martedì 20 giugno 2017

A Mano Libera


Dalla rete: Dal carcere: A Mano Libera

 

#noicontrolaviolenza: se ne parla in carcere con le scuole


 


Il progetto contro la violenza di genere di Se non ora quando – Libere, la piéce di Comencini, le scuole e il carcere. Intervento di Maria Elena Boschi


 


inserito da Tiziana Bartolini

 

“Di cosa è fatto l'amore..” sussurra il giovane attore. E continua domandandosi, smarrito, uomo, che significa.... Siamo nel teatro dalla Casa circondariale maschile di Rebibbia (Roma, 6 giugno) e va in scena L'amavo più della sua vita, pièce teatrale di Cristina Comencini, regia di Paola Rota con Irene Petris e Marcello Spinetta impegnati in una intensa interpretazione di coetanei sconvolti per l’uccisione di Silvia. A compiere il femminicidio è stato Saverio, amico d’infanzia di Luca, che non aveva capito e continua a non capire. Il suo appello disperato cade nel vuoto e chiude l’ultima scena. Ho bisogno di parlare.., confessa. E Maria non risponde, lasciandolo al suo percorso interiore.
Gli applausi testimoniano che il messaggio è arrivato alla platea e il dibattito che segue ne è conferma con l’intreccio di riflessioni, testimonianze e considerazioni di detenuti e detenute, studenti e studentesse, minori non accompagnati del Centro d’accoglienza, rappresentanze istituzionali ed esperte.

 

Il merito di aver assemblato un insieme inedito ed efficace è del progetto #noicontrolaviolenza del liceo Artistico E. Rossi di Roma realizzato in partenariato con Se non ora quando – Libere con il sostegno del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, progetto cui aderiscono molti licei artistici di altre città. Obiettivo del progetto è parlare dei “diversi volti della violenza e in particolare di quella esercitata contro le donne, su chi ne é stata causa, chi ha subito, chi ha visto” osserva Donatina Persichetti, che modera la mattinata e che ha seguito un percorso progettuale in continuità con #maipiucomplici, sempre di SNOQ Libere.

Il suo compagno la picchiava e lei non aveva il coraggio di ribellarsi, allora l’ho cacciato io, dice Valeria e aggiunge non capisco perché, come donne, senza un uomo o una famiglia ci sentiamo incomplete. In qualche modo Ilaria risponde, osservando che l’altro non deve essere un bisogno, ma un arricchimento così se viene a mancare non si perde l’equilibrio. Uno studente dice che talvolta l’amore è condizionato dalla paura della solitudine, altra distorsione delle relazioni e in qualche modo conferma Pietro, in carcere per aver compiuto violenze sessuali. Mi sentivo nel diritto di comandare, e quando ho capito ho avuto uno shock, dice commosso dal palco e aggiunge un appello date a tutti la possibilità di capire dove hanno sbagliato. Gli fa eco Antonio, che legge una lettera scritta alla vittima delle sue violenze e che, dopo un percorso di conoscenza psicologica fatto con l’Unità Trattamento Intensificato, dice non basta il tempo della prigione per superare il male fatto.

La voce delle vittime è arrivata attraverso alcune testimonianze di detenute che solo dopo un lungo percorso di riflessione hanno trovato il coraggio di pronunciare il nome dell’aguzzino o di parlare pubblicamente. L’osservazione di Matteo, uno studente, sollecita altri interventi: sono maschio, non sono ancora un uomo dico che la violenza dipende da cosa ci insegnano da bambini e la dirigente scolastica Mariagrazia Dardanelli osserva che le donne e mamme hanno la responsabilità di non abbandonare la cultura degli stereotipi e di non crescere i figli nella parità e nel rispetto dell’altro/a.

A spiegare le tante forme di violenza è l’esperta di statistica sociale Linda Laura Sabbatini, che invita a non sottovalutare le prime avvisaglie perché inizia con dei condizionamenti e poi c'è un’escalation. Le donne che subiscono violenza dicono di avere paura di essere uccise ma non percepiscono le violenze come un reato. Non dimenticare, poi, che la violenza si trasmette ai bambini/e che assistono.

Ad indicare altri tipi di violenza è la direttrice di Rebibbia femminile, Ida Del Grosso, che spiega considero violenza anche ingoiare ovuli di droga nel proprio corpo o le ragazze che rubano non per scelta ma perché obbligate.

Un invito ai giovani a non sottovalutare il fenomeno è arrivato da Maria Elena Boschi, Sottosegretaria di Stato alla Presidenza del Consiglio, che ha seguito tutta la manifestazione. Dovete volervi bene e non pensate che la gelosia sia una bella cosa – ha detto – pensate che è bello crescere insieme sapendo che abbiamo stessi diritti e doveri, non c'è chi sta sopra e chi sotto, siamo pari. Il cammino è lungo ed è da percorrere sapendo che la battaglia è culturale.

 

