lunedì 24 novembre 2014

Una giovane artista

Do spazio ad una giovane artista per la presentazione del suo blog
ifollettidiboscofatato.blogspot.it/ 

Il mio blog I Folletti di Bosco Fatato (clicca sul nome per accedere), è una vetrina di articoli fantasy ispirati al mondo delle fiabe, del fantastico ed al mondo naturale.
Vi sono folletti, elfi e creature fantastiche  scolpite in pasta polimerica cotta in forno, dipinte e abbigliate, montate su strutture metalliche  imbottite che permettono il cambio di posa e di movimento realizzate interamente a mano. 
Ogni creatura è unica (ooak significa one of a kind).
Nel blog è presente una pagina, Creature ooak, dove è illustrata la realizzazione di queste figure. Ogni personaggio possiede carattere e qualità particolari, proprio come avviene nelle fiabe e "dona" a chi le adotta una serie di qualità o capacità specifiche.
Oltre alle sculture, ci sono gioielli particolari (pagina Gioielli e amuleti ) ispirati al mondo naturale, ai colori del bosco in autunno, a personaggi mitici ed incantati, ad elementi quali la terra e l'acqua.
Ci sono poi ciondoli per bambine ispirate al mondo fiabesco ed alle principesse (pagina regalini per bambine), piccole fatine fiorite realizzate a mano in pasta polimerica (pagina bomboniere e idee regalo), ciondoli in forma di drago fatato ed altri piccoli oggetti da indossare (pagine Draghi fatati e Stregosità).

mercoledì 19 novembre 2014

Sabato 22 Novembre 2014 

ore 10.00 e 21.00 a Milano,

presso il Nuovo Teatro Ariberto, Via Daniele Crespi 9 (MM2, fermata Piazza S. Agostino)


debutta lo spettacolo "Undici ore d'amore di un uomo ombra",


messo in scena dalla Compagnia Karakorumhttp://www.karakorumteatro.it/)

 Liberamente tratto dall'omonimo libro di Carmelo Musumeci  (www.carmelomusumeci.com)

Ingresso libero fino a esaurimento posti.


martedì 11 novembre 2014

Nel sito NOIDONNE
un articolo. NOIUOMINI
"Favoloso" Leopardi: le parole, il corpo e gli stereotipi

"...dimensione della dolcezza delle parole, del loro ritmo, della loro musicalità,..."
inserito da Gianguido Palumbo Pagi


“Il Giovane Favoloso” del regista Martone: in una presentazione del suo ultimo bel film su Leopardi, il regista napoletano ha proposto un inedito e provocatorio paragone sostenendo che appunto Leopardi potrebbe essere considerato il Pasolini dell’Ottocento italiano ed europeo. Proverò a scrivere di questo film in questo terzo articolo per riflettere sulla figura maschile di Leopardi come Martone e Germano ce l’hanno riproposta.
Mi sembra opportuno e coerente in questa rubrica analizzare la figura di un personaggio italiano così famoso quanto banalizzato e stereotipato nelle nostre coscienze: il regista e l’interprete del film sono riusciti a farci superare proprio quello stereotipo re-interpretando Leopardi come uomo giovane e come intellettuale e scrittore dalle doti davvero stra-ordinarie. E penso soprattutto all’influenza che spero stia avendo su migliaia di ragazzi la proiezione del film in centinaia di Scuole Superiori italiane che lo hanno richiesto.
Ritorno alla questione della fisicità che ho proposto nell’articolo precedente dedicato a Pasolini. Nel film di Martone-Germano, la malattia ed il progressivo deterioramento del corpo di Leopardi diventano quasi un veicolo di forza, di “disperata vitalità” reattiva da parte di un ragazzo, di un ventenne, venticinquenne e poi viva via fino alla morte poco più che quarantenne. La grande cultura accumulata, digerita e rielaborata, la sensibilità umana e poetica, la voglia di vivere, di uscire dal guscio paterno della grande casa, il bisogno di viaggiare e scoprire, come sono rappresentati nel film, ci propongono un Leopardi giovane uomo non bello ma assolutamente vitale e a suo modo molto forte in un particolarissimo abbinamento della forza con la dolcezza. E qui sta il punto che mi sembra ancora oggi di grande stimolo per noi, per noi uomini del 2014, di qualsiasi età.
Leopardi (almeno come raccontato e reinterpretato nel film) era un uomo in cui una mente eccelsa in un corpo malato esprimevano al contempo valori che difficilmente riusciamo a vivere in noi : intelligenza, sensibilità, forza, dolcezza.
Non sono certo uno studioso di Leopardi da poter permettermi una vera e propria analisi di un personaggio così complesso in poche righe ma rileggendo (a casa, subito dopo la visione del film) alcune sue pagine, prose e poesie, ho creduto di scoprire proprio questa dimensione della dolcezza delle parole, del loro ritmo, della loro musicalità, che arricchiva la bellezza e la forza dei “contenuti”, dei pensieri, delle emozioni espresse in quelle parole. E non si trattava solamente del più famoso verso finale dell’Infinito “e naufragàr m’è dolce in questo mare”. Non sempre la malinconia di una persona e di un poeta o di un artista sono “dolci” e non sempre la “dolcezza” è un valore umano: credo dipenda dall’abbinamento con altre dimensioni della personalità, soprattutto se maschile.

Provo a immedesimarmi in uno di quei ragazzi diciottenni che in tutta Italia stanno vedendo il film rimanendone stupiti : Leopardi che si sdraia sul prato e quasi contorcendosi ammira il cielo e gli alberi eppur sorride e sogna ? Leopardi che cerca di scappare di casa eccitato dal desiderio di libertà ? Leopardi che urla in faccia al padre ed allo zio che quella casa è una gabbia insopportabile ? Leopardi che trema d’amore e solo dopo scrive versi dolcissimi ? Leopardi che reagisce con forza e con orgoglio davanti a colleghi scrittori e intellettuali chiedendo rispetto per le sue idee e non per la sua malformazione ? Leopardi giovane uomo, maschio, pieno di desideri e non solo di pensieri ? Lo stupore probabilmente si trasforma in immedesimazione, in riflesso di una identità multipla, contraddittoria, molto più ricca e varia dello stereotipo innocuo, inutile, insignificante, di un ormai lontano Grande Poeta dell’Ottocento Italiano. Ed infine era sempre lo stesso Leopardi anche quello che, da grande intellettuale moderno e non solo poeta, proponeva una Lode al Dubbio (130 anni prima di Bertold Breckt ) in un passo del suo Zibaldone firmato 1821 : “La nostra ragione, non può assolutamente trovare il vero se non dubitando; ch’ella si allontana dal vero ogni volta che giudica con certezza; e che non solo il dubbio giova a scoprire il vero ma il vero consiste essenzialmente nel dubbio, e chi dubita, sa, e sa il più che si possa sapere”.

sabato 1 novembre 2014

Famiglia Cristiana RACCONTA

[l’evidenziazione in questo colore è aggiunta mia; le altre, in rosso, sono mie semplici evidenziazioni]

