martedì 26 settembre 2017

NOI DONNE -Arti, Musica e Cultura


 

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Dalla rete: Arti, Musica e Cultura

 

Successo di pubblico per la XXIII edizione della Rassegna: “I grandi Festival: da Venezia a Roma”

Tante registe donne ed opere al femminile nella manifestazione che porta a Roma i più bei film della Mostra di Venezia.


inserito da Elisabetta Colla


Appuntamento fra i più attesi dagli appassionati di cinema, si è tenuta con successo a Roma, all’interno del progetto 2017 ‘Il cinema attraverso i Grandi Festival’, la XXIII edizione della rassegna “Da Venezia a Roma”, che porta nelle sale della Capitale, subito dopo la conclusione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, una selezione delle migliori pellicole presentate al Lido, proiettate in versione originale con sottotitoli in italiano.

 

Nonostante le difficoltà sempre crescenti, ricordate anche in conferenza stampa da Giorgio Ferrero, Presidente dell’Anec Lazio – ente ideatore ed organizzatore dell’iniziativa promossa da Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale - quest’anno è stato nuovamente possibile, grazie al sostegno della SIAE ed alla collaborazione con CityFest-Fondazione Cinema per Roma, riproporre una manifestazione che, oltre a rendere accessibili al pubblico opere cinematografiche di qualità difficilmente reperibili in sala, mette d’accordo un pubblico variegato, fra cinefili e amanti del buon cinema.
 
Anche quest’anno infatti è stato registrato un incremento di presenze - nei 7 giorni di programmazione che hanno coinvolto 11 sale in diversi quartieri della capitale, da Prati (Adriano, Eden, Giulio Cesare) a Trastevere (Nuovo Sacher, Intrastevere), da Pinciano (Barberini, Savoy, Mignon) al centro storico (Farnese, Quattro Fontane), a Testaccio (Greenwich) - pari al 38% in più rispetto allo scorso anno.
 
Già iniziato in giugno con il primo importante evento, “Le vie del Cinema - Da Cannes a Roma e in Regione”, e proseguito in settembre con la seconda tappa: “I grandi Festival - Locarno a Roma”, il progetto dei Grandi Festival, giunto alla sua XXIII edizione, ha proposto quest’anno una selezione di titoli provenienti dalle varie sezioni della 74esima Mostra Cinematografica di Venezia, quelle in Concorso, Fuori Concorso, Orizzonti e Settimana della Critica.
 
Fra i 50 titoli provenienti dalla 74.esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, e le 80 proiezioni complessive, ampio spazio è stato dato alle opere di registe donne o su tematiche ‘al femminile’; d’altra parte la Mostra di Venezia di quest’anno ha volutamente privilegiato e premiato film con tematiche di ‘genere’ fortemente connotate, a cominciare dal Leone d'Argento per la Miglior Regia e Leone del futuro/Premio opera prima ‘Luigi De Laurentiis’, assegnato ad un film in concorso forte e toccante dal titolo: “Jusqu'à la garde”, del trentasettenne autore e regista francese Xavier Legrand, suo esordio al lungometraggio, un vero e proprio manifesto contro il femminicidio e contro le violenze ai minori. In un crescendo progressivo, il regista mostra la forza di una donna che lotta per la custodia esclusiva dei figli, avendo sperimentato una grave forma di violenza domestica: a poco a poco lo spettatore è inserito nel vortice dell’angoscia per il precipitare degli eventi.
 
Fra i film presentati nella sezione Fuori Concorso, è stato proiettato nel corso della rassegna, il film inglese “Victoria & Abdul”, di Stephen Frears che racconta la storia della “scandalosa” amicizia tra la tra la Regina Vittoria, interpretata dalla sempre fantastica attrice Judy Dench, e il suo segretario indiano Abdul Karim. Molto interessante anche il cortometraggio della regista Antonietta De Lillo, intitolato “Il signor Rotpeter”, tratto da un racconto di Kafka (Una relazione per un’Accademia) ed interpretato da una bravissima Marina Confalone nel ruolo di una scimmia diventata uomo.
 
Il premio al miglior film nella sezione Orizzonti è andato alla pellicola "Nico, 1988", della brava regista, attrice e sceneggiatrice italiana Susanna Nicchiarelli, già nota al grande pubblico per film come “Cosmonauta” e “La scoperta dell’alba”. Il film, una riflessione sulla vita, sull’arte e sulla precarietà di entrambe, racconta gli ultimi anni della vita della ex-modella Christa Päffgen, in arte Nico, musa di Andy Warhol negli anni Settanta, poi musicista, prima con il gruppo dei Velvet Underground e poi come solista. Interpretata dall’attrice danese Trine Dyrholm (vincitrice dell’Orso d’Argento a Berlino 2016 per La comune di Thomas Vinterberg), l’opera fa rivivere la grande e complessa artista attraverso le sue contraddizioni e la sua musica. Sempre dalla sezione Orizzonti, il film “Disappearance”, di Ali Asgari, racconto con partecipazione la condizione della donna nell’Iran dei nostri giorni e tocca i temi della libertà di scelta e del desiderio.

Premiato con il riconoscimento per la Migliore Attrice, assegnato a Lyna Khoudri, “Les bienheureux” della giovane regista Sofia Djama, al suo esordio dietro la macchina da presa, racconta la società algerina dopo gli orrori della guerra civile e le contraddizioni di una società sostanzialmente ancora ostile ad un vero e proprio rinnovamento culturale.
 
Dalla Settimana della Critica è stato portato nella rassegna il film vincitore del Premio del pubblico SIAE,
il principale riconoscimento della sezione autonoma e parallela, organizzata dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI), “Temporada de caza”, diretto dalla cineasta argentina Natalia Garagiola che esplora il difficile rapporto tra un padre e un figlio tra i monti innevati della Patagonia.
 
“Come Settimana Internazionale della Critica di Venezia, espressione del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani, appoggiamo con enorme convinzione ed entusiasmo l'iniziativa di diffondere quanto più possibile il cinema in tutte le sue forme e manifestazioni – ha dichiarato Giona A.Nazzaro, Delegato Generale della Settimana Internazionale della Critica, nel corso della conferenza stampa - Siamo convinti sostenitori della necessità di fare rete e di creare sinergie che permettano ai film e al cinema di viaggiare a lungo anche al di fuori dei tradizionali circuiti festivalieri. Il cinema e la cultura si nutrono di incontri e scambi a ogni livello e articolazione. Siamo particolarmente felici della nostra collaborazione con l'ANEC Lazio e di riportare al pubblico un appuntamento molto atteso e amato. Come SIC siamo orgogliosi di presentare una selezione di opere prime di autrici e autori che, ne siamo convinti, sapranno distinguersi anche nel prossimo futuro”.
 
