martedì 30 agosto 2016


Vi invito a leggere almeno la parte con lo sfondo verde: il richiamo a vivere la comunione fraterna è stato sempre l’asse portante della vita del credente…  (le evidenziazioni sono mie). Ausilia


martedì 30 agosto 2016

Lisa Cremaschi Padri Chiesa: Basilio



“Scaccia dal tuo animo la convinzione di non aver bisogno della comunione con alcun altro”
La vita cristiana secondo Basilio di Cesarea
 
“Come la Parola vuole che siano i cristiani Quali discepoli di Cristo, modellati soltanto su ciò che vedono in lui o che da lui odono” (Regole morali 80,1).
Così scrive Basilio nella sezione conclusiva delle Regole morali, un’ampia raccolta di testi biblici sapientemente accostati e congiunti da brevi e densissime parole di commento. Queste parole mi sembrano sintetizzare e sigillare il cammino di Basilio, discepolo del Signore, che nella sua instancabile e fecondissima attività di fondatore della vita monastica in Cappadocia e di pastore colmo di sollecitudine per tutte le chiese, non cercò altro che l’obbedienza alla parola del Signore “lottando secondo le regole” (2Tm 2,5).
Nel 355 Basilio, che all’epoca aveva circa venticinque anni, si reca ad Atene a perfezionare i suoi studi, ma qui una crisi esistenziale e spirituale lo induce a tornare in patria dove riceve il battesimo; poco dopo parte per un pellegrinaggio nei luoghi monastici dell’Egitto, della Palestina, della Siria e della Cappadocia. Rientrato, si stabilisce ad Annisoi, nel Ponto, dove dà vita a una comunità di lavoro, preghiera, studio biblico ispirata agli insegnamenti di Eustazio, vescovo di Sebaste. Costui rimproverava alla chiesa del suo tempo d’aver ceduto allo spirito di mondanizzazione e predicava il ritorno a un’obbedienza fedele all’evangelo. La sua sete di radicalità evangelica e il suo amore appassionato per il Signore gli avevano guadagnato molti discepoli, ma l’adesione di Basilio al movimento eustaziano non fu acritica. Uomo di raro equilibrio e dotato di profondo senso ecclesiale, se da un lato fece proprio il radicalismo di Eustazio e il suo profondo desiderio di una chiesa più fedele alle istanze evangeliche, si tenne lontano d’altra parte dal suo rigorismo ascetico e dal suo spirito settario.
Nel 360, Basilio, che nel frattempo è stato ordinato lettore, partecipa al concilio di Costantinopoli, un concilio nel quale i vescovi, e tra gli altri il vescovo di Cesarea e l’amato Eustazio di Sebaste, per timore del potere imperiale, sottoscrivono una formula di fede semiariana. Basilio, scandalizzato e profondamente deluso, cerca forza, luce, coraggio nella parola di Dio. Si ritira ad Annisoi e qui compone La lettera sulla concordia, un testo severo, in cui rimprovera con estremo vigore la chiesa del suo tempo. E il primo grave rimprovero che Basilio rivolge alla sua chiesa è quello di ignorare la Scrittura. Una chiesa che non conosce la parola di Dio, che non vive di essa, né ad essa vuole sottomettersi seguirà inevitabilmente quelle che egli chiama le “tradizioni umane” o le convenienze umane. Basilio insorge contro le norme accomodanti della chiesa costantiniana che ha rinnegato la purezza evangelica, si erge contro “la perversa tradizione degli uomini” (Lettera sulla concordia 7), che insegna a distinguere tra peccati gravi e peccati lievi, distinzione che porta in realtà a una terribile autogiustificazione. “Ci ha ingannati la pessima consuetudine, dunque la causa dei grandi mali che ci sono accaduti è la perversa tradizione degli uomini che ci insegna a evitare certi peccati e ad ammetterne altri con indifferenza! Contro alcuni ha l’aria di sdegnarsi violentemente, per esempio contro l’omicidio, l’adulterio e simili; ma è certo che altri non li considera degni neppure di un lieve rimprovero” (Ibid.). Basilio denuncia una falsa conoscenza di Dio, un travisamento della misericordia. “Dio è buono, ma è anche giusto. É del giusto retribuire secondo il merito ... É misericordioso, ma è anche giudice ... Non dobbiamo dunque conoscere Dio solo a metà, né prendere come pretesto per l’indolenza il suo amore per gli uomini” (Proemio alle Regole diffuse).