domenica 18 giugno 2017

Lettera aperta a Carmelo


LETTERA APERTA A CARMELO
un parere controcorrente
 
Caro amico, ti scrivo dopo aver letto il tuo interessante libro.
Potrei fare una recensione. Ne ho letto di belle ed appropriate. Ma non so spiegarti il motivo di un certo mio inghippo, che mi fa abbandonare l’idea di farne una anch’io. Cerco di capire da me stessa il perché e ne parlo direttamente con te.
A te interessa far conoscere il tuo libro ad un pubblico, il quale, leggendolo, si possa fare un’idea di come il carcere non redima, ma anzi incattivisca; e sia, piuttosto, una vendetta di stato o un bisogno di allontanare dalla società civile un essere pericoloso.
Tutto questo lo hai già scritto in diversi modi, e mi auguro che la goccia delle tue accuse alla società civile e alle Autorità riesca a scavare la roccia dell’insensibilità. Cosa potrei aggiungere io alle tue denunce?
Ma ti faccio una domanda: questo tuo ultimo libro cos’è? un romanzo o ancora una nuova segnalazione dell’ingiustizia, del diritto negato? Ritengo che tu vorresti far capire il tuo pensiero con mille argomentazioni, tra le quali la più valida mi pare sia quella di far maturare nella coscienza collettiva la consapevolezza che infliggere al colpevole una pena terribile  e nello stesso tempo infinita, ottiene un effetto devastante, perché non redime, anzi recide quel che resta di umano nella stessa pena.
Il tuo libro, sia un romanzo, o sia un’originale scrittura di denunzia, ruota sempre attorno al tuo caso, anche se, lodevolmente, ti fai carico di parlare anche a nome degli altri che non hanno le tue capacità espressive e si disperano fino a suicidarsi… Le colpe possono essere di grave, gravissima entità, ma non c’è un briciolo di sano ragionamento che possa giustificare la legge dell’ergastolo a vita.
Intanto io voglio trasportarti nel versante opposto: quello delle vittime ferite dal lutto causato da un assassino. Del tutto contrarie al perdono, esse trovano un certo conforto al proprio immenso dolore, nell’augurarsi che l’assassino se ne stia recluso in un qualche angolo del carcere, dove una porta resti chiusa per sempre da una chiave da buttare. Pare loro impossibile perdonare chi ti uccide un figlio, il marito, la persona che ami più di te stesso. Né sono aiutate dalla fede cristiana, la quale propone sempre il perdono, ma senza imporlo.
Lo costatiamo tutti: chi perdona è l’eccezione, è un eroe della bontà, non una persona che adempie un dovere di fronte ad un diritto negato.
Io posso trovare giusto adoperarsi perché tale mentalità non perduri in una società, non dico cristiana, ma nemmeno civile. E in occasione della pubblicazione del tuo ultimo libro, vorrei far breccia proprio su tale mentalità sognando, in particolare per te, un percorso diverso.
Mi chiederai dove voglio andare a parare. Cercherò di proportelo.
Ti vedo di là dalla barricata, dove puoi ruminare notte e giorno per trovare il modo di reclamare  e sperare contro ogni speranza. E sarà stata insistente la tua idea che il libro possa aprire, se non la porta, almeno una fessura da cui, chi leggerà, possa dare un’occhiata per vedere lo squallore di una tana dove viene buttato il reietto, trattato come animale feroce da domare; meglio, da torturare senza pietà, senza farlo morire, in modo che si roda di rabbia, in una condizione di non-ritorno.
Chi ha letto l’inferno di Dante quando ritrae le atrocità della legge del contrappasso, potrebbe farsi un’idea meno vaga dell’infrangersi di ogni speranza del condannato, tra lo sghignazzo dei demoni….
In questo tuo libro, steso con la bravura di chi sa usare penna, intelligenza  e cuore, metti sulla scena due attori principali. In un passo del libro, gli altri che costituiscono la massa figurano da scimmie. Dei due protagonisti, uno sei tu in carne ed ossa (e non Lorenzo, nemmeno se gli dai l’appellativo di SenzaDio); l’altro è l’Angelo tutore, che è Nadia. E ci sono anche, ma ritagliati su un cliché ben noto: lo zio Totò e il ragazzo, Claudio, introdotto nel momento terribile della scena più avvolgente di tutto il ‘romanzo’.
Io intanto continuo a leggere il tuo libro per vedere come va a finire.
Non mi dilungo per dirti che non risponde ai miei gusti il genere letterario che hai scelto per fare denunce  e per ringraziare la tua fata; ma forse tu hai buone ragioni per usarlo: siccome la tua narrazione è coinvolgente perché vera, forse hai fatto bene a scegliere l’ambientazione e le situazioni sulle quali la ‘gente’ è poco informata.
Però, se mi leggi un altro po’, io, da amica, mi permetterò di proporti altro. E non a livello di scrittura dove tutto scorre bene (però i capoversi sono troppi e sono d’intralcio all’espansione del pensiero di chi legge).
Ti trascinerò ad una riflessione (a tua consolazione, aggiungo che ogni buon libro fa riflettere).
Siccome una grossa parte dell’opinione pubblica, soprattutto di questi tempi, è contro l’eccessiva benevolenza verso i carcerati, io, al tuo posto, avrei narrato di un Lorenzo torturato dentro, ancora più che dalla pena, dal suo rimorso, fino alla….. conversione.
Ricordi l’Innominato?
La pagina della sua conversione è di una bellezza ineffabile. Ritrae il prodigio della macerazione interiore del più grande, implacabile personaggio, di fronte al quale avrebbe avuto paura perfino lo zio Totò e anche il SenzaDio. Invece l’Innominato riesce a commuoversi fino a piangere nell’ascoltare le lacrime di una ragazza del popolo senza protezione, rannicchiata nell’angolo di uno stanzone dove, dietro suo comando, era rinchiusa. Gli martella il cuore il sentirsi ripetere: Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia.
Per l’amor del cielo, non fraintendermi! Non sto optando per la tua conversione. Ti sto dicendo semplicemente che saresti ben capace di stendere una pagina davvero unica, suonando un’altra campana: non più quella che ritrae la cattiveria del cuore degli altri, ma quella che ritrae il TUO cuore affranto dal pentimento. E anziché parlare dei buoni che agiscono da cattivi e perciò non ti perdonano, tu dovresti essere in grado di vincere la tua cattiveria e redimerti scavando nella tua coscienza fino a trovare il coraggio di diventare buono chiedendo perdono alle vittime dei tuoi errori.
Hai detto tutto di te.
Ora che puoi allontanarti un po’ da quella cella chiusa, forse dovresti distanziarti da essa interiormente; LIBERARTI prima di tutto di Carmelo, del SenzaDio.
A mio parere, chi è senza Dio non ha bisogno di nominarlo, perché chi non esiste non ha un nome. Ma tu non poni freno alla voglia di ripeterlo. E fai di questo Dio un protagonista, nascosto dietro l’angelo, dietro la tua fata che ti ha curato, quando sei sopravvissuto all’uccisione per mano del tuo più grande avversario.
Perché non fai emergere, a questo punto, la tua invisibile profonda bontà di PENTITO-DENTRO, che ora soffre, non per la pena, ma per il male che hai fatto?
Persisti, invece, a rivendicare qualcosa, mentre continui a dichiararti cattivo per orgoglio.
Così facendo, la tua privazione di libertà resta, anche se ora mitigata, implacabile meritato castigo.
Smettila, ti prego! Cambia direzione. E non per avere maggiore presa sui lettori, ma per te stesso.
Crea un altro libro come (sottolineo il ‘come’) le Confessioni di Agostino, o il più moderno I giorni del pentimento di Harri Nikanem. Ti assicuro che andrebbe a ruba. A patto che tu lo scriva, dopo lungo, molto lungo e sincero travaglio interiore per ricavare il meglio dal tuo cuore.
Quel che ho scritto è frutto di amore e stima per te!
Ausilia 
 