Dalla stessa sezione anche il film vincitore del premio Circolo del Cinema di Verona destinato al film più innovativo della SIC, “Team Hurricane”, punk movie di Annika Berg sulla storia di otto ragazze ribelli alle prese con le loro tempeste adolescenziali, e “Les garçons sauvages” dell’artista sperimentale francese Bertrand Mandico, vincitore del premio Mario Serandrei - Hotel Saturnia per il Miglior Contributo Tecnico, vera e propria Odissea dell’immagine gremito di riferimenti cinematografici di ogni sorta. In rassegna anche l’italiano “Il cratere”, primo film di finzione per i documentaristi Silvia Luzi e Luca Bellino, indagine sul rapporto padre-figlia - quest’ultima con aspirazioni da cantante neomelodica - in un contesto difficile come può esserlo il sottoproletariato napoletano.
 
Da Venezia a Roma ha promosso anche due Proiezioni speciali. La prima, Lievito Madre, le ragazze del secolo scorso di Concita De Gregorio ed Esmeralda Calabria, è un docu-film tratto da “Cosa pensano le ragazze”, un libro e una serie di interviste della stessa De Gregorio in cui “mille donne, da sei a novantasei anni” rispondono alle domande su “cosa sia importante nella vita, come ottenerlo e come fare quando quel che si aspetta non arriva”. La seconda invece è un corto, Casa d’altri, diretto da Gianni Amelio, girato e dedicato ad Amatrice, con cui il regista racconta il dramma umano e civile vissuto dalla comunità della cittadina laziale devastata dal terremoto del 24 agosto 2016.
 
Particolarmente nutrita, come ogni anno, la selezione proveniente dalle Giornate degli Autori, sezione autonoma e indipendente della Mostra, i cui film sono stati proiettati al Cinema Farnese. Fra i film di autrici donne proiettati nella rassegna ricordiamo: “Life Guidance” futuristica e profetica visione sugli effetti del capitalismo dell’austriaca Ruth Mader; “Looking for Oum Kulthum” dell'eclettica artista iraniana Shirin Neshat e “Raccontare Venezia” di Wilma L’Abate, con Silvia d’Amico e Irene Bignardi.
 
Particolarmente apprezzati dal pubblico si sono rivelati i numerosi eventi speciali introdotti da registe, registi ed interpreti, tra i quali, Susanna Nicchiarelli, Antonietta De Lillo, Luca Bellino e Silvia Luzi, Abel Ferrara, Vincenzo Marra, Claudio Santamaria.

 

UNA NOTA PERSONALE 

La lunga trafila dei talenti citati in NOIDONNE quasi non dà spazio ad una riflessione dettagliata nei contenuti, oltre che per il valore estetico, per il valore etico. Sono convinta, infatti, che solo L’ETICA e l’alta Spiritualità danno vita e sostanza al Nuovo. Senza Novità non c’è arte: di conseguenza si affloscia ciò che dà senso alla Vita. Una società si fa vecchia, nel senso che non serve più, senza l’Arte, e il suo equivalente, il Nuovo.
Il passato non serve se resta tale e quale nello scorrere dei secoli. Esso è presente sempre, quasi di soppiatto. Ma io so, perché lo costato in me, solo da esso possiamo trarre la linfa vitale, la vis creativa di un tempo.
Si chiedeva un autore che amava intensamente la musica: perché dovrei ascoltare i grandi prodotti antichi senza chiedermi quale strumento, oltre la voce, ha funzionato per dar corso ad una invenzione eccelsa, mai sentita fino ad allora, in grado di regalare l’armonia misteriosa della musica eterna; eterna perché, quando muore, rinasce più nuova di prima.
Chi, oggi, saprebbe inventare il violino? Come andare oltre le invenzioni di allora, conservando il Potere di una nuova Creazione?

Aggiungo: Le donne come rivoluzionano l’antico? Quali produzioni al femminile dicono oggi il nuovo davvero nuovo?

A. Riggi

sabato 9 settembre 2017

La nuova laurea di G. Ravasi

Gianfranco Ravasi Lectio magistralis




Quel che può interessare a tutti è l'oggetto di questa laurea: il rapporto tra la valutazione di una colpa sotto l'aspetto giuridico e quella che riguarda l'aspetto etico.
Chi non è disorientato/a di fronte a tanti aspetti della morale tradizionale che sono stravolti e travolti dalle NOVITA' a cui si plaude da varie parti e che sono spesso laceranti per chi le vive?
Viene da chiedersi se queste NOVITA' non vadano denunziate come fonte del collasso delle società odierne. Io sono una di queste.....
Ausilia Riggi


Giovedì 7 settembre 2017 l’Università degli studi Mediterranea di Reggio Calabria ha conferito la laurea honoris causa in Giurisprudenza al cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della cultura.


