica. I governi non hanno più un potere o un controllo dei loro paesi perché il potere è ben al di là dei territori. Sono attraversati dal potere globale della finanza, delle banche, dei media, della criminalità, della mafia, del terrorismo… Ogni singolo potere si fa beffe facilmente delle regole e del diritto locali. E anche dei governi. La speculazione e i mercati sono senza un controllo, mentre assistiamo alla crisi della Grecia o della Spagna o dell’Italia…».
È L’ETÀ DELLA PROPRIETÀ ASSENTEISTA, COME LA CHIAMAVA VEBLEN, DELLA FINANZA: ERA MEGLIO PRIMA?
«Il capitalismo di oggi è un grande parassita. Cerca ancora di appropriarsi della ricchezza di territori vergini, intervenendo con il suo potere finanziario dove è possibile accumulare i maggiori profitti. E’ la chiusura di un cerchio, di un potere autoreferenziale, quello delle banche e del grande capitale. Naturalmente questi interessi hanno sempre spinto, anche con le carte di credito, ad alimentare il consumismo e il debito: spendi subito, goditela e paga domani o dopo. La finanza ha creato un’economia immaginaria, virtuale, spostando capitali da un posto all’altro e guadagnando interessi. Il capitalismo produttivo era migliore perché funzionava sulla creazione di beni, mentre ora non si fanno affari producendo cose ma facendo lavorare il denaro. L’industria ha lasciato il posto alla speculazione, ai banchieri, all’immagine»
NON CI SONO REGOLE, DOVREMMO CREARLE. AVREMMO BISOGNO FORSE DI UNA NUOVA BRETTON WOODS…
«Il guaio è che oggi la politica internazionale non è globale mentre lo è quella della finanza. E quindi tutto è più difficile rispetto ad alcuni anni fa. Per questo i governi e le istituzioni non riescono a imporre politiche efficaci. Ma è chiaro che non riusciremo a risolvere i problemi globali se non con mezzi globali, restituendo alle istituzioni la possibilità di interpretare la volontà e gli interessi delle popolazioni. Però, questi mezzi non sono stati ancora creati».
A PROPOSITO DELLA CRISI EUROPEA, NON CREDE CHE I PAESI DELL’UNIONE SIANO ANCORA DIVISI DA INTERESSI NAZIONALISTICI E DA VECCHI TRUCCHI CHE IMPEDISCONO UNA REALE INTEGRAZIONE POLITICA E CULTURALE?
«È vero, ma è anche il risultato di un circolo vizioso che l’attuale condizione di incertezza favorisce. La mancanza di decisioni e l’impotenza dei governi attivano atteggiamenti nazionalistici di popolazioni che si sentivano meglio tutelate dal vecchio sistema. Viviamo in una condizione di vuoto, paragonabile all’idea di interregnum di cui parlava Gramsci: c’è un vecchio sistema che non funziona più ma non ne abbiamo ancora uno alternativo, che ne prenda il posto».
LA GLOBALIZZAZIONE HA PRODOTTO ANCHE ASPETTI POSITIVI. VENT’ANNI FA, IN EUROPA NON C’ERA UN AFRICANO, UN ASIATICO UN RUSSO. ERAVAMO TUTTI BIANCHI, FRANCESI, TEDESCHI, ITALIANI, INGLESI… ORA POTREMMO FINALMENTE CONFRONTARCI: RIUSCIREMO A FARLO SU UN TERRENO COMUNE?
«È un compito difficile, molto difficile. L’obiettivo dev’essere quello di vivere insieme rispettando le differenze. Da una parte ci sono governi che cercano di frenare o bloccare l’immigrazione, dall’altra ce ne sono più tolleranti che cercano, però, di assimilare gli immigrati. In tutti e due i casi si tratta di atteggiamenti negativi. Le diaspore di questi anni debbono essere accettate senza cancellare le tradizioni e le identità degli immigrati. Dobbiamo crescere insieme, in pace e con un comune beneficio, senza cancellare la diversità che rappresenta invece una grande ricchezza».

lunedì 23 luglio 2012

Se è vero che "la storia siamo noi"


Ho trovato in questa intervista riportata da poco ne ‘Il Fatto’, quasi la sintesi di quanto da tempo cerco di capire sul ‘mistero-dalla Chiesa’. Oggi si celebrano Borsellino e Falcone, su dalla Ciesa silenzio. Come mai?