RISPOSTA
Cara Ausilia,
                    c’è del de vero in quello che scrivi, anch’io ho letto i “Promessi sposi” e il protagonista che mi è piaciuto più di tutti è proprio l’Innominato.
Ti assicuro che a me piacciono più le critiche costruttive fatte con intelligenza che i complimenti senza nessun ragionamento dietro, quindi ti ringrazio di quello che mi hai scritto.
Ausilia, la mia storia è molta complicata e controversa per potertela spiegare bene, ma sappi che anche altri mi rimproverano che nei miei scritti non c’è nessun pentimento interiore, religioso o no. Forse perché anche adesso mi sento innocente di essere stato colpevole o anche perché forse quando facevo del male pensavo di farlo con umanità.
Non so spiegartelo bene, ma è così, forse anche perché credo che se adesso sono una persona migliore è anche per merito del male che ho fatto.
E non ci crederai ma penso che a Dio piacevo più prima che adesso perché l’altro giorno per non infrangere la legge non ho potuto aiutare un compagno di sventura, (e mi sono sentito veramente cattivo) una volta invece per farlo avrei infranto qualsiasi legge degli uomini.
Lo so, è difficile capirmi, ma sotto un certo punto di vista di umanità, solidarietà e amore, mi sentivo migliore  quando facevo il male che adesso, che per non rischiare di andare nei guai o di non infrangere la legge, non ho aiuto un compagno di sventura.
Purtroppo penso che se non sei cattivo è difficile essere buoni ,ed io penso che se in me non c’è il pentimento interiore dell’innominato è perché sinceramente penso che ero più buono prima che adesso.
E mi fermo qui, perché penso che s’è difficile per me capirmi pensa per gli altri che mi leggono, ma sappi che adesso che mi hai detto quello che pensi ti voglio ancora più bene.
Un sorriso a te e uno al tuo cuore. 
Carmelo
 
N.B. Le sottolineature sono mie, perché rimango dubbiosa circa quanto afferma Carmelo.
Saranno graditi possibili interventi.
Ausilia

lunedì 29 maggio 2017


Per essere in comunione col

CTI = coordinamento teologhe italiane

Adriana Cavarero – Franco Restaino, Le filosofie femministe, Mondadori, Milano 2002.

Donne disarmanti. Storie e testimonianze su nonviolenza e femminismi, a cura di M. Lanfranco e M. G. Di Rienzo, Intra Moenia, Napoli 2003.

Non contristate lo Spirito. Prospettive di genere e teologia: qualcosa è cambiato?, a cura di M. Perroni, Il Segno dei Gabrielli, Negarine (VR) 2007.

Dizionario di teologie femministe (edd. Letty Russel – Shannon Clarkson), Claudiana, Torino 2010.

Teologia e prospettive di genere, a cura del CTI, in Le scienze teologiche in Italia a cinquant’anni dal Concilio Vanticano II, a cura di P. Ciardella – A. Montan, LDC, Torino Leumann 2011, 163- 191.

Dire la differenza senza ideologie (Ciccone, Morra, Perroni, Simonelli, Tomassone, Vantini), in Il Regno – Attualità, 1/2015, 53-65.

Cristina Simonelli, Teologia, differenza e gender: un dibattito aperto in “Studia Patavina” 62 (2015) 73 – 88.


Chi si avventura a leggere le pubblicazioni ricordate si rende conto di una certa diversità nel modo di indicare questi studi: femminista/femminismo risultano sgraditi in contesto latino cattolico (e fra le giovani generazioni, di qualsiasi orientamento) e sono usati con parsimonia. Alcune autrici utilizzano delle circonlocuzioni, come “teologia delle donne” – nomenclatura vicina, del resto, a quella mujerista e womanist, rispettivamente latino e afroamericana. Altre volte è stata preferita la definizione di femminile: non tutti gli scritti che la utilizzano mirano ad addomesticare il discorso e a toglierne le punte più critiche. Si è presto diffuso, praticamente in tutto l’occidente, l’uso di parlare di queste ricerche “in prospettiva di genere”, in dialogo e dialettica con le molteplici posizioni gender/orientate. Così ad esempio il CTI «valorizza e promuove gli studi di genere in ambito teologico, biblico, patristico, storico, in prospettiva ecumenica» (Statuto, art. 2). I più recenti tra i repertori sopra indicati discutono anche il significato e l’estensione che a questa formulazione attribuisce il Coordinamento delle Teologhe Italiane e recensiscono anche l’elaborazione della maschilità e gli studi queer.

Ciò che accomuna la maggior parte di questa produzione delle donne/femminista/di genere è comunque un tratto critico e trasformativo.

Ci si potrebbe però avvicinare al tema per altre strade, diverse da quelle dello “stato degli studi”. Ne forniamo qui alcuni esempi, non certo esaustivi e presentati informa più sintetica dei precedenti. Ci si può dunque avvicinare:

con un taglio storico, leggendo le opere che sono ormai dei classici, sia filosofici che teologici: Mary Daly, Al di là di dio padre [1973], Editori Riuniti, Roma 1990; E. Schüssler Fiorenza, In memoria di Lei, [1983] Claudiana, Torino 1990; Anne Carr, Grazia che trasforma. Tradizione cristiana ed esperienza delle donne, [1988] Queriniana, Brescia 1991Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, [1991] Editori Riuniti, Roma 2006; Elizabeth Johnson, Colei che è, [1992] Queriniana, Brescia 1999

oppure con un approccio letterario, che spesso riesce a rendere con parole altre e belle i nodi di un pensiero complesso: Michela Murgia, Ave Mary. E la chiesa inventò la donna, Einaudi, Torino 2011; Mariapia Veladiano, Il tempo è un dio breve, Einaudi Stile Libero, 2012.

 oppure privilegiare la via biografica, rintracciando attraverso volti e storie le pratiche che trasformano: Ivana Ceresa, L’utopia e la conserva. Una vita spirituale nella contemporaneità, Tre Lune, Mantova 20011; M. Antonella Grillo – Luisella Lugoboni, Lo straordinario dell’ordinario. Città donne e Chiese: la via italiana di Marisa Bellenzier e Ivana Ceresa, Effatà, Cantalupa (TO) 2013; Cettina Militello, Volti e storie. Donne e teologia in Italia, a cura di M. Agnese Fortuna, Effatà, Cantalupa (TO) 2009.