Basilio, ordinato presbitero, dopo breve tempo di fronte a malintesi sorti con il vescovo, ritorna ad Annisoi e da qui, sostituendo Eustazio condannato all’esilio, guida le comunità cristiane che a lui si ispiravano. Se la prima comunità basiliana sorge tra le montagne del Ponto, in un luogo isolato, forse in una ritraduzione, in un adattamento all’ambiente, del deserto egiziano, le successive comunità sono disposte in prossimità di villaggi, di grosse borgate o addirittura alla periferia della città come quella di Cesarea, che verrà in seguito denominata Basiliade. Le comunità, spesso doppie - maschile e femminile - crebbero rapidamente. Modello concreto della comunità basiliana è la chiesa primitiva di Gerusalemme. Il ricordo e la nostalgia della comunità cristiana primitiva, da cui Basilio è in certo modo “ossessionato”, diventa progetto concreto e proposta di riforma per la chiesa tutta. Lavoro, preghiera comune, servizio dei poveri nella sottomissione fraterna e nella carità scandivano la giornata del fratello e della sorella basiliani. La vicinanza ai luoghi abitati favoriva l’esercizio dell’ospitalità che in taluni casi, ad esempio a Cesarea di Cappadocia, si strutturava con caratteri peculiari e si apriva all’accoglienza di orfani e malati.
Basilio riconosce l’esistenza di diverse vocazioni, ma ribadisce che le singole vocazioni non sono che modi particolari per realizzare lo scopo della vita cristiana che è unico per tutti: il piacere a Dio. Tutti, senza distinzione, dobbiamo vivere radicalmente il battesimo. Non troviamo mai negli scritti di Basilio alcun termine tecnico per caratterizzare la vita della comunità, non si parla mai di “monaco”, bensì semplicemente di “fratello”; non si ricorre mai al termine “monastero”, ma a quello evangelico di adelphótes, “fraternità, comunità”. Basilio non ha mai avuto intenzione di comporre una regola; hóros, regola, è per lui soltanto la Scrittura e, per estensione, le Regole morali, cui già si è accennato. Le altre regole, chiamate così da alcuni copisti del VI secolo, sono in realtà una raccolta di Domande e Risposte, conformi a un genere assai diffuso nell’antichità.
Alcuni anni più tardi la Cappadocia è colpita da una violenta carestia. Basilio accogliue i poveri nelle sue comunità, ma predica anche contro l’ingiusta ricchezza. Gregorio di Nazianzo scrive che “con la sua parola e le sue esortazioni fa aprire ai ricchi i loro granai” (Discorso 43,35). La condizione sociale del povero e del ricco, ricordava, non è voluta da Dio; è frutto del peccato dell’uomo, dell’avaro che muta il superfluo in necessario, che è ladro perché muta in possesso ciò di cui ha soltanto l’amministrazione. “‘A chi faccio torto se mi tengo ciò che è mio?’, dice l’avaro. Dimmi: che cosa è tuo? Da dove l’hai preso per farlo entrare nella tua vita? I ricchi sono simili a uno che ha preso posto a teatro e vuole poi impedire l’accesso a quelli che vogliono entrare ritenendo riservato a lui solo suo quello che è offerto a tutti. Accaparrano i beni di tutti, se ne appropriano per il fatto di essere arrivati per primi. Se ciascuno si prendesse ciò che è necessario per il suo bisogno, e lasciasse il superfluo al bisognoso, nessuno sarebbe ricco e nessuno sarebbe bisognoso. ... Chi è l’avaro? Chi non si accontenta del sufficiente. Chi è il ladro? Chi sottrae ciò che appartiene a ciascuno. E tu non sei avaro? Non sei ladro? Ti sei appropriato di quello che hai ricevuto perché fosse distribuito. Chi spoglia un uomo dei suoi vestiti è chiamato ladro, chi non veste l’ignudo pur potendolo fare, quale altro nome merita? Il pane che tieni per te è dell’affamato; dell’ignudo il mantello che conservi nell’armadio; dello scalzo i sandali che ammuffiscono in casa tua; del bisognoso il denaro che tieni nascosto sotto terra. Così commetti ingiustizia contro altrettante persone quante sono quelle che avresti potuto aiutare” (Omelia 6,7).
Nel 370 Basilio è eletto vescovo di Cesarea. In Cappadocia infuria la persecuzione dell’imperatore ariano Valente. Basilio resiste con fermezza e coraggio alle sue minacce, riorganizza la chiesa di Cappadocia istituendo una serie di nuove diocesi e affidandole alla guida dei suoi amici fedeli alla fede di Nicea, stringe legami di comunione con le chiese d’oriente e di occidente, supplica il vescovo di Roma di inviare una delegazione occidentale a visitare le chiese d’oriente. Basilio è un uomo di comunione, nonostante le asprezze di un carattere non facile, nonostante una forte propensione all’autoritarismo; l’amico Gregorio ebbe modo di conoscere e sperimentare da vicino questi limiti e le pesanti conseguenze che ebbero sulla sua vita. Ma in Basilio la volontà di comunione è più forte dei suoi limiti umani; anche laddove rasenta la rottura con gli amici più cari, egli sa andare oltre i malintesi, le frizioni, le opposizioni di temperamenti profondamente diversi