martedì 18 luglio 2017

DUE FATTI SIGNIFICATIVI



Paola Ortensi ci aiuta a pensare anche attraverso


DUE FATTI SIGNIFICATIVI


 


Maria come ha potuto ricaderci? Cosa le ha impedito di vedere?

Sono giornate in cui si susseguono drammatiche notizie di femminicidi; uno più efferato dell’altro, ognuno che racconta nelle ricostruzioni  vite sbagliate, tradite o drammatiche, violente. Ma fra questi avvenimenti quello di Maria Tino, uccisa a Dragoni in provincia di Caserta, dall’uomo che voleva lasciare, lei che solo un anno fa era riuscita a sopravvivere alle coltellate del marito ancora in carcere, mi ha prodotto il primo pensiero irrefrenabile. Ma questa donna di 49 anni con due figli grandi, come ha potuto ricaderci dopo un'esperienza tanto drammatica? Come ha potuto non riconoscere subito la violenza nascosta in questo secondo maschio assassino, a cui evidentemente si sentiva legata dopo o forse già prima del tentato omicidio di suo marito? Cosa le ha impedito di vedere prima che fosse troppo tardi per decidere di lasciarlo? Solo sfortuna? Ci sono tanti pensieri, ma sarebbe davvero interessante parlarne.


 
Da due mattatrici chiare nelle loro scelte politiche condivisibili o no come Angela Merkel e Theresa Maya a due mattatori ambigui e pieni di possibili sorprese contraddittorie come Macron e Trump !



E’ il 14 luglio, la Francia è al suo importante appuntamento con la festa nazionale più simbolica del paese, ma in questo 2017 non c’è spazio solo per il glorioso ricordo della presa della Bastiglia: è l’anniversario del terribile massacro di Nizza ed inoltre Macron approfitta per costruire i rapporti con gli USA attraverso l’invito, accettato del Presidente Trump in un giorno tanto simbolico. Macron - in un incrocio di interessi e ambizioni in nome del desiderato ruolo leader della Francia in Europa e di un rinsaldarsi dei rapporti con gli USA pieni di contraddizioni per un europeista convinto - mi sembra riuscito ad aver sostituito i recenti simboli forti della politica in Europa. Dalle prime pagine si sono fortemente diradate le presenze di Angela Merkel e Teresa Meyer, le due donne simbolo del dibattito Europa si, Europa no e di quali rapporti con gli Stati Uniti. Mi sbaglio o i mattatori di oggi risultano Macron e Trump, immagini e voci simbolo in questo incontro di nuovo maschile di ambiguità e contraddizioni?


Paola, 17 luglio 2017


 


Grazie Paola,


ti leggo e rendo partecipi i miei lettori delle TUE riflessioni.


AIUTIAMO LE NOSTRE LETTRICI E LETTORI A RIFLETTERE INSIEME,


Ausilia

martedì 4 luglio 2017

Quale ordinazione delle donne



ORDINAZIONE DELLE DONNE. PER QUALE CHIESA E CON QUALE TEOLOGIA?


di Ivone Gebara*
(in Missione Oggi n. 3 del maggio-giugno 2017)


La mia riflessione, seppure sensibile al contesto internazionale della Chiesa cattolica, si colloca in quello latinoamericano, per certi versi meno implicato nella discussione sull'ordinazione delle donne.
Come teologhe latinoamericane, non ci siamo mai molto battute per questo. Tuttavia, negli ultimi mesi, grazie anche alla creazione in Vaticano di una commissione di studio sul diaconato femminile, La riflessione ha guadagnato spazio. C'è stata perfino una parrocchia di Sào Paulo (Brasile) che ha organizzato un dibattito. Sono stati pubblicati testi che raccontano storie di donne,che sono state ordinate illecitamente, secondo la Chiesa cattolica, e quindi scomunicate. Si stima che siano più di duecento, tra cui anche alcune vescove. Insomma, la discussione sull'ordinazione delle donne è uscita allo scoperto.


UN DILEMMA CRITICO
Sono d'accordo con chi sostiene che, l'ordinazione delle donne potrebbe segnare un progresso verso il superamento della disuguaglianza anche nella società. Tuttavia, è chiaro che per molti fautori e fautrici della causa si tratta di affermare soprattutto il "diritto" di ambo i sessi a rappresentare Gesù Cristo di fronte alla comunità. Insomma, in questione c'è più l'integrazione delle donne nel ministero ordinato che il modello di Chiesa. Un dilemma di non facile soluzione.
A mio avviso, però, il problema fondamentale riguarda il concetto di diritto. Che cosa significa avere diritto all'ordinazione in un'istituzione la cui teologia (ideologia) continua a valorizzare il potere maschile a scapito di una visione più partecipativa e diversificata dei servizi, dei carismi e dei poteri? Che cosa significa il diritto all'ordinazione, quando domina una visione eminentemente maschile del sacerdozio, anacronistica, segnata da un plurisecolare simbolismo teologico maschile? L'ammissione delle donne all'ordinazione risolverebbe da sola queste spinose questioni?


RIFORMA POLITICA DELLA CHIESA
In questa prospettiva le donne non devono rafforzare un modello di sacerdozio gerarchico maschile né accettare l'ordinazione sulla base di una teologia gerarchica, con un simbolismo fondamentalmente maschile. Prima sarebbe necessaria una riforma "politica" nella Chiesa cattolica, per non contrabbandare la sua attuale organizzazione come proveniente direttamente da Dio, secondo la volontà di Gesù, immutabile lungo i secoli nelle diverse culture.
Parlare di riforma "politica" implica una riforma della teologia che finanzia tale politica di carattere maschile,patriarcale e centralizzatore. La presunta uniformità dei dogmi e la legalità delle disposizioni canoniche, nonostante la loro utilità, contraddicono il pluralismo di situazioni e tradizioni presenti nelle diverse culture e fasi della storia. La Chiesa gerarchica non le ha sempre rispettate, anzi spesso le ha combattute come negazioni della vera dottrina rivelata.
E’ in questo contesto che si può parlare anche di teologie femministe e della loro critica al centralismo religioso e al taglio eminentemente maschile del simbolismo religioso. Esse hanno denunciato gli abusi del potere religioso, soprattutto in relazione all'indebita appropriazione della decisione sui nostri corpi. Hanno reinterpretato in forma ricca e contestualizzata la Bibbia e la teologia al fine di rispondere alle sfide attuali del mondo. Ma le teologie femministe sono quasi universalmente respinte o ignorate dai manutentori della tradizione maschile, poiché sfuggono al copione stabilito.


