martedì 8 ottobre 2013

Il mio no a sinistra così


Idee personali sofferte...
08 ottobre 2013
a) Stefano Folli sul “Sole 24 ore
Ormai è chiaro che è questione di coraggio e di capire che il momento è adesso. Parliamo dei famosi moderati del centrodestra. Hanno la possibilità di dimostrare che esistono, uscendo allo scoperto domani in Parlamento: quando si tratterà di sostenere un governo che può non piacere, che commette errori ed è pieno di limiti, ma che oggi rappresenta un'opzione di serietà europea. L'unica in campo rispetto alla deriva inquietante di Berlusconi. La conversazione diffamatoria contro il capo dello Stato diffusa dalla Sette è la conferma che stiamo uscendo dal seminato. Un'avventura estremista, legata alla parabola di un leader al tramonto, acquista sempre più connotati vagamente eversivi. A questo punto occorre che il chiarimento sia autentico e che i celebrati moderati del Pdl dimostrino che non sono tali solo quando occupano le poltrone. Come diceva un vecchio slogan, se non ora, quando?

b) Un commento di Maddalena Camera
Carlo De Benedetti si prenota per mettere le mani sulle frequenze tv di Ti Media con i soldi di Silvio Berlusconi. Ieri Telecom Italia Media e L'Espresso hanno siglato un accordo non vincolante per integrare le rispettive società delle reti.
Mettendo insieme i tre multiplex di Ti Media con i due de L'Espresso (che fanno capo a Rete A) si ottiene, così, un operatore di rete con 5 «Mux», gli stessi a disposizione di Mediaset e Rai.
Il Mux permette di trasmettere su una stessa frequenza fino a 5 canali televisivi. E, dunque, su cinque Mux possono essere trasmessi almeno 25 canali tv. Per questo la società risultante da Ti Media e L'Espresso è un operatore di rete pronto per divenire una tv a tutti gli effetti se dovesse cambiare il quadro regolamentare. Consentendo magari a qualcuno, a esempio alla News Corp di Rupert Murdoch, che già controlla Sky Italia, di entrare nel mercato della tv digitale in chiaro. L'ipotesi non è dietro l'angolo, ma è certo che la trattativa tra Ti Media e il Gruppo L'Espresso, sempre negata, era nell'aria da tempo.
Del resto, anche L'Espresso era dato tra i possibili partecipanti alla gara per La7, l'emittente televisiva di Telecom Italia passata, poi, a Urbano Cairo.
Fatto sta che le frequenze di Ti Media, fino a pochi mesi fa, erano tutt'uno con La7. Tanto che il fondo Clessidra, di Claudio Sposito, aveva fatto un'offerta, per tutto il pacchetto, che pur essendo migliore dal punto di vista economico di quella di Cairo, fu rifiutata a causa dell'opposizione di alcuni membri del cda di Telecom. Il motivo era proprio la cessione delle frequenze televisive e delle relative torri di tramissione.
Eppure Sposito aveva messo sul piatto 450 milioni, valorizzando dunque al massimo le reti trasmissive di Ti Media. Peccato che il cda di Telecom non volesse mollare le frequenze, sopratutto a Sposito. Meglio il gruppo L'Espresso, dunque. Che ha già in cassa anche i soldi per l'operazione in quanto Cir, la società di Carlo De Benedetti, che controlla il gruppo editoriale e anche Rete A, ha appena riscosso i 494 milioni assegnati dai giudici (e pagati da Fininvest) per la vicenda del Lodo Mondadori.
E anche se la nota di ieri recita che le reti tv vanno sotto il controllo di Ti Media, il dubbio di una rapida cessione a L'Espresso, resta. Anche perché Telefonica, che ha appena preso il controllo di Telecom, dovrà vendere alcune partecipazioni pure per cercare di raddrizzare la pesante posizione debitoria che può portare Telecom al declassamento del debito a «Junk» da parte delle agenzie di rating entro novembre. A quel punto L'Espresso si troverebbe in pole position per l'acquisto.
Attualmente, i due Mux di Rete A trasmettono i canali dell'Espresso (DeeJay Tv e LaEffe, in collaborazione con Feltrinelli) e le radio del gruppo. Ma c'è anche Cielo (il canale in chiaro di Sky) e Focus. Ben più ricco il pacchetto trasmesso dai Mux di Ti Media. Oltre ai canali di La7 e Mtv vengono trasmessi anche i canali del gruppo Usa Discovery (come Real Time, Giallo e K2), quelli di Sportitalia e di De Agostini. Inoltre, Ti Media trasmette anche alcuni canali del gruppo Mediaset come Italia 2 e Mediaset Extra.
Quanto all'operazione, Ti Media ribadisce, nel comunicato, che porterà risparmi e sinergie per entrambi i gruppi. Si sa anche che consigli di amministrazione dei due gruppi hanno «condiviso i contenuti dell'accordo preliminare approvando la prosecuzione del negoziato per la definizione di un accordo definitivo, da sottoporre a tempo debito all'approvazione consiliare».
c) da Libero
Facendo un viaggio tra i superstiti per vedere cosa rimane della tv di Telecom, si possono annotare sul taccuino l'infedele Gad Lerner e le arringhe proto-santorine di Corrado Formigli, per il quale è stata disegnata l'arena di Piazza Pulita. Presto, a gennaio, tornerà la comicità a senso unico di Sabina Guzzanti (che ricompare in video dopo un lungo esilio televisivo), mentre ogni sera la rossa (di capelli, s'intende...) Lilli Gruber ci offre la sua visione delle cose della politica. La lista non è finita. La rete diretta da Paolo Ruffini ospita anche Luca Telese e il suo giustizialismo da Fatto Quotidiano (Telese viene affiancato da Nicola Porro, vicedirettore del Giornale, e una delle pochissime appendici di destra nella rete). E ancora, su La7, manca ormai poco al ritorno del divano (rossissimo) di Serena Dandini. Come dimenticarsi poi lo show di Maurizio Crozza, Italialand, dove di bipartisan c'è ben poco (imitazione di Montezemolo a parte) e dove tutto il resto è uno spottone celebrativo di Di Pietro, Bersani e compagni. Insomma, la rete tanto acclamanta per il piglio politically correct, per i toni pacati e rispettosi, per la visione oggettiva e non inficiata da interessi di parte, con l'addio di Enrico Mentana si tinge sempre più di rosso. Cosa resta de La7? Un salottino di comunisti in cachemire (esclusa qualche rara eccezione, tra le quali anche il 'nostro' Gianluigi Nuzzi che ora conduce Gli intoccabili). Per completare un quadretto a tinte rosse mancherebbe soltanto la pedina più pregiata, il teletribuno Michele Santoro: alla grande rimpatriata manca soltanto il paladino. Dunque, buona visione...