L’ultima intervista del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa di Giorgio Bocca, da La Repubblica del 10 agosto 1982: "Come combatto contro la mafia”. - PALERMO –
La Mafia non fa vacanza, macina ogni giorno i suoi delitti; tre morti ammazzati giovedì 5 fra Bagheria, Casteldaccia e Altavilla Milicia, altri trevenerdì, un morto e un sequestrato sabato, ancora un omicidio domenica notte, sempre lì, alle porte di Palermo, mondo arcaico e feroce che ignora la Sicilia degli svaghi, del turismo internazionale, del "wind surf" nel mare azzurrodi Mondello. Ma è soprattutto il modo che offende, il "segno" che esso dà al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e allo Stato: i killer girano su potenti motociclette, sparano nel centro degli abitati, uccidono come gli pare, a distanza di dieci minuti da un delitto all’altro. Dalla Chiesa è nero:
"Da oggi la zona sarà presidiata, manu militari. Non spero certo di catturare gli assassini ad un posto di blocco, ma la presenza dello Stato deve essere visibile, l’arroganza mafiosa deve cessare".
Che arroganza generale?
"A un giornalista devo dirlo? uccidono in pieno giorno, trasportano i cadaveri, li mutilano, ce li posano fra questura e Regione, li bruciano alle tre del pomeriggio in una strada centrale di Palermo".
Questo Dalla Chiesa in doppio petto blu prefettizio vive con un certo disagio la sua trasformazione: dai bunker catafratti di Via Moscova, in Milano, guardati da carabinieri in armi, a questa villa Wittaker, un po lasciata andare, un poleziosa, fra alberi profumati, poliziotti assonnati, un vecchio segretario che arriva con le tazzine del caffè e sorride come a dire: ne ho visti io di prefetti che dovevano sconfiggere la Mafia.
Generale, vorrei farle una domanda pesante. Lei è qui per amore o per forza? Questa quasi impossibile scommessa contro la Mafia è sua o di qualcuno altro che vorrebbe bruciarla? Lei cosa è veramente, un proconsole o un prefetto nei guai?
"Beh, sono di certo nella storia italiana il primo generale dei carabinieri che ha detto chiaro e netto al governo: una prefettura come prefettura, anche se di prima classe, non mi interessa. Mi interessa la lotta contro la Mafia, mi possono interessare i mezzi e i poteri per vincerla nell’interesse dello Stato".
Credevo che il governo si fosse impegnato, se ricordo bene il Consiglio dei Ministri del 2 aprile scorso ha deciso che lei deve "coordinare sia sul piano nazionale che su quello locale" la lotta alla Mafia.
"Non mi risulta che questi impegni siano stati ancora codificati".
Vediamo un po’, generale, lei forse vuol dirmi che stando alla legge il potere di un prefetto è identico a quello di un altro prefetto ed è la stessa cosa di quello di un questore. Ma è implicito che lei sia il sovrintendente, il coordinatore.
"Preferirei l’esplicito".
Se non ottiene l’investitura formale che farà? Rinuncerà alla missione?
"Vedremo a settembre. Sono venuto qui per dirigere la lotta alla Mafia, non per discutere di competenze e di precedenze. Ma non mi faccia dire di più".
No, parliamone, queste faccende all’italiana vanno chiarite. Lei cosa chiede? Una sorta di dittatura antimafia? I poteri speciali del prefetto Mori?
"Non chiedo leggi speciali, chiedo chiarezza. Mio padre al tempo di Mori comandava i carabinieri di Agrigento. Mori poteva servirsi di lui ad Agrigento e di altri a Trapani a Enna o anche Messina, dove occorresse. Chiunque pensasse di combattere la Mafia nel "pascolo" palermitano e non nel resto d’Italia non farebbe che perdere tempo".
Lei cosa chiede? L’autonomia e l’ubiquità di cui ha potuto disporre nella lotta al terrorismo?
"Ho idee chiare, ma capirà che non è il caso di parlarne in pubblico. Le dico: so lo che le ho già, e da tempo, convenientemente illustrate nella sede competente. Spero che si concretizzino al più presto. Altrimenti non si potranno attendere sviluppi positivi".
Ritorna con la Mafia il modulo antiterrorista? Nuclei fidati, coordinati intutte le città calde?
Il generale fa un gesto con la mano, come a dire, non insista, disciplina giovinetto: questo singolare personaggio scaltro e ingenuo, maestro di diplomazie italiane ma con squarci di candori risorgimentali. Difficile da capire.
Generale, noi ci siamo conosciuti qui negli anni di Corleone e di Liggio, lei è stato qui fra il 66 e il 73 in funzione antimafia, il giovane ufficiale nordista de "Il giorno della civetta". Che cosa ha capito allora della Mafia e che cosa capisce oggi, 1982?
"Allora ho capito una cosa, soprattutto: che l’istituto del soggiorno obbligatorio era un boomerang, qualcosa superato dalla rivoluzione tecnologica, dalle informazioni, dai trasporti. Ricordo che i miei corleonesi, i Liggio, i Collura, i Criscione si sono tutti ritrovati stranamente a Venaria Reale, alle porte di Torino, a brevissima distanza da Liggio con il quale erano stati da me denunziati a Corleone per più omicidi nel 1949. Chiedevo notizie sul loro conto e mi veniva risposto: "Brave persone". Non disturbano. Firmano regolarmente. Nessuno si era accorto che in giornata magari erano venuti qui a Palermo o che tenevano ufficio a Milano o, chi sa, erano stati a Londra o a Parigi".
E oggi?
"Oggi mi colpisce il policentrismo della Mafia, anche in Sicilia, e questa è davvero una svolta storica. E finita la Mafia geograficamente definita della Sicilia occidentale. Oggi la Mafia è forte anche a Catania, anzi da Catania viene alla conquista di Palermo. Con il consenso della Mafia palermitana, le quattro maggiori imprese edili catanesi oggi lavorano a Palermo. Lei crede che potrebbero farlo se dietro non ci fosse una nuova mappa del potere mafioso?".
Scusi la curiosità, generale. Ma quel Ferlito mafioso, ucciso nell’agguato sull’autostrada, quando si ammazzarono anche i carabinieri di scorta, non era il cugino dell’assessore ai lavori pubblici di Catania?
"Sì".
E come andiamo, generale, con i piani regolatori delle grandi città? E’ vero che sono sempre nel cassetto dell’assessore al territorio e all’ambiente?
"Così mi viene denunziato dai sindaci costretti da anni a tollerare l’abusivismo".
II L CASO MATTARELLA. Senta generale, lei ed io abbiamo la stessa età e abbiamo visto, sia pure da ottiche diverse, le stesse vicende italiane, alcune prevedibili, altre assolutamente no. Per esempio che il figlio di Bernardo Mattarella venisse ucciso dalla Mafia. Mattarella junior è stato riempito di piombo mafioso. Cosa è successo, generale?"