per cercare sempre ciò che unisce, perché l’amore, l’amicizia, la fraternità, la comunione trionfino sempre su ogni tentazione di lacerazione, di divisione, di opposizione. “Ti prego, scaccia dal tuo animo la convinzione di non aver bisogno della comunione con alcun altro. Non è infatti degno di chi cammina secondo carità né di chi compie il comando del Signore separarsi dalla comunione con i fratelli” (Lettera 65). Queste parole indirizzate ad Atarbio, vescovo di Neo-Cesarea nel Ponto, esprimono la convinzione profonda che ha caratterizzato l’intera vita di Basilio. Consapevole che la sympnóia, il respiro all’unisono è richiesto dall’evangelo, cerca con ogni mezzo di lavorare per la pace: cerca la pace con il vescovo di Cesarea, Dianio, che per motivi di gelosia l’aveva costretto a lasciare la città; con Eustazio, l’antico maestro sedotto dall’eresia; con i vescovi suffraganei della Cappadocia; con le chiese dell’Asia minore; con le chiese di occidente ... Al più piccolo segno di comunione esprime una gioia e una riconoscenza senza misura. Ma ci sono anche appelli alla comunione che non ricevono risposta, lettere respinte, lettere che talvolta destano una reazione, ma infinitamente sproporzionata alla richiesta e al bisogno. A giustificazione dell’atteggiamento dell’occidente si può dire che se la situazione delle chiese d’oriente era tribolata non lo era di meno quella delle chiesa di Roma. A tutto questo si aggiungevano difficoltà di carattere pratico: le grandi distanze che separavano le chiese orientali da quella di Roma, le difficoltà presentate dai viaggi, la frequenza con cui missive importanti venivano perdute, la pratica assai diffusa della falsificazione delle lettere. E come sempre, in un clima di difficoltà, vi era chi seminava zizzania, chi profittava delle tensioni per trarne un guadagno personale, chi si serviva della calunnia, della diffamazione, delle insinuazioni per rendersi gradito ai potenti e per ottenere un profitto personale.
É in questo clima che Basilio cerca la comunione e la pace, senza facili illusioni, aderendo alla realtà e alla verità. Di risultati non ne vedrà nella vita terrena; “se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). Basilio è un chicco di grano che deve marcire sotto terra, e sotto terra devono marcire anche la sua fatica, il suo impegno ... Ogni tanto, a tratti nel corso della storia, Dio ha concesso di vedere momenti di comunione vera tra i cristiani, qua e là nella chiesa, primizia, anticipazione di quella pace e quella comunione piena che ci saranno soltanto nel regno quando si compirà la preghiera di Cristo: “La gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, affinché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità” (Gv 17,22-23).
prime una gioia e una riconoscenza senza misura. Ma ci sono anche appelli alla comunione che non ricevono risposta, lettere respinte, lettere che talvolta destano una reazione, ma infinitamente sproporzionata alla richiesta e al bisogno. A giustificazione dell’atteggiamento dell’occidente si può dire che se la situazione delle chiese d’oriente era tribolata non lo era di meno quella delle chiesa di Roma. A tutto questo si aggiungevano difficoltà di carattere pratico: le grandi distanze che separavano le chiese orientali da quella di Roma, le difficoltà presentate dai viaggi, la frequenza con cui missive importanti venivano perdute, la pratica assai diffusa della falsificazione delle lettere. E come sempre, in un clima di difficoltà, vi era chi seminava zizzania, chi profittava delle tensioni per trarne un guadagno personale, chi si serviva della calunnia, della diffamazione, delle insinuazioni per rendersi gradito ai potenti e per ottenere un profitto personale. É in questo clima che Basilio cerca la comunione e la pace, senza facili illusioni, aderendo alla realtà e alla verità. Di risultati non ne vedrà nella vita terrena; “se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). Basilio è un chicco di grano che deve marcire sotto terra, e sotto terra devono marcire anche la sua fatica, il suo impegno ... Ogni tanto, a tratti nel corso della storia, Dio ha concesso di vedere momenti di comunione vera tra i cristiani, qua e là nella chiesa, primizia, anticipazione di quella pace e quella comunione piena che ci saranno soltanto nel regno quando si compirà la preghiera di Cristo: “La gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, affinché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità” (Gv 17,22-23).

