lunedì 7 ottobre 2013

Intervista a Renzi

Trovo interessante questa intervista.
Spero vi faccia piacere leggerla.
In rosso le frasi che mi hanno maggiormente colpito
 in senso positivo
La Stampa 7 ottobre 2013
Intervista a Matteo Renzi
MASSIMO GRAMELLINI inviato a Firenze
Ero andato a Firenze per capire se si può comprare un’auto usata da Matteo Renzi e ho scoperto che va in bici. Ci sta seduto sopra, nel cortile di Palazzo Vecchio. «Pedala, altrimenti cadi», gli grida qualcuno, facendo il verso alla sua famosa battuta su Letta. Il ciclista abbassa il cavalletto e scende. È una pila atomica. Attraversa piazza della Signoria, stringe mani di turisti, saluta in inglese gli americani, accenna un inchino ai giapponesi, raccoglie cartacce dal selciato e le va a buttare nel cassonetto. A tavola rinuncia al vino e solleva la camicia per mostrare un preludio di pancetta. “81 chili. Da qui ai quarant’anni voglio scendere a 75. Mi sono dato un anno e mezzo di tempo”. Forse non solo per dimagrire (Gramellini).  

A scuola lei era già così sicuro di sé?  
«Al classico venni rimandato in scienze per una ripicca personale con la prof. Mi comportai con arroganza, lo ammetto. Ma mi è servito». 
Per diventare arbitro di calcio?  
«Potrei dirle che avevo un innato senso della giustizia… In realtà non ero abbastanza bravo per giocare. A 17 anni arbitravo in seconda categoria. Certi derby in provincia di Pisa…». 
I conterranei di Letta la menavano?  
«Mai. Solo insulti alla triade classica: mamma, nonna, fidanzata». 
Cosa ha imparato dall’arbitraggio?  
«A decidere senza rinviare». 
Allude?  
«Bisogna saper gestire i cartellini. La prima ammonizione è fondamentale. Va data intorno al ventesimo minuto per far capire ai giocatori che ci sei. Da sindaco la pedonalizzazione l’ho fatta subito, quando tutti dicevano di aspettare. Arbitrare mi ha insegnato a non dare la colpa agli altri. Qui c’è gente che prende il raffreddore e dice che è colpa dell’instabilità». 
Allude ancora, signor arbitro. Poi capo-scout.  
«Lì ho imparato che clan può essere una bella parola. Soffro quando leggo che avrei abbandonato qualcuno dei miei. Io sono uno che osa, non uno che usa». 
Come mai a vent’anni partecipò alla Ruota della Fortuna?  
«Adoro i giochi di parole». 
Si era capito. E io che credevo volesse conoscere Paola Barale.  
«Aveva un suo spessore culturale. Vedendola dal vivo ho scoperto che la tv ti ingrassa di parecchio. Ho vinto 4 partite. Alla quinta avrei guadagnato 50 milioni di lire e sarei andato alla Ruota d’Oro. Invece sbagliai l’ultima definizione: un mare di neve. Dissi: un mare di navi. Mi ha fregato una vocale». 
Arriva sempre a un passo dalla vittoria e poi...  
«Fu la mia fortuna. Era il febbraio 1994. La puntata dopo Mike fece il famoso appello elettorale a favore di Berlusconi. Fossi stato lì, oggi qualcuno direbbe: perché Renzi non intervenne?». 
Siamo al 25 luglio del Cavaliere?  
«Sì, siamo all’epilogo. Lungo, ineludibile. Berlusconi mi fa rabbia perché ha cambiato il calcio, la tv e l’edilizia, ma non la politica: non solo non ha fatto le cose che volevamo noi, ma nemmeno quelle che voleva lui».  
Lo hanno messo in minoranza nel suo stesso partito.  
«Umanamente non sopporto i lecchini che all’improvviso sono diventati coraggiosi. Quelli che votavano Ruby nipote di Mubarak e adesso dicono che Berlusconi non ha i requisiti morali. Perché scusa, negli ultimi venti anni dove stavi? Che tristezza questi maramaldi ruffiani e pavidi». 
Anche Alfano fa parte della categoria?  
«No, Alfano si è trovato a dover scegliere tra la fedeltà all’uomo cui deve tutto e quella a un Paese per il quale ha giurato. Mi fanno più pensare i Giovanardi. Vuole fondare un nuovo partito e poi si stupisce se i giovani si drogano. È una battuta di Crozza. Strepitosa: l’avrà copiata da Twitter…». 
Non teme che il governo “Alfetta” ci riporterà la Dc?  
«Letta è un bipolarista convinto. Anche Alfano. Il Grande Centro è il sogno dei Fioroni e dei Giovanardi. Non passerà. Per la legge elettorale ripartiremo dalla bozza Violante. Chiunque vinca il congresso, il Pd ne uscirà ancora più bipolarista. Ma sarà un bipolarismo gentile e rispettoso». 
Lei e Letta siete due galli nello stesso pollaio.  
«Ma che dice? Sarebbe un errore replicare il modello Veltroni-D’Alema».  
Vi siete parlati a Palazzo Chigi.  
«Senza giri di parole, come d’abitudine. La tensione si è scongelata subito: ci siamo mandati a quel paese nei rispettivi slang». 
Cioè?  
«Io l’ho insultato in fiorentino, lui mi ha risposto in pisano». 
Sempre meglio delle battute lassative di Crimi su Berlusconi.  
«Al confronto dei leader Cinquestelle, Alvaro Vitali è uno statista». 
Torniamo a Letta.  
«Gli ho detto che, se diventassi segretario del Pd, non mi chiederei ogni giorno cosa fare per danneggiare lui e Alfano. Il mio non sarebbe un Pd con la matita rossa e blu per fare le pulci al governo». 
Dicono fosse ancora arrabbiato per il suo viaggio dalla Merkel.  
«Ma no. Mi aveva cercato lei, dopo aver letto una mia intervista sul vostro giornale. Ho preso un volo privato, il colloquio era previsto dalle 6 e 30 alle 7 e 30. Mi ha ricevuto alle 6 e 28 e alle 7 e 28 ha guardato l’orologio e mi ha congedato. Ama l’Italia, ci sta aspettando. Dice che abbiamo un grande leader, Napolitano. E mi ha parlato bene anche di Enrico». 
In Germania avrebbe votato per lei?  