E’ accaduto questo: che il figlio, certamente consapevole di qualche ombra avanzata nei confronti del padre, tutto ha fatto perché la sua attività politica e l’impegno del suo lavoro come pubblico amministratore fossero esenti da qualsiasi riserva. E quando lui ha dato chiara dimostrazione di questo suo intento, ha trovato il piombo della Mafia. Ho fatto ricerche su questo fatto nuovo: la Mafia che uccide i potenti, che alza il mirino ai signori del "palazzo".Credo di aver capito la nuova regola del gioco: si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato troppo pericoloso ma si può uccidere perché è isolato".
Mi spieghi meglio.
"Il caso di Mattarella è ancora oscuro, si procede per ipotesi. Forse aveva intuito che qualche potere locale tendeva a prevaricare la linearità dell’amministrazione. Anche nella DC aveva più di un nemico. Ma l’esempio più chiaro è quello del procuratore Costa, che potrebbe essere la copia conforme del caso Coco".
Lei dice che fra filosofia mafiosa e filosofia brigatista esistono affinità elettive?
"Direi di si. Costa diventa troppo pericoloso quando decide, contro la maggioranza della procura, di rinviare a giudizio gli Inzerillo e gli Spatola. Ma è isolato, dunque può essere ucciso, cancellato come un corpo estraneo. Così è stato per Coco: magistratura, opinione pubblica e anche voi garantisti eravate favorevoli al cambio fra Sossi e quelli della XXII ottobre. Coco disse no. E fu ammazzato".
Generale, mi sbaglio o lei ha una idea piuttosto estesa dei mandanti morali e dei complici indiretti? No, non si arrabbi, mi dica piuttosto perché fu ucciso il comunista Pio La Torre.
"Per tutta la sua vita. Ma, decisiva, per la sua ultima proposta di legge, di mettere accanto alla "associazione a delinquere" la associazione mafiosa". Non sono la stessa cosa? Come si può perseguire una associazione mafiosa se non si hanno le prove che sia anche a delinquere? E materia da definire. Magistrati, sociologi, poliziotti, giuristi sanno benissimo che cosa è l’associazione mafiosa. La definiscono per il codice e sottraggono i giudizi alle opinioni personali”.
Come si vede lei generale Dalla Chiesa, di fronte al padrino del "Giorno della civetta"?
"Stiamo studiandoci, muovendo le prime pedine. La Mafia è cauta, lenta, ti misura, ti ascolta, ti verifica alla lontana. Un altro non se ne accorgerebbe, ma io questo mondo lo conosco".
Mi faccia un esempio.
"Certi inviti. Un amico con cui hai avuto un rapporto di affari, di ufficio, ti dice, come per combinazione: perché non andiamo a prendere il caffè dai tali. Il nome è illustre. Se io non so che in quella casa l’eroina corre a fiumi ci vado e servo da copertura. Ma se io ci vado sapendo, è il segno che potrei avallare con la sola presenza quanto accade".
Che mondo complicato. Forse era meglio l’antiterrorismo.
"In un certo senso sì, allora avevo dietro di me l’opinione pubblica, l’attenzione dell’Italia che conta. I gambizzati erano tanti e quasi tutti negli uffici alti, giornalisti, magistrati, uomini politici. Con la Mafia è diverso, salvo rare eccezioni: la Mafia uccide i malavitosi, l’Italia per bene può disinteressarsene. E sbaglia".
Perché sbaglia, generale?
"La Mafia ormai sta nelle maggiori città italiane dove ha fatto grossi investimenti edilizi, o commerciali e magari industriali. Vede, a me interessa conoscere questa "accumulazione primitiva" del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del denaro sporco, queste lire rubate, estorte che architetti o grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne o alberghi e ristoranti à la page. Ma mi interessa ancora di più la rete mafiosa di controllo, che, grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci magari passati a mani insospettabili, corrette, sta nei punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere".
E deposita nelle banche coperte dal segreto bancario, no, generale?
"Il segreto bancario. La questione vera non è lì. Se ne parla da due anni e ormai i mafiosi hanno preso le loro precauzioni. E poi che segreto di Pulcinella è? Le banche sanno benissimo da anni chi sono i loro clienti mafiosi. La lotta alla Mafia non si fa nelle banche o a Bagheria o volta per volta, ma in modo globale".
Generale Dalla Chiesa, da dove nascono le sue grandissime ambizioni? - Mi guarda incuriosito - . Voglio dire, generale: questa lotta alla Mafia l’hanno persa tutti, da secoli, i Borboni come i Savoia, la dittatura fascista come le democrazie pre e post fasciste, Garibaldi e Petrosino, il prefetto Mori e il bandito Giuliano, l’ala socialista dellEvis indipendente e la sinistra sindacale dei Rizzotto e dei Carnevale, la Commissione parlamentare d’inchiesta e Danilo Dolci. Ma lei Carlo Alberto Dalla Chiesa si mette il doppio petto blu prefettizio e ci vuole riprovare.
"Ma si, e con un certo ottimismo, sempre che venga al più presto definito il carattere della specifica investitura con la quale mi hanno fatto partire. Io, badi, non dico di vincere, di debellare, ma di contenere. Mi fido della mia professionalità, sono convinto che con un abile, paziente lavoro psicologico si può sottrarre alla Mafia il suo potere. Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla Mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati".
Si va a pranzo in un ristorante della Marina con la signora Dalla Chiesa, oggetto misterioso della Palermo del potere. Milanese, giovane, bella. Mah! In apparenza non ci sono guardie, precauzioni. Il generale assicura che non c’erano neppure negli anni dell’antiterrorismo. Dice che è stata la fortuna a salvarlo le tre o quattro volte che cercarono di trasferirlo a un mondo migliore.
"Doveva uccidermi Piancone la sera che andai al convegno dei Lyons. Ma ci andai in borghese e mi vide troppo tardi. Peci, quando lo arrestai, aveva in tasca l’elenco completo di quelli che avevano firmato il necrologio per la mia prima moglie. Di tutti sapevano indirizzo, abitudini, orari. Nel caso mi fossi rifugiato da uno di loro, per precauzione. Ma io precauzioni non ne prendo. Nonle ho prese neppure nei giorni in cui su "Rosso" appariva la mia faccia al centro del bersaglio da tirassegno, con il punteggio dieci, il massimo. Se non è istigazione ad uccidere questa?".
Generale, sinceramente, ma a lei i garantisti piacciono?
Dagli altri tavoli ci osservano in tralice. Quando usciamo qualcuno accenna uninchino e mormora: "Eccellenza".