Infine segnaliamo – ma questa pubblicazione è costantemente in dialogo con questi testi – le Collane italiane: la Bibbia e le donne (Il pozzo di Giacobbe) e i diciotto agili volumi di

Sui generis (Effatà)

 

martedì 23 maggio 2017

ANNIVERSARIO delle stragi di Capaci e via D'Ameloo


UDI / Il contributo delle donne nella lotta contro la Mafia

Nel venticinquesimo anniversario delle stragi di Capaci e via D'Amelio l'Udi ricorda il contributo delle donne

inserito da Redazione


23 MAGGIO 2017 - IL CONTRIBUTO DELLE DONNE
NEL VENTICINQUESIMO DELLE STRAGI DI MAFIA


L’Unione Donne in Italia vuole ricordare il contributo delle donne nella ricerca della verità e della giustizia soprattutto in occasione del Venticinquesimo anniversario delle stragi di Capaci e di via D’Amelio.


 

La magistrata Francesca Morvillo, la poliziotta Emanuela Loi, la compagna di una vita di Paolo Borsellino, Agnese Piraino Leto.

Le donne vengono spesso liquidate semplicemente come ‘la moglie di’ oppure la ‘poliziotta’, noi vogliamo ricordarle nel loro impegno concreto.

Pensiamo a Francesca Morvillo che sposò Giovanni Falcone e pochi ricordano che fu essa stessa una integerrima magistrata, riservata, schiva da ogni clamore, ma testimone di una genuina ricerca della giustizia. Figlia di un magistrato -Guido Morvillo e sorella di Alfredo Morvillo attuale procuratore-, la sua famiglia affonda le radici nel lontano Risorgimento. La descrive così la prima magistrata di Palermo, Maria Teresa Ambrosini, amica e collega di Francesca: “La incontrai nuovamente nel febbraio del 1972 allorchè, dopo un anno circa di permanenza presso la sezione penale del Tribunale di Agrigento, venne trasferita alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Palermo, in quello stesso Tribunale ove anch’io negli stessi giorni mi ero immessa quale giudice, a seguito della istituzione di autonoma pianta organica di quegli uffici giudiziari. Abbiamo affrontato insieme, per lunghi anni, l’esperienza minorile che ci gravava di ansia, di inquietudine e di un impegno vigile e sollecito per la delicatezza delle situazioni coinvolgenti soggetti fragili, dalla personalità ancora in formazione. Francesca amava il contatto con i giovani: l’aveva già sperimentato nella Sua esperienza d’insegnamento, attività che Le era estremamente congeniale e che aveva svolto prima, durante l’Università nelle scuole elementari di un istituto per figli di detenuti e poi, per un anno, dopo la laurea, quale docente di diritto in un istituto tecnico statale. Tale esperienza, e in particolare quella vissuta con i piccoli svantaggiati dalla detenzione del padre, La portò a scegliere le funzioni di giudice minorile, aiutandola nell’approccio con i ragazzi e nella comprensione della loro personalità. L’estrema dignità ed umanità e il grandissimo equilibrio con il quale svolgeva il Suo ruolo hanno fatto sì che Essa non sia stata e non sarà mai dimenticata da tutti coloro che con Lei hanno avuto modo di lavorare”.
Francesca Morvillo ogniqualvolta doveva chiedere una condanna per un minore sentiva su di sé il peso di un’ingiustizia nei confronti di un minore: ”La vita lo ha penalizzato due volte”, diceva. Con Giovanni Falcone non sposa solo l’uomo ma la sua stessa idea di giustizia, super partes di fronte alla ricerca del vero.

L’amore per Giovanni è inscindibile dal suo amore per la giustizia.

È Francesca –racconta Paolo Borsellino il 2 giugno 1992- che consiglia a Giovanni le strategie più lucide, più razionali quando viene attaccato dall’interno stessa della magistratura. È Francesca che gli corregge alcuni provvedimenti giudiziari a matita con delle note delicate in basso, lo racconta l’amico magistrato Giuseppe Ayala.

 

Emanuela Loi, di origini sarde, dopo aver preso un diploma magistrale, entrò nella polizia di Stato nel 1989 e frequentò il 119º corso presso la Scuola Allievi Agenti di Trieste. Trasferita a Palermo non si era mai tirata indietro dinanzi ai compiti più difficili e pericolosi fino ad essere assegnata alla scorta del magistrato Paolo Borsellino che negli ultimi mesi di vita diceva di sentirsi già morto: sapeva che sarebbe toccato a lui. Emanuela con gli altri colleghi avvertivano ad ogni spostamento che poteva toccare a loro la prossima carica di esplosivo. Aveva appena 25 anni e aveva paura in quell’estate siciliana.

È la prima donna assegnata alle scorte e la prima poliziotta ad essere uccisa.

Agnese Piraino Leto, compagna di una vita di Paolo Borsellino, ha testimoniato con forza nei vari processi depistati di via D’Amelio, tutto ciò che Paolo le aveva confidato: “l’odore della morte”, fino a pochi giorni prima di morire, taluni incontri istituzionali equivoci e inquietanti, le minacce e la solitudine del padre dei suoi figli.

“Paolo era la giustizia”, ripeteva Agnese che con Lucia, Fiammetta e Manfredi ancora ragazzini, nel 1985 aveva subito l’isolamento dell’Asinara con Paolo - stessa sorte toccò a Falcone e alla sua famiglia - per garantire il primo maxiprocesso. Una delle figlie di Agnese e Paolo si era ammalata per essere stata strappata al contesto quotidiano spensierato della sua adolescenza.
Fu Agnese a rifiutare il rito di stato preferendo per Paolo funerali privati, accusando il governo di non aver saputo proteggere il marito: "Non meritavano questi uomini", ebbe a dire, facendo riferimento ai politici che non avrebbero meritato di presenziare alla cerimonia funebre del marito.
Senza alcun dubbio possiamo affermare che né Giovanni Falcone né Paolo Borsellino, né Francesca Morvillo, né gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro né Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina siano stati realmente tutelati dallo Stato in quegli anni. Non c’era un elicottero a Capaci preposto a seguire il corteo blindato, non era stata effettuata una bonifica sul tragitto.