 

media e femminismo


Dalla rivista Noi DONNE

La rappresentazione mediatica del femminismo, tra donne palestrate ed altre gambizzate
Sempre più costante è ritrovare sui media un'interpretazione errata del ruolo e degli obiettivi del femminismo in Italia.
inserito da Maddalena Robustelli
Meraviglia oltremodo che sui quotidiani nazionali si rincorrano tesi sui movimenti femministi nostrani, con argomentazioni che poco rispecchiano le loro discussioni teoriche e le conseguenti azioni messe in campo a favore delle aspettative e dei bisogni delle donne italiane. Già nel mese di luglio si era vista riproposta su L’Unità la consueta presa di posizione contro il femminismo storico e le sue rappresentanti, ree di appartenere ad un movimento “asfittico, schiacciato spesso in un vittimismo cupo, moraleggiante e, quel che è peggio, che fa figlie e figliastre, alla faccia della sorellanza” (Alessandra Serra). Strano un giudizio del genere, soprattutto alla luce della circostanza che invece le femministe reclamano a viva voce interventi celeri e efficaci al riguardo di un migliore contrasto alla violenza di genere, maggiori garanzie a tutela dei diritti delle donne, un welfare capace di consentirle una più congrua conciliazione tra la famiglia ed il lavoro, una più idonea applicazione della 194 mortificata dall'obiezione di coscienza, solo per indicare alcune tematiche su cui non sono per nulla asfittiche.
Anche pochi giorni fa un articolo del Corriere della Sera è intervenuto sulla natura ed il ruolo del femminismo attuale, definendo come sua conquista la nuova estetica femminile della donna palestrata a riprova che mentre “le sessantottine rivendicavano la parità sessuale, le nipotine se ne fregano abbastanza del sesso, loro espugnano i simboli della virilità” (Maria Teresa Veneziani). Sconcerta questa interpretazione, a dir poco forzata, dei risultati correlati alle pratiche delle attiviste, che si spendono costantemente a tentare di rendere il Paese più a misura di donna. Sembrerebbe che poco ci si informi al riguardo, se non si è a conoscenza, ad esempio, della circostanza che l’operazione del camper della Polizia di Stato “Questo non è amore” non è stata criticata solo dalle femministe dell’Udi, ma anche dalle giovani militanti di un gruppo nato recentemente sui social “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi”.
Come anche poco attenti ci si appalesa allorquando si sottovaluti l’impegno di un altro gruppo di femministe che con il vigoroso dissenso di ObiettiamoLaSanzione, assurto agli onori della ribalta mediatica nazionale, ha acceso i riflettori sull’ingiusto aumento delle sanzioni pecuniarie per le donne che abortiscono clandestinamente. Per non parlare dell’evento che il 2 giugno scorso ha portato in circa 40 città italiane alle manifestazioni spontanee di protesta contro la violenza di genere, in occasione del femminicidio di Sara Di Pietrantonio. Se solo si volessero mettere insieme nell’analisi del variegato universo femminista e femminile italiano queste ed altre forme di militanza, se ne desumerebbe ben altro rispetto a quello che appare dalla lettura dei quotidiani nazionali. Certo potrebbe al contrario argomentarsi che si tratti di un forte protagonismo virtuale, che poco si concretizza in azioni pubbliche condivise collettivamente. Intanto, però, è un fatto che tale protagonismo esista.
Se ne possono mettere in discussione i risultati concreti, come anche la partecipazione effettiva, ma che sia vivo l’impegno a tutela delle donne è incontrovertibile, sia pure solo per veicolare consapevolezza sui temi che più sono presenti nel dibattito generale. Come altrettanto è innegabile la voglia di scendere in piazza per comunicare la propria opinione, per proporre nuove soluzioni a vecchi problemi, per protestare contro i pochi passi fatti verso una cultura vera delle pari opportunità. Le attiviste vincolate a tale obiettivo non certo si fanno dettare le priorità della propria agenda politica né dalle rappresentanze istituzionali né tanto meno dai media. A chi vorrebbe loro imporre i temi di discussione, come ad esempio sta accadendo in questi giorni per il dibattito sul divieto di indossare il burkini, rispondono che ben altre sono le questioni da affrontare in Italia. E’ la nostra realtà che le impone, come dimostra la recentissima vicenda della giovane donna gambizzata dal fratello perché non era a lui gradito il suo stile di vita.
La classe politica nazionale, come anche i suoi megafoni mediatici, potranno pure adoperarsi a tentare di dettare alle donne italiane i loro slogan nelle rivendicazioni da portare avanti nel tempo più o meno breve. Non potranno però fare a meno di considerare il fermento presente all’interno dei movimenti femministi del Paese, soprattutto laddove essi cerchino di lavorare sinergicamente. Un tentativo al proposito è stato messo in campo proprio il mese scorso, con l’appello promosso dalla Rete IoDecido, D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza) ed UDI (Unione Donne in Italia), finalizzato a tenere il prossimo 8 ottobre un’assemblea pubblica nazionale a Roma. La libertà delle donne è sempre più sotto attacco, qualsiasi scelta è continuamente giudicata e ostacolata. All'aumento delle morti non corrisponde una presa di coscienza delle istituzioni e della società che anzi continua a colpevolizzare e ridicolizzare le donne, così sottoscrivono le proponenti, chiamando ogni donna, aggregata in associazioni o no, al confronto nazionale di ottobre per “contribuire a dare i contenuti e le parole d’ordine per costruire una grande manifestazione nazionale il 26 novembre prossimo”.
C’è da auspicarsi che nel solco della riuscita di questa mobilitazione di piazza ognuna lavori, nel proprio gruppo d’appartenenza o singolarmente, ad elaborare suggerimenti e proporre rimedi più che necessari alle difficoltà che attanagliano l’universo femminile in Italia. Con la speranza che i media seguano e divulghino questo lavoro quanto più correttamente possibile, perché le donne tartarugate o palestrate non sono di certo l’emblema del neo femminismo nostrano. Semmai il suo obiettivo prioritario è che di donne gambizzate o vittime di femminicidio se ne contino sempre meno, soprattutto se la classe politica riuscirà a coniugare alle parole annunciate, ai drappi rossi esposti ed alle sale delle donne inaugurate soluzioni in grado di contrastare in tutta la società italiana il concetto che alcune vite contino di meno delle altre, agendo conseguentemente a questo impegno ideale.

| 26 Agosto 2016

lunedì 22 agosto 2016


Giulia Paola Di Nicola – Attilio Danese

Il buio sconfitto

Cinque relazioni speciali

tra eros e amicizia spirituale

 