lunedì 16 luglio 2012

Informarsi correttamente sulla SIRIA oggi


lunedì 16 luglio 2012 da www.ilsussidiario.it 

SIRIA/ Mastou (Al Arabiya): vi racconto l’orrore nelle segrete di Assad

E’ stato rinchiuso per due mesi nelle segrete di Assad, dopo essere stato arrestato per avere seguito come giornalista le manifestazioni in Siria. Mohamad Zaid Mastou è una star della tv satellitare Al Arabiya e si trovava in vacanza a Damasco quando un anno e mezzo fa è scoppiata la rivolta. Intervistato da Ilsussidiario.net nel suo appartamento ad Amman, in Giordania, dove è tornato dopo essere stato scarcerato, racconta tutto ciò che ha osservato in presa diretta. E spiega perché l’Occidente non deve temere il nuovo modello di democrazia che sta nascendo nei Paesi arabi, basato sulla laicità e sulla libertà religiosa come in Europa, ma nel quale le diverse fedi non saranno escluse dalla vita pubblica come avviene nel Vecchio Continente.
Quanto tempo ha trascorso in Siria dall’inizio delle rivolte?
Quando la rivoluzione è iniziata mi trovavo in vacanza in Siria, e vi sono rimasto da metà febbraio a luglio. Una volta uscito dal carcere ho dovuto lasciare il Paese.
Che cosa ha visto nelle prigioni siriane?
Ho trascorso un mese in una cella d’isolamento, era una stanza molto piccola e senza luce, e un altro mese insieme agli altri carcerati. Ciò che so è che trasferivano delle persone dall’ospedale alla prigione, per interrogarle e picchiarle.
Come lo sa?
Ho incontrato delle persone ferite e con delle grandi bende, che mi hanno raccontato queste cose. Ogni notte inoltre ero svegliato di soprassalto dalle voci di persone che gridavano perché qualcuno le picchiava durante gli interrogatori. Non ho assistito di persona alle esecuzioni, perché essendo un giornalista le autorità del carcere avevano ordinato di non farmi vedere certe cose.
Lei è stato anche presente alle manifestazioni contro Assad?
Sì, mi trovavo a Douma (vicino a Damasco, Ndr) quando le forze di sicurezza hanno sparato contro dei manifestanti pacifici. Trenta persone sono rimaste uccise, e hanno sparato anche a me. Mi hanno chiesto che cosa stessi facendo e ho risposto che vivevo lì. Sono stato fortunato perché l’ufficiale non sapeva l’inglese, quando ha aperto il mio portafogli ha trovato la mia tessera da giornalista ma non è stato in grado di leggerla, quindi mi ha lasciato andare. Mi trovavo con mio fratello e mio cugino, quest’ultimo è stato ucciso due settimane fa.
In quali circostanze?
Fin dall’inizio della rivoluzione il regime ha affermato che quanto stava avvenendo era opera di gruppi terroristici, ma il vero obiettivo di Assad è spaventare l’Occidente con la minaccia di una rivoluzione islamica. Questo però non è assolutamente vero, la rivolta ha riguardato l’intera nazione, vi hanno preso parte tutti i gruppi e ciò che volevano era la fine della dittatura. Le forze governative hanno attaccato l’area in cui vive la mia famiglia, l’Esercito Siriano Libero è intervenuto per difendere il quartiere e ha subito 15 perdite da parte dei cecchini. Anche mio cugino è morto per le ferite da arma da fuoco.
Da chi è composto il braccio armato dei ribelli, l’Esercito Siriano Libero?
L’Esercito Siriano Libero non è un gruppo a sé stante giunto chissà da dove. E’ composto da cittadini siriani, dalla mia famiglia, dai miei fratelli e dai miei amici. Sono parte della rivoluzione, è gente che protesta contro il regime e che a un certo punto ha deciso di imbracciare le armi perché il governo uccideva i civili ed era necessario che qualcuno li difendesse.

