sabato 25 ottobre 2014

La chiesa e la famiglia

di J.M. Castillo su LA CHIESA E LA FAMIGLIA

Che cosa vuole risolvere la chiesa in riferimento ai problemi che maggiormente preoccupano la famiglia in questo momento?
Come è logico, la prima cosa che attira l'attenzione – e che risulta difficile spiegare – è che i problemi trattati al Sinodo non sono quelli che maggiormente interessano e preoccupano la grande maggioranza delle famiglie nel mondo.
L'angoscioso problema della casa, il problema di una paga giornaliera o di uno stipendio con cui arrivare degnamente alla fine del mese, il problema della salute e della sicurezza sociale, quello dell'istruzione dei figli.
O, almeno, questi argomenti così gravi e che angosciano la gente non sono stati – a quanto ci risulta – problemi centrali all'ordine del giorno di nessuna delle commissioni o sessioni del Sinodo.
Questo dà motivo di pensare o magari sospettare – almeno in linea di principio – che quelli che hanno preparato e organizzato i lavori del Sinodo sono persone che possono dare l'impressione di essere più preoccupati per i dogmi cattolici e per la morale predicata dal clero che per le sofferenze e umiliazioni che stanno sopportando molte famiglie, anche più di quante immaginiamo.
Non è necessario essere né saggi né santi per rendersi conto di questo, per farsi logicamente la domanda che ho appena posto. E che nessuno mi dica che gli argomenti che ho appena indicato sono problemi che devono essere risolti dagli economisti e dai politici.
Anche nell'ipotesi che quello che ho detto è un argomento che riguarda direttamente l'economia e la politica, ci devono pensare però solo gli economisti e i politici? Ed allora? La sofferenza, la dignità, la sicurezza e i diritti della gente, i diritti fondamentali delle famiglie, non ci devono interessare, né possiamo o dobbiamo far nulla?
Questa è la prima grande questione che, a mio modesto parere, dovrebbe interessare soprattutto, e prima di qualsiasi altra cosa, la Chiesa, e soprattutto i suoi capi. Lo dico per tempo, quando ancora abbiamo un anno davanti a noi per giungere alle conclusioni del Sinodo.
Però, arrivando ai problemi che il Sinodo ha trattato, la mia domanda è la seguente: alla gerarchia della Chiesa, che cosa maggiormente le interessa o la preoccupa? Gente che “si ama”? O gente che “si sottomette”?
Confesso che queste domande mi sono venute in mente pensando e ricordando quello che io stesso sto vivendo nel mondo ecclesiastico da più di 60 anni, vale a dire, da quando sono coinvolto in ambienti clericali.
Tanto in Spagna che fuori dalla Spagna, quello che ho percepito negli ambienti di Chiesa è che i problemi dell'economia e i temi sociali di solito non preoccupano troppo. Perché normalmente tali problemi (nelle istituzioni ecclesiastiche) sono risolti.
Mentre i temi legati all'ortodossia dogmatica (sottomissione alla gerarchia) e al sesso (osservanza della morale), non solo sono di solito molto preoccupanti, ma con frequenza risultano quasi ossessivi o sfioranti l'ossessione.
La conseguenza, che di solito deriva da questo stato di cose e che la gente nota molto, è davanti agli occhi di tutti: i vescovi non sono soliti parlare (o si limitano ad allusioni generiche) della corruzione politica e delle sue conseguenze, mentre quegli stessi vescovi sono soliti levare alte grida al cielo se la questione posta è il problema dei matrimoni tra persone omosessuali o, in generale, problemi legati al sesso.
Ecco, per fare un esempio, vediamo la differenza di trattamento che ricevono, in tanti confessionali, i capitalisti e i banchieri oppure i gay e le lesbiche.
Tutto questo ci porta – a mio parere - ad una domanda molto più radicale: perché le religioni affrontano in maniera tanto diversa i problemi legati alla “proprietà dei beni” e i problemi che si riferiscono alle “relazioni affettive tra le persone”?
Dal punto di vista della sociologia, uno degli specialisti più riconosciuti in questa materia, Anthony Giddens, ha scritto: “La famiglia tradizionale era soprattutto un’unità economica. L’attività agricola normalmente coinvolgeva tutto il gruppo familiare, mentre fra benestanti e l’aristocrazia la trasmissione della proprietà era la base principale del matrimonio. Nell’Europa medievale, il matrimonio non era contratto sulla base dell’attrazione amorosa, e nemmeno era considerato il luogo dove tale attrazione dovesse sbocciare (Un mundo desbocado, pp. 67-68. [trad. it., Il mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna la nostra vita, Il Mulino, Bologna 2000]).
In realtà, “la proprietà dei beni” (e non “l'affetto tra le persone”), come fattore determinante della famiglia tradizionale, viene da più lontano e trae la sua origine in un'altra fonte: il diritto.
Come si sa, la famiglia era l'unità che interessava al primo diritto romano. Quel diritto non si occupava di ciò che succedeva dentro la famiglia. Le relazioni tra i suoi membri erano una questione privata, nella quale la comunità non interveniva.
La famiglia era rappresentata dal suo capo, il paterfamilias, nel quale si concentrava tutta la proprietà familiare. E tutti i suoi discendenti, in linea paterna stavano sotto il suo controllo. Nessun figlio poteva sfuggire al suo potere.
Più ancora, un figlio non smetteva di restare sotto il potere del padre fino a che non fosse diventato adulto e, fino a che non morisse il padre, non poteva neanche avere proprie proprietà. Conseguentemente, tutta la proprietà familiare si manteneva unita e le risorse della famiglia, come un tutto, si rafforzavano (Peter G. Stein, El Derecho romano en la historia de Europa, pp. 7-8 [trad. it., Il diritto romano nella storia europea, Cortina Raffaello, Milano 2001]).
L’aspetto notevole è che la Chiesa ha fatto pienamente suo questo diritto. In maniera tale che, per esempio, il concilio di Siviglia, dell’anno 619, definisce il diritto romano come lex mundialis, cioè la legge per antonomasia alla quale dovrebbero sottomettersi tutti i popoli (cf. E. Cortese, Le Grandi Linee della Storia Giuridica Medievale, Il Cigno GG Edizioni, Roma 2000, p. 48).
Ebbene, in questo contesto di idee e di leggi risulta comprensibile e logico che la Chiesa, man mano che si andava adattando alla cultura e al diritto ereditato dall'Impero romano, ugualmente assumeva e integrava nella sua vita e nel suo sistema organizzativo quello che era comune alle altre religioni.
Mi riferisco a quello che, con ragione, ha detto uno dei più riconosciuti specialisti in materia: “La religione è generalmente accettata come un sistema di ranghi, che implica dipendenza, sottomissione e subordinazione a superiori invisibili” (Walter Burkert, La creación de lo sagrado, p. 146 [trad. it., La creazione del sacro. Orme biologiche nell'esperienza religiosa, Adelphi, Milano 2003]).
Ecco perché le teologie e i rituali delle religioni, se in qualcosa insistono e in qualcosa sono simili le une alle altre, è proprio per quanto riguarda la “sottomissione”. E risulta che, per quanto riguarda concretamente questa sottomissione, i rituali che la creano, la fomentano e la mantengono, “non sono limitati da una religione particolare, ma si trovano in tutto il pianeta, e si può dimostrare che alcuni sono preumani” (op. cit., p. 156).