TEOLOGIA FEMMINISTA
Ho il sospetto che gran parte del movimento in favore dell'ordinazione delle donne non si muova nella linea critica di molte teologie femministe. Persegue la parità di genere nei ministeri senza interpellare i fondamenti teologici e politici della Chiesa. Vede solo il diritto delle donne di esercitare ministeri in una Chiesa cattolica predefinita nella sua organizzazione gerarchica. E come se col solo rendersi presenti nei ranghi sacerdotali, le donne potessero cambiare qualcosa della sua rappresentazione finora unicamente maschile. Questo non basta a modificare le nostre convinzioni in merito alla struttura della Chiesa. Bisogna chiarire i comportamenti sociali, politici ed ecclesiali che devono accompagnare l'ordinazione delle donne.
Quali nuove politiche la Chiesa deve assumere, quali orientamenti deve proporre perché i nuovi "soggetti" femminili entrino davvero a far parte dei suoi quadri di direzione e leadership a tutti i livelli?
Sono esigenze che noi donne dovremmo porre per non accettare qualcosa come se fosse un favore degli uomini di Chiesa a noi povere donne.
Dico questo perché conosco alcune pastore e candidate al sacerdozio femminile e la mia impressione, per quanto limitata e discutibile, è che non abbiamo ottenuto un mutamento qualitativo significativo nella struttura attuale della Chiesa cattolica. Molte chiedono il sacerdozio, ma non propongono né rivendicano le condizioni per il suo esercizio. Alcune donne-prete svolgono attività di primo piano con popolazioni emarginate. Altre sono provviste di dottorati in teologia presso Università di fama internazionale, tuttavia questa formazione non è riconosciuta dai prelati.
Posso capire l'eccitazione e il desiderio di vedersi sull'altare, di presiedere una messa e avere un certo potere nella comunità. Comprendo anche l'emozione narrata da alcune di poter elevare l'ostia e dire "questo è il mio corpo (di Cristo)", come un sogno d'infanzia realizzato.
Non le condanno, ma penso che dovremmo esigere molto di più, in un dialogo tra eguali, non tra superiori e inferiori.


AFFETTI E POTERI ASSOLUTI E DOMESTICI
In questa problematica c'è un altro dato importante: il cristianesimo nella sua forma cattolica è una
religione organizzata a partire da forti emozioni culturali, in cui il circuito di affetti rivela una sorta di divisione sociale dei poteri che riproduce la società in cui viviamo. La figura maschile di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, riveste un potere socio-emotivo assoluto, mentre le figure femminili come Maria e molte sante rivestono un potere assoluto domestico, che assiste, accoglie, protegge e guarisce.
La rappresentazione sacerdotale maschile appare emotivamente attaccata al potere politico assoluto maschile, anche se spesso il potere effettivo è femminile.
Sappiamo che l'ordinazione maschile obbedisce a una dogmatica gerarchica maschile, che inizia con l'immagine di Dio Padre che dà potere al Figlio unico, il quale invia lo Spirito, perpetuato e simboleggiato dai sacerdoti maschi.
Noi donne siamo disposte a mantenere questa anacronistica gerarchia maschile? Siamo disposte a mantenere la differenza tra sesso maschile e femminile come dislivello di capacità che si esprime anche nel divario retributivo nel servizio alle comunità? Siamo disposte a mantenere la divisione sociale degli affetti e dei poteri? Un piccolo esempio. Oggi, in molte diocesi c'è un divario salariale tra preti, suore e laici per servizi analoghi. Ciò riflette ancora la conservazione del privilegio di gerarchie maschili all'interno della Chiesa. La rivoluzione di senso in atto oggi non indica la necessità di ripensare il patrimonio cristiano per i nostri giorni, nella diversità delle comunità ecclesiali, delle organizzazioni pastorali e dei ministeri?


LA NATURALIZZAZIONE
Un altro aspetto importante è il rischio di naturalizzare i comportamenti maschili e femminili, credendo che tutti gli appartenenti all'uno o all'altro genere, persino i transgender, si comportino allo stesso modo.
"Naturalizzazione" significa rendere certi comportamenti predeterminati dalla natura o da Dio e affermare, per esempio, che la vocazione sacerdotale delle donne è la cura quotidiana e non riguarda le politiche pubbliche in favore del bene comune. Non possiamo più credere che ci siano compiti o lavori specificamente maschili e altri femminili, come se avessimo identità lavorative predefinite. In un certo senso questi atteggiamenti risalgono ancora a Jean Jacques Rousseau e Auguste Comte, che volevano educare le donne in funzione degli uomini e della famiglia, cercando di preservarle dalla politica e dai vizi della vita sociale a beneficio della società, dei mariti e dell'educazione dei figli.
Oggi assistiamo a riflessioni e atteggiamenti simili, seppur consfumature e giustificazioni diverse. Queste devono essere decostruite.


LA STORIA
In questo contesto di "richiesta" di ordinazione delle donne, non possiamo dimenticare le persecuzioni della Chiesa cattolica nei confronti delle donne. Accusate in passato di essere streghe o usurpatrici del potere di pensare, che avrebbe dovuto essere solo maschile, molte donne sono state condannate a morte o perseguitate. Da Ipazia di Alessandria (condannata alla lapidazione) a Giovanna d'Arco (condannata al rogo) fino alle figure femminili massacrate per aver osato penetrare negli atri del sapere teologico.
Non possiamo dimenticare queste storie.
Inoltre, nel XX e XXI secolo le teologie femministe hanno ripensato gran parte della tradizione cristiana.
E’ deplorevole che oggi ci siano ancora interrogatori, lettere di avvertimento, ammonizioni a congregazioni religiose femminili, a teologhe e filosofe che accolgono il dono di pensare la vita come parte del servizio al "movimento di Gesù". Una rivendicazione, come quella dell'ordinazione delle donne, non è una richiesta isolata, ma si iscrive in questo complesso contesto di idee e credenze clericali che governano menti e cuori, conservando strutture organizzative anacronistiche.