Giovedì 07 Settembre 2017 di Domenico Grillone

“Ho ricevuto tante lauree honoris causa in giro per il mondo ma mai con questa intensità, calore ed affetto”. E’ una delle prime riflessioni del Cardinale Gianfranco Ravasi, prima di iniziare la sua “lectio magistralis” nel corso della cerimonia di conferimento allo stesso Cardinale, svoltasi nell’Aula Magna “Antonio Quistelli” dell’Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria, della laurea honoris causa in Giurisprudenza, alla presenza del ministro dell’Interno Marco Minniti, della ministra all’Istruzione, Università e Ricerca, Valeria Fedeli e della maggiori autorità politiche e religiose della città. Dopo i saluti iniziali dei promotori del conferimento, Gaetano Manfredi, presidente della Conferenza dei Rettori (CRUI) e Pasquale Catanoso, Rettore della Mediterranea, è stata la volta di Stefano Paleari, presidente di Human Technopole, mentre la “Laudatio” è stata tenuta da Ivano Dionigi, presidente di Alma Laurea. Il cardinale Gianfranco Ravasi (per lui si tratta di un ritorno in Ateneo, dopo la partecipazione al convegno “Ambiente ed ecologia del cibo” dello scorso ottobre) è presidente del Pontificio consiglio della cultura e persona dall’elevato spessore culturale ed umano, autore di oltre 150 saggi scientifici, in alcuni dei quali “si rafforzano le teorie giuridiche della solidarietà e dell’eguaglianza alla base dei principi generali della nostra Costituzione”. Nel corso della sua “lectio magistralis” dal titolo “Diritto, religione, società”, il Cardinale si è dapprima soffermato sulla questione della natura umana, “un concetto che si sta sfrangiando, per molti aspetti si sta stingendo e persino estinguendo e che meriterebbe di essere ricostruito a partire, per esempio, dalle grandi riflessioni del passato”.
E poi il rapporto tormentato tra fede e politica, tra la dimensione strettamente ecclesiale e quella civile, “due mondi che spesso si sono tra di loro posti in posizione conflittuale e che invece devono coesistere sulla base del celebre ‘tweet’ di Gesù Cristo, cinquanta caratteri in greco che dicono: rendete a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”. E poi il tema estremamente complesso del rapporto tra Diritto e Religione, tra norma giuridica e precetto morale. “La netta distinzione dei due ambiti – afferma il cardinale – deve essere affermata. Ma si tratta di una distinzione che non è separatezza. Perché il diritto non può essere un mero sistema normativo procedurale, asettico, formale, senza implicazioni antropologiche ed umanistiche”. Ancora: “Il modello del Diritto non può essere esclusivamente quel canone sociologico per cui il diritto sarebbe semplicemente la codificazione di una prassi comportamentale prevalente, perché il diritto ha delle finalità che sono di tipo sociale e non solo registra uno status, una semplice contingenza”. E per questo per il cardinale Ravasi c’è bisogno del dialogo, “nella distinzione, perché non siamo per uno Stato morale, tra diritto e spiritualità”. Ravasi cita poi una frase di Aristotele “il giusto e l’equo non sono la stessa cosa”, per sottolineare il fatto che “l’equo è giusto ma non secondo la legge, al contrario è una correzione del giusto legale. Laurea honoris causa cardinale ravasiLa natura dell’equità è di essere correzione della legge nella misura in cui essa viene meno a causa della sua formulazione universale”. In sostanza Ravasi evidenzia, citando autorevoli autori della classicità romana, che “un diritto troppo rigido e frigido può trasformarsi in ingiustizia”. Ed a tal proposito il cardinale cita ancora, tra le altre, una riflessione di don Lorenzo Milani. “Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far le parti uguali tra diseguali”. Altro tema preso in considerazione dal cardinale Ravasi è stato il rapporto tra legalità e religione. Un punto sul quale il cardinale ha più volte ricordato l’impegno comune di Chiesa e Stato con tutti i loro organi istituzionali, soprattutto nella regione calabrese, “per erigere una barriera contro la violenza mafiosa, togliendole gli alibi religiosi delle processioni e dei santuari”. Infine diverse sono state le citazioni dell’opera di Cesare Beccaria, “Dei delitti e delle pene”, in particolare sul punto in cui lo stesso Beccaria sottolinea quanto sia importante la funzione di un giudice, quanto sia importante la funzione del politico nell’emettere le sue leggi. “Uno dei più gran freni dei delitti non è la crudeltà delle pene ma l’infallibilità di esse. La certezza di un castigo, benché moderato, farà sempre una maggiore impressione che non il timore di un altro più terribile, unito con la speranza dell’impunità”. Altra citazione che termina la Lectio magistralis del cardinale Ravasi è quella che dice: “E’ meglio prevenire i delitti che punirli”.

lunedì 28 agosto 2017

Festival di Bioetica delle donne



Da NOIDONNE 


AL VIA IL FESTIVAL DI BIOETICA. ALCUNI FOCUS DA UN PUNTO DI VISTA DI GENERE


Da lunedì 28 agosto su esseri umani e salute: nuove tecnologie, inizio e fine della vita, etica della cura. Le donne protagoniste dei cambiamenti necessari




inserito da Tiziana Bartolini




Prende il via lunedì 28 agosto la tre giorni del Festival di Bioetica, prima edizione di un appuntamento che si impone all’attenzione nazionale per l’importanza dei temi e per l’approccio: approfondimenti che intrecciano massime competenze ad un intento divulgativo.



È prevista, infatti, la partecipazione di circa 70 tra esperti e studiosi con interventi intorno a tre macro aree osservate in relazione alla salute: l’essere umano, l’ambiente, gli animali.
La prima giornata si svolge lungo l’asse tematico della salute intesa come “bene collettivo e quindi estesa al gruppo, all’ambiente circostante e in generale alla terra come preparazione del futuro” per dirla con Don Paolo Farinella, che - insieme a Marianna Gensabella, Lorenzo De Michieli, Antonio Guerci, Giorgio Macellari, Piero Repetto, Gianmarco Veruggio con la presenza della scienziata Silvia Giordani come coordinatrice - parteciperà all’Agorà (piazza Caprera, ore 21), luogo idealmente inteso (ogni sera) come spazio di sedimentazione delle riflessioni proposte nel corso di ciascuna giornata.

I tavoli si avvicendano, a partire dalle ore10 nella splendida cornice di Villa Durazzo, spaziando dagli stili di vita al testamento biologico, senza tralasciare la robotica e la biorobotica “le cui applicazioni - anticipa Gianmarco Veruggio, ricercatore CNR - rivoluzioneranno tutti i campi tradizionali del sapere e apriranno problemi nuovi e complessi di natura etica, filosofica, sociale, legale”. Altro campo degli interventi sarà quello della maternità con l’impatto delle nuove tecnologie riproduttive, poiché con la fecondazione in vitro “per la prima volta nella storia dell’umanità, è possibile che una donna partorisca un figlio non suo”, sottolinea Assuntina Morresi (docente universitaria). La donna e lo sguardo di genere ha un ruolo decisivo nella prima giornata del Festival, a partire dalla Medicina di genere che, precisa Valeria Maria Messina “non è la medicina della donna, anche se la maggior inappropiatezza delle cure riguarda il genere femminile”, come è il caso di alcune malattie cutanee, che hanno “valenza completamente diversa in funzione del sesso di appartenenza, basti pensare all’alopecia androgenetica: segno di virilità nell’uomo, elemento di confusione di identità di genere e danno imponente dell’immagine corporea nella donna”, segnala la dermatologa Anna Graziella Burroni.

Lo snodo è, secondo la ginecologa Sandra Morano, nella “sfida della trasformazione dei saperi nelle cure, in un necessario dialogo tra più discipline, con la donna, curante o curata, finalmente al centro”. Si tratta, dunque, di porre in essere radicali modifiche che chiamano in causa, inevitabilmente, il valore e il significato dell’etica della cura, concetti approfonditi da Ivana Carpanelli, dell’Istituto Italiano di Bioetica. “La teoria e la prassi di cura sono sensibili alle condizioni di contesto. Questo produce difficoltà di adattamento ed esigenze di cambiamento sia nei curanti che nei fruitori della cura. La fisionomia attuale dei problemi di salute richiede modalità organizzative nuove, attribuibili alle mutate condizioni demografiche: aumento della cronicità, aumento della richiesta di assistenza socio-sanitaria integrata, derivante dall’invecchiamento della popolazione da una parte e dalla forte immigrazione di persone provenienti da culture diverse, dall’altra. La tecnologia incide sulle modalità di fare diagnosi e di fare cura e spesso implica possibilità che prima non erano contemplate e solleva dilemmi etici. L’intervento sul processo di nascita, qualità di vita e fine vita allarga il campo della nostra libertà e, conseguentemente, quello della nostra responsabilità. Da qui la necessità di rivedere i paradigmi della cura attraverso una visione polioculare e promuovere una nuova cultura basata sulla integrazione tra il modello di medicina e assistenza basati sulle prove di efficacia e quello che intende rispondere a bisogni specifici della persona nella sua unicità. Fondamentali, in questa prospettiva, sono la consapevolezza della propria vulnerabilità, da intendersi come condizione intrinseca dell’essere umano, sano o malato, da cui può scaturire sia la capacità di empatia sia il sentimento di compassione. Ma altrettanto importante nella pratica quotidiana della cura, è un’educazione terapeutica che mira all’acquisizione di competenze necessarie a scelte condivise finalizzate alla ricerca di una ‘buona vita’”. Ed è proprio in questa visione ampia che si colloca il contributo di Claudia Frandi, psicologa clinica e psicoterapeuta, a partire dalla reciproca influenza tra corpo e mente. “Sempre più attenzione, per esempio, viene data nelle diete alla valutazione della parte psicologica che ne influenza il buon e duraturo esito. Con questa premessa dove si posiziona l'etica se non nel doveroso rispetto di queste due parti -mente/corpo- che sappiamo ormai far parte di un unico sistema e quindi mai veramente scomponibili? Veniamo al mondo con un corpo che ci aiuta ad occuparlo e con una mente che ci dà l'opportunità di viverlo. Solo ricordandoci che non possiamo soddisfare solo i bisogni materiali né i bisogni mentali possiamo percorrere quel tappeto rosso che ci potrà condurre alle porte del ben–essere”.