1) FRANCESCO CHIUDE I LAVORI, IL TESTO INTEGRALE
19/10/2014

Eminenze, Beatitudini, Eccellenze, fratelli e sorelle,  [come sarebbe bello includere tra i fratelli e le sorelle le  Eminenze, Beatitudini, Eccellenze! Sarebbe una bella lezione per i titoli laici come l’infausto epiteto Onorevoli che sarebbe da esorcizzare con Totò: Ma mi faccia il piacere!]
Con un cuore pieno di riconoscenza e di gratitudine vorrei ringraziare, assieme a voi, il Signore che ci ha accompagnato e ci ha guidato nei giorni passati, con la luce dello Spirito Santo!
Ringrazio di cuore il signor cardinale Lorenzo Baldisseri, Segretario Generale del Sinodo, S.E. Mons. Fabio Fabene, Sotto-segretario, e con loro ringrazio il Relatore il cardinale Péter Erd , che ha lavorato tanto anche nei giorni del lutto familiare, e il Segretario Speciale S.E. Mons. Bruno Forte, i tre Presidenti delegati, gli scrittori, i consultori, i traduttori e gli anonimi, tutti coloro che hanno lavorato con vera fedeltà dietro le quinte e totale dedizione alla Chiesa e senza sosta: grazie tante!
Ringrazio ugualmente tutti voi, cari Padri Sinodali, Delegati Fraterni, Uditori, Uditrici e Assessori per la vostra partecipazione attiva e fruttuosa. Vi porterò nella preghiera, chiedendo al Signore di ricompensarvi con l'abbondanza dei Suoi doni di grazia!
Potrei dire serenamente che - con uno spirito di collegialità e di sinodalità - abbiamo vissuto davvero un'esperienza di "Sinodo", un percorso solidale, un "cammino insieme".
Ed essendo stato "un cammino" - e come ogni cammino ci sono stati dei momenti di corsa veloce, quasi a voler vincere il tempo e raggiungere al più presto la meta; altri momenti di affaticamento, quasi a voler dire basta; altri momenti di entusiasmo e di ardore. Ci sono stati momenti di profonda consolazione ascoltando la testimonianza dei pastori veri (cf. Gv 10 e Cann. 375, 386, 387) che portano nel cuore saggiamente le gioie e le lacrime dei loro fedeli. Momenti di consolazione e grazia e di conforto ascoltando e testimonianze delle famiglie che hanno partecipato al Sinodo e hanno condiviso con noi la bellezza e la gioia della loro vita matrimoniale. Un cammino dove il più forte si è sentito in dovere di aiutare il meno forte, dove il più esperto si è prestato a servire gli altri, anche attraverso i confronti. E poiché essendo un cammino di uomini, con le consolazioni ci sono stati anche altri momenti di desolazione, di tensione e di tentazioni, delle quali si potrebbe menzionare qualche possibilità:
- una: la tentazione dell'irrigidimento ostile, cioè il voler chiudersi dentro lo scritto (la lettera) e non lasciarsi sorprendere da Dio, dal Dio delle sorprese (lo spirito); dentro la legge, dentro la certezza di ciò che conosciamo e non di ciò che dobbiamo ancora imparare e raggiungere. Dal tempo di Gesù, è la tentazione degli zelanti, degli scrupolosi, dei premurosi e dei cosiddetti - oggi- "tradizionalisti" e anche degli intellettualisti.
- La tentazione del buonismo distruttivo, che a nome di una misericordia ingannatrice fascia le ferite senza prima curarle e medicarle; che tratta i sintomi e non le cause e le radici. È la tentazione dei "buonisti", dei timorosi e anche dei cosiddetti "progressisti e liberalisti".
- La tentazione di trasformare la pietra in pane per rompere un digiuno lungo, pesante e dolente (cf. Lc 4,1-4) e anche di trasformare il pane in pietra e scagliarla contro i peccatori, i deboli e i malati (cf. Gv 8,7) cioè di trasformarlo in "fardelli insopportabili" (Lc 10, 27).
- La tentazione di scendere dalla croce, per accontentare la gente, e non rimanerci, per compiere la volontà del Padre; di piegarsi allo spirito mondano invece di purificarlo e piegarlo allo Spirito di Dio.
- La tentazione di trascurare il "depositum fidei", considerandosi non custodi ma proprietari e padroni o, dall'altra parte, la tentazione di trascurare la realtà utilizzando una lingua minuziosa e un linguaggio di levigatura per dire tante cose e non dire niente! Li chiamavano "bizantinismi", credo, queste cose...
Cari fratelli e sorelle, le tentazioni non ci devono né spaventare né sconcertare e nemmeno scoraggiare, perché nessun discepolo è più grande del suo maestro; quindi se Gesù è stato tentato - e addirittura chiamato Beelzebul (cf. Mt 12, 24) - i suoi discepoli non devono attendersi un trattamento migliore.
Personalmente mi sarei molto preoccupato e rattristato se non ci fossero state queste tentazioni e queste animate discussioni; questo movimento degli spiriti, come lo chiamava Sant'Ignazio (EE, 6) se tutti fossero stati d'accordo o taciturni in una falsa e quietista pace. Invece ho visto e ho ascoltato - con gioia e riconoscenza - discorsi e interventi pieni di fede, di zelo pastorale e dottrinale, di saggezza, di franchezza, di coraggio e di parresia. E ho sentito che è stato messo davanti ai propri occhi il bene della Chiesa, delle famiglie e la "suprema lex"la "salus animarum" (cf. Can. 1752). E questo sempre - lo abbiamo detto qui, in Aula - senza mettere mai in discussione le verità fondamentali del Sacramento del Matrimonio: l'indissolubilità, l'unità, la fedeltà e la procreatività, ossia l'apertura alla vita (cf. Cann. 1055, 1056 e Gaudium et Spes, 48).
E questa è la Chiesa, la vigna del Signore, la Madre fertile e la Maestra premurosa, che non ha paura di rimboccarsi le maniche per versare l’olio e il vino sulle ferite degli uomini (cf. Lc 10, 25-37); che non guarda l’umanità da un castello di vetro per giudicare o classificare le persone. Questa è la Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica e composta da peccatori, bisognosi della Sua misericordia. Questa è la Chiesa, la vera sposa di Cristo, che cerca di essere fedele al suo Sposo e alla sua dottrina. È la Chiesa che non ha paura di mangiare e di bere con le prostitute e i pubblicani (cf. Lc 15). La Chiesa che ha le porte spalancate per ricevere i bisognosi, i pentiti e non solo i giusti o coloro che credono di essere perfetti! La Chiesa che non si vergogna del fratello caduto e non fa finta di non vederlo, anzi si sente coinvolta e quasi obbligata a rialzarlo e a incoraggiarlo a riprendere il cammino e lo accompagna verso l'incontro definitivo, con il suo Sposo, nella Gerusalemme Celeste.
Questa è la Chiesa, la nostra madre! E quando la Chiesa, nella varietà dei suoi carismi, si esprime in comunione, non può sbagliare: è la bellezza e la forza del sensus fidei, di quel senso soprannaturale della fede, che viene donato dallo Spirito Santo affinché, insieme, possiamo tutti entrare nel cuore del Vangelo e imparare a seguire Gesù nella nostra vita, e questo non deve essere visto come motivo di confusione e di disagio.
Tanti commentatori, o gente che parla, hanno immaginato di vedere una Chiesa in litigio dove una parte è contro l'altra, dubitando perfino dello Spirito Santo, il vero promotore e garante dell'unità e dell'armonia nella Chiesa. Lo Spirito Santo che lungo la storia ha sempre condotto la barca, attraverso i suoi Ministri, anche quando il mare era contrario e mosso e i ministri infedeli e peccatori.
E, come ho osato di dirvi all'inizio, era necessario vivere tutto questo con tranquillità, con pace interiore anche perché il Sinodo si svolge cum Petro et sub Petro, e la presenza del Papa è garanzia per tutti.
Parliamo un po’ del Papa, adesso, in rapporto con i vescovi... Dunque, il compito del Papa è quello di garantire l’unità della Chiesa; è quello di ricordare ai pastori che il loro primo dovere è nutrire il gregge - nutrire il gregge - che il Signore ha loro affidato e di cercare di accogliere - con paternità e misericordia e senza false paure - le pecorelle smarrite. Ho sbagliato, qui. Ho detto accogliere: andare a trovarle.
Il suo compito è di ricordare a tutti che l'autorità nella Chiesa è servizio (cf. Mc 9, 33-35) come ha spiegato con chiarezza Papa Benedetto XVI, con parole che cito testualmente: «La Chiesa è chiamata e si impegna ad esercitare questo tipo di autorità che è servizio, e la esercita non a titolo proprio, ma nel nome di Gesù Cristo ... attraverso i Pastori della Chiesa, infatti, Cristo pasce il suo gregge: è Lui che lo guida, lo protegge, lo corregge, perché lo ama profondamente. Ma il Signore Gesù, Pastore supremo delle nostre anime, ha voluto che il Collegio Apostolico, oggi i Vescovi, in comunione con il Successore di Pietro ... partecipassero a questa sua missione di prendersi cura del Popolo di Dio, di essere educatori nella fede, orientando, animando e sostenendo la comunità cristiana, o, come dice il Concilio, "curando, soprattutto che i singoli fedeli siano guidati nello Spirito Santo a vivere secondo il Vangelo la loro propria vocazione, a praticare una carità sincera ed operosa e ad esercitare quella libertà con cui Cristo ci ha liberati" (Presbyterorum Ordinis, 6) ... è attraverso di noi - continua Papa Benedetto - che il Signore raggiunge le anime, le istruisce, le custodisce, le guida. Sant'Agostino, nel suo Commento al Vangelo di San Giovanni, dice: "Sia dunque impegno d'amore pascere il gregge del Signore" (123,5); questa è la suprema norma di condotta dei ministri di Dio, un amore incondizionato, come quello del Buon Pastore, pieno di gioia, aperto a tutti, attento ai vicini e premuroso verso i lontani (cf. S. Agostino, Discorso 340, 1; Discorso 46, 15), delicato verso i più deboli, i piccoli, i semplici, i peccatori, per manifestare l'infinita misericordia di Dio con le parole rassicuranti della speranza (cf. Id., Lettera 95, 1)» (Benedetto XVI, Udienza Generale, Mercoledì, 26 maggio 2010).
Quindi, la Chiesa è di Cristo - è la Sua Sposa - e tutti i vescovi, in comunione con il Successore di Pietro, hanno il compito e il dovere di custodirla e di servirla, non come padroni ma come servitori. Il Papa, in questo contesto, non è il signore supremo ma piuttosto il supremo servitore - il "servus servorum Dei"; il garante dell'ubbidienza e della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, al Vangelo di Cristo e alla Tradizione della Chiesa, mettendo da parte ogni arbitrio personale, pur essendo - per volontà di Cristo stesso - il "Pastore e Dottore supremo di tutti i fedeli" (Can. 749) e pur godendo "della potestà ordinaria che è suprema, piena, immediata e universale nella Chiesa" (cf. Cann. 331-334).
Cari fratelli e sorelle, ora abbiamo ancora un anno per maturare, con vero discernimento spirituale, le idee proposte e trovare soluzioni concrete a tante difficoltà e innumerevoli sfide che le famiglie devono affrontare; a dare risposte ai tanti scoraggiamenti che circondano e soffocano le famiglie.
Un anno per lavorare sulla "Relatio synodi" che è il riassunto fedele e chiaro di tutto quello che è stato detto e discusso in questa aula e nei circoli minori. E viene presentato alle Conferenze episcopali come "Lineamenta".
Il Signore ci accompagni, ci guidi in questo percorso a gloria del Suo nome con l'intercessione della Beata Vergine Maria e di San Giuseppe! E per favore non dimenticate di pregare per me!