In via D’Amelio – nonostante la strage di Capaci - si è ripetuto lo stesso copione. Siamo consapevoli che i nemici e le nemiche delle mafie rimangano oggi solo chi realmente si oppone a vari livelli - dalla gestione dei territori, all’economia, all’organizzazione del lavoro in determinati ambienti lavorativi - a quegli interessi sempre più ampi e più vasti che stanno mettendo a rischio la democrazia nel nostro Paese fondamentale per tutti e per le donne in particolare.

Per questo, in questi giorni in cui si ripercorrono le vite di Falcone e Borsellino, le due grandi figure che la mafia ci ha sottratto, l’UDI vuole anche riportare al ricordo collettivo l’esempio di queste tre donne vittime dirette e indirette della stessa stagione nera messa in atto da una mafia violenta e assassina, e che pur consapevoli del rischio non si sono sottratte a perseguire una scelta di vita giusta. E con loro, tante altre donne di altre stagioni aspettano di essere nominate.

mercoledì 10 maggio 2017

LA CARTA DELLE DONNE


LA CARTA DELLE DONNE ….. 30 anni dopo: io c’ero e vorrei esserci ancora

La presentazione del libro C'ERA UNA VOLTA LA CARTA DELLE DONNE. IL PCI, IL FEMMINISMO, LA CRISI DELLA POLITICA

inserito da Paola Ortensi


LA CARTA DELLE DONNE ….. 30 anni dopo: Io c’ero e vorrei esserci ancora !
La presentazione del libro "C'ERA UNA VOLTA  LA CARTA DELLE DONNE. IL  PCI, IL FEMMINISMO, LA CRISI DELLA POLITICA" (ed Biblink) organizzata alla Camera dei deputati il 5 maggio dalla Fondazione Nilde Iotti è stata un'interessante occasione di confronto in cui si sono intrecciate voci e riflessioni dei  protagonisti; da Livia Turco a Achille Occhetto a Alessandra Bocchetti, rispettivamente responsabile femminile del PCI che ne fu animatrice, l'allora segretario del Partito, e una voce storica del femminismo che rappresentò la decisiva contaminazione innovativa delle parole e progetti per e con le donne. Allo scambio di idee hanno partecipato anche gli autori del libro: Letizia Paolozzi, una delle protagoniste della Carta, e il giornalista Alberto Leis in un intreccio corale con le voci e gli interventi di molte donne presenti, in maggioranza quelle che
30 anni fa della Carta furono animatrici e fruitrici politiche, me compresa.
Il dibattito, sin dalle parole di Livia Turco, è stato segnato da un incrociarsi della storia e delle riflessioni di protagoniste delle quali nel libro stesso si potranno leggere i contributi. Per quanto mi riguarda l’aspetto più intrigante l’ho trovato in tutti gli accenni che hanno a più voci e scritto quanto rimane da rivitalizzare e rilanciare della Carta facendone un “documento”, o meglio un progetto, che non semplicemente racconta un passato vivace e di successo ma uno strumento che in diverse parti può ancora essere ripreso e rilanciato, come fertilizzante anche dell’oggi. A sostegno di questa idea vi è proprio la riflessione, ripresa in ogni intervento, delle cause per cui il percorso di enorme successo della Carta si interruppe violentemente - e con dolore - in contemporanea con la fine del PCI.
Donne che, con la Carta e nell’incrocio col femminismo, avevano scoperto di potersi confrontare anche al di là delle culture e dei luoghi di partito e di appartenenza. Al momento della fine del PCI le dirigenti di quel processo nei fatti non riuscirono a fare un salto e a mostrare di aver maturato una sufficiente presa di distanza da quel “Siamo donne comuniste…”, affermazione iniziale della Carta che si dimostrò un macigno insormontabile per andare oltre nell’esperienza maturata.
Nel merito del dibattito, tanti gli spunti interessanti da menzionare e su cui riflettere per passare dalla memoria ad un nuovo progetto futuro . E’ Livia Turco la prima che racconta come sia nata l’idea del libro in un incontro affettuoso con amiche della allora Sezione Femminile del PCI, con la quale la prima iniziativa preparatoria decisa fu lo scorso anno un dibattito già sulla Carta organizzato con la Fondazione e l’Istituto Gramsci. Un'iniziativa che vide ricrearsi un'atmosfera vivace ed entusiasta, testimone seppur dopo lungo tempo di quello che fu, allora, il piacere di far politica e scoprendo, grazie alla carta, la “scelta” di una centralità della relazione fra donne.
”Un dialogo a tutto campo” lo ha definito la Turco, capace di evidenziare la forza delle donne e di vedere nascere col lavoro e il confronto un “pensiero innovatore” basato su una forma di autonomia delle donne che in quel metodo di Carta itinerante (e quindi aperta ad una continua contaminazione di massa) che però, come già detto, si infranse con la fine del PCI. E si portò con sé  ”un vento corale pieno di voci differentii” come lo ha definito Alessandra Bocchetti, che ancora ricorda con dovizia di particolari l’incontro fra le donne del PCI e le femministe che rappresentò la prima “scintilla “ di progetto per la "nuova impresa politica in cui io credevo, a differenza di altre femministe, aspirando a che la forza delle donne si espandesse anche nelle istituzioni". "Con la frase siamo donne comuniste", ancora Bocchetti, spiega che le donne passavano dall’essere a fianco degli uomini all’essere di fronte ad essi con tutto ciò che questo poteva comportare. "Il lavoro delle donne ha bisogno di pazienza, è lungo, e noi non ne vedremo la conclusione. Si tratta di cambiare il cuore della storia” ha aggiunto "un tempo lungo e faticoso" e, quasi riflettendo ad alta voce, osserva che "la politica della differenza e le pari opportunità hanno una filosofia diversa: chi sente una volta nella vita la forza di essere donna, non lo perde per tutta la vita“.
Sono le parole di Occhetto che, dopo avere precisato di essere presente per dare ragione del sottotilo del libro,  in maniera stringata ma efficace spiegano come si possa vedere emergere poco a poco la nascita del Berlusconismo. L’intreccio nel libro tra femminismo, carta e crisi politica appare in modo estremamente onesto e, aggiunge Occhetto, continuando in una ricca riflessione sui legami tra il percorso della Carta, il travaglio del PCI e le modificazioni epocali della politica. Ricorda nel suo ruolo di allora momenti da considerare capisaldi della via del cambiamento come l’ultima conferenza di Adriana Seroni, responsabile della Sezione femminile del PCI, dove l’emancipazionismo era ancora protagonista ma dove iniziava a porsi il tema prorompente della diversità femminile e che nella Carta trovò la sua geniale materializzazione. Achille Occhetto ha poi continuato con interessanti riflessioni su intreccio fra diversità femminile e politica dicendo che è necessaria una ridefinizione dell’IO e un suo nuovo statuto che superi l’IO universale maschile non con un IO universale femminile da affiancarsi .. mentre al perseguimento di questi obiettivi l’idea di liberazione femminile deve ancora fare un suo corso, anche ridando vitalità all’ossatura fondamentale dell’impostazione femminista, "sperando - ha aggiunto - in una ripresa della rivoluzione femminista".
Letizia Paolozzi, che di Occhetto ha colto una visione pessimistica riguardo alle donne, dopo aver parlato del libro, afferma che le donne ci sono e che piuttosto “manca un nuovo vocabolario e che non riusciamo a dare conto di quanto avviene attorno a noi” e fra le altre considerazioni dice come le donne siano soggetti fedeli e forse è possibile rimettere insieme pezzi del mosaico e dare ancora la possibilità di muoverci tra io e noi e auspica che il libro sia in questo senso uno strumento positivo.
Una riflessione tra quell’idea di io e noi che è poi un modo discriminante di affrontare la politica che ha ripreso anche Alberto Leiss, l'altro curatore del libro, e che ha ribadito - richiamandosi al femminismo - come ognuno debba partire dal sé per vivere il mondo. Il tutto ricollegandosi a Occhetto e alla sua analisi della politica, partendo da allora ma arrivando a considerazioni che toccano l’attualità ed anche l’ultimo libro dello stesso Occhetto.
Livia Turco, nel mettere il punto dando la parola al pubblico, ha affermato fra le altre cose che "l’onda lunga della carta abbia modificato il riformismo femminile".
Si è così aperto un rapido dibattito fatto di racconti e di episodi ed emozioni di un passato di valore, ma così di valore - io penso - avendo anche cercato di esprimerlo e così incredibilmente attuale nella ragione per cui si interruppe, ovvero nell’incapacità di scegliere,come priorità l’autonomia delle donne e il loro impegno comune, legame privilegiato, al legame col Partito allora .. ma ripetibile ancora oggi. Tanto penso da dover servire quale spunto per recuperare quanto, e non è poco, ancora attuale e attualizzabile e farlo pulsare di vita nuova.
Sento così forte, personalmente, il bisogno di combattere la nostalgia e guardare al futuro, che penso la Carta delle Donne come uno strumento da utilizzare. Che siano le presentazioni del libro stesso, pensate in modo produttivo, o che sia una nuova giornata di studio per ripercorrere idee che sembrano valide insieme a giovani impegnate e che ci offrano una nuova interpretazione del fare.
Quello che è certo è che dobbiamo impegnarci perché parte del passato buono sia radice di futuro pieno di progetto di cui il bisogno è immenso e da cui aspettarsi dalle donne una “rinnovata“, collettiva  - e al di là dei confini nazionali - forza delle donne.
Paola Ortensi