L'ATTUALE TEOLOGIA SACERDOTALE
La teologia sacerdotale corrente riveste i presbiteri di poteri non solo simbolici, ma anche politici e sociali, che permettono di orientare vite e perfino di manipolarle. Spesso essi usano le Scritture a piacere e giustificano le proprie scelte come se fossero emanazioni evangeliche. Non mancano eccezioni, ma è più comune che i presbiteri concentrino l'autorità. Tale concentrazione impedisce la crescita di molteplici ministeri o servizi nelle comunità cristiane. Inoltre, il modello di presbitero in igore è quello del sacerdozio "rigiudaizzato" di Gesù, distante dalle ispirazioni evangeliche.
Piuttosto di rinunciare al potere che li esalta, alla stregua dei loro pari laici, i presbiteri lungo i secoli
hanno rafforzato l'alleanza con il potere politico, economico e religioso, imponendo decisioni e agendo irrispettosamente soprattutto in riferimento alla sessualità femminile. Riconosco il ruolo sociale e culturale di sacerdoti, sciamani, màe e pai-do-santo, imam ecc. nelle diverse religioni. Ma non si tratta di "guardiani" esclusivi della tradizione religiosa cui appartengono, bensì di leader che si fanno carico dei bisogni delle comunità. Di modo che la partecipazione dei membri di una comunità ai servizi e alla costruzione di senso dovrebbe essere una responsabilità condivisa. Cosa che richiede un dialogo costante e la condivisione delle conoscenze e dei poteri. In questo senso non auspico l'estinzione del ruolo di persone più preparate o di leader etici in relazione alle tradizioni religiose, ma che essi siano legittimati nella loro autorità nella misura in cui si fanno carico delle problematiche della comunit
 (i.g.).


*agostiniana brasiliana di origini siro-libanesi, dottore in filosofia e scienze religiose, è stata docente per 17 anni all'IT di Recife.

martedì 20 giugno 2017

A Mano Libera


Dalla rete: Dal carcere: A Mano Libera

 

#noicontrolaviolenza: se ne parla in carcere con le scuole


 


Il progetto contro la violenza di genere di Se non ora quando – Libere, la piéce di Comencini, le scuole e il carcere. Intervento di Maria Elena Boschi


 


inserito da Tiziana Bartolini

 

“Di cosa è fatto l'amore..” sussurra il giovane attore. E continua domandandosi, smarrito, uomo, che significa.... Siamo nel teatro dalla Casa circondariale maschile di Rebibbia (Roma, 6 giugno) e va in scena L'amavo più della sua vita, pièce teatrale di Cristina Comencini, regia di Paola Rota con Irene Petris e Marcello Spinetta impegnati in una intensa interpretazione di coetanei sconvolti per l’uccisione di Silvia. A compiere il femminicidio è stato Saverio, amico d’infanzia di Luca, che non aveva capito e continua a non capire. Il suo appello disperato cade nel vuoto e chiude l’ultima scena. Ho bisogno di parlare.., confessa. E Maria non risponde, lasciandolo al suo percorso interiore.
Gli applausi testimoniano che il messaggio è arrivato alla platea e il dibattito che segue ne è conferma con l’intreccio di riflessioni, testimonianze e considerazioni di detenuti e detenute, studenti e studentesse, minori non accompagnati del Centro d’accoglienza, rappresentanze istituzionali ed esperte.

 

Il merito di aver assemblato un insieme inedito ed efficace è del progetto #noicontrolaviolenza del liceo Artistico E. Rossi di Roma realizzato in partenariato con Se non ora quando – Libere con il sostegno del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, progetto cui aderiscono molti licei artistici di altre città. Obiettivo del progetto è parlare dei “diversi volti della violenza e in particolare di quella esercitata contro le donne, su chi ne é stata causa, chi ha subito, chi ha visto” osserva Donatina Persichetti, che modera la mattinata e che ha seguito un percorso progettuale in continuità con #maipiucomplici, sempre di SNOQ Libere.

Il suo compagno la picchiava e lei non aveva il coraggio di ribellarsi, allora l’ho cacciato io, dice Valeria e aggiunge non capisco perché, come donne, senza un uomo o una famiglia ci sentiamo incomplete. In qualche modo Ilaria risponde, osservando che l’altro non deve essere un bisogno, ma un arricchimento così se viene a mancare non si perde l’equilibrio. Uno studente dice che talvolta l’amore è condizionato dalla paura della solitudine, altra distorsione delle relazioni e in qualche modo conferma Pietro, in carcere per aver compiuto violenze sessuali. Mi sentivo nel diritto di comandare, e quando ho capito ho avuto uno shock, dice commosso dal palco e aggiunge un appello date a tutti la possibilità di capire dove hanno sbagliato. Gli fa eco Antonio, che legge una lettera scritta alla vittima delle sue violenze e che, dopo un percorso di conoscenza psicologica fatto con l’Unità Trattamento Intensificato, dice non basta il tempo della prigione per superare il male fatto.

La voce delle vittime è arrivata attraverso alcune testimonianze di detenute che solo dopo un lungo percorso di riflessione hanno trovato il coraggio di pronunciare il nome dell’aguzzino o di parlare pubblicamente. L’osservazione di Matteo, uno studente, sollecita altri interventi: sono maschio, non sono ancora un uomo dico che la violenza dipende da cosa ci insegnano da bambini e la dirigente scolastica Mariagrazia Dardanelli osserva che le donne e mamme hanno la responsabilità di non abbandonare la cultura degli stereotipi e di non crescere i figli nella parità e nel rispetto dell’altro/a.

A spiegare le tante forme di violenza è l’esperta di statistica sociale Linda Laura Sabbatini, che invita a non sottovalutare le prime avvisaglie perché inizia con dei condizionamenti e poi c'è un’escalation. Le donne che subiscono violenza dicono di avere paura di essere uccise ma non percepiscono le violenze come un reato. Non dimenticare, poi, che la violenza si trasmette ai bambini/e che assistono.