Sono considerazioni che confermano quanto sia decisivo attribuire una centralità alla donna quando si parla di salute, per una serie di connessioni - dirette e indirette - in vari ambiti, da quello organizzativo fino a quello economico. Giovanna Badalassi, economista e ricercatrice esperta di politiche di genere, spiega perché. “Parlare di economia, di donne e di salute può sembrare a prima vista un accostamento di argomenti molto distanti tra di loro. In realtà sperimentiamo ogni giorno nel nostro vissuto quotidiano una relazione continua e costante tra questi argomenti. Le donne hanno un ruolo ancora predominante di caregiver nelle nostre famiglie e rappresentano i principali soggetti erogatori del lavoro di cura per bambini, anziani, mariti, parenti ecc. All’interno del lavoro di cura rientra anche la tutela della salute dei propri cari, che le donne spesso esercitano in virtù di quel ‘ruolo femminile’ ancora oggi definito da un modello educativo familiare molto stereotipato: se la prima cura in termini di ben-essere e di protezione della salute è l’alimentazione, pensiamo al ruolo delle donne nella preparazione dei pasti quotidiani nelle famiglie, per non parlare poi della cura in termini di accudimento, valutazione dei sintomi, erogazione dei farmaci, accompagnamenti dei familiari pressoi vari servizi sanitari ecc. Le donne, inoltre, hanno una propria specificità sia corporea che psicologica, che richiede un’attenzione particolare da parte della Medicina di genere, per riconoscere le differenze tra donne e uomini in termini di sintomi, posologie, dosaggi di farmaci, ecc. Per non parlare poi delle questioni della salute legate alle gravidanze, all’età anziana e al maggior numero di anni di non autosufficienza che caratterizza le donne.
Il connubio donne e salute è quindi molto stretto, e merita di essere approfondito e analizzato nella sua specificità, sia sociale, per quanto riguarda la differenza di ruoli tra donne e uomini nella nostra società, sia sanitario, in merito ad uno sviluppo della ricerca e della pratica medica e farmacologica più attento alle specificità femminili. L’economia in questa prospettiva rappresenta una variabile particolarmente condizionante, secondo differenti punti di vista. È immediato, infatti, riflettere sui costi della sanità, sull’efficacia e l’efficienza delle prestazioni mediche, ma occorre anche valutare bene come le differenze sociali e sanitarie tra donne e uomini possano portare non solo ad un risparmio di spesa ma anche ad una maggiore efficacia ed efficienza dei servizi, riducendo il consumo delle risorse ed indirizzandole ad una cura più mirata e specifica. Ad esempio molti farmaci tarati sul peso medio maschile, sono sovradosati per le donne e potrebbero essere ridotti, con beneficio sia per le pazienti che per i costi, favorire la prevenzione di determinate patologie tumorali femminili consente di intervenire in tempo non solo tutelando meglio la salute delle donne, ma anche ricorrendo a strumenti di cura meno invasivi e, di conseguenza, anche meno costosi. Esiste inoltre una forma di alleanza invisibile tra la capacità di cura delle donne e la capacità di cura del sistema sanitario: è stato infatti dimostrato ad esempio come un buon accudimento degli anziani ne protegge la salute e riduce considerevolmente le patologie degenerative, anche in questo caso ottenendo il doppio beneficio rivolto sia al paziente sia ai costi sanitari. Si tratta solo di alcuni esempi che permettono però di comprendere come questo argomento, ancora affrontato a livello pioneristico in Italia, vada approfondito e studiato in tutte le sue peculiarità e, soprattutto, meriti di essere preso in adeguata considerazione nelle decisioni politiche a tutti i livelli”.

martedì 1 agosto 2017

Dialogo con le detenute di Rebibbia


Questa pagina che pubblico nel mi blog giornodopogiorno (che mando ad un nutrito gruppo), parla di più di quanto direbbero i miei commenti.

Non trovo iniziative che vi vedano raggruppate attorno ad argomenti di altro genere, non ultimo questo che titolerei così: LIBERIAMOCI ATTRAVERSO LA RICERCA DI DIO NELLA NOSTRA VITA.

Che ne dite? Non è questo argomento che vi farebbe sentire donne oltre le sbarre ???

Scrivetemi, Ausilia Riggi au.riggi@gmail.com


La pagina di noidonne

 Dal carcere: A Mano Libera
A mano libera / Rebibbia

UN INSERTO SPECIALE / IL CARCERE GIORNO PER GIORNO


Dialogando con le detenute...




Collage di Loredana

UN INSERTO SPECIALE, scritto dalle detenute del carcere femminile di Rebibbia (Roma).

È speciale perché con queste pagine si vuole aprire un canale di comunicazione tra il ‘dentro’ e il ‘fuori’ sui sentimenti, sul dolore, sui problemi quotidiani - grandi e piccoli - di chi vive la detenzione. È speciale perché vorremmo che le parole delle detenute possano giungere ad altre donne interessate ad avere con loro un dialogo.

È un cammino che inizia e che speriamo possa continuare, prima di tutto per un interesse che deve manifestarsi reciprocamente - tra il ‘dentro’ e il ‘fuori’ - e di cui NOIDONNE si fa ‘ponte’ per dare gambe ai pensieri che nascono in un luogo chiuso e di sofferenza. Pensiamo che anche l’ascolto sia una forma di libertà.


Questo inserto è reso possibile grazie al progetto ‘A mano libera’ dell’associazione L’isola di Ula e Opp sostenuto dalla Regione Lazio (Assessorato Pari Opportunità e Sicurezza).