Secondo il regime l’Esercito Siriano Libero utilizzerebbe i civili come scudi umani …
 Considero queste affermazioni come uno scherzo. L’Esercito Siriano Libero è composto dagli stessi civili che secondo Assad sarebbero usati come scudi umani. Quando il regime combatte contro i ribelli, attacca le aree abitate da civili. Ma ciò non avviene perché l’Esercito Siriano Libero sceglie queste zone come quartier generale, bensì perché il governo vuole uccidere il maggior numero possibile di persone per impaurire la popolazione.
Lei ha assistito alle manifestazioni contro Assad. Gli slogan inneggiavano alla Sharia e prendevano di mira i cristiani?
Quando sono stato arrestato mi sono reso conto che i primi a protestare in Siria erano stati i drusi, una minoranza religiosa non musulmana. Nella prigione con me c’erano cristiani, sunniti e alawiti, ciò la stessa setta cui appartiene il presidente Assad. Posso quindi garantire al 100 per cento che non si è trattato di una rivoluzione islamista, ma di una insurrezione nazionale cui hanno preso parte tutti i gruppi religiosi presenti nel Paese. Tutto ciò che chiedevano era la fine della dittatura e la nascita di un regime democratico.
Eppure i cristiani siriani sono preoccupati …
Comprendo che chi vive in Italia, o in altri Paesi occidentali, sia in apprensione per la sorte dei cristiani siriani. Ma ciò avviene perché non si conosce la storia della Siria. In passato nel nostro Paese non si sono mai verificati problemi tra musulmani e cristiani, perché entrambi sono radicati nell’area da molti secoli e sono abituati a convivere senza problemi.
Fin dall’inizio della rivoluzione il regime ha affermato che quanto stava avvenendo era opera di gruppi terroristici, ma il vero obiettivo di Assad è spaventare l’Occidente con la minaccia di una rivoluzione islamica. Questo però non è assolutamente vero, la rivolta ha riguardato l’intera nazione, vi hanno preso parte tutti i gruppi e ciò che volevano era la fine della dittatura.
In Egitto il primo presidente eletto in modo democratico è stato Mohammed Morsi, esponente dei Fratelli musulmani. Anche in Siria andrà a finire così?
Assolutamente no. In Egitto i Fratelli musulmani sono stati attivi a lungo nella vita politica e hanno lasciato la loro impronta nella società. In Siria invece non hanno potuto fare nulla, perché esiste una legge secondo cui chiunque vi appartiene deve essere condannato a morte. I Fratelli musulmani in Siria non sono quindi popolari come in Egitto. La Primavera araba creerà piuttosto un nuovo movimento, che definirei “islamico-liberale”, l’orientamento politico con il quale mi identifico.
Di che cosa si tratta?
L’Islam si limita a fornire dei principi, nella nostra religione non è indicato uno specifico modello politico. La forma dello Stato, composta dalle leggi, dal Parlamento, dal governo e dalla magistratura, deve andare bene ai cittadini, e non si deve adeguare a specifici dettami religiosi.
Eppure sempre più spesso si parla di “Islam politico” …
L’Islam interviene a livello morale, spiegando come le persone possono essere buone. Personalmente per esempio sono un fautore della libertà di stampa e della separazione tra i poteri dello Stato, e nello stesso tempo sono un musulmano praticante. Non ritengo che vi sia un’opposizione tra le due cose. La Primavera araba creerà quindi un nuovo modello di Stato, che per un occidentale potrà apparire strano perché si tratta di una novità.
E’ l’Occidente a non capire o il mondo arabo ad avere intrapreso una strada pericolosa?
L’Occidente purtroppo è convinto che la democrazia sia il massimo traguardo cui possa arrivare l’umanità. Mentre è più logico pensare che anche la democrazia sia un modello da migliorare ogni volta. Del resto il modello di Stato in America è diverso da quella in Francia o nel Regno Unito. In quanto arabi e musulmani possiamo quindi creare la nostra forma di Stato diversa da qualsiasi altra. L’Occidente non deve esserne impaurito, perché non esiste nessuna opposizione tra l’Islam e la democrazia. (Pietro Vernizzi)