2) RISPOSATI E GAY, MONSIGNOR MOGAVERO:  IO STO CON PAPA FRANCESCO 
22/10/2014
Il Sinodo dei Vescovi ha immesso un provvidenziale fermento nell’opinione pubblica, cattolica e non. E ciò per almeno due ragioni: per il tema trattato (Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione) e per le risonanze mediatiche che ha suscitato. Il tema non riguardava i punti fermi della dottrina e del magistero sul matrimonio e la famiglia, ma le sfide, appunto, che al matrimonio e alla famiglia pongono la persona e il nostro tempo. Pertanto, chi ha contestato la mancata riaffermazione dell’indissolubilità del matrimonio a quanti si sono soffermati sull’analisi delle diversificate complesse realtà esistenziali, non ha centrato il bersaglio; questi fondamenti, infatti, non erano e non sono messi in discussione. 

Quanto ai media, spiace osservare che hanno impoverito e radicalizzato il confronto libero e chiaro, riducendo la riflessione, avviata con la consultazione delle Chiese locali attraverso il questionario diffuso lo scorso anno, al dilemma secco: comunione ai divorziati risposati, sì o no? Da ciò ne è seguito un certo disorientamento in talune realtà ecclesiali, come se la riflessione sulle criticità della famiglia e sulle unioni civili e omosessuali minasse i principi dottrinali. In aggiunta, alcuni ambienti culturali hanno ostentato un attaccamento al magistero di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI per delegittimare, o almeno indebolire Papa Francesco, del quale si è tentato, perfino, di invalidare l’elezione. 
In questo stato di cose, sottolineare il clima nuovo che ha caratterizzato questo Sinodo e l’appello all’accoglienza, al rispetto, alla misericordia e alla tenerezza è stato bollato come ipocrisia e come attentato ai valori del matrimonio e della famiglia. Perché? E chi sarebbero i difensori del matrimonio e della famiglia, forse quelli che con toni sguaiati e con atteggiamenti aggressivi si scagliano contro chi non la pensa come loro? In ogni caso, io sto con papa Francesco, preferendo la sintonia con lui al consenso di quanti - devoti e non - hanno paura del nuovo.