«Da dirigente politico avrei votato Spd, per senso di appartenenza. Da cittadino non so. Quella donna mi ha colpito. Anche se nemmeno lei sta affrontando il vero tema: cambiare l’Europa. Perché è l’Europa in crisi, non un solo Paese». 
Immaginiamo il tormentone dei prossimi mesi-anni. Lei che smania per tornare alle urne e gli altri che diranno: nel 2014 non si può perché c’è il semestre europeo a guida italiana, nel 2015 nemmeno perché c’è l’Expo.  
«E nel 2016 le Olimpiadi in Brasile. Ma sento di poter annunciare che nel 2018 si voterà nonostante i Mondiali di calcio in Russia». 
Non teme di finire nel congelatore?  
«Solo nell’ultimo anno sono sopravvissuto a sette-otto sconfitte definitive. Volete capire che sono molto ambizioso, ma non ho fretta? Se Enrico dura dieci anni, farò dell’altro. Tanto fra dieci anni avrò l’età che lui ha adesso». 
Risposta bella forte. E un po’arrogante.  
«Sono pieno di difetti, dalla A di arroganza alla Z di zuzzurellone. Ma la A di ambizione mi sta bene. Perché avere l’ambizione grande di cambiare l’Italia non lo considero un difetto».  
Da Berlusconi a Grillo, tutti i leader dell’ultimo ventennio hanno fondato un partito. Perché lei si ostina a volere trasformare uno già esistente?  
«Il modello del partito personale è fallito. Del resto siamo arrivati alla vergogna per cui Bossi e Di Pietro hanno candidato i figli al consiglio regionale». 
Non vuole fondare un partito nuovo, però vuole comandare su quello vecchio.  
«La parola leadership non è una parolaccia. C’è una sinistra che rifiuta l’idea dell’uomo solo al comando. Fausto Coppi. Ma in un gruppo ci vuole sempre quello che si alza sui pedali. Un leader è uno che sceglie persone più brave di lui». 
Non sarà facile, visto che tutti stanno salendo sul suo carro.  
«In uno dei miei soliti eccessi di autostima, dico: le critiche dei prevenuti e le lusinghe dei ruffiani non avranno il potere di cambiarmi». 
I dipendenti del Pd temono di essere licenziati.  
«Il problema non è il personale, ma certo qualcosa si può risparmiare: ha senso spendere 9 milioni in comunicazione, due in consulenze, uno e mezzo in ristoranti e in alberghi? La sobrietà deve iniziare a casa nostra». 
Si può tagliare la spesa senza licenziare i dipendenti pubblici? Fassina dice di no.  
«Fassina non è cattivo, ma non ha mai amministrato nulla, non sa di cosa parla. Ormai lui dichiara a piacere su tutto. Lasciate fare a noi amministratori. Certo, va aumentata la produttività. Il forestale della Calabria deve sapere che con me non verrà licenziato, ma dovrà lavorare moltissimo».  
Chi pagherà il conto della sua rivoluzione?  
«Bisogna toccare i diritti acquisiti. Chi percepisce pensioni d’oro su cui non ha versato tutti i contributi deve accettare che sulla parte “regalata” venga imposto un prelievo». 
Il suo Pd sarebbe a favore della patrimoniale?  
«Molti amici imprenditori si dicono pronti a pagarla, ma prima chiedono che la politica dia il buon esempio. In ogni caso è prioritario assicurare una tregua fiscale. Se io pago, tu Stato devi smetterla di venirmi continuamente a controllare. Chi governa deve pensare che sta regalando qualcosa a qualcuno che ama. Se vuoi riformare la scuola, pensa a tuo figlio. Se vuoi favorire il lavoro, sfronda le duemila norme che lo regolano: ne bastano cinquanta». 
Lo dice anche Letta.  
«Ma queste cose devi farle subito e tutte insieme. Il cartellino giallo al ventesimo minuto. I primi cento giorni di governo sono decisivi». 
L’establishment non si fida di lei.  
«E fa bene. Può darsi che io non arrivi mai al traguardo. Ma se ci arrivo, è per cambiare le cose davvero. La crisi ha fatto passare in secondo piano l’aumento dell’Iva, i casi Telecom e Alitalia. La classe imprenditoriale, bancaria e universitaria dov’è stata in questi vent’anni? Abbiamo avuto un capitalismo familista, non familiare. Un sistema di poteri forti dal pensiero debole. Faccio il verso a De André: “Per quanto vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”». 
Letta passa per l’uomo dell’establishment che lei vuole rottamare.  
«La rappresentazione mediatica ha una sua fondatezza nelle nostre diverse modalità di esprimerci. Ma anche Letta ha capito che bisogna cambiare. E sa che, con me segretario, il governo sarebbe più forte, non più debole». 
Ci sono sgarbi che non ha dimenticato?  
«Casini che, a urne delle primarie aperte, dice: Renzi è come Berlusconi. E la Camusso: vanno bene tutti tranne Renzi. Cadute di stile frutto della paura».  
Non è che, arrivato a Palazzo, poi si mette in riga come gli altri?  
«Io non logoro. Strappo. Non ho lo stile democristiano del conte zio di Manzoni, quello di “sopire, troncare”». 
Il conte zio sarebbe Gianni Letta?  
«Questa è buona, ma io sono fra Cristoforo. Perciò forse non diventerò mai padre provinciale. Il mio mito è Rosario Livatino, il giudice-ragazzino ucciso dalla mafia. Diceva: “Alla fine non ti chiederanno quanto sei stato credente, ma quanto sei stato credibile”». 
Sua moglie Agnese…  
«Alt. La famiglia non si tocca. Agnese insegna italiano e latino. Precaria. Al Maggio Fiorentino le presentai Monti, allora premier. “Ha partecipato al concorsone?”, le chiese. “Sì”. “Allora converrà che il mio governo qualcosa di buono l’ha fatto”. E lei: “Direi proprio di no”. Aveva ragione mia moglie, stanno ancora aspettando i risultati del concorso». 
Sarebbe un ottimo segretario del Pd.  