Se volessi dare una definizione in grado di sintetizzare quanto cercherò di dire in questa recensione, titolerei così: L’amore di coppia cristiano.
I due autori ce ne offrono una visione di insieme documentata. Sento il bisogno di ringraziarli per aver fatto un lavoro quanto mai mirato a mettere a fuoco lo specifico argomento dell’amore di coppia. Hanno saputo selezionare, tra informazioni che sono ormai di pubblico dominio, quelle che forse altrove sono sottaciute. Hanno avvalorato la ricerca con varie citazioni, le più interessanti delle quali, a mio parere, sono quelle autobiografiche e relative all’amore dei personaggi di cui si parla.  
Seguendo la pista degli autori, vorrei stimolare i lettori di questo libro ad inseguire il modello interpretativo che ho cercato di offrire traendolo dalla ricerca degli autori. Infatti mi è sembrato di poter cogliere tra le cinque coppie una sorta di complementarità: nella loro singolarità le storie sono dissimili; avvicinate e confrontate, si ricava una concezione unitaria dell’amore, pur vissuto in modo diverso; tanto che potrei parlare di amore dai cinque volti.
      La prima storia - Charlotte Baudouin e Charles Péguy - fa vedere un Péguy dibattuto tra due amori, dei quali quello vissuto in solitudine, soffocato dal senso di fedeltà coniugale, è il più vivo e travolgente. Egli resiste. Scrive lettere e poesie alla donna non  sua. E questa, dalla penombra che l’avvolge, influenza la vena artistica dell’amato e la fa divenire capacità creativa. Sintomatico l’acrostico in una ballata dove si può leggere il nome di lei: Blanche. La coppia irrealizzata ha un’affinità che solo un uomo integerrimo come lui può contenere fino al punto di consigliare all’amata il matrimonio con un altro; come di fatto avviene. La fedeltà alla moglie è per lui ineludibile.   
La vicenda umana di Péguy non è tutta tormento per l’amore impossibile. Nella sua vita ferve la scelta di un socialismo agnostico che lo allontana dalla chiesa cattolica, alla quale vorrebbe aderire pur con molte perplessità. Anche qui un dualismo lacerante che nemmeno il rapporto molto intenso con Maritain e Raïssa riesce a fargli superare; infatti i due amici non riescono a convincerlo ad aderire decisamente alla fede cattolica: nel dualismo tra fede e vita, lui opterà sempre per “un’antropologia dell’incarnazione, della storia, dell’impegno sociale e politico alternativo allo spiritualismo…”. Il dualismo emotivo e quello ideologico nulla toglie alla grandezza di un uomo (la donna, madre dei suoi figli, in questa storia entra in secondo ordine) che seppe essere fedele a se stesso.
      La seconda storia – Raïssa Oumançoff e Jacques Maritain – riguarda personaggi celebri ben noti nel mondo culturale e religioso. Gli autori tessono il racconto della loro storia d’amore e lo arricchiscono con interessanti citazioni.
I due sono di diversa provenienza: lei, ebrea russa, quando nelle università del suo paese entrò in vigore il numero chiuso a danno degli ebrei e soprattutto delle donne, si trasferì con la famiglia a Parigi. Lui, di origine protestante, divenne cattolico molto attivo e, come tutti sanno, fu studioso e pensatore profondo tanto da fare scuola.
Il primo incontro è ritratto con freschezza descrittiva, poetica.
L’osmosi affettiva ed intellettuale che ben presto si realizza tra i due è un miracolo della Grazia e come tale essi la vivono. L’impegno nel mettere a frutto i doni di Dio per mezzo della preghiera, nella quale confidano molto, è teso a trasformare la vita intellettuale in vita spirituale; e di fatto si mettono a servizio degli altri in circoli culturali di cui sono animatori.
L’amore tanto radicato nella fede evolve in Jacques verso una ‘compiutezza verginale’; da ciò la proposta a Raïssa di fare il voto di castità dopo appena sei anni di matrimonio. Senza una sottovalutazione del sesso, ma attraverso una sua sublimazione, la loro mira è alta: trascendere ogni forma limitativa fino allo sprofondamento dell’amore umano nel divino.
* [Qui mi permetto una nota personale. Leggendo per mio conto Raïssa, ho saputo di un suo disappunto in merito; lo soffocò e ne tacque. A volte le donne capiscono meglio e soffrono di più…].
Come definire un tanto grande luminoso amore? Con sussiego suggerisco: amore proteso verso vette inesplorate.
       Circa la terza coppia – Francesca Romani e Alcide De Gasperi – mi astengo da aggiungere ogni aspetto narrativo a quanto gli autori dicono. Il lettore ne sarà affascinato senza alcuna mia indicazione, poiché le pagine scorrono da sé. In esse sono ritratti i vari passaggi dall’inizio dell’innamoramento alla prima dichiarazione di amore, al matrimonio, alla vita a due. Questa  non è rose e fiori, dapprima a causa della vita provata di Alcide che subisce anche col carcere la persecuzione del regime fascista, in seguito a causa dei suoi impegni politici dei quali ci informano (ben poco!) i libri di storia, nonché della vita tra stenti  che lo costringono, per sopperire ai bisogni della famiglia con quattro figlie da crescere, al lavoro di traduttore, di bibliotecario in Vaticano, ecc. Sono tutte pagine che si leggono avidamente tanto le loro vicende sono singolari (soprattutto se volessimo fare un confronto con la vita agiata dei politici di oggi).