martedì 12 giugno 2012

Le donne negli enti locali


Pari o Dispare ed Edenred sono liete di invitarvi al secondo appuntamento su Welfare, Servizi e occupazione femminile.
Lunedì 18 giugno, a Salerno, a partire dalle ore 15.45, presso la Sala dei Marmi, Piazza Palazzo di Città, ci sarà un importante incontro dedicato agli enti locali dal titolo:
Quale welfare per gli enti locali? Quali possibilità per le donne nel Mezzogiorno?
Gli ospiti saranno molti e prestigiosi, come da programma (in basso) (tra cui la Vice Presidente del Senato Emma Bonino, il Senatore Pasquale Giuliano,  Linda Laura Sabbadini (ISTAT), Severino Nappi Assessore al Lavoro  Regione Campania, Giovanni Savastano, Assessore al lavoro e alle politiche sociali di Salerno, Maria Lucia Galdieri, Assessore al lavoro e politiche sociali di Napoli e molti altri…
Vi preghiamo di confermare la vostra presenza a: segretariapod@gmail.com o al numero 342 17 62 202
 Programma:
Emma Bonino, Vice Presidente del Senato Pasquale Giuliano, Senatore, Presidente Comm. Lavoro* Vincenzo De Luca, Sindaco di Salerno*
Relazione introduttiva
Mezzogiorno: una emergenza chiamata donne, occupazione e servizi
Linda Laura Sabbadini, Direttore del Dipartimento delle Statistiche Sociali e Ambientali ISTAT

lunedì 7 maggio 2012

“L’unione laica contro tutte le discriminazioni”



Pubblico per conoscenza quanto bolle nella pentola delle donne: è cosa doverosa informarsi su queste iniziative che ci permettono di collegarci, e possibilmente in maniera concreta, con CHI OPERA PER IL BENE COMUNE. Esiste una società civile che tende a divenire tale realmente, Ausilia:

"Care Amiche e Amici,
è’ con piacere che  Pari o Dispare vi invita giovedì 10 maggio a partire dalle ore 18.30, a Milano, presso il Mondadori Multicenter in via Marghera 28,  a un evento organizzato da Pari o Dispare e da Equality Italia sulla lotta alle discriminazioni.
Il titolo dell’incontro è:
“L’unione laica contro tutte le discriminazioni”

 Programma:
 I panel
I diritti di tutti e le confessioni religiose
Introduce: Rosaria Iardino, Equality Italia

Emma Bonino, Vice Presidente del Senato e Presidente Onoraria Pari o Dispare
Aurelio Mancuso,  Presidente Equality Italia
Daniele Nahum, Vice Presidente Comunità ebraica Milano
David Piccardo, Coordinatore CAIM
Modera il dibattito: Cristina Sivieri Tagliabue, giornalista 
II panel
Nuovi strumenti e nuove alleanze per combattere le discriminazioni multiple

Introduce e modera: Valeria Manieri, Pari o Dispare
Cristina Molinari, Presidente Pari o Dispare
Yuri Guaiana, Segretario di Certi Diritti
Marilisa D’Amico, consigliera comunale Pd Milano
Rosaria Iardino, Equality Italia
Michael Blanga Gubbay, Responsabile BEST (Bocconi Equal Students)
Al termine dell’evento  vi sarà una cena con tutte le socie e i soci di Pari o Dispare e con chi abbia voglia di unirsi a noi.
Per informazioni e adesioni scrivi all’indirizzo mail:  segretariapod@gmail.com
Vi ricordiamo che sempre il 10 maggio Pari o Dispare sarà presente con altri due incontri a Milano:
La mattina dalle ore 10.30, presso l’Università Bocconi in un incontro sulle discriminazioni di genere, donne e lavoro cui parteciperanno la Segretaria di Pari o Dispare Valeria Manieri, la Professoressa Paola Profeta, la Vicedirettore Corriere della Sera e autrice del blog La 27esima ora Barbara Stefanelli
Il pomeriggio un prestigioso appuntamento, a partire dalle ore 15.30, nell’aula Magna Bocconi (via Gobbi 5) sullo sviluppo sostenibile, sotto tante accezioni, organizzato da CReSV Centro di Ricerche su Sostenibilità e Valore dell’Università Bocconi, Fondazione Ernesto Illy, Centromarca e Corriere della Sera, che vedrà tra i molti importanti relatori anche il Premio Nobel Amartya Sen ed Emma Bonino, Vice Presidente del Senato e Presidente Onoraria di Pari o Dispare. Speriamo di vedervi numerose".
Cristina Molinari,  Presidente Pari o Dispare

giovedì 22 marzo 2012

la questione del lavoro in mano alle donne?