«Ma resta fuori dalle interviste. Come i figli. Mi sono sentito vecchio il giorno in cui il più grande ha messo il pin al telefonino. “Tu non lo mettevi alla mia età?”, mi ha chiesto. Gli ho risposto che alla sua età non avevo il telefonino. E lui: ma come facevi a telefonare?». 
Ha fatto un figlio a 26 anni e le danno del bambino.  
«Bisogna vedere da chi viene la predica. La mia è una generazione cresciuta senza padri. La rottamazione è stata una rivolta contro una paternità politica che non era tale. I nostri leader erano cugini, tutt’al più fratelli maggiori. Non scogli, ma ostacoli».
Sua figlia ha sette anni.  
«E sa già chi sono Epifani e la Camusso». 
Roba da Telefono Azzurro.  
«È un “mostro” come me, che a dieci anni guardavo i programmi elettorali in tv e al telefono riferivo a mio padre, sinistra Dc, cosa aveva detto De Mita». 
Adesso De Mita dice: Renzi è un torrente che non diventerà mai fiume. Scalfari ha concordato con lui. Aggiungendo che il fiume è Letta.  
«Sono contento di non essere oggetto di una previsione positiva della coppia De Mita-Scalfari. Non ne hanno mai azzeccata una». 
La accusano di essere inconsistente. Ha visto l’imitazione di Crozza? I Renzini: 30% di Baricco e 40% di niente, in un cuore di cioccolato…  
«Spero che Baricco non quereli… Ma il fatto di dire frasi secche non significa che dietro non ci sia elaborazione del pensiero». 
Il perfido D’Alema sostiene di essere venuto a trovarla per vedere che libri leggeva.  
(Renzi - ora siamo nel suo ufficio - gira intorno al tavolo e palpa due volumi di peso). «Alda Merini e Luzi. In questo periodo leggo poesie. Per mettere a fuoco i concetti». 
È tornato su Twitter.  
«L’avevo rimosso. Poi l’ho rimesso. È bellino. Certo, devi darti un limite. (Smette di scorrere i pollici sullo smartphone e li sposta su un pezzo di stoffa nera, dove continua a sgranchirli per non perdere l’allenamento)». 
I pensieri di Cuperlo sono troppo lunghi per Twitter.  
«Gianni è in gamba. Garba molto a noi addetti ai lavori, fuori non so. Io e lui siamo come i protagonisti del racconto di Chesterton in cui un laico e un cattolico si sfidano a duello, ma poiché non li lasciano combattere, diventano amici per trovare un posto dove duellare. Però nel 1999 era a Palazzo Chigi con D’Alema: dov’è stato in questi anni? Lui pensa abbia fallito solo la destra. Invece dobbiamo ridisegnarci anche noi». 
Lo diceva già Veltroni al Lingotto, quando battezzò il partito.  
«Walter aveva scritto il film giusto, ma ha sbagliato a credere che potessero recitarlo gli attori che avevano trasformato le pellicole precedenti in un flop. Nel mio Pd andranno avanti i più bravi, non i più fedeli. Dichiarerò guerra alla mediocrità». 
Come si immagina, da segretario?  
«A piedi tra la gente e non in auto col lampeggiante. Un segretario deve farsi vedere in giro. È in campagna elettorale permanente». 
Letta ne sarà entusiasta. Continuerà a fare il sindaco?  
«Il segretario non deve mica passare il tempo barricato in sede a gestire incarichi e spartire poltrone. Provo avvilimento quando vado in Rai e qualche dirigente mi dice: io sto con te. Ma che mi frega con con chi stai! ».  
Ha sentito le intercettazioni in cui la democratica Lorenzetti ordina a una professoressa di favorire l’esame di un suo protetto?  
«Spero licenzino quella professoressa. Però è sbagliato dire che Lorenzetti e Penati sono uguali a Berlusconi. Lui è un unicum. Ma sia chiaro che non credo alla superiorità morale della sinistra, semmai a quella del coraggio sulla paura e dell’altruismo sull’egoismo». 
Questo “renzino” dove l’ha partorito?  
«Non è mio, è di Oscar Farinetti: eravamo al secondo giro di Barolo». 
Dicono che tra gli elettori di centrodestra lei piaccia meno di un tempo.  
«Non piaccio ai loro giornali, che prima mi esaltavano e ora mi massacrano. Mi hanno fatto la prova-calzino. Di me si sa tutto, che bici e che mutui ho. Ma sono tranquillo. Mio cognato non ha la casa a Montecarlo ma a San Godenzo».  
Il famoso metodo Boffo evocato anche dalle colombe alfaniane.  
«Trovo inaccettabile che denuncino il metodo Boffo solo adesso e non quando veniva usato contro gli altri». 
Briatore, Cavalli, Signorini. Ormai le manca solo un aperitivo con Dudù. Quando incontrerà Zagrebelsky? 
«Ho incontrato anche Zagrebelsky, solo che non fa notizia. Dudù invece mi manca. Ma posso resistere». 
Una settimana alla campagna delle primarie. Trovato lo slogan?  
«L’Italia cambia verso». 
Bel gioco di parole.  
«Sarà una campagna diversa, rispetto all’altra volta. Non un “one man show” da uno contro tutti. Girerò di meno e senza camper, ho ancora mal di schiena. Vorrei che Pd diventasse sinonimo di leggerezza calviniana. Per vent’anni abbiamo fatto la faccia triste perché dall’altra parte c’era un sorriso finto. Farò una campagna allegra. Anche se andrò in luoghi drammatici, dal Sulcis a Lampedusa. La Bossi-Fini va cambiata. E l’Europa… Basta con questo andazzo per cui quando si tratta di sistemare le banche si va a Francoforte, mentre quando si tratta di sistemare le salme ognuno pensa ai fatti suoi».  
Sono scomparse le polemiche sulle primarie.  
«Perché stavolta sono aperte. Può votare anche chi non sa a memoria l’Internazionale o gli Inti Illimani». 
Lei li ha mai cantati?  
«El pueblo unido jamas sera vencido. Cosa diceva Vecchioni? Pallosa come una canzone degli Inti Illimani…». 