lunedì 7 ottobre 2013

Aggiornamenti utili

Da L'Huffington Post [dailybrief@huffingtonpost.com]

Hans Küng, tra i più famosi sacerdoti e teologi cattolici contemporanei – noto soprattutto per le idee progressiste e di rottura rispetto alla tradizione – potrebbe scegliere la strada del suicidio assistito.
Lo studioso svizzero, nato nel 1928, è da tempo affetto dal morbo di Parkinson e nel suo ultimo libro di memorie (pubblicato in lingua tedesca la scorsa settimana) esprime il proprio parere favorevole all’autodeterminazione sul fine vita.
Banksy, "Better out than in". A New York i graffiti dello street artist che si prende gioco di Al Qaeda


Lucia Annunziata: Non infierirò su Silvio Berlusconi. Perché non sono una fascista
Non trarrò piacere dalla condanna di nessuno, e non mi sento nemmeno gratificata dal fatto che un leader politico che ho sempre considerato nemico della nostra democrazia - per i suoi conflitti di interesse e per il modo con cui ha trasformato la politica immettendovi il peso del denaro - abbia fatto questa fine politica in un modo così infamante. La giustizia ha trionfato ma quando un leader politico fa questo tipo di fine non sta bene l'intero paese. E non parlo da moderata.
Carlo Cattaneo: Vittoria di Letta o sconfitta di Renzi?
L'incognita vera che emerge da questo nuovo scenario politico è il destino di Matteo Renzi e della sinistra. Il successo di Letta (o di Alfetta per dirla alla Marco Travaglio) ha scombinato i piani del sindaco di Firenze, il cui unico obiettivo è la sedia più importante di Palazzo Chigi.
Lidia Ravera: Caro Vito Crimi, grazie a te abbiamo capito di non essere razzisti
Qualcuno ha, seppur per una frazione di secondo, goduto dell' insulto rivolto al settantasettenne senatore uscente, non perché ha frodato lo Stato o ha condotto l'Italia sull'orlo del presente baratro, ma perché ha settantasette anni, e, magari, anche qualche problema di salute? Bene. Allora non siamo ancora stati infettati da quel triste sostituto del pensiero, che va sotto il nome di razzismo.
Della Passarelli: Lampedusa: difficile trovare le parole. E assurdo parlare di libri
Vorremmo rendere questo Paese forte e consapevole, accogliente e capace di proporre soluzioni alla tragedia di una umanità disperata che "semplicemente" per vicinanza, sbarca sulle nostre coste per l'urgente desiderio di cambiare la propria vita, per un destino migliore: desiderio legittimo e assolutamente da difendere.
Carlo Rognoni: Deberlusconizzare la Rai? Missione ambiziosa
Starà pure finendo il berlusconismo ma il lavoro della de-berlusconizzazione è lungo, faticoso, e va aiutato. Magari proprio cominciando a pensare come va cambiata la legge Gasparri.
UDI / SCUOLA POLITICA 2013


Roma 25 26 27 ottobre 2013
Casa Internazionale delle Donne


DONNE E UOMINI NELLA CRISI (?)
DEL PATRIARCATO

A che punto sono le relazioni tra donne e uomini, nei luoghi del quotidiano come in quelli della politica, nell'immaginario collettivo, nella rappresentazione mediatica e in quella accademica, nelle contrattazioni personali e in quelle collettive?
Dietro stereotipi, assenze e facili vulgate che cosa ne sappiamo della esperienza storica di quelle donne che hanno trovato le parole per dire e le pratiche per fare proprio quella storia che ci consente oggi di porre tutte le domande e di rendere legittime anche le risposte più radicali?