Dalla Rete: Economia e Lavoro
Fornero o Camusso? - di Paola Avetta
L'articolo 18 irrompe nel PD
inserito da Redazione www. Noidonne.org
Due " primedonne" della politica italiana, Elsa Fornero ministro del Welfare e Susanna Camusso leader della CGIL, sono scese sul campo di battaglia e a far incrociare le armi è il fatidico Articolo 18 inserito nello Statuto del Lavoro per aumentare le tutele dei lavoratori di fronte a padroni che intendano licenziarli. Fornero e Camusso sono donne stimate e apprezzate da tutta la sinistra e ora, in attesa che la Riforma del Mercato del Lavoro prenda corpo sulla carta, diventi legge e arrivi in Parlamento per il voto, al Senato serpeggia il timore di una spaccatura di vertice che possa poi dividere anche la sinistra nella sua base politica. Un primo appello affinché tra Governo e CGIL si ricomponga, già in questi giorni e ore, la frattura è venuto da Anna Finocchiaro, presidente dei Senatori del PD, ma il confronto su quale versante eventualmente schierarsi, se su quello di Fornero o su quello di Camusso, nei corridoi è iniziato e vede contrapporsi anche le donne del PD. “Io sto con la CGIL, dice la Senatrice Silvana Amati, docente Universitaria e convinta che la sinistra non possa tradire le sue radici e le sue battaglie dalla parte dei lavoratori. Per lei l'articolo 18 non va toccato e ipotizza che a volerlo modificare non sia l'esigenza di movimentare il mercato del lavoro (lo scorso anno, dice Silvana Amati, solo in 50 casi i padroni sono stati obbligati a riassumere in nome dell'articolo 18) ma la volontà del Governo di affermare una centralità politica che mortificherebbe la sinistra storica e l'ala del dissenso e che farebbe riaffiorare fantasmi del passato, di quando le famiglie dei sindacalisti si trovavano sul lastrico per licenziamenti in tronco e per motivi politici. Inoltre Silvana Amati vede a rischio i lavoratori più anziani (con le buste paga di conseguenza più pesanti). Ma altre Senatrici PD sono invece convinte che la Riforma Fornero non potrebbe mai permettere che licenziamenti possibili per motivi economici dell'azienda facciano da paravento e si traducano in realtà in licenziamenti discriminatori. "Su questo il Governo dovrà dare garanzie chiare e scritte nel testo di legge" dice la senatrice Vittoria Franco che non nasconde la sua simpatia per Fornero "ferma, franca e chiara come deve essere un Ministro tecnico" e che apprezza molto che nella Riforma compaiano i congedi di paternità obbligatori, il divieto di dimissioni in bianco fatte firmare alle donne e misure che possono combattere il precariato dei giovani. Per la Senatrice Franco l'Articolo 18 non è un tabù se l'opportunità di rivederlo è dettata da esigenze reali di metterci al passo con le esigenze di giovani e del mercato del lavoro e poi, dice Vittoria Franco, la Riforma Monti-Fornero anziché diminuire aumenta le tutele di alcuni lavoratori, di quelli delle piccole aziende con meno di 15 dipendenti. Insomma, la frattura tra le donne al vertice si traduce in confronto aperto anche tra le donne in Parlamento ma domina la convinzione che alla fine a vincere sarà la saggezza e il dialogo responsabile, in nome della pace e della stabilità sociale di cui ha bisogno il nostro Paese. (22 Marzo 2012)

martedì 20 marzo 2012

da'pare o dispare'