Ma non posso privare chi legge di qualche citazione che illumina di bellezza soprannaturale il cammino a due con Francesca, la moglie che non lo lascia mai solo nemmeno nella lontananza fisica.
Alcide le scrive così:
…t’amo tanto, sono così vicino a te, che una graduazione, anche una certa distanza, dell’intensità delle nostre convinzioni e della misura di praticarle, non potrebbe scuotere l’infinito affetto che deve basarsi anche sulla tolleranza e sul rispetto reciproco. Ti voglio libera compagna, amica di pari iniziativa e indipendenza e nulla mi ripugna di più che il farti da maestro e di frugare nella tua coscienza..
…tu, sorella dell’anima…
Mi farai sempre un immenso piacere quando rinfrancherai il tuo spirito con un richiamo a questa corrente di spiritualità che ti fa vibrare all’unisono con le mie speranze e con la mia fede ideale… io a te e tu a me, è la formula per le nostre relazioni…
Non sono io che ti amo, ma siamo noi due che ci amiamo…
Sento che i nostri due spiriti si fondono in un ideale sovrumano…
…le nostre lettere come le nostre carezze sono tutte per noi soli.
Un uomo così granitico nel carattere e nelle scelte di vita, sa esprimersi con dolcezza infinita parlando con la sua donna. Non c’è mai spazio nelle sue parole per le futilità di un amore senza spina dorsale.
      La quarta coppia – Mya Salvati e Igino Giordani – ci mette di fronte ad una tipologia ben nota al giorno d’oggi: il marito delega alla moglie ciò che riguarda la vita concreta, e la moglie, anche se non priva di doti artistiche, accetta la situazione pagando in termini di frustrazione.
Siamo di fronte ad una coppia di diversi per cultura, fede, tendenze... Mya sta sempre all’ombra, mentre il marito si afferma, acquista una grande notorietà. Egli ringrazia una moglie sempre in seconda linea rispetto ad altre donne… “sante”, come dapprima una certa madre Oliva  e poi Chiara Lubich, che gli offrono un’alternativa di santità illuminata rispetto a ciò che Mya non sa dargli. L’estasi che Igino trova tra i focolarini è l’inferno in casa di Mya.
Un amore travagliato che ripete in altro modo quello di tante altre coppie, all’interno delle quali il pane quotidiano è la sofferenza delle donne.
       Adrienne von Speyr e Hans Urs von Balthasar costituiscono una coppia di grande prestigio. Lui un grande teologo che ha fatto storia, lei una mistica molto dotata spiritualmente ed umanamente.
Alla pagina 299 del libro si legge: L’unità delle anime è sorprendente, sul piano culturale, affettivo, spirituale e teologico. E più giù: Adrienne sarà sempre convinta che la verginità fisiologica si giustifica sulla base di una verginità ontologica. Quest’ultima frase mi ha dato l’idea di come la coppia abbia intrapreso un itinerario di continuo rimodellamento della persona, in vista del perfezionamento personale, quale terreno che sarebbe stato fertile sia per la verginità consacrata o seriamente impegnata, sia per il matrimonio responsabile. Di ontologico non riesco a vedere altro o di più. Comunque resta vero che nella coppia in questione non c’è spazio per una sorta di DNA verginale o di qualcosa che gli si avvicini; infatti Adrienne si è sposata due volte prima di stringere un vincolo di alta amicizia con von Balthasar; e questi coltiva le sue notevoli attitudini all’approfondimento teologico, sottoponendo le sue costruzioni teologiche alle ‘correzioni’ della mistica Adrienne. I due punti di vista da cui partono sono diversi, ma tendono ad integrarsi sul piano della ricerca e della vita vissuta, fino al punto di fare coppia morale e spirituale nell’aspirazione allo stesso ideale.
La finale del libro, che mi piace trascrivere, illumina ancor meglio il senso di questo far coppia spirituale che, se nella quinta coppia di amici è chiaro e lampante, aleggia anche nelle altre storie: Il frutto più significativo delle fecondità di queste anime rimane nella capacità di vivere l’unità in Cristo e di lasciare alla chiesa il formidabile segno di speranza inciso nel progetto originario: DIO CREO’ L’UOMO A SUA IMMAGINE; A IMMAGINE DI Dio LO CREO’; MASCHIO E FEMMINA LI CREO’ “.
L’insistenza nel ripetere i termini della dualità, maschio e femmina, non lascia posto ad una verginità intesa in senso restrittivo come limitazione all’espressione della sessualità. La dualità è voluta da Dio, è la Sua stessa Identità dinamica [il Terzo è già sottinteso nella dualità]. Ciascuno dei due tende alla sua dilatazione nell’altro, senza sacrificare mai la sua singolarità (il caso di Mya e Igino è un’eccezione nel libro, normale nella realtà sociale dei più); come tale ciascuno può essere vergine e in relazione di amore.
Ha redatto Ausilia Riggi