La sottomissione, a partire dalle società preumane, si esprime creando l'impressione che uno produce inchinandosi, inginocchiandosi, stendendosi a terra, strisciando, insomma tutto quello che “non ingrandisce”. Ed è dimostrato che i rituali religiosi coincidono tutti in questo (K. Lorenz, On Aggression, Nueva York, 1963, pg. 259-264 [trad. it., L’aggressività, Il Saggiatore, Milano 2008]; I. Eibl-Eibesfeldt, Liebe und Hass: Zur Naturgeschichte elementarer Verhaltensweisen, Munich, 1970, pp. 199 ss [trad. it., Amore e odio. Per una storia naturale dei comportamenti elementari, Adelphi, Milano 1996]).
Ebbene, la cosa più sorprendente, in tutta questa problematica, è paragonare questi supposti elementi base della famiglia e della religione con quanto raccontano i vangeli che diverse volte fanno riferimento tanto alla famiglia quanto alla religione. Sappiamo, infatti, che Gesù, sia per quanto si riferisce alla famiglia sia per quanto riguarda la religione, ha assunto pubblicamente e senza ambiguità un atteggiamento sommamente critico. Mi spiego.
Per quanto riguarda la religione, i vangeli ci informano degli scontri e dei conflitti costanti e crescenti avuti da Gesù con i dirigenti religiosi e i loro rituali. A questo si riferiscono gli scontri con gli scribi e i farisei, con i sommi sacerdoti e gli anziani, persino con lo stesso tempio di Gerusalemme.
Fino a giungere all’arresto da parte delle autorità religiose, al processo, alla condanna e all'esecuzione violenta nel tormento dei crocifissi, i lestái (Mc 15,27: Mt 27,38), vale a dire, non semplici ladroni, ma i ribelli politici, come spiega Flavio Giuseppe (H. W. Kuhn: TRE vol. 19,717).
Gesù è stato l'uomo più profondamente religioso che possiamo immaginare. Ma la religione di Gesù è stata spostata dal modello stabilito: la sua religione (come il Dio che rappresentava) non è stata centrata nel “sacro”, ma nell' “umano”.
Questo è centrale per comprendere il vangelo e tuttavia non è centrale per comprendere la teologia cristiana. E non è neanche al centro della vita della Chiesa.
Per quello che si riferisce alla famiglia, è certo che le relazioni di Gesù con la sua famiglia furono tese e complicate: i suoi parenti lo presero per pazzo (Mc 3,21) e non credevano in lui, lo disprezzavano perfino (Mc 6, 1-6; cf Gv 7,5).
D'altra parte, la prima cosa che Gesù chiedeva a coloro che volevano seguirlo, era di abbandonare la propria famiglia (Mt 8,18-22; Lc 9, 57-62). E quando un giorno gli dissero che lo cercavano sua madre e i suoi fratelli, la risposta di Gesù fu di dire che sua madre e i suoi fratelli sono quelli che ascoltano e mettono in pratica ciò che vuole Dio (Mc 3,31-35; Mt 12, 46-50; Lc 8, 19-21).
Ma Gesù, per quanto si riferisce alle relazioni con la famiglia, andò oltre. Perché osò dire che non era venuto a portare la pace, ma la spada, divisione e conflitto, in particolare tra i membri della propria famiglia (Mt 10, 34-42; Lc 12, 51-53; 14, 26-27).
Anzi, Gesù arrivò a toccare l'intoccabile di quel modello di famiglia: “Non chiamate 'padre' nessuno sulla terra” (Mt 23,9). Una proibizione così forte, in quella cultura, che arrivò a smontare l'asse stesso di quel modello di relazioni familiari. I grandi, gli importanti, non sono i “padri” ed i “gerarchi”, ma i “bambini”, i “piccoli”: il regno di Dio è di quelli che si fanno come loro (Mt 19,14).
Cosa vuol dire tutto questo? Dove sta il cuore del problema?
Le relazioni di parentela non sono libere, dato che sono date e imposte ad ogni essere umano che viene al mondo.
Al contrario, le relazioni comunitarie ed amicali, dato che nascono da convinzioni libere e da sentimenti che chiunque accetta liberamente, sono sempre relazioni che si basano sulla libertà umana e si mantengono con la forza della decisione libera.
La cosa più bella, più gratificante e più motivante della relazione di fede e fiducia nell'altro e in Dio, è che è sempre possibile perché è una relazione libera.
Quindi, l’aspetto determinante in questo modello di famiglia e di gruppo non è la sottomissione, né al “potere repressivo”, né al “potere che seduce” (Byung-chul Han), ma quello decisivo è la fede e fiducia nell'incontro (con l'Altro, con gli altri, con qualcuno in concreto) mediante la “relazione pura” (A. Giddens), che si basa sulla comunicazione emotiva. Cioè una forma di comunicazione nella quale le ricompense ricavate dalla stessa sono la base primordiale affinché tale comunicazione possa mantenersi e perdurare.
Per questo proprio l'esperienza ci dice che dove c'è affetto vero, c'è libertà, mentre dove c'è religione (centrata sui riti e sul sacro) c'è sottomissione.
Ebbene, tenuto conto di quello che ho detto in questa (già troppo lunga) riflessione, ritorna la domanda iniziale: che cosa vuole la Chiesa con tutto quello che ha rimosso a proposito della famiglia?
Ovviamente, papa Francesco, convocando e programmando il sinodo sulla famiglia, ha voluto rispondere a problemi urgenti che riguardano migliaia di famiglie nel mondo. Bisogna supporre che papa Francesco, convocando questo sinodo, esigendo libertà di parola sui problemi e trasparenza nell'informare di ciò che si è detto nelle sessioni sinodali, quello che ha fatto è stato di mettere in moto, senza possibilità di marcia indietro, un processo di apertura della Chiesa ai problemi reali e concreti che, in questo momento storico, si pongono a tutti noi.
Ma quello che è accaduto è che, non solo si è messo in moto questo processo, ma, oltre a questo, il mondo si è accorto che nella Chiesa persiste molto vivo un settore importante di clero (a tutti i livelli) e di laici che identificano le credenze cristiane con posizioni immobiliste e intolleranti che, per di più, dal punto di vista della più documentata, sana e ortodossa teologia, sono posizioni indimostrabili.
E, pertanto, posizioni che nascondono pretese inconfessabili di potere e autorità che si orientano di più a mantenere intatta la “sottomissione” dei fedeli che a fomentare la “libertà” che nasce dall'affetto tra gli esseri umani.
La situazione è delicata. Bisogna evitare, a tutti i costi, un nuovo scisma nella Chiesa.
Però non possiamo stare in modo incondizionato con coloro che identificano il cristianesimo con una religione centrata sull'osservanza di riti sacri, che produce ossessivamente sottomissione a gerarchie ancorate ad un passato e ad una cultura che non sono più né il nostro tempo, né la cultura in cui viviamo.
Un cristianesimo così, produce persone molto religiose e un clero fedele a gerarchie ecclesiastiche che si identificano di più con i privilegi che offre loro il potere politico che con la libertà indispensabile per ottenere una società più giusta nella quale tutti noi cittadini possiamo vivere in giustizia e uguaglianza di diritti.
Se il nostro progetto di vita vuole essere fedele a Gesù e al suo vangelo non abbiamo altro cammino da fare se non l'apertura al futuro che insieme dobbiamo costruire.