venerdì 4 ottobre 2013

Evento tristissimo a Lampedusa


LA TRAGEDIA della notte 
tra il 3 e il 4 ottobre
Un’isola di gente a mare, questo ci siamo trovati davanti. Grazia e i suoi sette amici di Lampedusa sono stati i primi ad accorgersi di quello che stava succedendo e i primi soccorritori. Ne hanno salvati quarantasette. Tuffandosi in acqua, organizzando una catena umana per tirare a bordo uomini, donne e ragazzi ricoperti di carburante, stremati, che cercavano di restare a galla da almeno quattro ore. Hanno fatto quello che potevano e anche di più. E questo è il suo racconto.
Eravamo andati in otto a fare una notturna, una gita in barca in una notte bellissima, mangiando, pescando. Verso le due abbiamo visto delle luci al largo della Tabaccara. Luci strane. Ma abbiamo pensato a un gommone della Guardia costiera che stava facendo un salvataggio. E siccome a queste cose ci siamo abituati, ci siamo addormentati…”.
Invece era il barcone…
Sì, ma l’abbiamo scoperto solo all’alba. E le luci erano le fiamme dell’incendio.Verso le sei meno un quarto abbiamo sentito dei lamenti, come delle grida, ma abbiamo pensato che fossero uccelli. Poi ci siamo resi conto, abbiamo messo in moto e ci siamo avvicinati.
Quindi il naufragio non è avvenuto sotto costa.
No, e loro hanno nuotato per ore fino a cinque o sei miglia dalla Tabaccara, perché è lì che li abbiamo trovati. Un’isola di gente a mare….
Cosa avete fatto?
Abbiamo chiamato subito i soccorsi. Ma nel frattempo ci siamo messi sotto a salvare quelli che potevamo. Ne abbiamo tirati su quarantasette, tutti vivi fortunatamente. Ci dicevano dei bambini, ma non li abbiamo visti. Erano già tutti annegati. Poi ci siamo dovuti fermare perché tra noi e loro sulla barca eravamo in cinquantacinque. Per fortuna sono arrivati altri pescatori, che per aiutarci hanno mollato a mare le traine. E poi la Guardia costiera.
Quanta gente c’era in mare?
Non lo so, tantissima… uno scempio.
Gli unici che sapevano nuotare.
Sì, tutti allo stremo delle forze. Infatti, molti di quelli che avevamo visto prima, dopo non li abbiamo più visti. E’ stata una gran fatica issarli a bordo, con tutto l’olio che avevano addosso scivolavano da tutte le parti. Ne tiravi su uno, e altri due andavano sotto. Un nostro amico è stato molto coraggioso e si è tuffato. Noi abbiamo fatto una catena umana, anche con le altre barche. Loro erano veramente senza più forze, si abbandonavano. Una scena spaventosa che ci riempie di rabbia…”.
Me la spieghi la vostra rabbia.
A noi ci ignorano, poi succede quello che succede e piombano tutti qua a farsi vedere, invece di trovare prima una soluzione che eviti queste tragedie. E’ una vergogna, una grandissima vergogna.

mercoledì 2 ottobre 2013

La resa di Berlusconi

Sui pareri immediati e diffusi
Risponde ad un principio d Sapienza (non solo cristiana), un criterio:
a) Non infierire sul condannato dalla giustizia (sempre limitata perché umana).
b) Il Pd dovrebbe moderare ogni boria da partito vincitore, se vuole far valere la sua autorevolezza e non rischiare di logorarsi avvitandosi sulle sue certezze. Pena la nemesi che potrebbe capitargli - e, ahimé ci sono già i segni! - la ripetizione dello stesso paradigma al suo interno.
MEMENTO
Le contrapposizioni producono sempre effetti disastrosi.... 