Intervista a Renzi

Trovo interessante questa intervista.
Spero vi faccia piacere leggerla.
In rosso le frasi che mi hanno maggiormente colpito
 in senso positivo
La Stampa 7 ottobre 2013
Intervista a Matteo Renzi
MASSIMO GRAMELLINI inviato a Firenze
Ero andato a Firenze per capire se si può comprare un’auto usata da Matteo Renzi e ho scoperto che va in bici. Ci sta seduto sopra, nel cortile di Palazzo Vecchio. «Pedala, altrimenti cadi», gli grida qualcuno, facendo il verso alla sua famosa battuta su Letta. Il ciclista abbassa il cavalletto e scende. È una pila atomica. Attraversa piazza della Signoria, stringe mani di turisti, saluta in inglese gli americani, accenna un inchino ai giapponesi, raccoglie cartacce dal selciato e le va a buttare nel cassonetto. A tavola rinuncia al vino e solleva la camicia per mostrare un preludio di pancetta. “81 chili. Da qui ai quarant’anni voglio scendere a 75. Mi sono dato un anno e mezzo di tempo”. Forse non solo per dimagrire (Gramellini).  

A scuola lei era già così sicuro di sé?  
«Al classico venni rimandato in scienze per una ripicca personale con la prof. Mi comportai con arroganza, lo ammetto. Ma mi è servito». 
Per diventare arbitro di calcio?  
«Potrei dirle che avevo un innato senso della giustizia… In realtà non ero abbastanza bravo per giocare. A 17 anni arbitravo in seconda categoria. Certi derby in provincia di Pisa…». 
I conterranei di Letta la menavano?  
«Mai. Solo insulti alla triade classica: mamma, nonna, fidanzata». 
Cosa ha imparato dall’arbitraggio?  
«A decidere senza rinviare». 
Allude?  
«Bisogna saper gestire i cartellini. La prima ammonizione è fondamentale. Va data intorno al ventesimo minuto per far capire ai giocatori che ci sei. Da sindaco la pedonalizzazione l’ho fatta subito, quando tutti dicevano di aspettare. Arbitrare mi ha insegnato a non dare la colpa agli altri. Qui c’è gente che prende il raffreddore e dice che è colpa dell’instabilità». 
Allude ancora, signor arbitro. Poi capo-scout.  
«Lì ho imparato che clan può essere una bella parola. Soffro quando leggo che avrei abbandonato qualcuno dei miei. Io sono uno che osa, non uno che usa». 
Come mai a vent’anni partecipò alla Ruota della Fortuna?  
«Adoro i giochi di parole». 
Si era capito. E io che credevo volesse conoscere Paola Barale.  
«Aveva un suo spessore culturale. Vedendola dal vivo ho scoperto che la tv ti ingrassa di parecchio. Ho vinto 4 partite. Alla quinta avrei guadagnato 50 milioni di lire e sarei andato alla Ruota d’Oro. Invece sbagliai l’ultima definizione: un mare di neve. Dissi: un mare di navi. Mi ha fregato una vocale». 
Arriva sempre a un passo dalla vittoria e poi...  
«Fu la mia fortuna. Era il febbraio 1994. La puntata dopo Mike fece il famoso appello elettorale a favore di Berlusconi. Fossi stato lì, oggi qualcuno direbbe: perché Renzi non intervenne?». 
Siamo al 25 luglio del Cavaliere?  
«Sì, siamo all’epilogo. Lungo, ineludibile. Berlusconi mi fa rabbia perché ha cambiato il calcio, la tv e l’edilizia, ma non la politica: non solo non ha fatto le cose che volevamo noi, ma nemmeno quelle che voleva lui».  
Lo hanno messo in minoranza nel suo stesso partito.  
«Umanamente non sopporto i lecchini che all’improvviso sono diventati coraggiosi. Quelli che votavano Ruby nipote di Mubarak e adesso dicono che Berlusconi non ha i requisiti morali. Perché scusa, negli ultimi venti anni dove stavi? Che tristezza questi maramaldi ruffiani e pavidi». 
Anche Alfano fa parte della categoria?  
«No, Alfano si è trovato a dover scegliere tra la fedeltà all’uomo cui deve tutto e quella a un Paese per il quale ha giurato. Mi fanno più pensare i Giovanardi. Vuole fondare un nuovo partito e poi si stupisce se i giovani si drogano. È una battuta di Crozza. Strepitosa: l’avrà copiata da Twitter…». 
Non teme che il governo “Alfetta” ci riporterà la Dc?  
«Letta è un bipolarista convinto. Anche Alfano. Il Grande Centro è il sogno dei Fioroni e dei Giovanardi. Non passerà. Per la legge elettorale ripartiremo dalla bozza Violante. Chiunque vinca il congresso, il Pd ne uscirà ancora più bipolarista. Ma sarà un bipolarismo gentile e rispettoso». 