lunedì 25 luglio 2016


Diaconato femminile: un fiume carsico che emerge
Qualche sottolineatura e una nota mia. Vedi più giù.
 
Il proposito formulato da papa Francesco di prendere in considerazione la possibilità del diaconato femminile è risuonato sui mezzi di comunicazione di massa come una novità quasi assoluta e in questo modo l’ha percepito gran parte di coloro che non sono addentro alle faccende ecclesiastiche. Ma cosa c’è di veramente nuovo in questo tema che, a chi conosce un po’ di storia recente della Chiesa cattolica, appare in buona parte rispolverato? Per capirlo bisogna procedere da ciò che nuovo non è.
Da più di cinquant’anni si parla di diaconato femminile e la richiesta di affrontare la questione non è emersa come rivendicazione delle femministe, ma è partita dall’interno della Chiesa e dei suoi apparati. La si ritrova nelle consultazioni effettuate prima del Concilio Vaticano II. Tra i voti c’è anche quello di un italiano, il vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca, mons. Giuseppe Ruotolo, che propone l’istituzione del diaconato per entrambi i sessi. Ne hanno trattato Sinodi come quello dei vescovi del 1971 o quello delle diocesi della Germania del 1974, fino al Sinodo recente sulla famiglia dove l’argomento, sia pur marginalmente, è stato affrontato dal presidente della Conferenza episcopale canadese Paul-André Durocher. Insomma, non una novità e nemmeno appannaggio di figure per così dire progressiste come quella del cardinale Martini, subito tirato in ballo per i suoi interventi a favore del diaconato femminile, a partire da quello del 1994 al Congresso eucaristico di Siena. Diversi teologi, anche prima di Martini, si erano mostrati aperti a questa possibilità: Congar, Hunermann, Vorgrimler, Lehmann e poi lo stesso Kasper. Un bilancio della questione fu effettuato da Pier Sandro Vanzan in un articolo apparso nel 1999 su Civiltà Cattolica dal titolo “Diaconato permanente femminile. Ombre e luci”.
Nuova non è neanche l'idea di istituire una commissione ad hoc, dal momento che la Commissione teologica internazionale si è occupata dell’argomento ed ha prodotto nel 2003 il documento Il Diaconato: evoluzione e prospettive. 
Nemmeno il ricorso alla storia può definirsi una novità. Il succitato documento affronta già la tematica dal punto di vista storico, arrivando alla conclusione che, in base agli «elementi posti in evidenza dalla presente ricerca storico-teologica, spetterà al ministero di discernimento che il Signore ha stabilito nella sua Chiesa pronunciarsi con autorità sulla questione». Affermando, così, che il verdetto non è, e non può essere, affidato alla storia. 
In effetti si possono muovere alcuni rilievi, di metodo e di impostazione, al modo in cui si interroga la storia. Si cerca una parola dirimente sul passato e nello stesso tempo si va a cercare nel passato – e non solo nella Tradizione – la possibilità di fare o non fare qualcosa nell’oggi. Questo principio, in realtà, è alla base dell'idea stessa di istituire commissione storiche o storico-teologiche (non è un caso che vi siano state commissioni che si sono arenate o che hanno visto un rimescolamento dei loro membri, come nel caso della Commissione storica internazionale cattolico-ebraica). L’indagine storica, però, non ha ultime parole da dire perché è un cantiere permanentemente aperto, dove si lavora alle ipotesi senza presunte definitività. Essa offre elementi di intellegibilità del passato, ma non certezze. Le fonti non parlano esaustivamente e una volta per tutte e soprattutto, se avvicinate in prospettiva storiografica, non si possono attribuire ad esse pesi normativi diversi, se non per quanto attiene ai criteri di attendibilità delle fonti stesse. Per quanto concerne il diaconato femminile nella storia, questa realtà non sembra più messa in dubbio, ma le differenze si fanno enormi quando si tratta di individuarne le caratteristiche: esso viene, molto spesso, interpretato come realtà molto più ridotta e non sacramentale come il diaconato permanente maschile. Ci si accorge, purtroppo, che le fonti non di rado vengono soppesate in base ad una loro presunta maggiore o minore normatività e quelle fonti che attestano forme di diaconato femminile nel cristianesimo antico più simili, se non uguali, a quelle maschili, vengono considerate, non infrequentemente, di minore significatività. Molto interessante, ad esempio, è un rito di ordinazione diaconale, della Chiesa bizantina, risalente al IX secolo, studiato da Miguel Arranz e ripreso da Cloe Taddei Ferretti in un interessante studio sul tema, dal titolo Anche i cagnolini. L’ordinazione delle donne nella Chiesa cattolica, in cui l’ordinazione femminile appare molto simile a quella maschile. Interrogando le fonti si resta anche colpiti dal fatto che la realtà del diaconato femminile sembra essere molto diversa per l’Oriente e per l’Occidente. Nell’Occidente, che va facendosi sempre più Romano, pare non esserci stato quasi per nulla spazio per il diaconato femminile. E questo direi che ci riporta al fatto che esistono anche diversità legate a culture e a modelli, a concezioni antropologiche riconducibili ad epoche e a aree geografico-culturali, fattori dunque storicamente condizionati.
Fin qui il vecchio. Veniamo adesso a ciò che c’è di nuovo. Di nuovo ci sono essenzialmente due cose: l’identità di chi ha rivolto l’interrogativo al papa e il modo di fare del papa stesso. Per quanto riguarda il primo elemento, direi che una sorta di fiume carsico è emerso in superficie. La richiesta è partita da un’appartenente all’Unione delle Superiore Generali, in un contesto di ufficialità e di rappresentatività, durante un’assemblea internazionale, ed è stata rivolta direttamente al papa. Quella voce non può dunque essere interpretata come una singola, magari estemporanea, espressione ma come una sorta di vox populi, di voce delle donne, in particolare di quel mondo femminile, il mondo delle religiose che, nonostante abbia manifestato nella storia incisività ecclesiale, azioni di emancipazione – penso, ad esempio, alla possibilità che la vita religiosa ha offerto alle donne di impegnarsi in attività non confinate nell’ambito familiare: nell’insegnamento, negli ospedali, nelle carceri – è sempre stato sotto tutela ecclesiastica maschile, umiliato nella sua dignità di componente ecclesiale. Il voto formulato al papa sale dunque dalle viscere del popolo delle religiose, si fa udibile, è una voce che, mediante l’amplificatore mediatico, viene ascoltata da tutti. Mi sembra un segnale importante; di solito quando si parla di come è cambiata la condizione delle donne nella Chiesa si pensa in termini di concessioni che alle donne sono state fatte e molto meno a ciò che le donne hanno ottenuto attraverso la loro iniziativa: non è questione di rivendicazioni o pretese; piuttosto di dignità, responsabilità e partecipazione.
N.B. Questa richiesta va bene per le religiose, ma le laiche comuni dovrebbero chiederlo non per presentarsi al popolo di Dio con una identità che le qualifica, bensì in quanto donne impegnate e preparate.  
Per quanto concerne il secondo elemento, il papa stesso, qui si riscontra un fattore di non continuità con prassi, protocolli e formalismi pontifici. Non vi è stato, infatti, a riguardo dell’istituzione di una commissione, alcun annuncio ufficiale, semplicemente la manifestazione di un consenso e di un intento. Il papa non ha fatto alcun cenno al documento sul diaconato elaborato dalla Commissione teologica internazionale, ma ha citato, come in conversazione, il suo vecchio amico professore e i colloqui con lui e questo è, quantomeno, singolare. Questo papa non teme di parlare a braccio, di riflettere ad alta voce, di esprimersi in maniera informale, prestando il fianco ai molti detrattori che ritengono questo atteggiamento inadeguato alla funzione e alla carica. I suoi “strappi” vengono non di rado interpretati come populismo, retorica e ammiccamento mediatico: potrebbero invece essere, come tendo a credere, innovazioni autentiche nell’interpretazione dell’esercizio del ministero petrino. Senza con questo pensare – come temono alcuni – a mutazioni dottrinali, siamo tuttavia di fronte a una maggiore disponibilità e apertura ai dinamismi interni alla Chiesa, indice di una docilità alla disinvolta semplicità dello Spirito. 