IL CARCERE, GIORNO PER GIORNO

LAVORO

I posti di lavoro per le detenute nel carcere sono pochi, assegnati per graduatorie e generalmente sono riservati a chi ha condanne definitive. Le mercedi (cioè la retribuzione lorda in base all’art 22 della legge 354/1975) vanno da un minimo € 3,38 ad un massimo di € 4,03 l’ora variando per categoria di lavoranti e, recita la regola, sono “equitativamente stabilite in relazione alla quantità e qualità del lavoro effettivamente prestato, alla organizzazione e al tipo del lavoro del detenuto in misura non inferiore ai due terzi del trattamento economico previsto dai contratti collettivi di lavoro”. “Spesso ci sono da fare ore extra oltre a quelle stabilite - osservano le detenute -, che sono considerate di volontariato e non sono retribuite”. Nel carcere le detenute possono svolgere attività di: scopina, scrivana, ortolana e aiuto agricoltore, bibliotecaria, sarta e aiuto sarta, lavanderia, cuoca e aiuto cuoca, spesina (distribuzione delle spesa giornaliera), giardiniera, muratora e imbianchina. Nel carcere femminile di Rebibbia è attivo un atelier di cucito e uno di pelletteria.


PULIZIE

Le detenute provvedono alla pulizia delle proprie celle e aggiungono ai materiali forniti dall’Amministrazione penitenziaria (scope, strofinacci, disinfettanti) ulteriori prodotti acquistati a loro spese.


MANTENIMENTO

Le detenute “in esecuzione di condanna, se occupate in attività lavorativa” pagano per il proprio mantenimento in carcere € 1,69 netti al giorno, per un totale di circa € 52 al mese, spesa che include: prima colazione, pranzo, cena, corredo per il letto.


COMUNICAZIONI CON L’ESTERNO


Telefonate. Sono permessi, a spese delle detenute, 10 minuti di conversazione a settimana.

Mail. Il servizio mail si aggiunge al servizio postale “con diminuzione dei costi relativi a pratiche burocratiche per inoltro e ricezione documenti”. Il servizio è gestito da una cooperativa, che scannerizza i fogli scritti a mano dalle detenute inviandoli entro 48 ore agli indirizzi mail indicati dalle detenute stesse, stampando e consegnando poi le risposte. Per il servizio di mail (spedite e ricevute) sono previste quattro tipologie di abbonamento mensile (ogni mese il conteggio ricomincia perché le mail non ‘consumate’ si perdono):

€12,00 mensili per invio/ricezione 30mail (equivalenti a 30 pag. formato A4);
€25,00…………………………/……………..70mail (70pag/A4)
€50,00…………………………/……………..165mail (165pag/A4)
€75,00…………………………/……………..250mail (250pag/A4)

 

martedì 25 luglio 2017

Se di sesso...


Un articolo che riporto dal sito di NOIDONNE.


E’ da leggere da chi ha desiderio di conoscere e di capire come va l’aggiornamento in un campo minato o trascurato o bistrattato, ecc,


La libertà delle donne consiste anche in questo, ma, spero oltre questo.


- Oggi la libertà per molte donne vuol dire, purtroppo, fare quel che piace, anche nell’immediatezza, senza riflettere a quante altre cose rinunzia chi si lascia travolgere dalle idee e, purtroppo, dall’interesse profittatore degli altri (e qui il maschile è d’obbligo).


- Mi auguro che la cosiddetta libertà sessuale delle donne consista nel saper rispettare il proprio essere-donne, nell’insieme armonico di tutte le facoltà, non ultima quella di sapere rispettare e fare rispettare la capacità di impegnarsi per il Bene di tutta la società.


Ausilia Riggi


 


Ecco l’articolo trovato nella newsletter di NOIDONNE


SE PARLO DI SESSO: il documentario indipendente con il crowdfunding


SE PARLO DI SESSO, la sessualità femminile attraverso le storie delle donne che vendono sex toys per donne a domicilio. E una petizione...


inserito da Redazione


SE PARLO DI SESSO, il crowdfunding per il documentario indipendente che esplora la sessualità femminile attraverso le storie delle donne che vendono sex toys (per donne) a domicilio

Mezzo secolo dopo i Comizi d’amore di Pier Paolo Pasolini - il primo film-inchiesta sulla sessualità degli/delle italiani/e – e mentre a proposito di sesso tutto sembra essere cambiato, parte il crowdfunding per il progetto crossmediale Se parlo di sesso.

Se parlo di sesso racconta questo cambiamento – soprattutto parla di come le donne italiane vivono oggi la sessualità – e lo racconta a partire da un osservatorio molto particolare: quello delle 130 consulenti per il benessere sessuale che da oltre 5 anni con le loro valigie rosse entrano nelle case delle italiane per vendere sex toys, palline della geisha per allenare il pavimento pelvico, coppette mestruali e biancheria sexy, ma che soprattutto parlano – finalmente – di sesso con e tra donne.

Nell’era del porno di massa e dell’iper esposizione del corpo femminile, queste consulenti – a cui è dedicata una video gallery che ne raccoglie i ritratti – si sono rese conto che, dietro l’apparente libertà e autonomia conquistata dalle donne a partire dagli anni Sessanta documentati da Pasolini, quando si tratta di sessualità, della consapevolezza del proprio corpo e della possibilità di esprimere e soddisfare il proprio desiderio, le cose non stanno esattamente come ci mostrano pubblicità o la TV.

Quattro di loro – Errica a Lecce, Letizia a Roma, Chiara nell’Appennino modenese e Silvia a Milano – sono le protagoniste del film documentario che il regista Silvio Montanaro sta girando insieme a Francesca D’Onofrio, psicoterapeuta diventata anch’essa consulente de La Valigia Rossa, e autrice del fortunato volume In viaggio con la valigia rossa. Indagine casuale e semiseria sulla sessualità delle italiane di oggi (Editore Zona, 2015), da cui il progetto Se parlo di sesso ha preso le mosse. Sul sito gli autori tengono un diario del making of del progetto.

Numerose sono le organizzazioni che sostengono il progetto e contribuiranno alla sua diffusione – l’Istituto di Sessuologia Clinica di Roma, l’associazione che promuove la sessualità in malattia e disabilità LoveGiver, l’associazione di promozione sociale SCOSSE, che si propone di diffondere l’educazione al rispetto delle differenze e alla decostruzione degli stereotipi di genere, la Cooperativa Sociale BeFree impegnata contro tratta, violenza e discriminazioni di genere, l’associazione leccese Lu pilu e lu ‘nsartu, attiva sulle tematiche dell’emancipazione sessuale attraverso la riscoperta e l’espressione del desiderio femminile, l’Associazione italiana donne per lo sviluppo, AIDOS, che lavora per i diritti, la dignità e la libertà di scelta di donne e ragazze nel mondo. Finora però solo l’azienda Bijoux Indiscrets, impegnata nella vendita di sex toys, ha deciso di sostenere con un piccolo contributo la realizzazione di Se parlo di sesso.