Anzi, se amiamo veramente la Chiesa e vogliamo essere fedeli alla “memoria pericolosa” di Gesù, noi cristiani, nel cammino che ci sta aprendo e tracciando papa Francesco, abbiamo l'itinerario certo che ci porta alla meta a cui aneliamo.

martedì 21 ottobre 2014

Sinodo e i diritti degli omosessuali

SINODO E I DIRITTI DEGLI OMOSESSUALI
La maratona del Sinodo straordinario sulla famiglia voluto direttamente da Papa Francesco si è conclusa oggi. Le innovazioni non sono ampie come le avrebbe volute Bergoglio, se si considera che sui tre paragrafi più delicati della relazione finale - quelli riguardanti gli omosessuali e la comunione ai divorziati risposati - non si è raggiunta la maggioranza dei due terzi. In un dibattito che comunque non ha precedenti nella storia della Chiesa, i padri sinodali hanno in un certo senso frenato la spinta innovatrice del Papa argentino, che tuttavia ne esce vincitore per aver favorito il primo vero dibattito nella storia dei Sinodi della chiesa cattolica.
Gli unici tre paragrafi della relatio synodi a non aver ottenuto la maggioranza dei due terzi sono anche i più spinosi, quelli che toccano i nodi dei divorziati risposati e dell'omosessualità. Tutti gli altri paragrafi, a quanto si apprende, sono stati approvati ad ampia maggioranza. Sulle questioni maggiormente controverse, Papa Francesco avrebbe verosimilmente preferito delle prese di posizione più forti, ma per ora ha dovuto acconsentire a un testo finale molto più cauto, e che comunque rimanda ogni decisione all'anno prossimo.
ORA LA CHIESA AVRÀ UN ANNO DI TEMPO - FINO AL SINODO ORDINARIO PREVISTO PER OTTOBRE 2015 - PER "MATURARE" LE SUE POSIZIONI.
La tentazione del buonismo distruttivo, che a nome di una misericordia ingannatrice fascia le ferite senza prima curarle e medicarle; che tratta i sintomi e non le cause e le radici. È la tentazione dei 'buonisti', dei timorosi e anche dei cosiddetti 'progressisti e liberalisti'. La tentazione di trasformare la pietra in pane per rompere un digiuno lungo, pesante e dolente e anche di trasformare il pane in pietra e scagliarla contro i peccatori, i deboli e i malati cioè di trasformarlo in 'fardelli insopportabili'. La tentazione di scendere dalla croce, per accontentare la gente, e non rimanerci, per compiere la volontà del Padre; di piegarsi allo spirito mondano invece di purificarlo e piegarlo allo spirito di Dio.
"Si è riflettuto sulla possibilità che i divorziati e risposati accedano ai sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia. Diversi padri sinodali hanno insistito a favore della disciplina attuale, in forza del rapporto costitutivo fra la partecipazione all'Eucaristia e la comunione con la Chiesa ed il suo insegnamento sul matrimonio indissolubile. Altri si sono espressi per un'accoglienza non generalizzata alla mensa eucaristica, in alcune situazioni particolari ed a condizioni ben precise, soprattutto quando si tratta di casi irreversibili e legati ad obblighi morali verso i figli che verrebbero a subire sofferenze ingiuste.
L'eventuale accesso ai sacramenti dovrebbe essere preceduto da un cammino penitenziale sotto la responsabilità del Vescovo diocesano. Va ancora approfondita la questione, tenendo ben presente la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze attenuanti, dato che 'l'imputabilità e la responsabilità di un'azione possono essere sminuite o annullate" da diversi 'fattori psichici oppure sociali'".
Anche il punto 53 è stato approvato a maggioranza semplice (112 favorevoli e 64 contrari). Eccone il testo:
"Alcuni padri hanno sostenuto che le persone divorziate e risposate o conviventi possono ricorrere fruttuosamente alla comunione spirituale. Altri padri si sono domandati perché allora non possano accedere a quella sacramentale. Viene quindi sollecitato un approfondimento della tematica in grado di far emergere la peculiarità delle due forme e la loro connessione con la teologia del matrimonio".
Un risultato ancora migliore ha avuto il punto 55 che riguardava "l'attenzione pastorale verso le persone con orientamento omosessuale" (approvato da 118 e respinto da 62 padri):
"Alcune famiglie vivono l'esperienza di avere al loro interno persone con orientamento omosessuale. Al riguardo ci si è interrogati su quale attenzione pastorale sia opportuna di fronte a questa situazione riferendosi a quanto insegna la Chiesa: "Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia". Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. 'A loro riguardo si evitera' ogni marchio di ingiusta discriminazionè" come raccomanda già la Congregazione per la Dottrina della Fede, nelle "Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali".