Nominare il femminile

Da Il Fatto Quotidiano – blog di Monica Lanfranco 30 settembre 20013
GENITORE E GENITRICE: NOMINARE IL FEMMINILE È FONDAMENTALE
C’è stato un tempo nel quale si diceva, (e si pensava in ottima buona fede), che fosse sufficiente fare la rivoluzione, perché questo evento da solo ci avrebbe reso libere e liberi.
Era un sogno, un’aspirazione utopica, frutto anche della fretta desiderante che l’essere giovani porta con sé: poca fatica, massimo risultato, niente indugi, niente deviazioni, bando ai dubbi, una bella riga dritta verso il sole dell’avvenire. In questa (legittima) aspirazione frettolosa si lasciavano indietro molti dettagli, che dettagli non sono, abbiamo capito poi: visto che al di là dell’angolo era ad attenderci la perfezione che bisogno si aveva di fare attenzione al linguaggio, o alla maggior parte degli stereotipi di genere, visto che poi come neve al sole tutte le ingiustizie e storture indotte dal patriarcato, dal sessismo, dal razzismo, dall’omofobia e dall’uso politico e repressivo delle religioni si sarebbero sciolte e avremmo vissuto felici, in pace e in uguaglianza?
E’ accaduto non soltanto che la rivoluzione non è stata realizzata, se non in parte e dimostrando di essere una creatura fragile e da consolidare, laddove molte delle sue promesse si sono per fortuna rese reali, ma anche che i ‘dettagli’ tanto tralasciati e considerati di secondo piano contano, eccome.
La lingua batte dove il dente duole, per citare un adagio di buon senso, più aulicamente tradotto con le parole sono i chiodi dove si attaccano le idee identificano frasi che ci aiutano a ragionare sull’importanza della scelta che ogni giorno facciamo quando, per comunicare e descrivere il mondo, decidiamo di usare (o non usare) alcune parole.
Non c’è riunione, seminario, formazione, dibattito, giornale, tv radio e social network, ma anche aperitivo e cena in cui non si presenti l’occasione di verificare che la sessuazione del linguaggio è non solo praticata pochissimo, ma viene ritenuta un dettaglio, un vezzo snob di poche femministe puriste, un falso problema, una perdita di tempo, per di più irritante e fuorviante.
Con tutte le cose più urgenti figuriamoci cosa importa fare discussioni o lotte per ottenere che una donna che fa il segretario di una organizzazione si chiami segretaria (parola che tra l’altro evoca un immaginario non certo autorevole). Con tutte le disparità ancora da sanare in campo economico e sociale figuriamoci cosa importa fare discussioni o lotte per ottenere che una donna sindaco sia chiamata sindaca, e così via per architetta, magistrata, avvocata, scrittrice, professora, fornaia, informatica, tecnica, perita, notaia.
Perché rompere l’anima sottolineando che nella frase ‘i diritti dell’uomo’ il femminile è inglobato nel (presunto) neutro maschile, (quindi scompare), mentre la frase ‘i diritti delle donne’ identifica solo la parte simbolica e concreta dei diritti della metà femminile del genere umano, che quindi risultano chiari come non universali? L’importante è o non è che una donna possa fare quello che fa un uomo? Quanto poco, in fondo, conta il genere nella lingua? Possiamo finalmente occuparci di cose serie?
Ho fatto questa premessa perché vorrei tornare su un episodio del quale altre hanno già parlato e scritto: la proposta, da parte di alcune attiviste e attivisti gay, di modificare nella modulistica la dicitura ‘madre’ e padre’ con ‘genitore’. Richiesta giusta, nel caso maschile, ma quando una famiglia è composta da due donne, perché non anche prevedere genitrice?
Il dibattito, iniziato in rete su Facebook da Iole Natoli (attivissima da molti anni sulla questione del cognome materno, altra faccenda rubricata come inutile e quasi dannosa da più parti, donne comprese) ha visto punte inquietanti nell’argomentare: in uno scambio, per motivare la superiorità del termine ‘genitore’ rispetto al femminile genitrice c’è chi ha così brillantemente argomentato: ”Quando sento la parola genitrice penso a un budello cacafigli. Credo sia tra le più depersonalizzanti e genitali delle parole, nel senso che riduce la donna al suo apparato riproduttivo e basta. Genitore invece, nell’uso comune, non ha assunto una valenza di opposizione tra maschile e femminile ma ha preso il significato generico di ‘persona che si prende cura della prole’, a prescindere dal legame biologico e dal genere”.
Ho trovato questa motivazione estremamente interessante, (dopo un sussulto rispetto alla, per me, tremenda immagine del budello). Mi domando quanto l’argomentazione che invita all’uso di un neutro che cancella appositamente il femminile (e il materno, in questo caso) si discosti dalla regola grammaticale, invalsa ancora fino agli anni ‘70 in Italia, secondo la quale il maschile era il genere universale da adottare nel discorso perché ‘più nobile’ rispetto al femminile.
Mi domando se le famiglie composte da lesbiche si sentano rappresentate e soddisfatte di essere definire genitore (magari genitore uno e genitore due, come in una proposta analoga d’oltralpe).
Mi domando se non sia utile porsi degli interrogativi circa la questione del potere, e della disparità, anche dentro alla comunità omosessuale, tra donne e uomini: è sufficiente cambiare orientamento sessuale per dismettere le logiche e le dinamiche del dominio, chiarissime nella cultura eterodiretta?
E’ verissimo che in Italia la lotta per cambiare il vissuto culturale profondo sulla famiglia è impari, come testimonia l’ultima vicenda Barilla: ma davvero possiamo considerare marginale la proposta di cancellare il femminile nella descrizione della relazione materna nel caso di una famiglia omogenitoriale?  

L'articolo pone più domande che risposte, e ciò è di mio gusto.
Abituata come sono a riflettere molto prima di esprimere un giudizio, dico -per ora- che i cambiamenti culturali, come lascia intravedere Monica L., sono da ponderare: cioè bisogna escludere improvvisazioni, frutto della fretta di far valere i propri bisogni (di carattere morale, prima ancora che materiale).
Certamente vedo che il problema insito nella questione delle coppie omosessuali non è facilmente digeribile in un mondo dove nuovi diritti avanzano, forse dimenticando alquanto che la distinzione ed il rapporto tra genere maschile e genere femminile sono essenziali PRINCIPALMENTE IN ORDINE AI FIGLI GENERATI.
Ausilia  

sabato 28 settembre 2013

insipienza del muro contro muro

Insipienza del muro contro muro
Sole 24 ore 28.9.2013
Berlusconi ha torto, tortissimo, marcissimo. Ma ha anche un po’ di ragione. Sappiamo bene che il motivo della crisi è la questione della decadenza, e non quella dell’IVA (peraltro introdotta dal suo governo). La carnevalata sulle dimissioni dei parlamentari, ridicola e impraticabile prima ancora che eversiva, se possibile ha reso ulteriormente impresentabile il centrodestra. Anzi l’ha condotto [il PdL] oltre il confine dell’impresentabilità, già superato due elezioni fa. Senza parlare della pretesa assurda di voler cancellare in qualche modo l’esecutività della sentenza della Cassazione.
Ma è altrettanto vero che Berlusconi un poco di ragione ce l’ha. Non parlo delle ragioni ventennali di una magistratura ad personam: lasciamole stare per un momento. Parlo della gestione politica e parlamentare della questione decadenza. Il PD è alleato di Berlusconi, da quasi tre anni: se teneva al governo (ma sappiamo che in molti ci tenevamo meno di quanto ci tenessero quelli del Pdl) avrebbe potuto tranquillamente accogliere la legittima richiesta del senatore-condannato di far decidere alla Corte Costituzionale se le norme della legge Severino sulla decadenza dei condannati (approvate anche da Berlusconi, mentre molti del PD dicevano che era un colpo di spugna) si potessero applicare retroattivamente (a me pareva di sì). Un rimando alla Consulta che peraltro avrebbe tolto il PD dall’imbarazzo di far decadere il leader alleato. Ma la pressione del Movimento Cinque Rep è stata troppo forte, e quindi super velocità in giunta, no a consultare la Corte Costituzionale, subito la decadenza.
Era una manovra per allungare i tempi, quella di Berlusconi? Ovvio. Ma era anche una richiesta comprensibile, legittima, altrettanto ovvia che avrebbe tolto un ulteriore alibi a Berlusconi e avrebbe garantito ancora per qualche tempo la stabilità di governo. Ma così come non è vero che Berlusconi ha fatto cadere il governo per l’IVA, non è nemmeno vero che l’area PD (tranne Letta) sia dispiaciuta per la caduta del governo. Alla fine non c’è stato nessun atto eversivo, ma solo una normale crisi di governo, causata dalla rottura del rapporto di fiducia tra i due alleati e dalla banale volontà di uno dei due di non farsi cancellare senza lottare. Ora è solo propaganda politica, accuse e contraccuse. SEGUIRANNO SCEMENZE VARIE SU SPIRAGLI DI UN GOVERNO SENZA PDL E CON I GRILLINI. SUL PUNTO CENTRALE DI QUESTA CRISI, POI, VA RICORDATO CHE ALLE PROSSIME E ORMAI PIÙ VICINE ELEZIONI BERLUSCONI NON SARÀ CANDIDABILE.