sabato 25 ottobre 2014

La chiesa e la famiglia

di J.M. Castillo su LA CHIESA E LA FAMIGLIA

Che cosa vuole risolvere la chiesa in riferimento ai problemi che maggiormente preoccupano la famiglia in questo momento?
Come è logico, la prima cosa che attira l'attenzione – e che risulta difficile spiegare – è che i problemi trattati al Sinodo non sono quelli che maggiormente interessano e preoccupano la grande maggioranza delle famiglie nel mondo.
L'angoscioso problema della casa, il problema di una paga giornaliera o di uno stipendio con cui arrivare degnamente alla fine del mese, il problema della salute e della sicurezza sociale, quello dell'istruzione dei figli.
O, almeno, questi argomenti così gravi e che angosciano la gente non sono stati – a quanto ci risulta – problemi centrali all'ordine del giorno di nessuna delle commissioni o sessioni del Sinodo.
Questo dà motivo di pensare o magari sospettare – almeno in linea di principio – che quelli che hanno preparato e organizzato i lavori del Sinodo sono persone che possono dare l'impressione di essere più preoccupati per i dogmi cattolici e per la morale predicata dal clero che per le sofferenze e umiliazioni che stanno sopportando molte famiglie, anche più di quante immaginiamo.
Non è necessario essere né saggi né santi per rendersi conto di questo, per farsi logicamente la domanda che ho appena posto. E che nessuno mi dica che gli argomenti che ho appena indicato sono problemi che devono essere risolti dagli economisti e dai politici.
Anche nell'ipotesi che quello che ho detto è un argomento che riguarda direttamente l'economia e la politica, ci devono pensare però solo gli economisti e i politici? Ed allora? La sofferenza, la dignità, la sicurezza e i diritti della gente, i diritti fondamentali delle famiglie, non ci devono interessare, né possiamo o dobbiamo far nulla?
Questa è la prima grande questione che, a mio modesto parere, dovrebbe interessare soprattutto, e prima di qualsiasi altra cosa, la Chiesa, e soprattutto i suoi capi. Lo dico per tempo, quando ancora abbiamo un anno davanti a noi per giungere alle conclusioni del Sinodo.
Però, arrivando ai problemi che il Sinodo ha trattato, la mia domanda è la seguente: alla gerarchia della Chiesa, che cosa maggiormente le interessa o la preoccupa? Gente che “si ama”? O gente che “si sottomette”?
Confesso che queste domande mi sono venute in mente pensando e ricordando quello che io stesso sto vivendo nel mondo ecclesiastico da più di 60 anni, vale a dire, da quando sono coinvolto in ambienti clericali.
Tanto in Spagna che fuori dalla Spagna, quello che ho percepito negli ambienti di Chiesa è che i problemi dell'economia e i temi sociali di solito non preoccupano troppo. Perché normalmente tali problemi (nelle istituzioni ecclesiastiche) sono risolti.
Mentre i temi legati all'ortodossia dogmatica (sottomissione alla gerarchia) e al sesso (osservanza della morale), non solo sono di solito molto preoccupanti, ma con frequenza risultano quasi ossessivi o sfioranti l'ossessione.
La conseguenza, che di solito deriva da questo stato di cose e che la gente nota molto, è davanti agli occhi di tutti: i vescovi non sono soliti parlare (o si limitano ad allusioni generiche) della corruzione politica e delle sue conseguenze, mentre quegli stessi vescovi sono soliti levare alte grida al cielo se la questione posta è il problema dei matrimoni tra persone omosessuali o, in generale, problemi legati al sesso.
Ecco, per fare un esempio, vediamo la differenza di trattamento che ricevono, in tanti confessionali, i capitalisti e i banchieri oppure i gay e le lesbiche.
Tutto questo ci porta – a mio parere - ad una domanda molto più radicale: perché le religioni affrontano in maniera tanto diversa i problemi legati alla “proprietà dei beni” e i problemi che si riferiscono alle “relazioni affettive tra le persone”?
Dal punto di vista della sociologia, uno degli specialisti più riconosciuti in questa materia, Anthony Giddens, ha scritto: “La famiglia tradizionale era soprattutto un’unità economica. L’attività agricola normalmente coinvolgeva tutto il gruppo familiare, mentre fra benestanti e l’aristocrazia la trasmissione della proprietà era la base principale del matrimonio. Nell’Europa medievale, il matrimonio non era contratto sulla base dell’attrazione amorosa, e nemmeno era considerato il luogo dove tale attrazione dovesse sbocciare (Un mundo desbocado, pp. 67-68. [trad. it., Il mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna la nostra vita, Il Mulino, Bologna 2000]).
In realtà, “la proprietà dei beni” (e non “l'affetto tra le persone”), come fattore determinante della famiglia tradizionale, viene da più lontano e trae la sua origine in un'altra fonte: il diritto.
Come si sa, la famiglia era l'unità che interessava al primo diritto romano. Quel diritto non si occupava di ciò che succedeva dentro la famiglia. Le relazioni tra i suoi membri erano una questione privata, nella quale la comunità non interveniva.
La famiglia era rappresentata dal suo capo, il paterfamilias, nel quale si concentrava tutta la proprietà familiare. E tutti i suoi discendenti, in linea paterna stavano sotto il suo controllo. Nessun figlio poteva sfuggire al suo potere.
Più ancora, un figlio non smetteva di restare sotto il potere del padre fino a che non fosse diventato adulto e, fino a che non morisse il padre, non poteva neanche avere proprie proprietà. Conseguentemente, tutta la proprietà familiare si manteneva unita e le risorse della famiglia, come un tutto, si rafforzavano (Peter G. Stein, El Derecho romano en la historia de Europa, pp. 7-8 [trad. it., Il diritto romano nella storia europea, Cortina Raffaello, Milano 2001]).
L’aspetto notevole è che la Chiesa ha fatto pienamente suo questo diritto. In maniera tale che, per esempio, il concilio di Siviglia, dell’anno 619, definisce il diritto romano come lex mundialis, cioè la legge per antonomasia alla quale dovrebbero sottomettersi tutti i popoli (cf. E. Cortese, Le Grandi Linee della Storia Giuridica Medievale, Il Cigno GG Edizioni, Roma 2000, p. 48).
Ebbene, in questo contesto di idee e di leggi risulta comprensibile e logico che la Chiesa, man mano che si andava adattando alla cultura e al diritto ereditato dall'Impero romano, ugualmente assumeva e integrava nella sua vita e nel suo sistema organizzativo quello che era comune alle altre religioni.
Mi riferisco a quello che, con ragione, ha detto uno dei più riconosciuti specialisti in materia: “La religione è generalmente accettata come un sistema di ranghi, che implica dipendenza, sottomissione e subordinazione a superiori invisibili” (Walter Burkert, La creación de lo sagrado, p. 146 [trad. it., La creazione del sacro. Orme biologiche nell'esperienza religiosa, Adelphi, Milano 2003]).
Ecco perché le teologie e i rituali delle religioni, se in qualcosa insistono e in qualcosa sono simili le une alle altre, è proprio per quanto riguarda la “sottomissione”. E risulta che, per quanto riguarda concretamente questa sottomissione, i rituali che la creano, la fomentano e la mantengono, “non sono limitati da una religione particolare, ma si trovano in tutto il pianeta, e si può dimostrare che alcuni sono preumani” (op. cit., p. 156).