Articolo di GIANNI GENNARI
Cose della vita…Voci dal Sinodo come musica attesa da una vita.
Molti mi chiedono perché in questi giorni non scrivo su “Avvenire” e sembra che non parli…E’ vero! Due ragioni e una eccezione. La prima ragione, contingente, è necessitata da circostanze concrete e private. La seconda, la più importante finora, è che nel momento in cui la Chiesa, la Chiesa che è anche mia – senza alcuna esclusività – si trova in un momento in cui finalmente parlano sia il Papa – questo Papa in particolare – e duecento vescovi, allora mi pare che valga la pena di ascoltare, piuttosto che di parlare…
Faccio però una eccezione sommando diverse letture. La prima è che i giornali parlano di scontro, mentre si tratta di diversità di visione teologica ed anche ecclesiologica. Una delle parti in contrasto, però, rivendica unicamente alla sua opinione, per quanto illustre e magari impostasi da molto tempo come “la” lettura “cattolica”, la coerenza con la fede cristiana e cattolica. Quando il cardinale Burke scrive sul “Foglio” che siamo di fronte ad un tradimento della fede, addirittura appoggiata da un confratello come Kasper, e quindi traditore in primis, e sotto sotto – anche sopra sopra – si fa intendere che il realtà chi ha già tradito e tradisce, o si prepara a tradire ancora più pesantemente è il Papa, allora per costoro la diversità diventa automaticamente “eresia”. Kasper è stato insultato per questo a sufficienza, anche da colleghi con un libro intero che non si accontenta di esporre le idee proprie degli illustri Autori, confratelli di Kasper, ma pretende di essere portavoce della “vera” fede contro i traditori, tutti, vestiti come siano, anche di bianco…Potrei portare tanti esempi, ed è evidente che questa “contromusica” non è iniziata per il Sinodo, ma va avanti da più di un anno e mezzo. Se qualcuno rivendica solo a sé, e ai suoi, la lampada accesa della fede definita e della Tradizione (T maiuscola, come ricordava Giovanni Paolo I), in questo modo è lui stesso che “strappa” (airéo, da cui eresia in greco dice proprio strappo) l’unità della fede e della vita comunitaria.
E infatti ecco che dopo Kasper l’accusa, oggi, si sposta su un altro bersaglio: è uscita la relatio post disceptationem e nel mirino emerge Bruno Forte. In realtà da molti anni il teologo Forte, poi vescovo e ora scelto dal Papa (già: proprio quello che “non piae”!) è da certe fonti di scuola teologica nota dai tempi del Concilio e anche prima, esplicitamente accusato di eresia. Come unico esempio – che è lì da anni, in rete si trova sempre una lunghissima arringa di mons. Brunero Gherardini, teologo di “scuola romana” da sempre anticonciliare – quella per cui Paolo VI stesso era “eretico” (parola esplicita di mons. Antonio Piolanti davanti ad un aula colma di studenti, nel 1965) – che avanza l’accusa di negazione della divinità di Cristo – una bazzecola, vero? Ndr) per il semplice fatto di usare la formula “il Dio di Gesù Cristo”! Non basterebbe, a parte le spiegazioni fornite da Forte con pazienza e più volte nei suoi stessi scritti, capire che si tratta di un genitivo epesegetico, per cui quel “di” sta anche per “che è…”? Non basta, e in rete, sempre stesse fonti, ancora rimbalzano le accuse al Concilio, a Papa Giovanni, a Paolo VI – anche con innominabili calunnie propalate da 50 anni!
E dopo Forte – vedremo! – il bersaglio si alzerà ancora, in vista della continuazione in tutta la Chiesa delle spinte della prima parte di questo Sinodo…Dunque – posto che occorra – solidarietà a Forte e attesa, speranza e preghiera…
Ora l’eccezione. Leggo – sempre stesse pagine che si sono impegnate nella “crociata” anti-Francesco e ora anti-sinodo – che piace in quei paraggi, a proposito del problema dei divorziati e risposati, una soluzione che riceve persino la benedizione del prof. De Mattei, vero uomo ombra, da sempre, del rifiuto del Vaticano II e delle nostalgie sul Papa distante, sacrale, da venerare come immagine fissa nei secoli, del tutto diverso – e se ne sono accorti anche Papi Santi a modo loro, come Giovanni XXIII e lo stesso Paolo VI – e congeniale ad altri e ben più terreni interessi, non solo ecclesiastici…
La soluzione sarebbe quella di consentire la Comunione a quei soggetti che si dichiarano pentiti della rottura del precedente matrimonio, che tuttavia non è più possibile mantenere in vita, e si impegnano a vivere insieme, volersi bene, dialogare, pregare, occuparsi del prossimo in difficoltà come esige il mandato di Cristo per tutti, ma…Ma per “certe cose” niente! La formula perfettamente “ecclesiastichese” è “come fratello e sorella”!
Che dire? Che personalmente mi pare la soluzione forse inconsciamente ipocrita e certo anche contraddittoria che si possa pensare, alla luce della stessa morale cattolica per molte ragioni: alcune provo a farle presenti qui.
I comandamenti sono cosa seria. C’è p. es. il “non uccidere”, ma per prassi un assassino, purché pentito e dopo eventuale periodo di discerimento, può confessarsi sinceramente addolorato e ottenere l’assoluzione. Ma il male fatto,  è in realtà del tutto irreparabile. La vita terrena di una persona è realtà donata da Dio, e questa realtà non esiste più…Ebbene: con congrua penitenza, guidata dalla coscienza personale e dalla saggezza pastorale e dottrinale del confessore si ha assoluzione e quindi possibilità di fare la Comunione eucaristica…E se si tratta di un matrimonio, “assassinato” per varie ragioni e non più revocabile in vita concreta? Niente! Se il sabato è per l’uomo, lo sono anche i sacramenti, oppure no? A parte il fatto, e qui la teologia morale tradizionale cattolica, coltivata anche e soprattutto da certe scuole molto “romane” e “curiali”, che ho conosciuto benissimo in anni passati, può ricordare il dovere di “fuggire le occasioni prossime del peccato”? Due persone riceverebbero il permesso e il perdono, ma trovandosi continuamente, stessa casa, stesso affetto, stessa cura di eventuali figli portati con sé dal primo matrimonio, in continua (e prossimissima!) occasione di peccato…
Ci pensino bene, i cultori della “verità cattolica” identificata con le loro idee che hanno molti risvolti, anche in economia e in visione del mondo e della dottrina sociale, e forse si renderanno conto che il fatto che questa “soluzione” piace a De Mattei e soci non è altro che una sottile vendetta della diffidenza circa la sessualità, e spesso del fatto che essendo celibi per legge non si esita – parole di Vangelo ricordate di recente anche da Papa Francesco – a mettere sulle spalle degli altri dei pesi che qualcuno non tocca neppure con un dito!


domenica 5 ottobre 2014

L'Assassino dei sogni

Dopo il grande successo della prima stampa, 
"L'Assassino dei Sogni. Lettere fra un filosofo e un ergastolano" è in ristampa e anche gratuitamente scaricabile su:


Per praticità è anche allegato in pdf a questa email.
Rimane ovviamente acquistabile, a 1 euro, la copia cartacea. 
  
Carmelo Musumeci - Giuseppe Ferraro  
L’Assassino dei sogni

Lettere fra un filosofo e un ergastolano

a cura di Francesca de Carolis
 Ed StampaAlternativa


L’Assassino dei Sogni appena uscito già esaurito
Io scrivo perché scrivendo il duol si disacerba, perché ho bisogno di scrivere, e s’io non scrivo non vivo. (Luigi Settembrini)
Il libretto “L’Assassino dei Sogni” sottotitolo “Lettere fra un filosofo e un ergastolano” di Carmelo Musumeci e Giuseppe Ferraro, a cura della giornalista Francesca De Carolis, ED. Stampa Alternativa-Nuovi Equilibri pag. 64-anno 2014, prezzo: 1,00, ISBN: 978-88-6222-417-8 appena uscito è già esaurito (È già in stampa una seconda edizione). E mi venuto il dubbio se lo stanno comprando perché è interessante o perché costa solo un euro sic!
Una cosa è certa, sta andando a ruba fra gli uomini e donne di fede. Le suore di clausura di Lagrimone mi hanno scritto:
Suor Daniela (…)Il libretto con il carteggio fra te e il filosofo Giuseppe Ferraro è molto bello ed è ricco di spunti e provocazioni. Il tuo nipotino aveva 3 anni quando ti ha portato la foglia? Stupendo quell’episodio.
Ne abbiamo presi 55 e li abbiamo già distribuiti in giro di pochi giorni. Ottima l’idea di venderlo ad un euro (…)
Suor Marta (…) Appena abbiamo ricevuto il libretto “L’Assassino dei Sogni” (Lettere fra un filosofo ed un ergastolano) l’ho letto in giornata. Sono già capitate alcune persone a cui abbiamo dato il libretto e abbiamo in mente di darlo ad altre e ad alcuni preti che lavorano con adolescenti e giovani. Io l’ho trovato uno strumento didattico eccellente con motivi di riflessioni e confronti interessanti.
Suor Lilia (non è una suora di clausura come le altre due):
“Che dire del filosofo Giuseppe Ferraro? Sei davvero fortunato d’averlo conosciuto: ora, con gioia, posso affermare che anch’io, grazie a te, ho conosciuto un uomo saggio, che va per la sua strada e non teme di rivelare il suo pensiero senza modificarlo minimamente. Per me questo professore è un uomo che ama la vita; l’ho capito, soprattutto nella lettera in cui spiega il delicato argomento del suicidio”.
In questi giorni ho scritto all’editore che ha avuto il coraggio di pubblicare “L’Assassino dei Sogni”:
Marcello, continua a pubblicare i nostri pensieri, solo così puoi continuare a farci esistere. E a farci sentire ancora umani. Lo sappiamo, sono pochi gli editori che si sporcano le mani pubblicando i pensieri degli avanzi di galera come noi. E ti confido che a volte penso che molti ci vedono cattivi perché loro lo sono più di noi, perché come si fa a murare vivo una persona per tutta l’esistenza, senza l’umanità di ammazzarla prima? Marcello, credo che a volte i cattivi provino rimorsi o compassione molto più dei buoni. Aiutami a farlo sapere alle persone perbene con la fedina penale pulita, ma con forse la coscienza più sporca dei galeotti. E dammi una mano anche a fare sapere che il carcere non cambia le persone in meglio. Piuttosto le distrugge. Marcello, scrivere di e in carcere è pericoloso. Non ti puoi immaginare quanto. So però che anche fuori ci  vuole tanto coraggio a dare voce ai prigionieri. Grazie di avere questo coraggio che non hanno la  stragrande maggioranza delle case editrici, che preferiscono pubblicare le ricette di cucina per guadagnare tanti soldi ed evitare critiche e guai. Marcello continua a pubblicare le nostre parole per fare sapere che molti di noi sono nati già colpevoli, anche se poi hanno fatto di tutto per diventarlo.
Carmelo Musumeci 