venerdì 28 aprile 2017

da Carmelo Musumeci


La domanda di una sconosciuta ad un ergastolano semilibero

 

 

Questa mattina, arrivato nella struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII dove svolgo da semilibero la mia attività di volontariato, di sostegno scolastico e di attività socio-ricreative a bambini e adulti con handicap fisici e non vedenti, ho acceso il computer. Nella mia casella di posta ho trovato, da una sconosciuta, questa domanda: “Se una persona che ha commesso un gravissimo reato, quale è la morte di un proprio essere, e quell'essere fosse stato uno dei tuoi figli, come avresti reagito? Avresti osannato Carmelo? Io no”.  Questa domanda era rivolta ad un mio amico di penna, che mi segue da tanti anni, e che me l’ha girata per farmi vedere quanto sia difficile far capire alle persone che un uomo può davvero cambiare. Ormai dovrei esserci abituato, ciò nonostante quando mi fanno queste domande mi cadono le braccia e il cuore per terra, ma è anche giusto che la società mi chieda il conto.

 

Cara Sconosciuta, innanzitutto non è nelle mie intenzioni tentare di farti cambiare idea, ma tenterò solo di farti venire dei dubbi. Neppure io osannerei chi uccide ma, piuttosto di murarlo vivo, mi “vendicherei” facendolo crescere interiormente per suscitargli il senso di colpa e quindi farlo soffrire di più.

Lo so, sono più cattivo e vendicativo di te, perché non mi accontenterei solo di condannare una persona ad essere cattiva e colpevole per sempre, facendola sentire poi, con il passare degli anni, una vittima. Preferirei, invece, tentare di migliorarla. Per questo penso che se qualcuno uccidesse uno dei miei figli, tenterei di fargli del male facendolo diventare più buono, tenendolo in carcere né un giorno in più né uno in meno del necessario.

Sì, è vero, forse qualcuno di questi potrebbe ritornare a fare del male, ma molti lo fanno anche se non sono mai stati in carcere. In tutti i casi, alcuni di loro potrebbero rimediare parzialmente al male fatto facendo del bene.

Cara Sconosciuta, riguardo al mio passato, potrei dirti che talvolta noi umani agiamo volontariamente contro la nostra volontà. Ma questa sarebbe solo una giustificazione filosofica e un alibi. Invece ti voglio dire che penso che tutti siamo colpevoli di qualcosa, ma pochi, pochissimi, forse nessuno, è colpevole di tutto.

Ti posso dire che quando sono entrato in carcere non trovavo pace, mi sentivo innocente, messo in galera ingiustamente per il solo fatto di avere rispettato le regole (la legge) e la cultura della giungla dove sono cresciuto e che mi ha nutrito fin da piccolino. Poi ho avuto una crescita interiore, grazie anche allo studio, all’amore della mia famiglia e alle relazioni che in questi anni mi sono creato. E ho capito anche, soprattutto durante la detenzione all'Asinara, sottoposto allo stato di tortura del carcere duro, che lo Stato era capace di cose peggiori di quelle che avevo commesso io.

Mi sentivo in guerra, ed ero in guerra. Lo dimostrano le mie ferite (sei pallottole in corpo): potevo ammazzare o essere ammazzato, non conoscevo la legge come la conosco adesso (allora per me lo Stato e gli “sbirri” erano anche peggiori dei miei stessi nemici). Conoscevo solo la legge della strada.