venerdì 27 settembre 2013

Lettera a Napolitano

LETTERA A NAPOLITANO DA PARTE DEI CAPIGRUPPO
ALLA CAMERA E AL SENATO, BRUNETTA  E SCHIFANI
Da il Giornale venerdì 27 settembre 2013
Dopo che il capo dello Stato aveva redarguito il Pdl circa le denunce provenienti dai suoi parlamentari relative al golpe in corso (in relazione al voto sulla decadenza di Berlusconi) i capigruppo alla Camera e al Senato, Renato Brunetta e Renato Schifani (che pur si sono definiti capigruppo di Forza Italia) scrivono una lettera a Napolitano. Nella missiva, pubblicata su Il Giornale, fanno presente che l’assemblea in cui il Pdl ha deciso di dare le dimissioni in caso di voto favorevole alla decadenza non era finalizzata né ad assumere decisioni sul governo del paese né, tantomeno, anche per l’evidente illegittimità di simili ipotesi, ad assumere orientamenti operativi sulle decisioni della magistratura o sulle prerogative del Capo dello Stato. Non era neppure volta a esprimere solidarietà nei confronti di Berlusconi. Lo scopo era invece individuare l’atteggiamento da assumere, ciascuno nella propria libertà, come si addice a parlamentari che rappresentano la Nazione e godono delle guarentigie di cui all’art. 67 della Costituzione, rispetto all’orientamento del Senato della Repubblica, che sembra ormai farsi strada e che comunque rappresenta un’eventualità molto concreta, in ordine alle determinazioni sull’applicazione al Sen. Berlusconi della c.d. legge Severino.

I due parlamentari hanno, quindi, sottolineato come qualunque organo giudicante – e la Giunta per le elezioni lo è – laddove ritenga che vi sia un sospetto fondato di incostituzionalità, deve adire la Consulta. E, secondo Brunetta a Schifani, che vi siano tali dubbi è evidente dai numerosi pronunciamenti di giuristi anche non appartenenti all’area del centrodestra. Il rifiuto di ascoltare questi dubbi da parte di molti parlamentari, malgrado ci si trovi in una sede di verifica dei poteri, è stato ritenuto dalla totalità dei partecipanti alla riunione dei gruppi di Forza Italia, un’inaccettabile negazione dello Stato costituzionale di diritto, tale da rendere intollerabile la permanenza in un Parlamento che si dimostrasse cosi sordo alle ragioni della legalità.

G. Orsina de La Stama

Non sono in grado di proporre la lettura dell’articolo che oggi, 27 settembre, ha pubblicato lo stesso Orsina, che  è di una lucidità unica. Ma anche questo articolo di alcuni giorni fa può aiutare a valutare nella sua complessità il tema emergente oggi.
AL PETTINE I NODI POLITICI DI VENT’ANNI, di Giovanni Orsina
da La Stampa del 18.9.2013
La Corte di Cassazione, al termine di un contenzioso giudiziario durato anni e passato attraverso innumerevoli meandri, ha confermato ieri la condanna a Fininvest a pagare una cifra di circa mezzo miliardo di euro alla Cir di Carlo De Benedetti, come risarcimento per la vicenda del Lodo Mondadori. 
La notizia è uscita proprio mentre si attendeva che Berlusconi diffondesse un messaggio che, stando alle voci, avrebbe avuto un robusto contenuto politico e forse condizionato in profondità il futuro dello schieramento di centro destra. E oggi, infine, la questione della decadenza di Berlusconi da senatore, a motivo di un’altra condanna ottenuta anch’essa non come politico ma come imprenditore, affronterà il passaggio decisivo in giunta al Senato.