Lei e Letta siete due galli nello stesso pollaio.  
«Ma che dice? Sarebbe un errore replicare il modello Veltroni-D’Alema».  
Vi siete parlati a Palazzo Chigi.  
«Senza giri di parole, come d’abitudine. La tensione si è scongelata subito: ci siamo mandati a quel paese nei rispettivi slang». 
Cioè?  
«Io l’ho insultato in fiorentino, lui mi ha risposto in pisano». 
Sempre meglio delle battute lassative di Crimi su Berlusconi.  
«Al confronto dei leader Cinquestelle, Alvaro Vitali è uno statista». 
Torniamo a Letta.  
«Gli ho detto che, se diventassi segretario del Pd, non mi chiederei ogni giorno cosa fare per danneggiare lui e Alfano. Il mio non sarebbe un Pd con la matita rossa e blu per fare le pulci al governo». 
Dicono fosse ancora arrabbiato per il suo viaggio dalla Merkel.  
«Ma no. Mi aveva cercato lei, dopo aver letto una mia intervista sul vostro giornale. Ho preso un volo privato, il colloquio era previsto dalle 6 e 30 alle 7 e 30. Mi ha ricevuto alle 6 e 28 e alle 7 e 28 ha guardato l’orologio e mi ha congedato. Ama l’Italia, ci sta aspettando. Dice che abbiamo un grande leader, Napolitano. E mi ha parlato bene anche di Enrico». 
In Germania avrebbe votato per lei?  
«Da dirigente politico avrei votato Spd, per senso di appartenenza. Da cittadino non so. Quella donna mi ha colpito. Anche se nemmeno lei sta affrontando il vero tema: cambiare l’Europa. Perché è l’Europa in crisi, non un solo Paese». 
Immaginiamo il tormentone dei prossimi mesi-anni. Lei che smania per tornare alle urne e gli altri che diranno: nel 2014 non si può perché c’è il semestre europeo a guida italiana, nel 2015 nemmeno perché c’è l’Expo.  
«E nel 2016 le Olimpiadi in Brasile. Ma sento di poter annunciare che nel 2018 si voterà nonostante i Mondiali di calcio in Russia». 
Non teme di finire nel congelatore?  
«Solo nell’ultimo anno sono sopravvissuto a sette-otto sconfitte definitive. Volete capire che sono molto ambizioso, ma non ho fretta? Se Enrico dura dieci anni, farò dell’altro. Tanto fra dieci anni avrò l’età che lui ha adesso». 
Risposta bella forte. E un po’arrogante.  
«Sono pieno di difetti, dalla A di arroganza alla Z di zuzzurellone. Ma la A di ambizione mi sta bene. Perché avere l’ambizione grande di cambiare l’Italia non lo considero un difetto».  
Da Berlusconi a Grillo, tutti i leader dell’ultimo ventennio hanno fondato un partito. Perché lei si ostina a volere trasformare uno già esistente?  
«Il modello del partito personale è fallito. Del resto siamo arrivati alla vergogna per cui Bossi e Di Pietro hanno candidato i figli al consiglio regionale». 
Non vuole fondare un partito nuovo, però vuole comandare su quello vecchio.  
«La parola leadership non è una parolaccia. C’è una sinistra che rifiuta l’idea dell’uomo solo al comando. Fausto Coppi. Ma in un gruppo ci vuole sempre quello che si alza sui pedali. Un leader è uno che sceglie persone più brave di lui». 
Non sarà facile, visto che tutti stanno salendo sul suo carro.  
«In uno dei miei soliti eccessi di autostima, dico: le critiche dei prevenuti e le lusinghe dei ruffiani non avranno il potere di cambiarmi». 
I dipendenti del Pd temono di essere licenziati.  
«Il problema non è il personale, ma certo qualcosa si può risparmiare: ha senso spendere 9 milioni in comunicazione, due in consulenze, uno e mezzo in ristoranti e in alberghi? La sobrietà deve iniziare a casa nostra». 
Si può tagliare la spesa senza licenziare i dipendenti pubblici? Fassina dice di no.  
«Fassina non è cattivo, ma non ha mai amministrato nulla, non sa di cosa parla. Ormai lui dichiara a piacere su tutto. Lasciate fare a noi amministratori. Certo, va aumentata la produttività. Il forestale della Calabria deve sapere che con me non verrà licenziato, ma dovrà lavorare moltissimo».  
Chi pagherà il conto della sua rivoluzione?  