Per chi interessato a organizzare presentazioni o comunque diffondere il libro, scrivere a :
ergastolani@gmail.com oppure contattare Nadia Bizzottocell. 349 7191476
 


 “L’Assassino dei sogni”, lettere fra un filosofo e un ergastolano,  Carmelo Musumeci e Giuseppe Ferraro, curato da Francesca de Carolis per la collana Millelire di Stampa AlternativaPag.64   prezzo 1,00   ISBN 9788862224178. 

sabato 27 settembre 2014

Emma Watson all'ONU

Discorso di Emma Watson all’ONU
Vostre eccellenze, Segretario generale dell’ONU, presidente dell’Assemblea Generale, direttore esecutivo di ONU, distinti ospiti…
Oggi lanciamo una campagna chiamata #HeForShe. Mi sto rivolgendo a voi perché abbiamo bisogno del vostro aiuto. Vogliamo porre fine alla disparità di genere e, per farlo, abbiamo bisogno del coinvolgimento di tutti. Questa è la prima campagna nel suo genere all’ONU, vogliamo spronare tanti più uomini e ragazzi possibili ad essere dei sostenitori del cambiamento… e non vogliamo solo parlarne. Vogliamo assicurarci che sia tangibile.
Sono stata eletta ambasciatrice di buona volontà dell’ONU sei mesi fa, e più ho parlato di femminismo e più mi sono resa conto che troppo spesso combattere per i diritti delle donne diventa sinonimo di odiare gli uomini. Se c’è una cosa che so con certezza è che questo deve finire.
Per la cronaca, il femminismo per definizione è la convinzione che uomini e donne debbano avere pari diritti, pari opportunità. E’ la teoria dell’uguaglianza politica, economica e sociale dei sessi.
Ho cominciato a mettere in dubbio le supposizioni basate sul genere tanto tempo fa. Quando avevo 8 anni ero confusa dal fatto che mi definissero dispotica perché volevo dirigere le recite che allestivamo per i nostri genitori; ma ai maschi non succedeva. Quando a 14 anni, ho cominciato ad essere sessualizzata da certi elementi dei media. Quando a 15 anni, le mie amiche hanno cominciato ad abbandonare le squadre degli sport che amavano perché non volevano apparire muscolose. Quando a 18 anni, i miei amici [maschi] non erano capaci di esprimere i loro sentimenti… ho deciso che ero femminista e la cosa mi sembrava tutt’altro che complicata. Ma le mie ricerche più recenti mi hanno dimostrato che “femminismo” è diventata una parola impopolare. Le donne si rifiutano di identificarsi come femministe. A quanto pare, [io] sono tra le schiere di donne le cui parole sono percepite come troppo forti, troppo aggressive, isolanti e anti-uomini, persino non attraenti. Perché è diventata una parola tanto scomoda?
Provengo dalla Gran Bretagna e penso che sia giusto che io sia pagata tanto quanto le mie controparti maschili; penso che sia giusto che io sia in grado di prendere delle decisioni che riguardano il mio corpo; penso che sia giusto che le donne vengano coinvolte in mia vece [nella politica] in quelle decisioni che influenzeranno la mia vita; penso che sia giusto che socialmente mi sia garantito lo stesso rispetto che è garantito agli uomini. Ma sfortunatamente, posso dire che non c’è neanche una nazione al mondo in cui le donne possono aspettarsi di ricevere questi diritti. Nessuna nazione al mondo può dire di aver raggiunto la parità dei sessi. Considero questi diritti dei diritti umani. Ma io sono una delle [donne] fortunate. La mia vita è un vero e proprio privilegio perché i miei genitori non mi hanno voluto meno bene perché sono nata femmina; la mia scuola non mi ha limitata perché ero una ragazza; i miei mentori non hanno presupposto che sarei andata meno avanti [nella vita] perché un giorno avrei potuto avere un figlio. Queste influenze, sono stati gli ambasciatori per la parità dei sessi che mi hanno resa chi sono oggi. Potrebbero non esserne consapevoli, ma sono quei femministi involontari che stanno cambiando il mondo oggi. Ne abbiamo bisogno in numero maggiore. E se ancora odiate la parola: non è la parola che è importante, ma l’idea e l’ambizione che ci sta dietro. Perché non tutte le donne hanno ricevuto i miei stessi diritti. Infatti, statisticamente, sono molto poche ad averli ricevuti.
Nel 1997, Hilary Clinton fece un famoso discorso a Pechino sui diritti delle donne. Tristemente, molte delle cose che voleva cambiare allora, sono ancora vere oggi. Ma quello che mi ha colpito di più, è che meno del 30% del pubblico era composto da uomini. Come possiamo influire sul cambiamento nel mondo quando solo la metà di esso è invitato o si sente benvenuto a partecipare alla conversazione?
Uomini. Vorrei cogliere quest’occasione per estendervi un invito formale. La parità di genere è anche un problema vostro. Perché fino a questo momento, ho visto il ruolo di mio padre considerato meno importante dalla società, nonostante da piccola avessi bisogno della sua presenza tanto quanto quella di mia madre. Ho visto giovani uomini affetti da malattie mentali, incapaci di chiedere aiuto per paura di apparire meno virili, o meno uomini. Infatti, nel Regno Unito il suicidio è la prima causa di morte degli uomini tra i 20 e i 49 anni, eclissando incidenti stradali, cancro e malattie cardiache. Ho visto uomini resi fragili ed insicuri dalla percezione distorta di cosa sia il successo maschile. Neanche gli uomini beneficiano dei diritti della parità di genere. Non parliamo molto spesso di come gli uomini siano imprigionati dagli stereotipi di genere, ma riesco a vedere che lo sono. E quando ne saranno liberati, come conseguenza naturale le cose cambieranno anche per le donne. Se gli uomini non devono essere aggressivi per essere accettati, le donne non si sentiranno in dovere di essere sottomesse. Se gli uomini non devono controllare, le donne non dovranno essere controllate. Sia gli uomini che le donne devono sentirsi liberi di essere sensibili. Sia gli uomini che le donne devono sentirsi liberi di essere forti. E’ tempo di concepire il genere su uno spettro, e non come due serie di valori opposti. Se smettiamo di definirci l’un l’altro in base a cosa non siamo, e cominciamo a definire noi stessi in base a chi siamo, possiamo essere tutti più liberi. Ed è di questo che si occupa He For She. Di libertà.
Voglio che gli uomini prendano su di sé questo impegno, così che le loro sorelle, madri e figlie possano essere libere dai pregiudizi, ma anche perché anche i loro figli possano avere il permesso di essere vulnerabili e umani. Rivendichiamo quelle parti di loro che hanno abbandonato e così facendo permettere loro di essere una versione più vera e più completa di loro stessi.
Magari starete pensando: chi è questa tipa di Harry Potter? E che diavolo ci sta facendo a parlare all’ONU? E’ una buona domanda. Mi sono chiesta la stessa cosa. Tutto quello che so è che mi importa di questo problema e che voglio far sì che le cose migliori. Avendo visto quello che ho visto e avendone l’opportunità, credo che dire qualcosa sia una mia responsabilità.
Lo statista Edmund Burke ha detto che per far sì che il male trionfi, tutto ciò che serve è che bravi uomini e brave donne non facciamo niente. Nella mia agitazione per questo discorso, e nei miei momenti di insicurezza, mi sono detta con fermezza: se non io, chi? Se non ora, quando? Se avete dei dubbi simili, quando vi si presentano delle opportunità, spero che queste parole vi siano d’aiuto. Perché la realtà è che se non facciamo niente, ci vorranno 75 anni, o che io compia quasi 100 anni, prima che le donne possano aspettarsi di essere pagate tanto quanto gli uomini per lo stesso lavoro. 15 milioni e mezzo di ragazze si sposeranno nei prossimi sedici anni e lo faranno da bambine. E con questi ritmi, non sarà prima del 2086, che tutte le ragazze della campagna africana potranno ricevere un’educazione di livello secondario.
Se credete nella parità, potreste essere uno di quei femministi involontari di cui ho parlato prima e per questo, mi complimento con voi. Stiamo facendo fatica a trovare una parola che ci unisca, ma la buona notizia è che abbiamo un movimento che ci unisce. Si chiama He For She. Vi invito a farvi avanti, a farvi vedere e a chiedervi: se non io, chi? Se non ora, quando?