Ad indicare altri tipi di violenza è la direttrice di Rebibbia femminile, Ida Del Grosso, che spiega considero violenza anche ingoiare ovuli di droga nel proprio corpo o le ragazze che rubano non per scelta ma perché obbligate.

Un invito ai giovani a non sottovalutare il fenomeno è arrivato da Maria Elena Boschi, Sottosegretaria di Stato alla Presidenza del Consiglio, che ha seguito tutta la manifestazione. Dovete volervi bene e non pensate che la gelosia sia una bella cosa – ha detto – pensate che è bello crescere insieme sapendo che abbiamo stessi diritti e doveri, non c'è chi sta sopra e chi sotto, siamo pari. Il cammino è lungo ed è da percorrere sapendo che la battaglia è culturale.

 

domenica 18 giugno 2017

Lettera aperta a Carmelo


LETTERA APERTA A CARMELO
un parere controcorrente
 
Caro amico, ti scrivo dopo aver letto il tuo interessante libro.
Potrei fare una recensione. Ne ho letto di belle ed appropriate. Ma non so spiegarti il motivo di un certo mio inghippo, che mi fa abbandonare l’idea di farne una anch’io. Cerco di capire da me stessa il perché e ne parlo direttamente con te.
A te interessa far conoscere il tuo libro ad un pubblico, il quale, leggendolo, si possa fare un’idea di come il carcere non redima, ma anzi incattivisca; e sia, piuttosto, una vendetta di stato o un bisogno di allontanare dalla società civile un essere pericoloso.
Tutto questo lo hai già scritto in diversi modi, e mi auguro che la goccia delle tue accuse alla società civile e alle Autorità riesca a scavare la roccia dell’insensibilità. Cosa potrei aggiungere io alle tue denunce?
Ma ti faccio una domanda: questo tuo ultimo libro cos’è? un romanzo o ancora una nuova segnalazione dell’ingiustizia, del diritto negato? Ritengo che tu vorresti far capire il tuo pensiero con mille argomentazioni, tra le quali la più valida mi pare sia quella di far maturare nella coscienza collettiva la consapevolezza che infliggere al colpevole una pena terribile  e nello stesso tempo infinita, ottiene un effetto devastante, perché non redime, anzi recide quel che resta di umano nella stessa pena.
Il tuo libro, sia un romanzo, o sia un’originale scrittura di denunzia, ruota sempre attorno al tuo caso, anche se, lodevolmente, ti fai carico di parlare anche a nome degli altri che non hanno le tue capacità espressive e si disperano fino a suicidarsi… Le colpe possono essere di grave, gravissima entità, ma non c’è un briciolo di sano ragionamento che possa giustificare la legge dell’ergastolo a vita.
Intanto io voglio trasportarti nel versante opposto: quello delle vittime ferite dal lutto causato da un assassino. Del tutto contrarie al perdono, esse trovano un certo conforto al proprio immenso dolore, nell’augurarsi che l’assassino se ne stia recluso in un qualche angolo del carcere, dove una porta resti chiusa per sempre da una chiave da buttare. Pare loro impossibile perdonare chi ti uccide un figlio, il marito, la persona che ami più di te stesso. Né sono aiutate dalla fede cristiana, la quale propone sempre il perdono, ma senza imporlo.
Lo costatiamo tutti: chi perdona è l’eccezione, è un eroe della bontà, non una persona che adempie un dovere di fronte ad un diritto negato.
Io posso trovare giusto adoperarsi perché tale mentalità non perduri in una società, non dico cristiana, ma nemmeno civile. E in occasione della pubblicazione del tuo ultimo libro, vorrei far breccia proprio su tale mentalità sognando, in particolare per te, un percorso diverso.
Mi chiederai dove voglio andare a parare. Cercherò di proportelo.
Ti vedo di là dalla barricata, dove puoi ruminare notte e giorno per trovare il modo di reclamare  e sperare contro ogni speranza. E sarà stata insistente la tua idea che il libro possa aprire, se non la porta, almeno una fessura da cui, chi leggerà, possa dare un’occhiata per vedere lo squallore di una tana dove viene buttato il reietto, trattato come animale feroce da domare; meglio, da torturare senza pietà, senza farlo morire, in modo che si roda di rabbia, in una condizione di non-ritorno.
Chi ha letto l’inferno di Dante quando ritrae le atrocità della legge del contrappasso, potrebbe farsi un’idea meno vaga dell’infrangersi di ogni speranza del condannato, tra lo sghignazzo dei demoni….
In questo tuo libro, steso con la bravura di chi sa usare penna, intelligenza  e cuore, metti sulla scena due attori principali. In un passo del libro, gli altri che costituiscono la massa figurano da scimmie. Dei due protagonisti, uno sei tu in carne ed ossa (e non Lorenzo, nemmeno se gli dai l’appellativo di SenzaDio); l’altro è l’Angelo tutore, che è Nadia. E ci sono anche, ma ritagliati su un cliché ben noto: lo zio Totò e il ragazzo, Claudio, introdotto nel momento terribile della scena più avvolgente di tutto il ‘romanzo’.
Io intanto continuo a leggere il tuo libro per vedere come va a finire.
Non mi dilungo per dirti che non risponde ai miei gusti il genere letterario che hai scelto per fare denunce  e per ringraziare la tua fata; ma forse tu hai buone ragioni per usarlo: siccome la tua narrazione è coinvolgente perché vera, forse hai fatto bene a scegliere l’ambientazione e le situazioni sulle quali la ‘gente’ è poco informata.
Però, se mi leggi un altro po’, io, da amica, mi permetterò di proporti altro. E non a livello di scrittura dove tutto scorre bene (però i capoversi sono troppi e sono d’intralcio all’espansione del pensiero di chi legge).
Ti trascinerò ad una riflessione (a tua consolazione, aggiungo che ogni buon libro fa riflettere).
Siccome una grossa parte dell’opinione pubblica, soprattutto di questi tempi, è contro l’eccessiva benevolenza verso i carcerati, io, al tuo posto, avrei narrato di un Lorenzo torturato dentro, ancora più che dalla pena, dal suo rimorso, fino alla….. conversione.
Ricordi l’Innominato?
La pagina della sua conversione è di una bellezza ineffabile. Ritrae il prodigio della macerazione interiore del più grande, implacabile personaggio, di fronte al quale avrebbe avuto paura perfino lo zio Totò e anche il SenzaDio. Invece l’Innominato riesce a commuoversi fino a piangere nell’ascoltare le lacrime di una ragazza del popolo senza protezione, rannicchiata nell’angolo di uno stanzone dove, dietro suo comando, era rinchiusa. Gli martella il cuore il sentirsi ripetere: Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia.
Per l’amor del cielo, non fraintendermi! Non sto optando per la tua conversione. Ti sto dicendo semplicemente che saresti ben capace di stendere una pagina davvero unica, suonando un’altra campana: non più quella che ritrae la cattiveria del cuore degli altri, ma quella che ritrae il TUO cuore affranto dal pentimento. E anziché parlare dei buoni che agiscono da cattivi e perciò non ti perdonano, tu dovresti essere in grado di vincere la tua cattiveria e redimerti scavando nella tua coscienza fino a trovare il coraggio di diventare buono chiedendo perdono alle vittime dei tuoi errori.
Hai detto tutto di te.
Ora che puoi allontanarti un po’ da quella cella chiusa, forse dovresti distanziarti da essa interiormente; LIBERARTI prima di tutto di Carmelo, del SenzaDio.
A mio parere, chi è senza Dio non ha bisogno di nominarlo, perché chi non esiste non ha un nome. Ma tu non poni freno alla voglia di ripeterlo. E fai di questo Dio un protagonista, nascosto dietro l’angelo, dietro la tua fata che ti ha curato, quando sei sopravvissuto all’uccisione per mano del tuo più grande avversario.
Perché non fai emergere, a questo punto, la tua invisibile profonda bontà di PENTITO-DENTRO, che ora soffre, non per la pena, ma per il male che hai fatto?
Persisti, invece, a rivendicare qualcosa, mentre continui a dichiararti cattivo per orgoglio.
Così facendo, la tua privazione di libertà resta, anche se ora mitigata, implacabile meritato castigo.
Smettila, ti prego! Cambia direzione. E non per avere maggiore presa sui lettori, ma per te stesso.
Crea un altro libro come (sottolineo il ‘come’) le Confessioni di Agostino, o il più moderno I giorni del pentimento di Harri Nikanem. Ti assicuro che andrebbe a ruba. A patto che tu lo scriva, dopo lungo, molto lungo e sincero travaglio interiore per ricavare il meglio dal tuo cuore.
Quel che ho scritto è frutto di amore e stima per te!
Ausilia 
 