«Bisogna toccare i diritti acquisiti. Chi percepisce pensioni d’oro su cui non ha versato tutti i contributi deve accettare che sulla parte “regalata” venga imposto un prelievo»
Il suo Pd sarebbe a favore della patrimoniale?  
«Molti amici imprenditori si dicono pronti a pagarla, ma prima chiedono che la politica dia il buon esempio. In ogni caso è prioritario assicurare una tregua fiscale. Se io pago, tu Stato devi smetterla di venirmi continuamente a controllare. Chi governa deve pensare che sta regalando qualcosa a qualcuno che ama. Se vuoi riformare la scuola, pensa a tuo figlio. Se vuoi favorire il lavoro, sfronda le duemila norme che lo regolano: ne bastano cinquanta». 
Lo dice anche Letta.  
«Ma queste cose devi farle subito e tutte insieme. Il cartellino giallo al ventesimo minuto. I primi cento giorni di governo sono decisivi». 
L’establishment non si fida di lei.  
«E fa bene. Può darsi che io non arrivi mai al traguardo. Ma se ci arrivo, è per cambiare le cose davvero. La crisi ha fatto passare in secondo piano l’aumento dell’Iva, i casi Telecom e Alitalia. La classe imprenditoriale, bancaria e universitaria dov’è stata in questi vent’anni? Abbiamo avuto un capitalismo familista, non familiare. Un sistema di poteri forti dal pensiero debole. Faccio il verso a De André: “Per quanto vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”». 
Letta passa per l’uomo dell’establishment che lei vuole rottamare.  
«La rappresentazione mediatica ha una sua fondatezza nelle nostre diverse modalità di esprimerci. Ma anche Letta ha capito che bisogna cambiare. E sa che, con me segretario, il governo sarebbe più forte, non più debole». 
Ci sono sgarbi che non ha dimenticato?  
«Casini che, a urne delle primarie aperte, dice: Renzi è come Berlusconi. E la Camusso: vanno bene tutti tranne Renzi. Cadute di stile frutto della paura».  
Non è che, arrivato a Palazzo, poi si mette in riga come gli altri?  
«Io non logoro. Strappo. Non ho lo stile democristiano del conte zio di Manzoni, quello di “sopire, troncare”». 
Il conte zio sarebbe Gianni Letta?  
«Questa è buona, ma io sono fra Cristoforo. Perciò forse non diventerò mai padre provinciale. Il mio mito è Rosario Livatino, il giudice-ragazzino ucciso dalla mafia. Diceva: “Alla fine non ti chiederanno quanto sei stato credente, ma quanto sei stato credibile”». 
Sua moglie Agnese…  
«Alt. La famiglia non si tocca. Agnese insegna italiano e latino. Precaria. Al Maggio Fiorentino le presentai Monti, allora premier. “Ha partecipato al concorsone?”, le chiese. “Sì”. “Allora converrà che il mio governo qualcosa di buono l’ha fatto”. E lei: “Direi proprio di no”. Aveva ragione mia moglie, stanno ancora aspettando i risultati del concorso». 
Sarebbe un ottimo segretario del Pd.  
«Ma resta fuori dalle interviste. Come i figli. Mi sono sentito vecchio il giorno in cui il più grande ha messo il pin al telefonino. “Tu non lo mettevi alla mia età?”, mi ha chiesto. Gli ho risposto che alla sua età non avevo il telefonino. E lui: ma come facevi a telefonare?». 
Ha fatto un figlio a 26 anni e le danno del bambino.  
«Bisogna vedere da chi viene la predica. La mia è una generazione cresciuta senza padri. La rottamazione è stata una rivolta contro una paternità politica che non era tale. I nostri leader erano cugini, tutt’al più fratelli maggiori. Non scogli, ma ostacoli».
Sua figlia ha sette anni.  
«E sa già chi sono Epifani e la Camusso». 
Roba da Telefono Azzurro.  
«È un “mostro” come me, che a dieci anni guardavo i programmi elettorali in tv e al telefono riferivo a mio padre, sinistra Dc, cosa aveva detto De Mita». 
Adesso De Mita dice: Renzi è un torrente che non diventerà mai fiume. Scalfari ha concordato con lui. Aggiungendo che il fiume è Letta.  
«Sono contento di non essere oggetto di una previsione positiva della coppia De Mita-Scalfari. Non ne hanno mai azzeccata una». 
La accusano di essere inconsistente. Ha visto l’imitazione di Crozza? I Renzini: 30% di Baricco e 40% di niente, in un cuore di cioccolato…  
«Spero che Baricco non quereli… Ma il fatto di dire frasi secche non significa che dietro non ci sia elaborazione del pensiero». 