E' partito a maggio il crowdfunding su Produzioni dal basso, ( teaser di 16’), per raccogliere i fondi necessari a completare le riprese, il montaggio, le animazioni e la post produzione, e a produrre le musiche originali di Mario Mariani. Si possono donare da 10 a 1000 euro, cifra che permette di diventare veri e propri co-produttori del film, partecipando a una quota degli eventuali utili derivanti dai diritti di diffusione nelle sale o in TV. Ci sono pochi mesi di tempo per raggiungere l’obiettivo.

Nel frattempo Se parlo di sesso continuerà a promuovere anche la raccolta delle firme sulla petizione che chiede l’introduzione dell’educazione sessuale nelle scuole: “Il nostro film punta a essere visto anche, anzi proprio, dalle/gli adolescenti, nelle scuole: perché oggi il sesso si vede, ma non se ne parla molto, mentre è parlandone che si possono gettare i semi per una sessualità più consapevole e per rapporti tra i sessi più rispettosi ed egualitari, dicono gli autori.

| 23 Luglio 2017

Collegamento

Non sai cos’è il crowdfunding o non sai come pianificare una campagna di crowdfunding?


Non c’è problema! Noi possiamo aiutarti a realizzare la tua campagna.  Sul nostro portale potrai trovare consigli e suggerimenti per impostare in modo corretto la tua campagna.

Se non sei ancora soddisfatto potrai affidarti ai nostri esperti nella realizzazione della tua raccolta fondi. Già la Gift Women Link Foundation si è affidata ai nostri esperti per realizzare la propria campagna per realizzare un centro di formazione per i bambini del distretto di Kasese in Uganda.

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Per maggiori informazioni scrivici all’indirizzo info@progeu.org



 

martedì 18 luglio 2017

DUE FATTI SIGNIFICATIVI



Paola Ortensi ci aiuta a pensare anche attraverso


DUE FATTI SIGNIFICATIVI


 


Maria come ha potuto ricaderci? Cosa le ha impedito di vedere?

Sono giornate in cui si susseguono drammatiche notizie di femminicidi; uno più efferato dell’altro, ognuno che racconta nelle ricostruzioni  vite sbagliate, tradite o drammatiche, violente. Ma fra questi avvenimenti quello di Maria Tino, uccisa a Dragoni in provincia di Caserta, dall’uomo che voleva lasciare, lei che solo un anno fa era riuscita a sopravvivere alle coltellate del marito ancora in carcere, mi ha prodotto il primo pensiero irrefrenabile. Ma questa donna di 49 anni con due figli grandi, come ha potuto ricaderci dopo un'esperienza tanto drammatica? Come ha potuto non riconoscere subito la violenza nascosta in questo secondo maschio assassino, a cui evidentemente si sentiva legata dopo o forse già prima del tentato omicidio di suo marito? Cosa le ha impedito di vedere prima che fosse troppo tardi per decidere di lasciarlo? Solo sfortuna? Ci sono tanti pensieri, ma sarebbe davvero interessante parlarne.


 
Da due mattatrici chiare nelle loro scelte politiche condivisibili o no come Angela Merkel e Theresa Maya a due mattatori ambigui e pieni di possibili sorprese contraddittorie come Macron e Trump !



E’ il 14 luglio, la Francia è al suo importante appuntamento con la festa nazionale più simbolica del paese, ma in questo 2017 non c’è spazio solo per il glorioso ricordo della presa della Bastiglia: è l’anniversario del terribile massacro di Nizza ed inoltre Macron approfitta per costruire i rapporti con gli USA attraverso l’invito, accettato del Presidente Trump in un giorno tanto simbolico. Macron - in un incrocio di interessi e ambizioni in nome del desiderato ruolo leader della Francia in Europa e di un rinsaldarsi dei rapporti con gli USA pieni di contraddizioni per un europeista convinto - mi sembra riuscito ad aver sostituito i recenti simboli forti della politica in Europa. Dalle prime pagine si sono fortemente diradate le presenze di Angela Merkel e Teresa Meyer, le due donne simbolo del dibattito Europa si, Europa no e di quali rapporti con gli Stati Uniti. Mi sbaglio o i mattatori di oggi risultano Macron e Trump, immagini e voci simbolo in questo incontro di nuovo maschile di ambiguità e contraddizioni?


Paola, 17 luglio 2017


 


Grazie Paola,


ti leggo e rendo partecipi i miei lettori delle TUE riflessioni.


AIUTIAMO LE NOSTRE LETTRICI E LETTORI A RIFLETTERE INSIEME,


Ausilia

martedì 4 luglio 2017

Quale ordinazione delle donne



ORDINAZIONE DELLE DONNE. PER QUALE CHIESA E CON QUALE TEOLOGIA?


di Ivone Gebara*
(in Missione Oggi n. 3 del maggio-giugno 2017)


La mia riflessione, seppure sensibile al contesto internazionale della Chiesa cattolica, si colloca in quello latinoamericano, per certi versi meno implicato nella discussione sull'ordinazione delle donne.
Come teologhe latinoamericane, non ci siamo mai molto battute per questo. Tuttavia, negli ultimi mesi, grazie anche alla creazione in Vaticano di una commissione di studio sul diaconato femminile, La riflessione ha guadagnato spazio. C'è stata perfino una parrocchia di Sào Paulo (Brasile) che ha organizzato un dibattito. Sono stati pubblicati testi che raccontano storie di donne,che sono state ordinate illecitamente, secondo la Chiesa cattolica, e quindi scomunicate. Si stima che siano più di duecento, tra cui anche alcune vescove. Insomma, la discussione sull'ordinazione delle donne è uscita allo scoperto.


UN DILEMMA CRITICO
Sono d'accordo con chi sostiene che, l'ordinazione delle donne potrebbe segnare un progresso verso il superamento della disuguaglianza anche nella società. Tuttavia, è chiaro che per molti fautori e fautrici della causa si tratta di affermare soprattutto il "diritto" di ambo i sessi a rappresentare Gesù Cristo di fronte alla comunità. Insomma, in questione c'è più l'integrazione delle donne nel ministero ordinato che il modello di Chiesa. Un dilemma di non facile soluzione.
A mio avviso, però, il problema fondamentale riguarda il concetto di diritto. Che cosa significa avere diritto all'ordinazione in un'istituzione la cui teologia (ideologia) continua a valorizzare il potere maschile a scapito di una visione più partecipativa e diversificata dei servizi, dei carismi e dei poteri? Che cosa significa il diritto all'ordinazione, quando domina una visione eminentemente maschile del sacerdozio, anacronistica, segnata da un plurisecolare simbolismo teologico maschile? L'ammissione delle donne all'ordinazione risolverebbe da sola queste spinose questioni?