Credimi, non è facile diventare buoni se fin da bambino ti insegnano che il male è bene ed il bene è male. Ma nonostante questo, ho cercato, forse senza riuscirci, di non perdere del tutto la mia sensibilità e umanità. Umanità che non riesco a vedere in tante persone "perbene" che sono cresciute nel bene ma preferiscono il male e alla sensibilità sociale spesso preferiscono i soldi, per avere potere da aggiungere ad  altro potere.

Dicendoti questo non voglio assolutamente assolvermi, perché molti hanno avuto i miei stessi problemi socio-familiari ma non per questo hanno fatto le mie stesse scelte devianti e criminali. Per questo sono fortemente convinto che sia giusto che paghi per il male che ho fatto. Solo preferisco farlo in modo utile ed intelligente, come sto facendo adesso.

Buona vita.

 

Carmelo Musumeci

Aprile 2017


 

martedì 28 marzo 2017

Convegno di preti sposati

A ROMA UN CONVEGNO DI VOCATIO SU PRETI SPOSATI PER UNA CHIESA IN CAMMINO.

IL VESCOVO GIOVANNI D’ERCOLE: VOI NON SIETE UN PROBLEMA PER LA CHIESA, MA UNA RISORSA.

Una cinquantina di presbiteri cattolici di rito latino, provenienti da tutta Italia e spesso accompagnati dalle loro mogli, si sono ritrovati dal 24 al 26 marzo a Roma per il Convegno “Preti sposati per una Chiesa in cammino”, promosso da Vocatio, la storica associazione che dal 1981 offre sostegno a quanti devono abbandonare l’esercizio del ministero per aver contratto matrimonio e chiede l’abolizione dell’obbligo del celibato.
Ad aprire i tre giorni di lavoro, sviluppatisi tra momenti di preghiera, dibattiti in assemblea e proiezione del film-documentario “Uomini proibiti”, sono stati papas Antonio Cucinotta, parroco grecocattolico a Messina e la moglie, Mara Grazia Spadaro, che hanno presentato l’esperienza dei sacerdoti uxorati (cioè ordinati dopo il matrimonio) nelle Chiese di rito bizantino in comunione con Roma. È toccato quindi alla teologa Adriana Valerio approfondire gli “amori irrisolti” tra donne e preti, evidenziando come le prime siano il vero “soggetto invisibilizzato” nella Chiesa e come il superamento del celibato obbligatorio per i presbiteri vada compreso all’interno di una più complessiva riforma della Chiesa, che la rende effettivamente inclusiva. Il teologo Giovanni Cereti ha invece sottolineato come la “(ri)scoperta della bellezza e della santità del matrimonio e della famiglia” avvenuta nel XX secolo e sfociata nell’Amoris Laetitia renda non più sostenibile l’incompatibilità tra vocazione al ministero presbiterale e vocazione al matrimonio, aprendo la strada all’ammissione al presbiterato di uomini sposati anche nella Chiesa latina e alla riammissione all’esercizio del ministero di quanti ne sono stati esclusi per essersi sposati. Ernesto Miragoli, prete sposato comasco, si è soffermato sulla crisi dei presbiteri e delle donne che mantengono relazioni affettive nascoste. E il moralista Basilio Petrà, ha infine messo l’accento sulla quasi nulla considerazione dei sacerdoti uxorati da parte del magistero della Chiesa cattolica, nonostante essa sia una comunione di 22 Chiese, le quali, salvo quella malabarese, quella malankarese e quella latina (peraltro con l’eccezione dei pastori convertiti da altre confessioni), hanno tutte un clero uxorato, ma anche come l’Amoris laetitia, al n. 202, riconosca per la prima volta un loro possibile speciale contributo alla vita della Chiesa intera, e in particolare alla comprensione dei problemi della famiglia, proprio in virtù della loro esperienza diretta.
Il presidente di Vocatio Giovanni Monteasi spiega di non essere contro il celibato, ma «per la libertà di scelta: i preti dovrebbero avere la possibilità di scegliere se sposarsi o no». E ricorda l’incontro avuto a Roma da papa Francesco con quattro preti sposati e le loro famiglie(nella foto).
«L’obbligo del celibato è in stridente contrasto con i diritti della natura e con l’etica evangelica, che la castità consigliava ma non imponeva», disse nel lontano 1788 il cardinale Giuseppe Capecelatro. «Il primo Papa, san Pietro, era ammogliato», ripeteva in anni recenti il cardinale belga Léon-Joseph Suenens. Voci fuori dal coro, oggi di fatto inascoltate. Anche se Francesco ha recentemente detto di voler studiare la possibilità dei viri probati, uomini sposati di provata fede a cui affidare alcune funzioni ministeriali. Nella Chiesa, con l’eccezione del rito orientale, la prassi che si è imposta a partire dal Concilio di Trento è di ordinare preti solo candidati celibi.
Culmine dell’incontro è stata la celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo di Ascoli Piceno, mons. Giovanni D’Ercole, che, con la sua inedita presenza, ha forse dato il via a un dialogo tra la Conferenza episcopale italiana e i preti privati dell’esercizio del ministero per aver contratto matrimonio. “Voi non siete un problema per la Chiesa, ma una risorsa”, ha ripetuto il presule, offrendosi come “punto di riferimento” per un cammino di ascolto, di reciproco perdono e di riconciliazione. Non resta che attendere il prossimo passo.
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MAURO CASTAGNARO


Nota personale
Leggo con gioia i nomi di persone che conosco di persona, e con le quali abbiamo ‘lavorato’ per approfondire il tema. Tema che non riguarda, a mio parere, preti con l‘aggettivo ‘sposati’, ma preti e donne sposati.
E’ certo che la scelta è stata sofferta da entrambi. E’ certo che ci siamo donne le quali abbiamo avuto la vocazione di farla (la scelta) nonostante le difficoltà, le quali, checchè se ne dica, perdurano ancora.
Mi dispiace questo stare-accanto al prete della donna, in condizione non paritetica; tanto è vero che la questione riguarda il celibato dei preti, e non la vocazione di un uomo-prete, e la vocazione di una donna che aspira a svolgere un ruolo ministeriale; oppure della donna che ama legittimamente un prete.
Lo so, così stando le cose, la questione si sposta verso l’appartenenza ad un clero votato al celibato. Ma io so per esperienza come abbiamo vissuto, io e mio marito la fatica di ottenere la dispensa, e umiliazione di un matrimonio “celebrato senza celebrazione”……
Mons. D’Ercole oggi evidenzia amorevolezza e condivisione, ma io ho altri ricordi del rapporto con lui. Non gliene faccio un rimprovero, ma vorrei che se ne ricordasse per amore di verità e di chiarezza.
Ausilia Riggi, vedova di Giacomo Pignata



martedì 21 marzo 2017

Maledetta Eva

Maledetta Eva

“Maledetta Eva” forte, straordinario, ipnotico, dirompente Un libro per donne che non temono la verità

inserito da Raffaella Mauceri

“Maledetta Eva” forte, straordinario, ipnotico, dirompente
Un libro per donne che non temono la verità
Di Angela Adamo