Vi ringraziamo tantissimo.

mercoledì 23 luglio 2014

Idoli di ieri e di oggi

IDOLI DI IERI E DI OGGI
Il Corriere della Sera del 27 agosto 2003 pubblicava questo articolo di CARLO MARIA MARTINI. Articolo che possiamo riferire pienamente all’oggi

Torno da Gerusalemme avendo ancora negli orecchi il suono sinistro delle sirene della polizia e delle ambulanze dopo il terribile attentato di martedì 19 agosto. Ma ciò che sempre più ascolto dentro di me non è soltanto il dolore, lo sdegno, la riprovazione, che si estende a tutti gli atti di violenza, da qualunque parte provengano. È una parola più profonda e radicale, che abita nel cuore di ogni uomo e donna di questo mondo: non fabbricarti idoli!
Questa parola risuona nella Bibbia a partire dalle prime parole del Decalogo e la percorre tutta quanta, dalla Genesi all'Apocalisse.
È dunque un comandamento che tocca profondamente il cuore di ebrei e cristiani e segna un principio irrinunciabile di vita e di azione. Ed è un comandamento anche molto caro all'Islam, che ne fa uno dei pilastri della sua concezione religiosa: c'è un Dio solo, potente e misericordioso, e nulla è comparabile a lui.
Ma è anche un precetto segreto che risuona nel cuore di ogni persona umana: chi adora o serve in ogni modo un idolo ha una coscienza almeno vaga di voler usare la divinità o comunque un principio assoluto per i propri scopi, sente che sta strumentalizzando e sottoponendo ai propri interessi un sistema di valori a cui occorre invece rendere onore. Per questo chiunque adora un idolo intuisce che in qualche modo si degrada, sta facendo il proprio male e sta preparandosi a fare del male agli altri.
Ma non ci sono soltanto gli idoli visibili. Più radicati e potenti, duri a morire, sono gli idoli invisibili, quelli che rimangono anche quando sembra escluso ogni riferimento religioso. Tra essi vi sono gli idoli della violenza, della vendetta, del potere ( politico, militare, economico...) sentito come risorsa definitiva e ultima. E' l'idolo del volere stravincere in tutto, del non voler cedere in nulla, del non accettare nessuna di quelle soluzioni in cui ciascuno sia disposto a perdere qualche cosa in vista di un bene complessivo.
Questi idoli, anche se si presentano con le vesti rispettabili della giustizia e del diritto, sono in realtà assetati di sangue umano.
Essi hanno una duplice caratteristica: schiavizzano e accecano. Infatti, come dice tante volte la Bibbia, chi adora gli idoli diviene schiavo degli idoli, anche di quelli invisibili: non può più sottrarsi ad esempio alla spirale perversa della vendetta e della ritorsione. E chi è schiavo dell'idolo diventa cieco riguardo al
volto umano dell'altro. Ricordo la frase con cui alcuni giovani ex - terroristi degli anni '80 cercavano di descrivere come avessero potuto sparare e uccidere: non vedevamo più il volto degli altri.
Le violenze che si scatenano oggi in tante parti del mondo sono il segno che c'è un'adorazione di questi idoli e che essi ripagano con la loro moneta distruttrice chiunque renda loro omaggio. Chi ha fiducia solo nella violenza e nel potere prima o poi tende a eliminare e distruggere l'altro e alla fine distrugge se stesso. Già Paolo ammoniva: se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!. E ancora: Non vi fate illusioni: non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato (Lettera ai Galati 5,15 e 6,7).
Siamo nel vortice di una crisi di umanità che intacca il vincolo di solidarietà fra tutto quanto ha un volto umano. Nell'adorazione dell'idolo della potenza e del successo totale ad ogni costo è l'idea stessa di uomo, di umanità che viene offesa, è l'immagine stessa di Dio che viene sfigurata nell'immagine sfigurata
dell'uomo.
Ma proprio da questa situazione, dalla presa di coscienza di trovarsi in un tragico vicolo cieco di violenza - a cui ha fatto più volte allusione Giovanni Paolo II - può scaturire un grido di allarme salutare e urgente, più forte dell'idolatria del potere e della violenza. È un grido che si traduce concretamente nel proclamare che non vi sono alternative al dialogo e alla pace.
Di alternativo alla pace oggi vi è solo il terrore, comunque espresso. Quando la sola alternativa è il male assoluto, il dialogo non è solo una delle possibili vie di uscita, ma una necessità ineludibile. Per questo i leader di tutte le parti tra loro contrastanti debbono rischiare senza esitazioni il dialogo della pace.
Tutto ciò fa emergere ancora più chiaramente le responsabilità della comunità internazionale, quelle dell'Onu e quelle dell'Europa, quelle degli Stati Uniti, della Russia e dei paesi arabi. È necessario che tutti aiutino il processo di pace che si era appena iniziato, con una pressione forte e convinta a favore della Road Map e anche con la prontezza a fornire un sostegno politico e finanziario alle comunità che hanno il coraggio di rischiare la pace. Alla costruzione di muri di cemento e di pietra per dividere le parti
contrastanti è preferibile un ponte di uomini che, pur garantendo la sicurezza di entrambe le parti, consenta alle due comunità di comunicare e di intendersi sempre più sulle cose essenziali e su quelle quotidiane.
Certamente l'odio che si è accumulato è grande e grava sui cuori. Vi sono persone e gruppi che se ne nutrono come di un veleno che mentre tiene in vita insieme uccide. Per superare l'idolo dell'odio e della
violenza è molto importante imparare a guardare al dolore dell'altro. La memoria delle sofferenze accumulate in tanti anni alimenta l'odio quando essa è memoria soltanto di se stessi, quando è riferita esclusivamente a sé, al proprio gruppo, alla propria giusta causa. Se ciascun popolo guarderà solo al proprio dolore, allora prevarrà sempre la ragione del risentimento, della rappresaglia, della vendetta. Ma se la memoria del dolore sarà anche memoria della sofferenza dell'altro, dell'estraneo e persino del nemico, allora essa può rappresentare l'inizio di un processo di comprensione. Dare voce al dolore altrui è premessa di ogni futura politica di pace.
Non fabbricarti idoli: idolo è anche porre se stesso e i propri interessi al disopra di tutto, dimenticando l'altro, le sue sofferenze, i suoi problemi. Il superamento della schiavitù dell'idolo consiste nel mettere l'altro al centro, così da creare quella base di comprensione che permette di continuare il dialogo e le trattative.