RIFORMA POLITICA DELLA CHIESA
In questa prospettiva le donne non devono rafforzare un modello di sacerdozio gerarchico maschile né accettare l'ordinazione sulla base di una teologia gerarchica, con un simbolismo fondamentalmente maschile. Prima sarebbe necessaria una riforma "politica" nella Chiesa cattolica, per non contrabbandare la sua attuale organizzazione come proveniente direttamente da Dio, secondo la volontà di Gesù, immutabile lungo i secoli nelle diverse culture.
Parlare di riforma "politica" implica una riforma della teologia che finanzia tale politica di carattere maschile,patriarcale e centralizzatore. La presunta uniformità dei dogmi e la legalità delle disposizioni canoniche, nonostante la loro utilità, contraddicono il pluralismo di situazioni e tradizioni presenti nelle diverse culture e fasi della storia. La Chiesa gerarchica non le ha sempre rispettate, anzi spesso le ha combattute come negazioni della vera dottrina rivelata.
E’ in questo contesto che si può parlare anche di teologie femministe e della loro critica al centralismo religioso e al taglio eminentemente maschile del simbolismo religioso. Esse hanno denunciato gli abusi del potere religioso, soprattutto in relazione all'indebita appropriazione della decisione sui nostri corpi. Hanno reinterpretato in forma ricca e contestualizzata la Bibbia e la teologia al fine di rispondere alle sfide attuali del mondo. Ma le teologie femministe sono quasi universalmente respinte o ignorate dai manutentori della tradizione maschile, poiché sfuggono al copione stabilito.


TEOLOGIA FEMMINISTA
Ho il sospetto che gran parte del movimento in favore dell'ordinazione delle donne non si muova nella linea critica di molte teologie femministe. Persegue la parità di genere nei ministeri senza interpellare i fondamenti teologici e politici della Chiesa. Vede solo il diritto delle donne di esercitare ministeri in una Chiesa cattolica predefinita nella sua organizzazione gerarchica. E come se col solo rendersi presenti nei ranghi sacerdotali, le donne potessero cambiare qualcosa della sua rappresentazione finora unicamente maschile. Questo non basta a modificare le nostre convinzioni in merito alla struttura della Chiesa. Bisogna chiarire i comportamenti sociali, politici ed ecclesiali che devono accompagnare l'ordinazione delle donne.
Quali nuove politiche la Chiesa deve assumere, quali orientamenti deve proporre perché i nuovi "soggetti" femminili entrino davvero a far parte dei suoi quadri di direzione e leadership a tutti i livelli?
Sono esigenze che noi donne dovremmo porre per non accettare qualcosa come se fosse un favore degli uomini di Chiesa a noi povere donne.
Dico questo perché conosco alcune pastore e candidate al sacerdozio femminile e la mia impressione, per quanto limitata e discutibile, è che non abbiamo ottenuto un mutamento qualitativo significativo nella struttura attuale della Chiesa cattolica. Molte chiedono il sacerdozio, ma non propongono né rivendicano le condizioni per il suo esercizio. Alcune donne-prete svolgono attività di primo piano con popolazioni emarginate. Altre sono provviste di dottorati in teologia presso Università di fama internazionale, tuttavia questa formazione non è riconosciuta dai prelati.
Posso capire l'eccitazione e il desiderio di vedersi sull'altare, di presiedere una messa e avere un certo potere nella comunità. Comprendo anche l'emozione narrata da alcune di poter elevare l'ostia e dire "questo è il mio corpo (di Cristo)", come un sogno d'infanzia realizzato.
Non le condanno, ma penso che dovremmo esigere molto di più, in un dialogo tra eguali, non tra superiori e inferiori.


AFFETTI E POTERI ASSOLUTI E DOMESTICI
In questa problematica c'è un altro dato importante: il cristianesimo nella sua forma cattolica è una
religione organizzata a partire da forti emozioni culturali, in cui il circuito di affetti rivela una sorta di divisione sociale dei poteri che riproduce la società in cui viviamo. La figura maschile di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, riveste un potere socio-emotivo assoluto, mentre le figure femminili come Maria e molte sante rivestono un potere assoluto domestico, che assiste, accoglie, protegge e guarisce.
La rappresentazione sacerdotale maschile appare emotivamente attaccata al potere politico assoluto maschile, anche se spesso il potere effettivo è femminile.
Sappiamo che l'ordinazione maschile obbedisce a una dogmatica gerarchica maschile, che inizia con l'immagine di Dio Padre che dà potere al Figlio unico, il quale invia lo Spirito, perpetuato e simboleggiato dai sacerdoti maschi.
Noi donne siamo disposte a mantenere questa anacronistica gerarchia maschile? Siamo disposte a mantenere la differenza tra sesso maschile e femminile come dislivello di capacità che si esprime anche nel divario retributivo nel servizio alle comunità? Siamo disposte a mantenere la divisione sociale degli affetti e dei poteri? Un piccolo esempio. Oggi, in molte diocesi c'è un divario salariale tra preti, suore e laici per servizi analoghi. Ciò riflette ancora la conservazione del privilegio di gerarchie maschili all'interno della Chiesa. La rivoluzione di senso in atto oggi non indica la necessità di ripensare il patrimonio cristiano per i nostri giorni, nella diversità delle comunità ecclesiali, delle organizzazioni pastorali e dei ministeri?


LA NATURALIZZAZIONE
Un altro aspetto importante è il rischio di naturalizzare i comportamenti maschili e femminili, credendo che tutti gli appartenenti all'uno o all'altro genere, persino i transgender, si comportino allo stesso modo.
"Naturalizzazione" significa rendere certi comportamenti predeterminati dalla natura o da Dio e affermare, per esempio, che la vocazione sacerdotale delle donne è la cura quotidiana e non riguarda le politiche pubbliche in favore del bene comune. Non possiamo più credere che ci siano compiti o lavori specificamente maschili e altri femminili, come se avessimo identità lavorative predefinite. In un certo senso questi atteggiamenti risalgono ancora a Jean Jacques Rousseau e Auguste Comte, che volevano educare le donne in funzione degli uomini e della famiglia, cercando di preservarle dalla politica e dai vizi della vita sociale a beneficio della società, dei mariti e dell'educazione dei figli.
Oggi assistiamo a riflessioni e atteggiamenti simili, seppur consfumature e giustificazioni diverse. Queste devono essere decostruite.


LA STORIA
In questo contesto di "richiesta" di ordinazione delle donne, non possiamo dimenticare le persecuzioni della Chiesa cattolica nei confronti delle donne. Accusate in passato di essere streghe o usurpatrici del potere di pensare, che avrebbe dovuto essere solo maschile, molte donne sono state condannate a morte o perseguitate. Da Ipazia di Alessandria (condannata alla lapidazione) a Giovanna d'Arco (condannata al rogo) fino alle figure femminili massacrate per aver osato penetrare negli atri del sapere teologico.
Non possiamo dimenticare queste storie.
Inoltre, nel XX e XXI secolo le teologie femministe hanno ripensato gran parte della tradizione cristiana.
E’ deplorevole che oggi ci siano ancora interrogatori, lettere di avvertimento, ammonizioni a congregazioni religiose femminili, a teologhe e filosofe che accolgono il dono di pensare la vita come parte del servizio al "movimento di Gesù". Una rivendicazione, come quella dell'ordinazione delle donne, non è una richiesta isolata, ma si iscrive in questo complesso contesto di idee e credenze clericali che governano menti e cuori, conservando strutture organizzative anacronistiche.