Interessante capire; ecco perché trasmetto, Ausilia
Care amiche e cari amici,
E’ passata una settimana dall’8 marzo, le mimose sono appassite e si corre il rischio di aspettare un altro anno prima di riparlare dei temi che interessano le donne italiane.
Colgo quindi questa occasione per fare brevemente il punto su quanto abbiamo realizzato in questi primi mesi del 2012 come POD, quali sono le riflessioni più interessanti che sono emerse dalla pluralità di iniziative cui abbiamo partecipato nei giorni intorno all’8 marzo e quali sono le iniziative di POD a breve.
Nel mese di gennaio POD ha organizzato l’evento Questione Femminile , Questione Italia con la presenza delle ministra Fornero e numerosi ospiti molto interessanti, di qui trovate registrazione completa su http://www.radioradicale.it/scheda/344395/questione-femminile-questione-italia e abbiamo anche quest’anno registrato una grande affluenza di pubblico ed un forte interesse per il tema del lavoro femminile.
Riporto qui solo una riflessione su alcuni dati che mi hanno colpito moltissimo e in qualche misura stupito: in Italia le donne che si dicono “non disponibili a lavorare “sono il 36,5 contro il 29,4 della media UE e questa percentuale sale nel Mezzogiorno al 46,4 . Ciò che mi ha colpito è che tra le donne che si dicono indisponibili a lavorare per motivi familiari solo il 17,2% , cioè poco più di 300.000, dichiara che se avesse servizi adeguati sceglierebbe di lavorare, mentre ben l’82,2 % dichiara che l’indisponibilità a lavorare NON dipende dall’inadeguatezza o insufficienza dei servizi nell’area di residenza. Si parla 1.200.000 donne. Fermo restando che la disponibilità di servizi è e resta dunque una necessità e che va riconosciuta l’assoluta legittimità delle scelte personali, sarebbe interessante capire meglio il pensiero di queste 1.200.000 donne. Alcune saranno ricche di famiglia, altre avranno dei problemi gravissimi di disabilità in famiglia, ma per la grande maggioranza sembrerebbe che ci sia una totale adesione al ruolo e dovere assoluto di cura della famiglia e una visione del proprio futuro “garantito” o dal patrimonio di famiglia o dal matrimonio, due parole che differiscono curiosamente solo per l’iniziale. I patrimoni oggi tremano anche quando sono significativi e difficilmente riescono a garantire il supporto per una vita longeva, i matrimoni sono invece esposti a separazioni e divorzi e non sempre gli accordi di separazione consentono alla donna, magari matura e priva di un lavoro proprio, un buon tenore di vita.
Sarebbe molto interessante capire a fondo queste motivazioni e fino a che punto l’autonomia economica sia percepita come un obiettivo da perseguire e come garanzia per il futuro o come una alternativa inconciliabile con il ruolo famigliare. Infine bisognerebbe chiedersi se questa cultura sia sostenibile e in linea con i tempi.
Altri spunti di riflessione sono venuti dal Seminario che si è tenuto in Banca d’Italia il 7 marzo , in cui sono stati presentati molti studi importanti, sia sull’impatto che le madri lavoratrici hanno sulla sviluppo dei figli, sia su alcune particolarità del nostro sistema fiscale che scoraggia, paradossalmente proprio le donne nelle famiglie meno ricche, a entrare nel mercato del lavoro (vedi: http://www.bancaditalia.it/media/notizie/gender/interventi).
Infine abbiamo partecipato come POD ad un incontro presso la Direzione Rai, promosso dal Presidente del Comitato Pari Opportunità della Rai, M. Pia Ammirati, cui hanno partecipato la ministra Fornero, Emma Bonino e La Direttrice Generale Rai Lorenza Lei e a cui sono state invitate , per la prima volta , le varie associazioni che in questi anni si sono attivate per chiedere una rappresentazione delle donne meno stereotipata e più in linea con la realtà. Anche in questo caso la signora Lei si è impegnata ad attivare l’Osservatorio di Pavia per il monitoraggio e a attivare delle iniziative di programmazione più innovative.
Per il futuro: stiamo organizzando due eventi sui servizi innovativi a Milano e a Salerno per i quali riceverete presto l’invito e vorremmo riattivare il dibattito sulla pubblicità consapevole con il coinvolgimento dei principali attori di mercato.
Infine avete riceverete presto la convocazione dell’assemblea di aprile, cui spero potrete partecipare, perché sarà un’occasione preziosa di dibattito e coinvolgimento

mercoledì 29 febbraio 2012

Le donne e il lavoro

Bologna / Il 3 e 4 marzo SNOQ parla di “Vite, lavoro, non lavoro delle donne”

A Bologna Se Non Ora Quando due giorni (3 e 4 marzo) per parlare di lavoro e non lavoro delle donne. Intervista a Katia Graziosi
inserito da Redazione
L’iniziativa è stata progettata pensando a tutte le donne: “da quelle licenziate in seguito alla nascita di un figlio, alle donne migranti, dalle donne uscite dal mondo del lavoro per occuparsi di anziani, alle partite Iva e alle imprenditrici, dalle precarie che non vedono prospettive future a quelle che hanno riflessioni e buone pratiche da proporre”. “Vite, lavoro, non lavoro delle donne” è il titolo della due giorni organizzata da Se Non Ora Quando? Bologna, e che ha un respiro nazionale, è stato nuovamente fissato per il 3 e 4 marzo (era stato rinviato a causa delle condizioni atmosferiche) e intende essere “una fucina di idee e di proposte concrete che diano un contributo alla costruzione di una nuova Agenda politica pensata per le donne e non contro di esse, un’agenda costruita a livello nazionale dall’intera Rete SNOQ”. L’assemblea sarà preceduta venerdì 2 marzo (Oratorio San Filippo Neri) dallo spettacolo teatrale di e con Marinella Manicardi “Corpi impuri”. Abbiamo intervistato Katia Graziosi, tra le promotrici dell’iniziativa. Continua a leggere nel sito  noidonne.org