Umilmente pongo a me e a chi legge questa domanda:
gli idoli che mettono in contrasto le nazioni
non si radicano anzitutto nel cuore di ciascuna/o di noi? 

lunedì 14 luglio 2014

Donne-vescovo in Gran Bretagna

Premetto che, anche se considero questa notizia storicamente rilevante, personalmente non esulto. Mi chiedo: dunque noi donne dobbiamo gloriarci di ricevere l’investitura che ci fa pari agli esseri umani maschi? Dove è la nostra diversità?
E’ cosa bella, buona e giusta utilizzare la differenza sessuale per rendere tutta l’umanità armonicamente migliore nel rispetto dell’identità e della  differenza di ciascuna/o.
[Accetto volentieri critiche alla mia opinione]

GB: CHIESA ANGLICANA VOTA A FAVORE DELLE DONNE VESCOVO


(ASCA) - Roma, 14 lug 2014 - La Chiesa anglicana di Inghilterra ha votato a favore dell'ordinamento di donne vescovo. Il pronunciamento e' giunto al termine dell'odierna riunione del Sinodo. La decisione, che capovolge un precedente pronunciamento del 2012, e' stata accolta dagli applausi dal Sinodo Generale della Chiesa di Inghilterra a York, dopo aver superato il voto nelle tre differenti camere della Chiesa anglicana. La Cemare dei vescovi ha votato con 37 a favore, due contrari e un astenuto, quella del clero con 162 voti a favore, 25 contrari e quattro astenuti, mentre la Camera dei laici ha visto 152 favorevoli, 45 contrari e cinque astenuti. ''Un grande giorno per la Chiesa e l'uguaglianza'': il primo ministro britannico David Cameron ha salutato cosi' l'approvazione dell'ordinamento delle donne vescovo da parte della Chiesa anglicana, sottolineando su Twitter la ''grande leadership'' dell'Arcivescovo di Canterbury, Justin Welby. int/

sabato 12 luglio 2014

"L'urlo di un uomo ombra"

Chi ha il terreno ben disposto ad accogliere il buon seme di cui parla il vangelo di questa domenica) può leggere proficuamente questa recensione.

Recensione di Grazia Paletta al libro dell’ergastolano Carmelo Musumeci:  L’urlo di un uomo ombra – Edizioni Smasher

[Se non si urla vuol dire che si acconsente”- Gesualdo Bufalino]

Loro stanno urlando.
voce non basta, le parole inefficienti, gli scritti dimenticati, le morti numerate.
Gli uomini ombra adesso hanno deciso di esasperare il suono che scaturisce dalle loro gole per manifestare il loro dissenso.
Carmelo è un uomo rinchiuso in carcere da 23 anni, di cui  5 anni di 41bis nell’Isola del Diavolo (Asinara) e ancora adesso, dopo essersi laureato e aver dimostrato in tutti i modi possibili di essere cambiato e di aver intrapreso un impeccabile percorso di rieducazione, mettendo il suo tempo e la sua energia a disposizione degli altri, come testimoniano le innumerevoli interviste e dialoghi con giovani e studenti o la pazienza che impiega nel seguire i casi di altri ristretti o lo scrivere le istanze per i compagni che chiedono il suo sostegno, dopo tutto questo Carmelo si trova ancora con un fine pena mai a sancire la NON fine del suo percorso punitivo e l’inutilità del suo evolversi come essere umano.
L’ergastolo ostativo è anticostituzionale dal momento che nega i principi della costituzione stessa, in particolare dell’art.27: La pena deve tendere alla rieducazione del condannato favorendo il suo reinserimento nella società”.
L’ergastolo ostativo rende lo Stato, e la società da esso rappresentata, l’esecutore di una vendetta senza fine, siamo fermi agli albori della storia, quando la legge dell’occhio per occhio dente per dente regolava i rapporti umani e proteggeva la comunità dai cattivi, nell’efferatezza delle esecuzioni punitive dei detentori del potere. E la storia la conosciamo tutti, ci sono state le “galere”, le impiccagioni, i linciaggi, le segrete, le catene e le torture.
E oggi, in questo nostro tempo di finta evoluzione, che vede la vendetta della collettività abbattersi su chi ha compiuto il male, in tal modo producendo a sua volta altro male, noi dormiamo i sonni tranquilli e illusori del cittadino giusto, sentendoci protetti dalla giustizia e ignorando che il male va affrontato e superato, non perpetuato con le vendette di Stato o negato con la segregazione eterna di chi un tempo l’ha compiuto.
     Una buona parte degli ergastolani ostativi sono effettivamente colpevoli, come essi stessi ammettono, e qui sarebbe opportuno addentrarsi nella conoscenza delle cause che li hanno resi criminali. Lo stesso Musumeci afferma: “Io sono nato colpevole” ed è improponibile negare che effettivamente il 100% di essi siano meridionali e molte volte cresciuti in un particolare ambiente sociale.  Ma ci sono state purtroppo delle vittime, ed è necessaria una restituzione morale ai famigliari delle stesse, una pena che eguagli la colpa. Gli amministratori di giustizia hanno inventato una pena infinita, quasi a voler uguagliare il dolore senza fine di chi ha perso per mano della violenza i propri cari. Ed ecco l’ergastolo ostativo, la pena di morte viva, che non ha neanche la valenza per rendersi palese con il proprio nome, a far sentire protetto e cullato dalla giustizia il nostro bel paese.