La sottomissione, a partire dalle società preumane, si esprime creando l'impressione che uno produce inchinandosi, inginocchiandosi, stendendosi a terra, strisciando, insomma tutto quello che “non ingrandisce”. Ed è dimostrato che i rituali religiosi coincidono tutti in questo (K. Lorenz, On Aggression, Nueva York, 1963, pg. 259-264 [trad. it., L’aggressività, Il Saggiatore, Milano 2008]; I. Eibl-Eibesfeldt, Liebe und Hass: Zur Naturgeschichte elementarer Verhaltensweisen, Munich, 1970, pp. 199 ss [trad. it., Amore e odio. Per una storia naturale dei comportamenti elementari, Adelphi, Milano 1996]).
Ebbene, la cosa più sorprendente, in tutta questa problematica, è paragonare questi supposti elementi base della famiglia e della religione con quanto raccontano i vangeli che diverse volte fanno riferimento tanto alla famiglia quanto alla religione. Sappiamo, infatti, che Gesù, sia per quanto si riferisce alla famiglia sia per quanto riguarda la religione, ha assunto pubblicamente e senza ambiguità un atteggiamento sommamente critico. Mi spiego.
Per quanto riguarda la religione, i vangeli ci informano degli scontri e dei conflitti costanti e crescenti avuti da Gesù con i dirigenti religiosi e i loro rituali. A questo si riferiscono gli scontri con gli scribi e i farisei, con i sommi sacerdoti e gli anziani, persino con lo stesso tempio di Gerusalemme.
Fino a giungere all’arresto da parte delle autorità religiose, al processo, alla condanna e all'esecuzione violenta nel tormento dei crocifissi, i lestái (Mc 15,27: Mt 27,38), vale a dire, non semplici ladroni, ma i ribelli politici, come spiega Flavio Giuseppe (H. W. Kuhn: TRE vol. 19,717).
Gesù è stato l'uomo più profondamente religioso che possiamo immaginare. Ma la religione di Gesù è stata spostata dal modello stabilito: la sua religione (come il Dio che rappresentava) non è stata centrata nel “sacro”, ma nell' “umano”.
Questo è centrale per comprendere il vangelo e tuttavia non è centrale per comprendere la teologia cristiana. E non è neanche al centro della vita della Chiesa.
Per quello che si riferisce alla famiglia, è certo che le relazioni di Gesù con la sua famiglia furono tese e complicate: i suoi parenti lo presero per pazzo (Mc 3,21) e non credevano in lui, lo disprezzavano perfino (Mc 6, 1-6; cf Gv 7,5).
D'altra parte, la prima cosa che Gesù chiedeva a coloro che volevano seguirlo, era di abbandonare la propria famiglia (Mt 8,18-22; Lc 9, 57-62). E quando un giorno gli dissero che lo cercavano sua madre e i suoi fratelli, la risposta di Gesù fu di dire che sua madre e i suoi fratelli sono quelli che ascoltano e mettono in pratica ciò che vuole Dio (Mc 3,31-35; Mt 12, 46-50; Lc 8, 19-21).
Ma Gesù, per quanto si riferisce alle relazioni con la famiglia, andò oltre. Perché osò dire che non era venuto a portare la pace, ma la spada, divisione e conflitto, in particolare tra i membri della propria famiglia (Mt 10, 34-42; Lc 12, 51-53; 14, 26-27).
Anzi, Gesù arrivò a toccare l'intoccabile di quel modello di famiglia: “Non chiamate 'padre' nessuno sulla terra” (Mt 23,9). Una proibizione così forte, in quella cultura, che arrivò a smontare l'asse stesso di quel modello di relazioni familiari. I grandi, gli importanti, non sono i “padri” ed i “gerarchi”, ma i “bambini”, i “piccoli”: il regno di Dio è di quelli che si fanno come loro (Mt 19,14).
Cosa vuol dire tutto questo? Dove sta il cuore del problema?
Le relazioni di parentela non sono libere, dato che sono date e imposte ad ogni essere umano che viene al mondo.
Al contrario, le relazioni comunitarie ed amicali, dato che nascono da convinzioni libere e da sentimenti che chiunque accetta liberamente, sono sempre relazioni che si basano sulla libertà umana e si mantengono con la forza della decisione libera.
La cosa più bella, più gratificante e più motivante della relazione di fede e fiducia nell'altro e in Dio, è che è sempre possibile perché è una relazione libera.
Quindi, l’aspetto determinante in questo modello di famiglia e di gruppo non è la sottomissione, né al “potere repressivo”, né al “potere che seduce” (Byung-chul Han), ma quello decisivo è la fede e fiducia nell'incontro (con l'Altro, con gli altri, con qualcuno in concreto) mediante la “relazione pura” (A. Giddens), che si basa sulla comunicazione emotiva. Cioè una forma di comunicazione nella quale le ricompense ricavate dalla stessa sono la base primordiale affinché tale comunicazione possa mantenersi e perdurare.
Per questo proprio l'esperienza ci dice che dove c'è affetto vero, c'è libertà, mentre dove c'è religione (centrata sui riti e sul sacro) c'è sottomissione.
Ebbene, tenuto conto di quello che ho detto in questa (già troppo lunga) riflessione, ritorna la domanda iniziale: che cosa vuole la Chiesa con tutto quello che ha rimosso a proposito della famiglia?
Ovviamente, papa Francesco, convocando e programmando il sinodo sulla famiglia, ha voluto rispondere a problemi urgenti che riguardano migliaia di famiglie nel mondo. Bisogna supporre che papa Francesco, convocando questo sinodo, esigendo libertà di parola sui problemi e trasparenza nell'informare di ciò che si è detto nelle sessioni sinodali, quello che ha fatto è stato di mettere in moto, senza possibilità di marcia indietro, un processo di apertura della Chiesa ai problemi reali e concreti che, in questo momento storico, si pongono a tutti noi.
Ma quello che è accaduto è che, non solo si è messo in moto questo processo, ma, oltre a questo, il mondo si è accorto che nella Chiesa persiste molto vivo un settore importante di clero (a tutti i livelli) e di laici che identificano le credenze cristiane con posizioni immobiliste e intolleranti che, per di più, dal punto di vista della più documentata, sana e ortodossa teologia, sono posizioni indimostrabili.
E, pertanto, posizioni che nascondono pretese inconfessabili di potere e autorità che si orientano di più a mantenere intatta la “sottomissione” dei fedeli che a fomentare la “libertà” che nasce dall'affetto tra gli esseri umani.
La situazione è delicata. Bisogna evitare, a tutti i costi, un nuovo scisma nella Chiesa.
Però non possiamo stare in modo incondizionato con coloro che identificano il cristianesimo con una religione centrata sull'osservanza di riti sacri, che produce ossessivamente sottomissione a gerarchie ancorate ad un passato e ad una cultura che non sono più né il nostro tempo, né la cultura in cui viviamo.
Un cristianesimo così, produce persone molto religiose e un clero fedele a gerarchie ecclesiastiche che si identificano di più con i privilegi che offre loro il potere politico che con la libertà indispensabile per ottenere una società più giusta nella quale tutti noi cittadini possiamo vivere in giustizia e uguaglianza di diritti.
Se il nostro progetto di vita vuole essere fedele a Gesù e al suo vangelo non abbiamo altro cammino da fare se non l'apertura al futuro che insieme dobbiamo costruire.