L'ATTUALE TEOLOGIA SACERDOTALE
La teologia sacerdotale corrente riveste i presbiteri di poteri non solo simbolici, ma anche politici e sociali, che permettono di orientare vite e perfino di manipolarle. Spesso essi usano le Scritture a piacere e giustificano le proprie scelte come se fossero emanazioni evangeliche. Non mancano eccezioni, ma è più comune che i presbiteri concentrino l'autorità. Tale concentrazione impedisce la crescita di molteplici ministeri o servizi nelle comunità cristiane. Inoltre, il modello di presbitero in igore è quello del sacerdozio "rigiudaizzato" di Gesù, distante dalle ispirazioni evangeliche.
Piuttosto di rinunciare al potere che li esalta, alla stregua dei loro pari laici, i presbiteri lungo i secoli
hanno rafforzato l'alleanza con il potere politico, economico e religioso, imponendo decisioni e agendo irrispettosamente soprattutto in riferimento alla sessualità femminile. Riconosco il ruolo sociale e culturale di sacerdoti, sciamani, màe e pai-do-santo, imam ecc. nelle diverse religioni. Ma non si tratta di "guardiani" esclusivi della tradizione religiosa cui appartengono, bensì di leader che si fanno carico dei bisogni delle comunità. Di modo che la partecipazione dei membri di una comunità ai servizi e alla costruzione di senso dovrebbe essere una responsabilità condivisa. Cosa che richiede un dialogo costante e la condivisione delle conoscenze e dei poteri. In questo senso non auspico l'estinzione del ruolo di persone più preparate o di leader etici in relazione alle tradizioni religiose, ma che essi siano legittimati nella loro autorità nella misura in cui si fanno carico delle problematiche della comunit
 (i.g.).


*agostiniana brasiliana di origini siro-libanesi, dottore in filosofia e scienze religiose, è stata docente per 17 anni all'IT di Recife.

martedì 20 giugno 2017

A Mano Libera


Dalla rete: Dal carcere: A Mano Libera

 

#noicontrolaviolenza: se ne parla in carcere con le scuole


 


Il progetto contro la violenza di genere di Se non ora quando – Libere, la piéce di Comencini, le scuole e il carcere. Intervento di Maria Elena Boschi


 


inserito da Tiziana Bartolini

 

“Di cosa è fatto l'amore..” sussurra il giovane attore. E continua domandandosi, smarrito, uomo, che significa.... Siamo nel teatro dalla Casa circondariale maschile di Rebibbia (Roma, 6 giugno) e va in scena L'amavo più della sua vita, pièce teatrale di Cristina Comencini, regia di Paola Rota con Irene Petris e Marcello Spinetta impegnati in una intensa interpretazione di coetanei sconvolti per l’uccisione di Silvia. A compiere il femminicidio è stato Saverio, amico d’infanzia di Luca, che non aveva capito e continua a non capire. Il suo appello disperato cade nel vuoto e chiude l’ultima scena. Ho bisogno di parlare.., confessa. E Maria non risponde, lasciandolo al suo percorso interiore.
Gli applausi testimoniano che il messaggio è arrivato alla platea e il dibattito che segue ne è conferma con l’intreccio di riflessioni, testimonianze e considerazioni di detenuti e detenute, studenti e studentesse, minori non accompagnati del Centro d’accoglienza, rappresentanze istituzionali ed esperte.

 

Il merito di aver assemblato un insieme inedito ed efficace è del progetto #noicontrolaviolenza del liceo Artistico E. Rossi di Roma realizzato in partenariato con Se non ora quando – Libere con il sostegno del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, progetto cui aderiscono molti licei artistici di altre città. Obiettivo del progetto è parlare dei “diversi volti della violenza e in particolare di quella esercitata contro le donne, su chi ne é stata causa, chi ha subito, chi ha visto” osserva Donatina Persichetti, che modera la mattinata e che ha seguito un percorso progettuale in continuità con #maipiucomplici, sempre di SNOQ Libere.

Il suo compagno la picchiava e lei non aveva il coraggio di ribellarsi, allora l’ho cacciato io, dice Valeria e aggiunge non capisco perché, come donne, senza un uomo o una famiglia ci sentiamo incomplete. In qualche modo Ilaria risponde, osservando che l’altro non deve essere un bisogno, ma un arricchimento così se viene a mancare non si perde l’equilibrio. Uno studente dice che talvolta l’amore è condizionato dalla paura della solitudine, altra distorsione delle relazioni e in qualche modo conferma Pietro, in carcere per aver compiuto violenze sessuali. Mi sentivo nel diritto di comandare, e quando ho capito ho avuto uno shock, dice commosso dal palco e aggiunge un appello date a tutti la possibilità di capire dove hanno sbagliato. Gli fa eco Antonio, che legge una lettera scritta alla vittima delle sue violenze e che, dopo un percorso di conoscenza psicologica fatto con l’Unità Trattamento Intensificato, dice non basta il tempo della prigione per superare il male fatto.

La voce delle vittime è arrivata attraverso alcune testimonianze di detenute che solo dopo un lungo percorso di riflessione hanno trovato il coraggio di pronunciare il nome dell’aguzzino o di parlare pubblicamente. L’osservazione di Matteo, uno studente, sollecita altri interventi: sono maschio, non sono ancora un uomo dico che la violenza dipende da cosa ci insegnano da bambini e la dirigente scolastica Mariagrazia Dardanelli osserva che le donne e mamme hanno la responsabilità di non abbandonare la cultura degli stereotipi e di non crescere i figli nella parità e nel rispetto dell’altro/a.

A spiegare le tante forme di violenza è l’esperta di statistica sociale Linda Laura Sabbatini, che invita a non sottovalutare le prime avvisaglie perché inizia con dei condizionamenti e poi c'è un’escalation. Le donne che subiscono violenza dicono di avere paura di essere uccise ma non percepiscono le violenze come un reato. Non dimenticare, poi, che la violenza si trasmette ai bambini/e che assistono.

Ad indicare altri tipi di violenza è la direttrice di Rebibbia femminile, Ida Del Grosso, che spiega considero violenza anche ingoiare ovuli di droga nel proprio corpo o le ragazze che rubano non per scelta ma perché obbligate.

Un invito ai giovani a non sottovalutare il fenomeno è arrivato da Maria Elena Boschi, Sottosegretaria di Stato alla Presidenza del Consiglio, che ha seguito tutta la manifestazione. Dovete volervi bene e non pensate che la gelosia sia una bella cosa – ha detto – pensate che è bello crescere insieme sapendo che abbiamo stessi diritti e doveri, non c'è chi sta sopra e chi sotto, siamo pari. Il cammino è lungo ed è da percorrere sapendo che la battaglia è culturale.