Ed ecco Carmelo Musumeci, un uomo ombra, uno degli oltre 1500 morti-vivi segregati nelle nostre patrie galere, a urlare la propria voglia di vivere in questo libro che eppure è intriso di morte.

Perché a differenza della altre opere dello scrittore, dove si respira la speranza, la sensibilità dell’animo di chi racconta, la fiducia riposta negli occhi e nel cuore di chi legge, nel “L’urlo di un uomo ombra” non c’è spazio per il buonismo, per il patteggiamento, sembra quasi che il tempo non lasci più tempo.
Tutti sappiamo che nelle nostre carceri le morti autoindotte si moltiplicano di anno in anno, e per i compagni di cella o di sezione non è facile ritrovare la propria serenità intramuraria dopo aver chiuso gli occhi al compagno, all’amico che non ce l’ha fatta e si è affidato alla forza di un lenzuolo divenuto corda, immortalato a cappio.
E Carmelo sente l’esigenza di esprimere il dolore di queste vite negate affinché la gente sappia, ascolti, veda, tra le ombre dei passi di chi non è né morto né vivo.
      Questa nuova opera dello scrittore Musumeci sembra non accontentarsi della magia del racconto, le metafore non bastano, così come non è sufficiente il racconto puramente giornalistico, il resoconto dei fatti o il puro assemblarsi delle emozioni nello scorrere di un tempo che si svuota di significato nel suo cristallizzarsi in un presente senza fine, essendo legalmente a loro negato il futuro.
Gli ergastolani sono inchiodati al loro passato, per sempre cattivi e colpevoli.
  
 In questo suo nuovo libro che si legge tutto d’un fiato e che poi sembra richiamare il lettore ad un approfondimento, ad una ulteriore lettura, perché allo scorrere dell’ultima pagina si ha la sensazione di essersi persi qualcosa e la si va a ricercare tornando a sfogliare le  pagine precedenti,  Carmelo ha saputo donare un nuovo significato al silenzio dominante sulle notti fra le sbarre, di cui l’unico suono a infrangere il ghiaccio delle luci spente è il rumore del metallo delle porte blindate.
La speranza di essere ascoltato dà il senso di questo assolo atemporale e con essa la certezza che l’urlo di un uomo compiuto in un tempo infinito possa richiamare una nuova consapevolezza civile, capace di sradicare il dolore dell’ingiustizia.

E Carmelo urla e urla ancora, e conduce per mano chi accoglie la pregnanza del suo sguardo e la bellezza della sua voce espressa in pagine che toccano la maestosità della pura poesia, sa accompagnare il lettore lungo i corridoi del carcere, là dove realtà e fantasia talvolta si confondono, nello svolgersi di quotidianità senza raggi di sole a far brillare gli sguardi.

Pagine di racconti, ora totalmente frutto della sua fervida fantasia attraverso la quale si porge la crudezza della realtà su di un piatto d’argento, si alternano a pagine di diario, dove l’autore registra il suo pensiero momento per momento, le sue considerazioni di uomo ombra, vittima della sua stessa colpa in un passato divenuto eterno, e tuttavia cementato nel suo presente, impedito ad avere un futuro.
Carmelo sa intingere la trama narrativa delle storie nel profondo intento comunicativo e risulta chiaro il suo messaggio subliminale, intriso di una saggezza strappata alla vita con i denti: anche l’uomo peggiore può avere un cuore.
Ed ecco La belva della cella 154, ispirato ad una storia vera, che vede questo cattivo per sempre, crudo e irraggiungibile dai sentimenti umani, inchiodato alla solitudine, che si affeziona ad un gatto, suo unico compagno di vita.
Oppure l’efferato killer Roberto Pappalardo e il suo inestinguibile desiderio di amare e di essere riamato, ad intessere una vera e propria relazione con una donna inesistente, quasi a dimostrare che anche nell’essere peggiore è possibile ritrovare l’istinto al sentimento primario, l’amore, unico richiamo ancestrale al quale neanche il criminale più spietato può sottrarsi.
Anche perché nasciamo da un atto d’amore, non certo di cattiveria e tutte le creature ne sono figlie e possono ritrovarlo nel loro DNA, se lo vogliono.
O se qualcuno crede in loro.
Tuttavia in questo libro, al di là dei personaggi scaturiti dalla fantasia del nostro autore e in diversa misura attinenti alla realtà, c’è un unico vero protagonista che si affaccia instancabile ad ogni pagina di diario o ad ogni svolgersi di racconto.
La morte.
Quasi ad invocarla l’uomo ombra non ha più paura di nulla, perché non ha più niente da perdere, tutto ormai gli è stato negato.
Tutto, tranne la sua capacità di essere libero.
E Carmelo Musumeci lo sa bene perché lui è un uomo profondamente libero, a dispetto dei muri che si ergono armati attorno a lui, e non ha timore di parlare con essa.

La libertà incomincia dove finisce la paura”, poche parole per una profonda saggezza intrisa di verità e dall’immensità di questa sua bellissima frase è nato il mio amore per lui e per tutti coloro che come lui sanno vincere la morte, pur essendo seppelliti vivi.

Carmelo non ha più paura, niente lo può fermare od ostacolare, perché la battaglia contro i suoi demoni l’ha combattuta e vinta tante volte, e ancora talvolta è lì a combatterla, ma ora con le armi fiammeggianti dello schiavo liberato, che le impugna con la forza di chi tutto osa per sublimare la vita, in onore dei propri sogni e della propria immensa capacità di amare.

mercoledì 9 luglio 2014

L'inchino della Madonna al boss!!

Da: Gennaro Ciliberto via Change.org [mail@change.org]
A Oppido Mamertina (Reggio Calabria) per mezzo minuto il carro votivo ha stazionato sotto l'abitazione di Peppe Mazzagatti, boss della 'ndrangheta condannato all'ergastolo. (Giusto 15 giorni fa il Papa aveva scomunicato tutti i mafiosi.)
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Ciao Ausilia,
Grazie per aver firmato la mia petizione, "Allontanare Don Benedetto Rustico dalla chiesa di Oppido Mamertina."
Puoi aiutare a vincere questa campagna chiedendo ai tuoi amici di firmare anche loro? È facile condividere con i tuoi amici su Facebook - clicca qui per condividere la petizione su Facebook.

Ecco un esempio di e.mail che puoi inoltrare ai tuoi amici.
Grazie ancora -- insieme stiamo creando il cambiamento,
Gennaro Ciliberto

Messaggio da inoltrare ai tuoi amici:

Ciao!
Ho appena firmato la petizione "Allontanare Don Benedetto Rustico dalla chiesa di Oppido Mamertina" su Change.org.
È importante. Puoi firmarla anche tu? Qui c'è il link:
http://www.change.org/it/petizioni/allontanare-don-benedetto-rustico-dalla-chiesa-di-oppido-mamertina?recruiter=76254295&utm_campaign=signature_receipt&utm_medium=email&utm_source=share_petition
Grazie! Ausilia