"Maledetta Eva" è un libro che non si dimentica. Firmato da Eraldo Giulianelli, ricercatore, giornalista, è infatti un testo “forte”, dirompente, che attraverso uno stile asciutto ed essenziale, ci conduce nel tempo e nello spazio in una storia allucinante: la storia bimillenaria della misoginia che accomuna le tre più importanti religioni monoteiste scaturite dal libro di Abramo: la religione ebraica, la religione islamica e la religione cristiana nella sua versione che raccoglie il più alto numero di accoliti: il cattolicesimo. Tutte le sventure umane e la rovina dell'intero creato, esse, infatti, le addebitano ad Eva poiché fu lei a disobbedire al decreto divino di non mangiare il frutto proibito, la famigerata mela, e ad introdurre così la sofferenza e la morte per tutti i viventi.
A questa stupida favoletta (cui generazioni e generazioni di persone hanno creduto e ancora oggi credono alla lettera) ben poche teste pensanti osarono opporsi, tra queste la più brillante fu quella della filosofa e scienziata Ipazia che pagò la sua dissidenza con una fine orribile per mano dei monaci al seguito e agli ordini del vescovo Cirillo, che la chiesa cattolica premiò facendolo santo. Ed è proprio alla grande Ipazia che Giulianelli dedica il libro, per onorare la sua memoria di martire dell’intelligenza e del genio femminile sacrificato alla crudeltà del cattolicesimo imperante e del suo smodato potere.
Nato dunque dalla passione per la giustizia e la verità storica, organizzato con metodo razionale e inclusivo e diviso in capitoli di vasto respiro, il libro ci mostra la spietatezza e l'efferatezza delle religioni nei confronti della donna, ivi incluse le peggiori nefandezze consumate anche ai danni dell'intero genere umano!

"Le prime pagine della Bibbia – cita infatti l’autore - hanno durevolmente fondato la coscienza della superiorità fisica e morale dell'uomo sulla donna già di per sé impura e personificazione della colpa fin dal primo giorno". (I teologi cattolici Johann e Augustin Theiner).
I padri della Chiesa cattolica sono citati come il primo e insuperabile esempio di misoginia, ed ecco qualche esempio: "La donna è breccia del demonio: sei tu che hai concesso l'ingresso al diavolo, tu hai spezzato il sigillo di quell'albero, tu hai per prima violato l'osservanza della legge divina..." ( Tertulliano).
Altra piccola perla: " Nessuna donna osi mai scrivere un libro" (Didimo il cieco, teologo, padre della Chiesa). E se gli insulti dei sapientoni cattolici non dovessero bastare, Lutero, il riformatore protestante, ribadisce prontamente: "A causa del peccato originale dovuto ad Eva, al maschio compete il governo, essendo lui superiore e migliore, al quale anche la sacra Scrittura consente di portarsi a casa parecchie femmine. Al contrario, la donna, essendo niente più che un mezzo bambino, un pazzo animale, deve soltanto piegarsi ed essere presa a bastonate, essendo buona a nulla a parte le pulizie della casa."
Sieti allibite, care lettrici? Ma questo è soltanto un piccolo assaggio! Al confronto le invettive di Maometto sembrano complimenti! Il quale si limita a dire: "Ho visto che la maggior parte di coloro che sono nel fuoco sono donne (...) poiché esse sono ingrate verso i loro mariti e deficienti in intelligenza e religione…. Esse sono pericolose e impure nei loro corpi e nei loro pensieri. Io non tocco la mano delle donne e bisogna impedire loro d'imparare a scrivere".
E torniamo al cattolicesimo. Qualcuno si è mai chiesto quando e come iniziò la caccia alle streghe? Ebbene questo libro dimostra in maniera inoppugnabile che tutto cominciò con Tommaso D'Aquino, il grande e venerato Dottore della Chiesa, creatore della Tomistica medievale, una filosofia da cui discende tutto il razionalismo moderno, il quale mise al servizio della misoginia il suo ingegno teorizzando l’impossibile fantomatica realtà del patto col diavolo!
Autorizzati dai suoi illustri trattati teologici, i persecutori di donne proseguirono rozzamente sulle sue orme, passando dalle parole ai fatti, e cioè ai crimini più atroci, torturando, sgozzando, bruciando vive milioni di donne con la delirante accusa di stregoneria!
C'è poi una sezione del libro che è particolarmente invitante, sorprendente e assolutamente inattaccabile, ed è quella dedicata ai cosiddetti santi padri, ovvero ai papi. Qui sono documentati fatti pubblici e privati, scritti, encicliche, lettere e omelie che superano ogni fantasia umana, terrestre ed extraterrestre.
Ve ne concedo un piccolo assaggio: "Benedetto V fuggì a Costantinopoli con il tesoro del Vaticano. Quando tornò fu ammazzato da un marito geloso che lo sorprese a letto con sua moglie". Clemente VI oltre ad intrattenere un rapporto incestuoso con la nipote, fece acquistare il più lussuoso bordello di Avignone, per dilettare i suoi ospiti sudicioni come lui. Pio V ebbe il prestigioso incarico di dirigere "la strage dei valdesi di Calabria del 1561, perché colpevoli di non riconoscere l'autorità della chiesa cattolica, provocando la morte per impalamento e sgozzamento di circa 4000 persone." E mi fermo qui per non guastarvi il piacere di conoscere fino in fondo il marciume delle religioni patriarcali.
Un consiglio: leggete questo libro straordinario a piccole dosi e preferibilmente lontano dai pasti. Anche se è ipnotico e irresistibile.