RISPOSTA
Cara Ausilia,
                    c’è del de vero in quello che scrivi, anch’io ho letto i “Promessi sposi” e il protagonista che mi è piaciuto più di tutti è proprio l’Innominato.
Ti assicuro che a me piacciono più le critiche costruttive fatte con intelligenza che i complimenti senza nessun ragionamento dietro, quindi ti ringrazio di quello che mi hai scritto.
Ausilia, la mia storia è molta complicata e controversa per potertela spiegare bene, ma sappi che anche altri mi rimproverano che nei miei scritti non c’è nessun pentimento interiore, religioso o no. Forse perché anche adesso mi sento innocente di essere stato colpevole o anche perché forse quando facevo del male pensavo di farlo con umanità.
Non so spiegartelo bene, ma è così, forse anche perché credo che se adesso sono una persona migliore è anche per merito del male che ho fatto.
E non ci crederai ma penso che a Dio piacevo più prima che adesso perché l’altro giorno per non infrangere la legge non ho potuto aiutare un compagno di sventura, (e mi sono sentito veramente cattivo) una volta invece per farlo avrei infranto qualsiasi legge degli uomini.
Lo so, è difficile capirmi, ma sotto un certo punto di vista di umanità, solidarietà e amore, mi sentivo migliore  quando facevo il male che adesso, che per non rischiare di andare nei guai o di non infrangere la legge, non ho aiuto un compagno di sventura.
Purtroppo penso che se non sei cattivo è difficile essere buoni ,ed io penso che se in me non c’è il pentimento interiore dell’innominato è perché sinceramente penso che ero più buono prima che adesso.
E mi fermo qui, perché penso che s’è difficile per me capirmi pensa per gli altri che mi leggono, ma sappi che adesso che mi hai detto quello che pensi ti voglio ancora più bene.
Un sorriso a te e uno al tuo cuore. 
Carmelo
 
N.B. Le sottolineature sono mie, perché rimango dubbiosa circa quanto afferma Carmelo.
Saranno graditi possibili interventi.
Ausilia

lunedì 29 maggio 2017


Per essere in comunione col

CTI = coordinamento teologhe italiane

Adriana Cavarero – Franco Restaino, Le filosofie femministe, Mondadori, Milano 2002.

Donne disarmanti. Storie e testimonianze su nonviolenza e femminismi, a cura di M. Lanfranco e M. G. Di Rienzo, Intra Moenia, Napoli 2003.

Non contristate lo Spirito. Prospettive di genere e teologia: qualcosa è cambiato?, a cura di M. Perroni, Il Segno dei Gabrielli, Negarine (VR) 2007.

Dizionario di teologie femministe (edd. Letty Russel – Shannon Clarkson), Claudiana, Torino 2010.

Teologia e prospettive di genere, a cura del CTI, in Le scienze teologiche in Italia a cinquant’anni dal Concilio Vanticano II, a cura di P. Ciardella – A. Montan, LDC, Torino Leumann 2011, 163- 191.

Dire la differenza senza ideologie (Ciccone, Morra, Perroni, Simonelli, Tomassone, Vantini), in Il Regno – Attualità, 1/2015, 53-65.

Cristina Simonelli, Teologia, differenza e gender: un dibattito aperto in “Studia Patavina” 62 (2015) 73 – 88.