Il perfido D’Alema sostiene di essere venuto a trovarla per vedere che libri leggeva.  
(Renzi - ora siamo nel suo ufficio - gira intorno al tavolo e palpa due volumi di peso). «Alda Merini e Luzi. In questo periodo leggo poesie. Per mettere a fuoco i concetti». 
È tornato su Twitter.  
«L’avevo rimosso. Poi l’ho rimesso. È bellino. Certo, devi darti un limite. (Smette di scorrere i pollici sullo smartphone e li sposta su un pezzo di stoffa nera, dove continua a sgranchirli per non perdere l’allenamento)». 
I pensieri di Cuperlo sono troppo lunghi per Twitter.  
«Gianni è in gamba. Garba molto a noi addetti ai lavori, fuori non so. Io e lui siamo come i protagonisti del racconto di Chesterton in cui un laico e un cattolico si sfidano a duello, ma poiché non li lasciano combattere, diventano amici per trovare un posto dove duellare. Però nel 1999 era a Palazzo Chigi con D’Alema: dov’è stato in questi anni? Lui pensa abbia fallito solo la destra. Invece dobbiamo ridisegnarci anche noi». 
Lo diceva già Veltroni al Lingotto, quando battezzò il partito.  
«Walter aveva scritto il film giusto, ma ha sbagliato a credere che potessero recitarlo gli attori che avevano trasformato le pellicole precedenti in un flop. Nel mio Pd andranno avanti i più bravi, non i più fedeli. Dichiarerò guerra alla mediocrità». 
Come si immagina, da segretario?  
«A piedi tra la gente e non in auto col lampeggiante. Un segretario deve farsi vedere in giro. È in campagna elettorale permanente». 
Letta ne sarà entusiasta. Continuerà a fare il sindaco?  
«Il segretario non deve mica passare il tempo barricato in sede a gestire incarichi e spartire poltrone. Provo avvilimento quando vado in Rai e qualche dirigente mi dice: io sto con te. Ma che mi frega con con chi stai! ».  
Ha sentito le intercettazioni in cui la democratica Lorenzetti ordina a una professoressa di favorire l’esame di un suo protetto?  
«Spero licenzino quella professoressa. Però è sbagliato dire che Lorenzetti e Penati sono uguali a Berlusconi. Lui è un unicum. Ma sia chiaro che non credo alla superiorità morale della sinistra, semmai a quella del coraggio sulla paura e dell’altruismo sull’egoismo». 
Questo “renzino” dove l’ha partorito?  
«Non è mio, è di Oscar Farinetti: eravamo al secondo giro di Barolo». 
Dicono che tra gli elettori di centrodestra lei piaccia meno di un tempo.  
«Non piaccio ai loro giornali, che prima mi esaltavano e ora mi massacrano. Mi hanno fatto la prova-calzino. Di me si sa tutto, che bici e che mutui ho. Ma sono tranquillo. Mio cognato non ha la casa a Montecarlo ma a San Godenzo».  
Il famoso metodo Boffo evocato anche dalle colombe alfaniane.  
«Trovo inaccettabile che denuncino il metodo Boffo solo adesso e non quando veniva usato contro gli altri». 
Briatore, Cavalli, Signorini. Ormai le manca solo un aperitivo con Dudù. Quando incontrerà Zagrebelsky? 
«Ho incontrato anche Zagrebelsky, solo che non fa notizia. Dudù invece mi manca. Ma posso resistere». 
Una settimana alla campagna delle primarie. Trovato lo slogan?  
«L’Italia cambia verso»
Bel gioco di parole.  
«Sarà una campagna diversa, rispetto all’altra volta. Non un “one man show” da uno contro tutti. Girerò di meno e senza camper, ho ancora mal di schiena. Vorrei che Pd diventasse sinonimo di leggerezza calviniana. Per vent’anni abbiamo fatto la faccia triste perché dall’altra parte c’era un sorriso finto. Farò una campagna allegra. Anche se andrò in luoghi drammatici, dal Sulcis a Lampedusa. La Bossi-Fini va cambiata. E l’Europa… Basta con questo andazzo per cui quando si tratta di sistemare le banche si va a Francoforte, mentre quando si tratta di sistemare le salme ognuno pensa ai fatti suoi».  
Sono scomparse le polemiche sulle primarie.  
«Perché stavolta sono aperte. Può votare anche chi non sa a memoria l’Internazionale o gli Inti Illimani». 
Lei li ha mai cantati?  
«El pueblo unido jamas sera vencido. Cosa diceva Vecchioni? Pallosa come una canzone degli Inti Illimani…». 