La confluenza di questi tre avvenimenti rafforza sempre di più l’impressione, viva da almeno un mese e mezzo, che nell’attuale sfortunatissimo torno di tempo siano venuti al pettine tutti o quasi i nodi politici irrisolti degli ultimi vent’anni. Una sorta di «tempesta perfetta». Fra i nodi più ingarbugliati troviamo naturalmente il conflitto di interessi: l’anomalia macroscopica di un imprenditore – e imprenditore televisivo! – di grossissimo calibro che si trasforma dalla sera alla mattina in un leader politico di calibro altrettanto rilevante, e lo resta per vent’anni. Sebbene occupi una posizione senz’altro centrale nel groviglio italiano, tuttavia, il conflitto di interessi non rappresenta un nodo, per così dire, primario.
Pur essendo del tutto anomalo, insomma, non crea lo stato di anormalità (pure se, certamente, lo aggrava), ma deriva a sua volta da un evento anomalo precedente.
Ossia da Tangentopoli. Dall’improvviso e fragoroso collassare, privo di precedenti storici o di alcuna corrispondenza altrove in Europa, dei partiti di governo sotto i colpi delle inchieste giudiziarie. Partiti per altro che – lo si rammenti – ancora nell’aprile del 1992, un mese e mezzo dopo l’arresto di Mario Chiesa, erano riusciti a raccogliere milioni e milioni di voti. È stata Mani Pulite l’anomalia primaria che, aprendo una voragine paurosa sul centro destra del sistema politico italiano, ha reso possibile – potrebbe quasi dirsi, come fosse un buco nero, «risucchiato» – l’anomalia secondaria berlusconiana. Le risorse del Cavaliere hanno così preso a svolgere una funzione straordinaria di supplenza in un’area politica rimasta ormai pressoché deserta. E gli elettori di centro destra – o forse meglio: quelli che non erano disposti a votare a sinistra – hanno accettato volenti (molti) o nolenti (non pochi) questa supplenza anche perché non avevano alternative. Dal 1994 a oggi insomma il centro destra italiano, che ha rappresentato milioni e milioni di elettori, ha vinto tre elezioni e governato il paese per quasi dieci anni, è potuto esistere unicamente grazie al conflitto di interessi. Una frase quest’ultima dalla quale, al solo leggerla, è possibile misurare tutta l’assurdità della situazione italiana.
Ma la conclusione (provvisoria?) della vicenda giudiziaria del Lodo Mondadori è emblematica per almeno altre due ragioni. Innanzitutto perché, affondando le radici in un epoca precedente a Mani Pulite, ci spinge a portare il ragionamento su un tempo ancora più lungo. E a riconoscere come la stessa Tangentopoli sia scaturita da cause ancora più antiche: ossia da una profonda crisi di coerenza, visione, determinazione, capacità progettuale della politica, che affligge la nostra repubblica da ormai molti decenni. Una crisi che la pervasività della politica nella società e nell’economia italiane ha reso ancora più grave, che Tangentopoli ha a sua volta notevolmente aggravato, e soprattutto che nessuno negli ultimi vent’anni è riuscito minimamente ad affrontare. Col risultato che la politica oggi è terribilmente fragile, forse più che mai, nuda e indifesa di fronte ai venti che soffiano da luoghi non politici – i tribunali, i media, le aziende.
La conclusione della vicenda Mondadori è emblematica, in secondo luogo, perché in questo caso la sconfitta di Berlusconi si specchia direttamente nella vittoria di De Benedetti. Ossia del gruppo editoriale l’Espresso. Ossia del più importante esponente mediatico dell’antiberlusconismo politico, saldamente collocato nel campo del centro sinistra e convinto sostenitore dell’operato dei giudici.
Il tramonto del Cavaliere, se lo si guarda da questa punto di vista, non rappresenta un problema soltanto per il futuro centro destra, ma anche per il futuro centro sinistra. Che, una volta privato dell’identità e del collante antiberlusconiani, dovrà decidere quale nuova identità darsi, quale nuovo collante trovare. E soprattutto dovrà decidere se e come dare risposta alla crisi della politica della quale si diceva prima. La crisi per cui la politica si trova subordinata alle aziende. Ma anche ai media. E ai tribunali.


mercoledì 25 settembre 2013

Prospettive di papa Francesco

 QUEL CHE C'E' DA ASPETTARSI E NON
SU PAPA FRANCESCO
La mia fonte deriva dall'ascolto di Porta a Porta (e ciò può fare storcere il naso a qualcuno, nello stile dei politicanti odierni)
a) Da quel che dice non verrà fuori una nuova dottrina
b) Dunque, non cambiamenti formali, ma di prospettiva
c) Lui non è né conservatore né progressista
d) La verità per lui ha da fare con difficoltà concrete
e) La chiesa è un ospedale da campo dove non si guariscono malattie, ma si curano bisogni concreti
f) Non vuole realizzare una chiesa autoritaria o legalitaria
f) Disprezza le chiacchiere perché fanno male alla chiesa

lunedì 23 settembre 2013

Aggiornamenti al femminile

ASPETTANDO ANGELA MERKEL E TANTO D’ALTRO NEL MONDO AL FEMMINILE 
Spesso le donne vengono chiamate per nome, sicuramente più degli uomini, quasi si presuma una maggiore disponibilità all’incontro. Nel caso specifico tale confidenza ce la permettiamo parlando di Angela.. personaggio politico fra i più importanti del mondo, in attesa dei risultati elettorali tedeschi e della sua prevista riconferma, di cui si avrà notizia certa in contemporanea con la pubblicazione di questo diario settimanale. Da notarsi  il fatto che sia una donna alla guida di una delle economie e dei paesi che oggi emergono nel mondo, la Germania, non corrisponde al posto che le donne in generale hanno conquistato nella rappresentanza dei poteri in maniera diffusa. La presenza di Angela Merkel è ancora qualcosa da raccontare, che emerge dalla normalità; nonostante altri paesi, non di poco conto possano contare su una donna premier. Basti pensare al Brasile o all’Argentina ma non per ultima alla nuova  (solo da poche settimane) presidente della Norvegia. La diminuzione dello scarto tra la qualità importante di alcune rappresentanze d’eccellenza femminili nel mondo in luoghi di vero potere e la quantità diffusa di una presenza di genere rimane, quindi, un confermato orizzonte d’impegno. Il che naturalmente non ci sottrae dal sottolineare notizie che gli stessi giornali faticano a raccontare come normali. Il riferimento è alla possibile nomina nella Fed - ovvero la Banca Centrale americana - dell’attuale vice Janet Yellen, che a fianco di Christine Lagarde - direttore generale del Fondo Monetario - potrebbe costituire il significativo sfondamento di un sacrario maschile quale il potere nell’economia monetaria.