Chi si avventura a leggere le pubblicazioni ricordate si rende conto di una certa diversità nel modo di indicare questi studi: femminista/femminismo risultano sgraditi in contesto latino cattolico (e fra le giovani generazioni, di qualsiasi orientamento) e sono usati con parsimonia. Alcune autrici utilizzano delle circonlocuzioni, come “teologia delle donne” – nomenclatura vicina, del resto, a quella mujerista e womanist, rispettivamente latino e afroamericana. Altre volte è stata preferita la definizione di femminile: non tutti gli scritti che la utilizzano mirano ad addomesticare il discorso e a toglierne le punte più critiche. Si è presto diffuso, praticamente in tutto l’occidente, l’uso di parlare di queste ricerche “in prospettiva di genere”, in dialogo e dialettica con le molteplici posizioni gender/orientate. Così ad esempio il CTI «valorizza e promuove gli studi di genere in ambito teologico, biblico, patristico, storico, in prospettiva ecumenica» (Statuto, art. 2). I più recenti tra i repertori sopra indicati discutono anche il significato e l’estensione che a questa formulazione attribuisce il Coordinamento delle Teologhe Italiane e recensiscono anche l’elaborazione della maschilità e gli studi queer.

Ciò che accomuna la maggior parte di questa produzione delle donne/femminista/di genere è comunque un tratto critico e trasformativo.

Ci si potrebbe però avvicinare al tema per altre strade, diverse da quelle dello “stato degli studi”. Ne forniamo qui alcuni esempi, non certo esaustivi e presentati informa più sintetica dei precedenti. Ci si può dunque avvicinare:

con un taglio storico, leggendo le opere che sono ormai dei classici, sia filosofici che teologici: Mary Daly, Al di là di dio padre [1973], Editori Riuniti, Roma 1990; E. Schüssler Fiorenza, In memoria di Lei, [1983] Claudiana, Torino 1990; Anne Carr, Grazia che trasforma. Tradizione cristiana ed esperienza delle donne, [1988] Queriniana, Brescia 1991Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, [1991] Editori Riuniti, Roma 2006; Elizabeth Johnson, Colei che è, [1992] Queriniana, Brescia 1999

oppure con un approccio letterario, che spesso riesce a rendere con parole altre e belle i nodi di un pensiero complesso: Michela Murgia, Ave Mary. E la chiesa inventò la donna, Einaudi, Torino 2011; Mariapia Veladiano, Il tempo è un dio breve, Einaudi Stile Libero, 2012.

 oppure privilegiare la via biografica, rintracciando attraverso volti e storie le pratiche che trasformano: Ivana Ceresa, L’utopia e la conserva. Una vita spirituale nella contemporaneità, Tre Lune, Mantova 20011; M. Antonella Grillo – Luisella Lugoboni, Lo straordinario dell’ordinario. Città donne e Chiese: la via italiana di Marisa Bellenzier e Ivana Ceresa, Effatà, Cantalupa (TO) 2013; Cettina Militello, Volti e storie. Donne e teologia in Italia, a cura di M. Agnese Fortuna, Effatà, Cantalupa (TO) 2009.


Infine segnaliamo – ma questa pubblicazione è costantemente in dialogo con questi testi – le Collane italiane: la Bibbia e le donne (Il pozzo di Giacobbe) e i diciotto agili volumi di

Sui generis (Effatà)

 

martedì 23 maggio 2017

ANNIVERSARIO delle stragi di Capaci e via D'Ameloo


UDI / Il contributo delle donne nella lotta contro la Mafia

Nel venticinquesimo anniversario delle stragi di Capaci e via D'Amelio l'Udi ricorda il contributo delle donne

inserito da Redazione


23 MAGGIO 2017 - IL CONTRIBUTO DELLE DONNE
NEL VENTICINQUESIMO DELLE STRAGI DI MAFIA


L’Unione Donne in Italia vuole ricordare il contributo delle donne nella ricerca della verità e della giustizia soprattutto in occasione del Venticinquesimo anniversario delle stragi di Capaci e di via D’Amelio.


 

La magistrata Francesca Morvillo, la poliziotta Emanuela Loi, la compagna di una vita di Paolo Borsellino, Agnese Piraino Leto.

Le donne vengono spesso liquidate semplicemente come ‘la moglie di’ oppure la ‘poliziotta’, noi vogliamo ricordarle nel loro impegno concreto.

Pensiamo a Francesca Morvillo che sposò Giovanni Falcone e pochi ricordano che fu essa stessa una integerrima magistrata, riservata, schiva da ogni clamore, ma testimone di una genuina ricerca della giustizia. Figlia di un magistrato -Guido Morvillo e sorella di Alfredo Morvillo attuale procuratore-, la sua famiglia affonda le radici nel lontano Risorgimento. La descrive così la prima magistrata di Palermo, Maria Teresa Ambrosini, amica e collega di Francesca: “La incontrai nuovamente nel febbraio del 1972 allorchè, dopo un anno circa di permanenza presso la sezione penale del Tribunale di Agrigento, venne trasferita alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Palermo, in quello stesso Tribunale ove anch’io negli stessi giorni mi ero immessa quale giudice, a seguito della istituzione di autonoma pianta organica di quegli uffici giudiziari. Abbiamo affrontato insieme, per lunghi anni, l’esperienza minorile che ci gravava di ansia, di inquietudine e di un impegno vigile e sollecito per la delicatezza delle situazioni coinvolgenti soggetti fragili, dalla personalità ancora in formazione. Francesca amava il contatto con i giovani: l’aveva già sperimentato nella Sua esperienza d’insegnamento, attività che Le era estremamente congeniale e che aveva svolto prima, durante l’Università nelle scuole elementari di un istituto per figli di detenuti e poi, per un anno, dopo la laurea, quale docente di diritto in un istituto tecnico statale. Tale esperienza, e in particolare quella vissuta con i piccoli svantaggiati dalla detenzione del padre, La portò a scegliere le funzioni di giudice minorile, aiutandola nell’approccio con i ragazzi e nella comprensione della loro personalità. L’estrema dignità ed umanità e il grandissimo equilibrio con il quale svolgeva il Suo ruolo hanno fatto sì che Essa non sia stata e non sarà mai dimenticata da tutti coloro che con Lei hanno avuto modo di lavorare”.
Francesca Morvillo ogniqualvolta doveva chiedere una condanna per un minore sentiva su di sé il peso di un’ingiustizia nei confronti di un minore: ”La vita lo ha penalizzato due volte”, diceva. Con Giovanni Falcone non sposa solo l’uomo ma la sua stessa idea di giustizia, super partes di fronte alla ricerca del vero.