venerdì 4 ottobre 2013

Evento tristissimo a Lampedusa


LA TRAGEDIA della notte 
tra il 3 e il 4 ottobre
Un’isola di gente a mare, questo ci siamo trovati davanti. Grazia e i suoi sette amici di Lampedusa sono stati i primi ad accorgersi di quello che stava succedendo e i primi soccorritori. Ne hanno salvati quarantasette. Tuffandosi in acqua, organizzando una catena umana per tirare a bordo uomini, donne e ragazzi ricoperti di carburante, stremati, che cercavano di restare a galla da almeno quattro ore. Hanno fatto quello che potevano e anche di più. E questo è il suo racconto.
Eravamo andati in otto a fare una notturna, una gita in barca in una notte bellissima, mangiando, pescando. Verso le due abbiamo visto delle luci al largo della Tabaccara. Luci strane. Ma abbiamo pensato a un gommone della Guardia costiera che stava facendo un salvataggio. E siccome a queste cose ci siamo abituati, ci siamo addormentati…”.
Invece era il barcone…
Sì, ma l’abbiamo scoperto solo all’albaE le luci erano le fiamme dell’incendio.Verso le sei meno un quarto abbiamo sentito dei lamenti, come delle grida, ma abbiamo pensato che fossero uccelli. Poi ci siamo resi conto, abbiamo messo in moto e ci siamo avvicinati.
Quindi il naufragio non è avvenuto sotto costa.
No, e loro hanno nuotato per ore fino a cinque o sei miglia dalla Tabaccara, perché è lì che li abbiamo trovati. Un’isola di gente a mare….
Cosa avete fatto?
Abbiamo chiamato subito i soccorsi. Ma nel frattempo ci siamo messi sotto a salvare quelli che potevamo. Ne abbiamo tirati su quarantasette, tutti vivi fortunatamente. Ci dicevano dei bambini, ma non li abbiamo visti. Erano già tutti annegati. Poi ci siamo dovuti fermare perché tra noi e loro sulla barca eravamo in cinquantacinque. Per fortuna sono arrivati altri pescatori, che per aiutarci hanno mollato a mare le traine. E poi la Guardia costiera.
Quanta gente c’era in mare?
Non lo so, tantissima… uno scempio.
Gli unici che sapevano nuotare.
Sì, tutti allo stremo delle forze. Infatti, molti di quelli che avevamo visto prima, dopo non li abbiamo più visti. E’ stata una gran fatica issarli a bordo, con tutto l’olio che avevano addosso scivolavano da tutte le parti. Ne tiravi su uno, e altri due andavano sotto. Un nostro amico è stato molto coraggioso e si è tuffato. Noi abbiamo fatto una catena umana, anche con le altre barche. Loro erano veramente senza più forze, si abbandonavano. Una scena spaventosa che ci riempie di rabbia…”.
Me la spieghi la vostra rabbia.
A noi ci ignorano, poi succede quello che succede e piombano tutti qua a farsi vedere, invece di trovare prima una soluzione che eviti queste tragedie. E’ una vergogna, una grandissima vergogna.

mercoledì 2 ottobre 2013

La resa di Berlusconi

Sui pareri immediati e diffusi
Risponde ad un principio d Sapienza (non solo cristiana), un criterio:
a) Non infierire sul condannato dalla giustizia (sempre limitata perché umana).
b) Il Pd dovrebbe moderare ogni boria da partito vincitore, se vuole far valere la sua autorevolezza e non rischiare di logorarsi avvitandosi sulle sue certezze. Pena la nemesi che potrebbe capitargli - e, ahimé ci sono già i segni! - la ripetizione dello stesso paradigma al suo interno.
MEMENTO
Le contrapposizioni producono sempre effetti disastrosi.... 