Donne nel mondo in rappresentanza di grandi Istituzioni o icone come la Regina Elisabetta, tornata alla ribalta, per la troppa cura o spesa per i suoi amati cani (Corgies). Se ne è parlato anche in occasione dell’apertura delle Olimpiadi di Londra, quando sono comparsi con lei e con l'agente 007 Daniel Craig nella Cerimonia di apertura.
Questo mentre in Italia la Severino difende la legge che da lei prende il nome e sulla cui base Berlusconi dovrà decadere da Senatore, Laura Boldrini, Presidente della Camera, viene volgarmente insultata da Grillo e non bastano certo “le difese” di tutti gli altri rappresentanti dei partiti a cancellare ignoranza e insolenza diffuse da Grillo appunto e non solo. E purtroppo un'altra donna,  Maria Rita Lorenzetti, ex Presidente della Regione Umbra per il PD, sembra tradire l’auspicata diversità femminile. In questa settimana la Lorenzetti, già presidente di Italfer, è stata arrestata ed è ai domiciliari con l'accusa di corruzione e associazione a delinquere. Le intercettazioni mostrerebbero un volgare uso del potere senza alcuno scrupolo nella scelta dei privilegi per gli amici. Come sempre a fronte di dolorose scoperte usiamo il condizionale nella speranza che le accuse rientrino ma con la consapevolezza di quanto sia improbabile. Il dispiacere è maggiore per la sensazione di sentirsi tradite ancora una volta come cittadine/i e dai comportamenti una donna. Ma mentre tutto questo accade, un'altra storia ci riporta alla violenza che le donne continuano a subire. L’episodio della settimana ancora una volta lascia senza fiato. Silvia, giovane friulana avviata al successo come avvocata, viene uccisa mentre fa jogging, presumiamo felice, con il suo amico che invano l’aspetta avendola lasciata indietro per la sua maggiore velocità. Già si conosce l'assassino perché ha confessato, Una vita bella spezzata che si affianca ad altre in giorni in cui tra le altre cose si è aperto un confronto fra giornalisti se i femminicidi stiano addirittura diminuendo o non sia così davvero. Il dibattito tra Giorgio Dell’Arti del Foglio dei Fogli e conduttore della settimana a Prima Pagina su Radio Tre e Luca Sofri andrebbe ripreso e commentato da più donne. Mentre riflettiamo, una giovane di soli 18 anni - Stefania Vincenzi - attende che, risollevata la nave Costa Crociere, all’Isola del Giglio (avvenimento che ha catalizzato tutto il mondo per il successo tecnologico, che non ci ha però fatto dimenticare in nessun modo la tragedia originaria), possa essere ritrovato il corpo della mamma con la quale era gioiosamente in crociera. Quel terribile giorno, dopo averla ”accompagnata” su di una scialuppa, le ha addirittura telefonato per rassicurarla che tutto sarebbe andato bene e poi è scomparsa per sempre. Oggi Stefania, con il papà e con il resto della famiglia e insieme al fratello dell’altra persona il cui corpo non è mai stato ritrovato, attende di poter riportare a casa la mamma Maria Grazia Trecarichi. 
Ma come sappiamo nulla ferma nulla e così mentre tante donne fanno parlare della loro fatica, sofferenza e responsabilità; la loro immagine, personalità possibile, da auspicare o suggerire, viene ideata o idealizzata nelle sfilate di moda iniziate a Milano. 
Miuccia Prada, addirittura attraverso il disegno e i disegni dei suoi abiti, invita le donne a inviare un messaggio contro la violenza su di loro. Immagine femminile dunque permanentemente in dialettica con la sostanza. Una sostanza su cui vuole discutere anche Papa Bergoglio, che nella sua lunga e molto interessante intervista a 'Civiltà Cattolica' dedica un capitolo intenso alla “questione femminile “ nella Chiesa e, tra le altre affermazioni su cui soffermarsi, dice: ”Il genio femminile è necessario nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti”. Nel terminare, un pensiero di grande vicinanza a tutti ma certo a quel numero incredibile di donne e bambini che in Kenia mentre trascorrevano delle ore di allegria nel centro commerciale della capitale Nairobi sono stati uccisi e/o terrorizzati. Le storie dei sopravissuti che ci arrivano dai mezzi d’informazione ci lasciano ancora una volta arrabbiate e senza parole perché impotenti nell’immediato.
ortensipaola@tiscali.it (21 Settembre 2013)
L'ONDA LUNGA DELLE IDEE
NEL MONDO GLOBALIZZATO
UN FRANCHISING IMMATERIALE
Manifestazione e arresti di Femen a L'Aia, in Olanda.
Una dimostrazione femminista e il senso della globalizzazione delle idee

La capitale politica olandese - L'Aia - è stata, lo scorso 17 settembre, teatro di una dimostrazione femminista del movimento di matrice ucraina: Femen. La ragazza, poi arrestata, era riuscita ad avere accesso alla parte della strada riservata al re Guglielmo, durante la cerimonia inaugurale del nuovo anno parlamentare. Questa notizia si offre ai nostri occhi come un interessante spunto, o punto di partenza, per dipanare alcune riflessioni sulla risonanza di cause ideologiche all'interno dello scacchiere mondiale. Nella temperie culturale (affatto informatizzata) entro cui ci troviamo a vivere, vediamo che movimenti ideologici forti (emancipazionisti, terroristici, estremi che siano) risentono di quella globalizzazione che ha ormai permeato ogni ambito delle nostre vite. Questa considerazione ci porta ancora a osservare come le correnti di dissenso che solcano il vasto panorama internazionale, diventino prepotentemente trasversali. Di qui si vede che a correre in velocità gli spazi del planisfero fino gli antipodi, non sono propriamente delle persone, né veri e propri beni materiali, bensì proprio certi "moventi" ideologici che funzionano al pari di alcuni franchising commerciali. Si tratta di fenomeni da non sottovalutare - lo si è visto a proposito di un'organizzazione come quella di Al Quaeda. Quest'ultima, infatti, è stata l'indiretta ispiratrice di feroci atti terroristici che, negli ultimi anni, hanno duramente colpito: il Kenya, la Somalia, il Libano, lo Yemen, l'Indonesia, l'Egitto, l'Iraq, la Spagna, la Gran Bretagna e gli USA. Tale eccentrica delocalizzazione, che è già globalizzazione, sembra imporci di riconsiderare la funzione propulsiva degli ideali. Non è forse sbagliato dire che, oggi più che mai, un'idea, nella sua leggerissima virtualità, si propaga in modo incontenibile e inarginabile. Com'è evidente, tale comportamento, se non è ben disciplinato in partenza (dunque preso al vaglio dalla considerazione pubblica), rischia a posteriori di diventare una pericolosa e disordinata radiazione. 
Marta Mariani - 22 Settembre 2013