Anzi, se amiamo veramente la Chiesa e vogliamo essere fedeli alla “memoria pericolosa” di Gesù, noi cristiani, nel cammino che ci sta aprendo e tracciando papa Francesco, abbiamo l'itinerario certo che ci porta alla meta a cui aneliamo.

martedì 21 ottobre 2014

Sinodo e i diritti degli omosessuali

SINODO E I DIRITTI DEGLI OMOSESSUALI
La maratona del Sinodo straordinario sulla famiglia voluto direttamente da Papa Francesco si è conclusa oggi. Le innovazioni non sono ampie come le avrebbe volute Bergoglio, se si considera che sui tre paragrafi più delicati della relazione finale - quelli riguardanti gli omosessuali e la comunione ai divorziati risposati - non si è raggiunta la maggioranza dei due terzi. In un dibattito che comunque non ha precedenti nella storia della Chiesa, i padri sinodali hanno in un certo senso frenato la spinta innovatrice del Papa argentino, che tuttavia ne esce vincitore per aver favorito il primo vero dibattito nella storia dei Sinodi della chiesa cattolica.
Gli unici tre paragrafi della relatio synodi a non aver ottenuto la maggioranza dei due terzi sono anche i più spinosi, quelli che toccano i nodi dei divorziati risposati e dell'omosessualità. Tutti gli altri paragrafi, a quanto si apprende, sono stati approvati ad ampia maggioranza. Sulle questioni maggiormente controverse, Papa Francesco avrebbe verosimilmente preferito delle prese di posizione più forti, ma per ora ha dovuto acconsentire a un testo finale molto più cauto, e che comunque rimanda ogni decisione all'anno prossimo.
ORA LA CHIESA AVRÀ UN ANNO DI TEMPO - FINO AL SINODO ORDINARIO PREVISTO PER OTTOBRE 2015 - PER "MATURARE" LE SUE POSIZIONI.
La tentazione del buonismo distruttivo, che a nome di una misericordia ingannatrice fascia le ferite senza prima curarle e medicarle; che tratta i sintomi e non le cause e le radici. È la tentazione dei 'buonisti', dei timorosi e anche dei cosiddetti 'progressisti e liberalisti'. La tentazione di trasformare la pietra in pane per rompere un digiuno lungo, pesante e dolente e anche di trasformare il pane in pietra e scagliarla contro i peccatori, i deboli e i malati cioè di trasformarlo in 'fardelli insopportabili'. La tentazione di scendere dalla croce, per accontentare la gente, e non rimanerci, per compiere la volontà del Padre; di piegarsi allo spirito mondano invece di purificarlo e piegarlo allo spirito di Dio.
"Si è riflettuto sulla possibilità che i divorziati e risposati accedano ai sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia. Diversi padri sinodali hanno insistito a favore della disciplina attuale, in forza del rapporto costitutivo fra la partecipazione all'Eucaristia e la comunione con la Chiesa ed il suo insegnamento sul matrimonio indissolubile. Altri si sono espressi per un'accoglienza non generalizzata alla mensa eucaristica, in alcune situazioni particolari ed a condizioni ben precise, soprattutto quando si tratta di casi irreversibili e legati ad obblighi morali verso i figli che verrebbero a subire sofferenze ingiuste.
L'eventuale accesso ai sacramenti dovrebbe essere preceduto da un cammino penitenziale sotto la responsabilità del Vescovo diocesano. Va ancora approfondita la questione, tenendo ben presente la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze attenuanti, dato che 'l'imputabilità e la responsabilità di un'azione possono essere sminuite o annullate" da diversi 'fattori psichici oppure sociali'".
Anche il punto 53 è stato approvato a maggioranza semplice (112 favorevoli e 64 contrari). Eccone il testo:
"Alcuni padri hanno sostenuto che le persone divorziate e risposate o conviventi possono ricorrere fruttuosamente alla comunione spirituale. Altri padri si sono domandati perché allora non possano accedere a quella sacramentale. Viene quindi sollecitato un approfondimento della tematica in grado di far emergere la peculiarità delle due forme e la loro connessione con la teologia del matrimonio".
Un risultato ancora migliore ha avuto il punto 55 che riguardava "l'attenzione pastorale verso le persone con orientamento omosessuale" (approvato da 118 e respinto da 62 padri):
"Alcune famiglie vivono l'esperienza di avere al loro interno persone con orientamento omosessuale. Al riguardo ci si è interrogati su quale attenzione pastorale sia opportuna di fronte a questa situazione riferendosi a quanto insegna la Chiesa: "Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia". Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. 'A loro riguardo si evitera' ogni marchio di ingiusta discriminazionè" come raccomanda già la Congregazione per la Dottrina della Fede, nelle "Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali".

Articolo di GIANNI GENNARI
Cose della vita…Voci dal Sinodo come musica attesa da una vita.
Molti mi chiedono perché in questi giorni non scrivo su “Avvenire” e sembra che non parli…E’ vero! Due ragioni e una eccezione. La prima ragione, contingente, è necessitata da circostanze concrete e private. La seconda, la più importante finora, è che nel momento in cui la Chiesa, la Chiesa che è anche mia – senza alcuna esclusività – si trova in un momento in cui finalmente parlano sia il Papa – questo Papa in particolare – e duecento vescovi, allora mi pare che valga la pena di ascoltare, piuttosto che di parlare…
Faccio però una eccezione sommando diverse letture. La prima è che i giornali parlano di scontro, mentre si tratta di diversità di visione teologica ed anche ecclesiologica. Una delle parti in contrasto, però, rivendica unicamente alla sua opinione, per quanto illustre e magari impostasi da molto tempo come “la” lettura “cattolica”, la coerenza con la fede cristiana e cattolica. Quando il cardinale Burke scrive sul “Foglio” che siamo di fronte ad un tradimento della fede, addirittura appoggiata da un confratello come Kasper, e quindi traditore in primis, e sotto sotto – anche sopra sopra – si fa intendere che il realtà chi ha già tradito e tradisce, o si prepara a tradire ancora più pesantemente è il Papa, allora per costoro la diversità diventa automaticamente “eresia”. Kasper è stato insultato per questo a sufficienza, anche da colleghi con un libro intero che non si accontenta di esporre le idee proprie degli illustri Autori, confratelli di Kasper, ma pretende di essere portavoce della “vera” fede contro i traditori, tutti, vestiti come siano, anche di bianco…Potrei portare tanti esempi, ed è evidente che questa “contromusica” non è iniziata per il Sinodo, ma va avanti da più di un anno e mezzo. Se qualcuno rivendica solo a sé, e ai suoi, la lampada accesa della fede definita e della Tradizione (T maiuscola, come ricordava Giovanni Paolo I), in questo modo è lui stesso che “strappa” (airéo, da cui eresia in greco dice proprio strappo) l’unità della fede e della vita comunitaria.
E infatti ecco che dopo Kasper l’accusa, oggi, si sposta su un altro bersaglio: è uscita la relatio post disceptationem e nel mirino emerge Bruno Forte. In realtà da molti anni il teologo Forte, poi vescovo e ora scelto dal Papa (già: proprio quello che “non piae”!) è da certe fonti di scuola teologica nota dai tempi del Concilio e anche prima, esplicitamente accusato di eresia. Come unico esempio – che è lì da anni, in rete si trova sempre una lunghissima arringa di mons. Brunero Gherardini, teologo di “scuola romana” da sempre anticonciliare – quella per cui Paolo VI stesso era “eretico” (parola esplicita di mons. Antonio Piolanti davanti ad un aula colma di studenti, nel 1965) – che avanza l’accusa di negazione della divinità di Cristo – una bazzecola, vero? Ndr) per il semplice fatto di usare la formula “il Dio di Gesù Cristo”! Non basterebbe, a parte le spiegazioni fornite da Forte con pazienza e più volte nei suoi stessi scritti, capire che si tratta di un genitivo epesegetico, per cui quel “di” sta anche per “che è…”? Non basta, e in rete, sempre stesse fonti, ancora rimbalzano le accuse al Concilio, a Papa Giovanni, a Paolo VI – anche con innominabili calunnie propalate da 50 anni!
E dopo Forte – vedremo! – il bersaglio si alzerà ancora, in vista della continuazione in tutta la Chiesa delle spinte della prima parte di questo Sinodo…Dunque – posto che occorra – solidarietà a Forte e attesa, speranza e preghiera…
Ora l’eccezione. Leggo – sempre stesse pagine che si sono impegnate nella “crociata” anti-Francesco e ora anti-sinodo – che piace in quei paraggi, a proposito del problema dei divorziati e risposati, una soluzione che riceve persino la benedizione del prof. De Mattei, vero uomo ombra, da sempre, del rifiuto del Vaticano II e delle nostalgie sul Papa distante, sacrale, da venerare come immagine fissa nei secoli, del tutto diverso – e se ne sono accorti anche Papi Santi a modo loro, come Giovanni XXIII e lo stesso Paolo VI – e congeniale ad altri e ben più terreni interessi, non solo ecclesiastici…
La soluzione sarebbe quella di consentire la Comunione a quei soggetti che si dichiarano pentiti della rottura del precedente matrimonio, che tuttavia non è più possibile mantenere in vita, e si impegnano a vivere insieme, volersi bene, dialogare, pregare, occuparsi del prossimo in difficoltà come esige il mandato di Cristo per tutti, ma…Ma per “certe cose” niente! La formula perfettamente “ecclesiastichese” è “come fratello e sorella”!
Che dire? Che personalmente mi pare la soluzione forse inconsciamente ipocrita e certo anche contraddittoria che si possa pensare, alla luce della stessa morale cattolica per molte ragioni: alcune provo a farle presenti qui.
I comandamenti sono cosa seria. C’è p. es. il “non uccidere”, ma per prassi un assassino, purché pentito e dopo eventuale periodo di discerimento, può confessarsi sinceramente addolorato e ottenere l’assoluzione. Ma il male fatto,  è in realtà del tutto irreparabile. La vita terrena di una persona è realtà donata da Dio, e questa realtà non esiste più…Ebbene: con congrua penitenza, guidata dalla coscienza personale e dalla saggezza pastorale e dottrinale del confessore si ha assoluzione e quindi possibilità di fare la Comunione eucaristica…E se si tratta di un matrimonio, “assassinato” per varie ragioni e non più revocabile in vita concreta? Niente! Se il sabato è per l’uomo, lo sono anche i sacramenti, oppure no? A parte il fatto, e qui la teologia morale tradizionale cattolica, coltivata anche e soprattutto da certe scuole molto “romane” e “curiali”, che ho conosciuto benissimo in anni passati, può ricordare il dovere di “fuggire le occasioni prossime del peccato”? Due persone riceverebbero il permesso e il perdono, ma trovandosi continuamente, stessa casa, stesso affetto, stessa cura di eventuali figli portati con sé dal primo matrimonio, in continua (e prossimissima!) occasione di peccato…
Ci pensino bene, i cultori della “verità cattolica” identificata con le loro idee che hanno molti risvolti, anche in economia e in visione del mondo e della dottrina sociale, e forse si renderanno conto che il fatto che questa “soluzione” piace a De Mattei e soci non è altro che una sottile vendetta della diffidenza circa la sessualità, e spesso del fatto che essendo celibi per legge non si esita – parole di Vangelo ricordate di recente anche da Papa Francesco – a mettere sulle spalle degli altri dei pesi che qualcuno non tocca neppure con un dito!