L’amore per Giovanni è inscindibile dal suo amore per la giustizia.

È Francesca –racconta Paolo Borsellino il 2 giugno 1992- che consiglia a Giovanni le strategie più lucide, più razionali quando viene attaccato dall’interno stessa della magistratura. È Francesca che gli corregge alcuni provvedimenti giudiziari a matita con delle note delicate in basso, lo racconta l’amico magistrato Giuseppe Ayala.

 

Emanuela Loi, di origini sarde, dopo aver preso un diploma magistrale, entrò nella polizia di Stato nel 1989 e frequentò il 119º corso presso la Scuola Allievi Agenti di Trieste. Trasferita a Palermo non si era mai tirata indietro dinanzi ai compiti più difficili e pericolosi fino ad essere assegnata alla scorta del magistrato Paolo Borsellino che negli ultimi mesi di vita diceva di sentirsi già morto: sapeva che sarebbe toccato a lui. Emanuela con gli altri colleghi avvertivano ad ogni spostamento che poteva toccare a loro la prossima carica di esplosivo. Aveva appena 25 anni e aveva paura in quell’estate siciliana.

È la prima donna assegnata alle scorte e la prima poliziotta ad essere uccisa.

Agnese Piraino Leto, compagna di una vita di Paolo Borsellino, ha testimoniato con forza nei vari processi depistati di via D’Amelio, tutto ciò che Paolo le aveva confidato: “l’odore della morte”, fino a pochi giorni prima di morire, taluni incontri istituzionali equivoci e inquietanti, le minacce e la solitudine del padre dei suoi figli.

“Paolo era la giustizia”, ripeteva Agnese che con Lucia, Fiammetta e Manfredi ancora ragazzini, nel 1985 aveva subito l’isolamento dell’Asinara con Paolo - stessa sorte toccò a Falcone e alla sua famiglia - per garantire il primo maxiprocesso. Una delle figlie di Agnese e Paolo si era ammalata per essere stata strappata al contesto quotidiano spensierato della sua adolescenza.
Fu Agnese a rifiutare il rito di stato preferendo per Paolo funerali privati, accusando il governo di non aver saputo proteggere il marito: "Non meritavano questi uomini", ebbe a dire, facendo riferimento ai politici che non avrebbero meritato di presenziare alla cerimonia funebre del marito.
Senza alcun dubbio possiamo affermare che né Giovanni Falcone né Paolo Borsellino, né Francesca Morvillo, né gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro né Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina siano stati realmente tutelati dallo Stato in quegli anni. Non c’era un elicottero a Capaci preposto a seguire il corteo blindato, non era stata effettuata una bonifica sul tragitto.

In via D’Amelio – nonostante la strage di Capaci - si è ripetuto lo stesso copione. Siamo consapevoli che i nemici e le nemiche delle mafie rimangano oggi solo chi realmente si oppone a vari livelli - dalla gestione dei territori, all’economia, all’organizzazione del lavoro in determinati ambienti lavorativi - a quegli interessi sempre più ampi e più vasti che stanno mettendo a rischio la democrazia nel nostro Paese fondamentale per tutti e per le donne in particolare.

Per questo, in questi giorni in cui si ripercorrono le vite di Falcone e Borsellino, le due grandi figure che la mafia ci ha sottratto, l’UDI vuole anche riportare al ricordo collettivo l’esempio di queste tre donne vittime dirette e indirette della stessa stagione nera messa in atto da una mafia violenta e assassina, e che pur consapevoli del rischio non si sono sottratte a perseguire una scelta di vita giusta. E con loro, tante altre donne di altre stagioni aspettano di essere nominate.

mercoledì 10 maggio 2017

LA CARTA DELLE DONNE


LA CARTA DELLE DONNE ….. 30 anni dopo: io c’ero e vorrei esserci ancora

La presentazione del libro C'ERA UNA VOLTA LA CARTA DELLE DONNE. IL PCI, IL FEMMINISMO, LA CRISI DELLA POLITICA