Nominare il femminile

Da Il Fatto Quotidiano – blog di Monica Lanfranco 30 settembre 20013
GENITORE E GENITRICE: NOMINARE IL FEMMINILE È FONDAMENTALE
C’è stato un tempo nel quale si diceva, (e si pensava in ottima buona fede), che fosse sufficiente fare la rivoluzione, perché questo evento da solo ci avrebbe reso libere e liberi.
Era un sogno, un’aspirazione utopica, frutto anche della fretta desiderante che l’essere giovani porta con sé: poca fatica, massimo risultato, niente indugi, niente deviazioni, bando ai dubbi, una bella riga dritta verso il sole dell’avvenire. In questa (legittima) aspirazione frettolosa si lasciavano indietro molti dettagli, che dettagli non sono, abbiamo capito poi: visto che al di là dell’angolo era ad attenderci la perfezione che bisogno si aveva di fare attenzione al linguaggio, o alla maggior parte degli stereotipi di genere, visto che poi come neve al sole tutte le ingiustizie e storture indotte dal patriarcato, dal sessismo, dal razzismo, dall’omofobia e dall’uso politico e repressivo delle religioni si sarebbero sciolte e avremmo vissuto felici, in pace e in uguaglianza?
E’ accaduto non soltanto che la rivoluzione non è stata realizzata, se non in parte e dimostrando di essere una creatura fragile e da consolidare, laddove molte delle sue promesse si sono per fortuna rese reali, ma anche che i ‘dettagli’ tanto tralasciati e considerati di secondo piano contano, eccome.
La lingua batte dove il dente duole, per citare un adagio di buon senso, più aulicamente tradotto con le parole sono i chiodi dove si attaccano le idee identificano frasi che ci aiutano a ragionare sull’importanza della scelta che ogni giorno facciamo quando, per comunicare e descrivere il mondo, decidiamo di usare (o non usare) alcune parole.
Non c’è riunione, seminario, formazione, dibattito, giornale, tv radio e social network, ma anche aperitivo e cena in cui non si presenti l’occasione di verificare che la sessuazione del linguaggio è non solo praticata pochissimo, ma viene ritenuta un dettaglio, un vezzo snob di poche femministe puriste, un falso problema, una perdita di tempo, per di più irritante e fuorviante.
Con tutte le cose più urgenti figuriamoci cosa importa fare discussioni o lotte per ottenere che una donna che fa il segretario di una organizzazione si chiami segretaria (parola che tra l’altro evoca un immaginario non certo autorevole). Con tutte le disparità ancora da sanare in campo economico e sociale figuriamoci cosa importa fare discussioni o lotte per ottenere che una donna sindaco sia chiamata sindaca, e così via per architetta, magistrata, avvocata, scrittrice, professora, fornaia, informatica, tecnica, perita, notaia.
Perché rompere l’anima sottolineando che nella frase ‘i diritti dell’uomo’ il femminile è inglobato nel (presunto) neutro maschile, (quindi scompare), mentre la frase ‘i diritti delle donne’ identifica solo la parte simbolica e concreta dei diritti della metà femminile del genere umano, che quindi risultano chiari come non universali? L’importante è o non è che una donna possa fare quello che fa un uomo? Quanto poco, in fondo, conta il genere nella lingua? Possiamo finalmente occuparci di cose serie?
Ho fatto questa premessa perché vorrei tornare su un episodio del quale altre hanno già parlato e scritto: la proposta, da parte di alcune attiviste e attivisti gay, di modificare nella modulistica la dicitura ‘madre’ e padre’ con ‘genitore. Richiesta giusta, nel caso maschile, ma quando una famiglia è composta da due donne, perché non anche prevedere genitrice?
Il dibattito, iniziato in rete su Facebook da Iole Natoli (attivissima da molti anni sulla questione del cognome materno, altra faccenda rubricata come inutile e quasi dannosa da più parti, donne comprese) ha visto punte inquietanti nell’argomentare: in uno scambio, per motivare la superiorità del termine ‘genitore’ rispetto al femminile genitrice c’è chi ha così brillantemente argomentato: ”Quando sento la parola genitrice penso a un budello cacafigli. Credo sia tra le più depersonalizzanti e genitali delle parole, nel senso che riduce la donna al suo apparato riproduttivo e basta. Genitore invece, nell’uso comune, non ha assunto una valenza di opposizione tra maschile e femminile ma ha preso il significato generico di ‘persona che si prende cura della prole’, a prescindere dal legame biologico e dal genere”.
Ho trovato questa motivazione estremamente interessante, (dopo un sussulto rispetto alla, per me, tremenda immagine del budello). Mi domando quanto l’argomentazione che invita all’uso di un neutro che cancella appositamente il femminile (e il materno, in questo caso) si discosti dalla regola grammaticale, invalsa ancora fino agli anni ‘70 in Italia, secondo la quale il maschile era il genere universale da adottare nel discorso perché ‘più nobile’ rispetto al femminile.
Mi domando se le famiglie composte da lesbiche si sentano rappresentate e soddisfatte di essere definire genitore (magari genitore uno e genitore due, come in una proposta analoga d’oltralpe).
Mi domando se non sia utile porsi degli interrogativi circa la questione del potere, e della disparità, anche dentro alla comunità omosessuale, tra donne e uomini: è sufficiente cambiare orientamento sessuale per dismettere le logiche e le dinamiche del dominio, chiarissime nella cultura eterodiretta?
E’ verissimo che in Italia la lotta per cambiare il vissuto culturale profondo sulla famiglia è impari, come testimonia l’ultima vicenda Barilla: ma davvero possiamo considerare marginale la proposta di cancellare il femminile nella descrizione della relazione materna nel caso di una famiglia omogenitoriale?  

L'articolo pone più domande che risposte, e ciò è di mio gusto.
Abituata come sono a riflettere molto prima di esprimere un giudizio, dico -per ora- che i cambiamenti culturali, come lascia intravedere Monica L., sono da ponderare: cioè bisogna escludere improvvisazioni, frutto della fretta di far valere i propri bisogni (di carattere morale, prima ancora che materiale).
Certamente vedo che il problema insito nella questione delle coppie omosessuali non è facilmente digeribile in un mondo dove nuovi diritti avanzano, forse dimenticando alquanto che la distinzione ed il rapporto tra genere maschile e genere femminile sono essenziali PRINCIPALMENTE IN ORDINE AI FIGLI GENERATI.
Ausilia