domenica 5 ottobre 2014

L'Assassino dei sogni

Dopo il grande successo della prima stampa, 
"L'Assassino dei Sogni. Lettere fra un filosofo e un ergastolano" è in ristampa e anche gratuitamente scaricabile su:


Per praticità è anche allegato in pdf a questa email.
Rimane ovviamente acquistabile, a 1 euro, la copia cartacea. 
  
Carmelo Musumeci - Giuseppe Ferraro  
L’Assassino dei sogni

Lettere fra un filosofo e un ergastolano

a cura di Francesca de Carolis
 Ed StampaAlternativa


L’Assassino dei Sogni appena uscito già esaurito
Io scrivo perché scrivendo il duol si disacerba, perché ho bisogno di scrivere, e s’io non scrivo non vivo. (Luigi Settembrini)
Il libretto “L’Assassino dei Sogni” sottotitolo “Lettere fra un filosofo e un ergastolano” di Carmelo Musumeci e Giuseppe Ferraro, a cura della giornalista Francesca De Carolis, ED. Stampa Alternativa-Nuovi Equilibri pag. 64-anno 2014, prezzo: 1,00, ISBN: 978-88-6222-417-8 appena uscito è già esaurito (È già in stampa una seconda edizione). E mi venuto il dubbio se lo stanno comprando perché è interessante o perché costa solo un euro sic!
Una cosa è certa, sta andando a ruba fra gli uomini e donne di fede. Le suore di clausura di Lagrimone mi hanno scritto:
Suor Daniela (…)Il libretto con il carteggio fra te e il filosofo Giuseppe Ferraro è molto bello ed è ricco di spunti e provocazioni. Il tuo nipotino aveva 3 anni quando ti ha portato la foglia? Stupendo quell’episodio.
Ne abbiamo presi 55 e li abbiamo già distribuiti in giro di pochi giorni. Ottima l’idea di venderlo ad un euro (…)
Suor Marta (…) Appena abbiamo ricevuto il libretto “L’Assassino dei Sogni” (Lettere fra un filosofo ed un ergastolano) l’ho letto in giornata. Sono già capitate alcune persone a cui abbiamo dato il libretto e abbiamo in mente di darlo ad altre e ad alcuni preti che lavorano con adolescenti e giovani. Io l’ho trovato uno strumento didattico eccellente con motivi di riflessioni e confronti interessanti.
Suor Lilia (non è una suora di clausura come le altre due):
“Che dire del filosofo Giuseppe Ferraro? Sei davvero fortunato d’averlo conosciuto: ora, con gioia, posso affermare che anch’io, grazie a te, ho conosciuto un uomo saggio, che va per la sua strada e non teme di rivelare il suo pensiero senza modificarlo minimamente. Per me questo professore è un uomo che ama la vita; l’ho capito, soprattutto nella lettera in cui spiega il delicato argomento del suicidio”.
In questi giorni ho scritto all’editore che ha avuto il coraggio di pubblicare “L’Assassino dei Sogni”:
Marcello, continua a pubblicare i nostri pensieri, solo così puoi continuare a farci esistere. E a farci sentire ancora umani. Lo sappiamo, sono pochi gli editori che si sporcano le mani pubblicando i pensieri degli avanzi di galera come noi. E ti confido che a volte penso che molti ci vedono cattivi perché loro lo sono più di noi, perché come si fa a murare vivo una persona per tutta l’esistenza, senza l’umanità di ammazzarla prima? Marcello, credo che a volte i cattivi provino rimorsi o compassione molto più dei buoni. Aiutami a farlo sapere alle persone perbene con la fedina penale pulita, ma con forse la coscienza più sporca dei galeotti. E dammi una mano anche a fare sapere che il carcere non cambia le persone in meglio. Piuttosto le distrugge. Marcello, scrivere di e in carcere è pericoloso. Non ti puoi immaginare quanto. So però che anche fuori ci  vuole tanto coraggio a dare voce ai prigionieri. Grazie di avere questo coraggio che non hanno la  stragrande maggioranza delle case editrici, che preferiscono pubblicare le ricette di cucina per guadagnare tanti soldi ed evitare critiche e guai. Marcello continua a pubblicare le nostre parole per fare sapere che molti di noi sono nati già colpevoli, anche se poi hanno fatto di tutto per diventarlo.
Carmelo Musumeci 


Per chi interessato a organizzare presentazioni o comunque diffondere il libro, scrivere a :
ergastolani@gmail.com oppure contattare Nadia Bizzottocell. 349 7191476
 


 “L’Assassino dei sogni”, lettere fra un filosofo e un ergastolano,  Carmelo Musumeci e Giuseppe Ferraro, curato da Francesca de Carolis per la collana Millelire di Stampa AlternativaPag.64   prezzo 1,00   ISBN 9788862224178. 