inserito da Paola Ortensi


LA CARTA DELLE DONNE ….. 30 anni dopo: Io c’ero e vorrei esserci ancora !
La presentazione del libro "C'ERA UNA VOLTA  LA CARTA DELLE DONNE. IL  PCI, IL FEMMINISMO, LA CRISI DELLA POLITICA" (ed Biblink) organizzata alla Camera dei deputati il 5 maggio dalla Fondazione Nilde Iotti è stata un'interessante occasione di confronto in cui si sono intrecciate voci e riflessioni dei  protagonisti; da Livia Turco a Achille Occhetto a Alessandra Bocchetti, rispettivamente responsabile femminile del PCI che ne fu animatrice, l'allora segretario del Partito, e una voce storica del femminismo che rappresentò la decisiva contaminazione innovativa delle parole e progetti per e con le donne. Allo scambio di idee hanno partecipato anche gli autori del libro: Letizia Paolozzi, una delle protagoniste della Carta, e il giornalista Alberto Leis in un intreccio corale con le voci e gli interventi di molte donne presenti, in maggioranza quelle che
30 anni fa della Carta furono animatrici e fruitrici politiche, me compresa.
Il dibattito, sin dalle parole di Livia Turco, è stato segnato da un incrociarsi della storia e delle riflessioni di protagoniste delle quali nel libro stesso si potranno leggere i contributi. Per quanto mi riguarda l’aspetto più intrigante l’ho trovato in tutti gli accenni che hanno a più voci e scritto quanto rimane da rivitalizzare e rilanciare della Carta facendone un “documento”, o meglio un progetto, che non semplicemente racconta un passato vivace e di successo ma uno strumento che in diverse parti può ancora essere ripreso e rilanciato, come fertilizzante anche dell’oggi. A sostegno di questa idea vi è proprio la riflessione, ripresa in ogni intervento, delle cause per cui il percorso di enorme successo della Carta si interruppe violentemente - e con dolore - in contemporanea con la fine del PCI.
Donne che, con la Carta e nell’incrocio col femminismo, avevano scoperto di potersi confrontare anche al di là delle culture e dei luoghi di partito e di appartenenza. Al momento della fine del PCI le dirigenti di quel processo nei fatti non riuscirono a fare un salto e a mostrare di aver maturato una sufficiente presa di distanza da quel “Siamo donne comuniste…”, affermazione iniziale della Carta che si dimostrò un macigno insormontabile per andare oltre nell’esperienza maturata.
Nel merito del dibattito, tanti gli spunti interessanti da menzionare e su cui riflettere per passare dalla memoria ad un nuovo progetto futuro . E’ Livia Turco la prima che racconta come sia nata l’idea del libro in un incontro affettuoso con amiche della allora Sezione Femminile del PCI, con la quale la prima iniziativa preparatoria decisa fu lo scorso anno un dibattito già sulla Carta organizzato con la Fondazione e l’Istituto Gramsci. Un'iniziativa che vide ricrearsi un'atmosfera vivace ed entusiasta, testimone seppur dopo lungo tempo di quello che fu, allora, il piacere di far politica e scoprendo, grazie alla carta, la “scelta” di una centralità della relazione fra donne.
”Un dialogo a tutto campo” lo ha definito la Turco, capace di evidenziare la forza delle donne e di vedere nascere col lavoro e il confronto un “pensiero innovatore” basato su una forma di autonomia delle donne che in quel metodo di Carta itinerante (e quindi aperta ad una continua contaminazione di massa) che però, come già detto, si infranse con la fine del PCI. E si portò con sé  ”un vento corale pieno di voci differentii” come lo ha definito Alessandra Bocchetti, che ancora ricorda con dovizia di particolari l’incontro fra le donne del PCI e le femministe che rappresentò la prima “scintilla “ di progetto per la "nuova impresa politica in cui io credevo, a differenza di altre femministe, aspirando a che la forza delle donne si espandesse anche nelle istituzioni". "Con la frase siamo donne comuniste", ancora Bocchetti, spiega che le donne passavano dall’essere a fianco degli uomini all’essere di fronte ad essi con tutto ciò che questo poteva comportare. "Il lavoro delle donne ha bisogno di pazienza, è lungo, e noi non ne vedremo la conclusione. Si tratta di cambiare il cuore della storia” ha aggiunto "un tempo lungo e faticoso" e, quasi riflettendo ad alta voce, osserva che "la politica della differenza e le pari opportunità hanno una filosofia diversa: chi sente una volta nella vita la forza di essere donna, non lo perde per tutta la vita“.
Sono le parole di Occhetto che, dopo avere precisato di essere presente per dare ragione del sottotilo del libro,  in maniera stringata ma efficace spiegano come si possa vedere emergere poco a poco la nascita del Berlusconismo. L’intreccio nel libro tra femminismo, carta e crisi politica appare in modo estremamente onesto e, aggiunge Occhetto, continuando in una ricca riflessione sui legami tra il percorso della Carta, il travaglio del PCI e le modificazioni epocali della politica. Ricorda nel suo ruolo di allora momenti da considerare capisaldi della via del cambiamento come l’ultima conferenza di Adriana Seroni, responsabile della Sezione femminile del PCI, dove l’emancipazionismo era ancora protagonista ma dove iniziava a porsi il tema prorompente della diversità femminile e che nella Carta trovò la sua geniale materializzazione. Achille Occhetto ha poi continuato con interessanti riflessioni su intreccio fra diversità femminile e politica dicendo che è necessaria una ridefinizione dell’IO e un suo nuovo statuto che superi l’IO universale maschile non con un IO universale femminile da affiancarsi .. mentre al perseguimento di questi obiettivi l’idea di liberazione femminile deve ancora fare un suo corso, anche ridando vitalità all’ossatura fondamentale dell’impostazione femminista, "sperando - ha aggiunto - in una ripresa della rivoluzione femminista".
Letizia Paolozzi, che di Occhetto ha colto una visione pessimistica riguardo alle donne, dopo aver parlato del libro, afferma che le donne ci sono e che piuttosto “manca un nuovo vocabolario e che non riusciamo a dare conto di quanto avviene attorno a noi” e fra le altre considerazioni dice come le donne siano soggetti fedeli e forse è possibile rimettere insieme pezzi del mosaico e dare ancora la possibilità di muoverci tra io e noi e auspica che il libro sia in questo senso uno strumento positivo.
Una riflessione tra quell’idea di io e noi che è poi un modo discriminante di affrontare la politica che ha ripreso anche Alberto Leiss, l'altro curatore del libro, e che ha ribadito - richiamandosi al femminismo - come ognuno debba partire dal sé per vivere il mondo. Il tutto ricollegandosi a Occhetto e alla sua analisi della politica, partendo da allora ma arrivando a considerazioni che toccano l’attualità ed anche l’ultimo libro dello stesso Occhetto.
Livia Turco, nel mettere il punto dando la parola al pubblico, ha affermato fra le altre cose che "l’onda lunga della carta abbia modificato il riformismo femminile".
Si è così aperto un rapido dibattito fatto di racconti e di episodi ed emozioni di un passato di valore, ma così di valore - io penso - avendo anche cercato di esprimerlo e così incredibilmente attuale nella ragione per cui si interruppe, ovvero nell’incapacità di scegliere,come priorità l’autonomia delle donne e il loro impegno comune, legame privilegiato, al legame col Partito allora .. ma ripetibile ancora oggi. Tanto penso da dover servire quale spunto per recuperare quanto, e non è poco, ancora attuale e attualizzabile e farlo pulsare di vita nuova.
Sento così forte, personalmente, il bisogno di combattere la nostalgia e guardare al futuro, che penso la Carta delle Donne come uno strumento da utilizzare. Che siano le presentazioni del libro stesso, pensate in modo produttivo, o che sia una nuova giornata di studio per ripercorrere idee che sembrano valide insieme a giovani impegnate e che ci offrano una nuova interpretazione del fare.
Quello che è certo è che dobbiamo impegnarci perché parte del passato buono sia radice di futuro pieno di progetto di cui il bisogno è immenso e da cui aspettarsi dalle donne una “rinnovata“, collettiva  - e al di là dei confini nazionali - forza delle donne.
Paola Ortensi