sabato 27 settembre 2014

Emma Watson all'ONU

Discorso di Emma Watson all’ONU
Vostre eccellenze, Segretario generale dell’ONU, presidente dell’Assemblea Generale, direttore esecutivo di ONU, distinti ospiti…
Oggi lanciamo una campagna chiamata #HeForShe. Mi sto rivolgendo a voi perché abbiamo bisogno del vostro aiuto. Vogliamo porre fine alla disparità di genere e, per farlo, abbiamo bisogno del coinvolgimento di tutti. Questa è la prima campagna nel suo genere all’ONU, vogliamo spronare tanti più uomini e ragazzi possibili ad essere dei sostenitori del cambiamento… e non vogliamo solo parlarne. Vogliamo assicurarci che sia tangibile.
Sono stata eletta ambasciatrice di buona volontà dell’ONU sei mesi fa, e più ho parlato di femminismo e più mi sono resa conto che troppo spesso combattere per i diritti delle donne diventa sinonimo di odiare gli uomini. Se c’è una cosa che so con certezza è che questo deve finire.
Per la cronaca, il femminismo per definizione è la convinzione che uomini e donne debbano avere pari diritti, pari opportunità. E’ la teoria dell’uguaglianza politica, economica e sociale dei sessi.
Ho cominciato a mettere in dubbio le supposizioni basate sul genere tanto tempo fa. Quando avevo 8 anni ero confusa dal fatto che mi definissero dispotica perché volevo dirigere le recite che allestivamo per i nostri genitori; ma ai maschi non succedeva. Quando a 14 anni, ho cominciato ad essere sessualizzata da certi elementi dei media. Quando a 15 anni, le mie amiche hanno cominciato ad abbandonare le squadre degli sport che amavano perché non volevano apparire muscolose. Quando a 18 anni, i miei amici [maschi] non erano capaci di esprimere i loro sentimenti… ho deciso che ero femminista e la cosa mi sembrava tutt’altro che complicata. Ma le mie ricerche più recenti mi hanno dimostrato che “femminismo” è diventata una parola impopolare. Le donne si rifiutano di identificarsi come femministe. A quanto pare, [io] sono tra le schiere di donne le cui parole sono percepite come troppo forti, troppo aggressive, isolanti e anti-uomini, persino non attraenti. Perché è diventata una parola tanto scomoda?
Provengo dalla Gran Bretagna e penso che sia giusto che io sia pagata tanto quanto le mie controparti maschili; penso che sia giusto che io sia in grado di prendere delle decisioni che riguardano il mio corpo; penso che sia giusto che le donne vengano coinvolte in mia vece [nella politica] in quelle decisioni che influenzeranno la mia vita; penso che sia giusto che socialmente mi sia garantito lo stesso rispetto che è garantito agli uomini. Ma sfortunatamente, posso dire che non c’è neanche una nazione al mondo in cui le donne possono aspettarsi di ricevere questi diritti. Nessuna nazione al mondo può dire di aver raggiunto la parità dei sessi. Considero questi diritti dei diritti umani. Ma io sono una delle [donne] fortunate. La mia vita è un vero e proprio privilegio perché i miei genitori non mi hanno voluto meno bene perché sono nata femmina; la mia scuola non mi ha limitata perché ero una ragazza; i miei mentori non hanno presupposto che sarei andata meno avanti [nella vita] perché un giorno avrei potuto avere un figlio. Queste influenze, sono stati gli ambasciatori per la parità dei sessi che mi hanno resa chi sono oggi. Potrebbero non esserne consapevoli, ma sono quei femministi involontari che stanno cambiando il mondo oggi. Ne abbiamo bisogno in numero maggiore. E se ancora odiate la parola: non è la parola che è importante, ma l’idea e l’ambizione che ci sta dietro. Perché non tutte le donne hanno ricevuto i miei stessi diritti. Infatti, statisticamente, sono molto poche ad averli ricevuti.
Nel 1997, Hilary Clinton fece un famoso discorso a Pechino sui diritti delle donne. Tristemente, molte delle cose che voleva cambiare allora, sono ancora vere oggi. Ma quello che mi ha colpito di più, è che meno del 30% del pubblico era composto da uomini. Come possiamo influire sul cambiamento nel mondo quando solo la metà di esso è invitato o si sente benvenuto a partecipare alla conversazione?
Uomini. Vorrei cogliere quest’occasione per estendervi un invito formale. La parità di genere è anche un problema vostro. Perché fino a questo momento, ho visto il ruolo di mio padre considerato meno importante dalla società, nonostante da piccola avessi bisogno della sua presenza tanto quanto quella di mia madre. Ho visto giovani uomini affetti da malattie mentali, incapaci di chiedere aiuto per paura di apparire meno virili, o meno uomini. Infatti, nel Regno Unito il suicidio è la prima causa di morte degli uomini tra i 20 e i 49 anni, eclissando incidenti stradali, cancro e malattie cardiache. Ho visto uomini resi fragili ed insicuri dalla percezione distorta di cosa sia il successo maschile. Neanche gli uomini beneficiano dei diritti della parità di genere. Non parliamo molto spesso di come gli uomini siano imprigionati dagli stereotipi di genere, ma riesco a vedere che lo sono. E quando ne saranno liberati, come conseguenza naturale le cose cambieranno anche per le donne. Se gli uomini non devono essere aggressivi per essere accettati, le donne non si sentiranno in dovere di essere sottomesse. Se gli uomini non devono controllare, le donne non dovranno essere controllate. Sia gli uomini che le donne devono sentirsi liberi di essere sensibili. Sia gli uomini che le donne devono sentirsi liberi di essere forti. E’ tempo di concepire il genere su uno spettro, e non come due serie di valori opposti. Se smettiamo di definirci l’un l’altro in base a cosa non siamo, e cominciamo a definire noi stessi in base a chi siamo, possiamo essere tutti più liberi. Ed è di questo che si occupa He For She. Di libertà.
Voglio che gli uomini prendano su di sé questo impegno, così che le loro sorelle, madri e figlie possano essere libere dai pregiudizi, ma anche perché anche i loro figli possano avere il permesso di essere vulnerabili e umani. Rivendichiamo quelle parti di loro che hanno abbandonato e così facendo permettere loro di essere una versione più vera e più completa di loro stessi.
Magari starete pensando: chi è questa tipa di Harry Potter? E che diavolo ci sta facendo a parlare all’ONU? E’ una buona domanda. Mi sono chiesta la stessa cosa. Tutto quello che so è che mi importa di questo problema e che voglio far sì che le cose migliori. Avendo visto quello che ho visto e avendone l’opportunità, credo che dire qualcosa sia una mia responsabilità.
Lo statista Edmund Burke ha detto che per far sì che il male trionfi, tutto ciò che serve è che bravi uomini e brave donne non facciamo niente. Nella mia agitazione per questo discorso, e nei miei momenti di insicurezza, mi sono detta con fermezza: se non io, chi? Se non ora, quando? Se avete dei dubbi simili, quando vi si presentano delle opportunità, spero che queste parole vi siano d’aiuto. Perché la realtà è che se non facciamo niente, ci vorranno 75 anni, o che io compia quasi 100 anni, prima che le donne possano aspettarsi di essere pagate tanto quanto gli uomini per lo stesso lavoro. 15 milioni e mezzo di ragazze si sposeranno nei prossimi sedici anni e lo faranno da bambine. E con questi ritmi, non sarà prima del 2086, che tutte le ragazze della campagna africana potranno ricevere un’educazione di livello secondario.
Se credete nella parità, potreste essere uno di quei femministi involontari di cui ho parlato prima e per questo, mi complimento con voi. Stiamo facendo fatica a trovare una parola che ci unisca, ma la buona notizia è che abbiamo un movimento che ci unisce. Si chiama He For She. Vi invito a farvi avanti, a farvi vedere e a chiedervi: se non io, chi? Se non ora, quando?

Vi ringraziamo tantissimo.