Anna Carfora è docente di Storia della Chiesa presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale 

martedì 5 luglio 2016

                   Dalla rete: PRIMO PIANO

Il viaggio insicuro del camper della polizia “Questo non è amore”

Per tre mesi la Polizia di Stato sarà impegnata con camper in quattordici province italiane con l’obiettivo di avvicinare le potenziali vittime della violenza di genere

inserito da Maddalena Robustelli


Al Viminale l’altro giorno è stato presentato il camper contro la violenza di genere, iniziativa rientrante nel progetto del Ministero degli Interni Questo non è amore, un autoveicolo con il quale si avvierà una campagna itinerante. Per tre mesi la Polizia di Stato sarà impegnata in quattordici province italiane, il primo ed il terzo sabato del mese, con l’obiettivo di avvicinare “le potenziali vittime, cercando di favorire l’emersione del fenomeno in un’ottica di prevenzione”, grazie ad un pool di esperti delle forze dell’ordine presenti nel camper, pronti a ricevere le eventuali testimonianze delle donne vittime di violenza sessuata. Dopo questo periodo di prova si tireranno le fila dell’esperimento ed alla luce dei risultati acquisiti il suddetto ministero valuterà l’opportunità di rendere il progetto valevole su tutto il territorio nazionale. Sono stati anche predisposti continui aggiornamenti sugli eventi collegati a tale iniziativa, da visionare sul sito della Polizia di Stato o su twitter con l'hashtag #questononèamore.
L’annuncio di questo progetto è stato pubblicizzato sugli organi di stampa e sulle reti televisive nazionali con interviste al ministro Alfano, alla presidente della Camera dei deputati Boldrini, nonché alla ministra con delega alle Pari Opportunità Boschi ed alla sindaca di Roma Raggi. Ma il clamore mediatico assegnato a tale evento in prima analisi stride con la realtà che in questi ultimi giorni è sotto gli occhi di tutti, ossia la chiusura di molti centri antiviolenza per mancanza dei fondi pubblici stanziati per le annualità 2015-2016. Il fenomeno della mancata erogazione dei finanziamenti pubblici cala la scure su quelli di Corsico, Pisa, Roma, Napoli e Palermo, solo per citarne alcuni. E dire che si tratta della quota del 20% sul totale delle erogazioni stabilite dalla legge 119/2013 sul femminicidio, perché la rimanente parte vede come destinatarie le Regioni che a loro volta avrebbero dovuto elargire i fondi a progetti individuati e finalizzati al contrasto della violenza di genere.
Già nel luglio del 2014, allorchè erano stati approntati i criteri di ripartizione dei finanziamenti, si erano levate voci di protesta per la scelta, prettamente politica, di attribuirne la parte più consistente alle Regioni, penalizzando in maniera rilevante i centri antiviolenza privati gestiti in modo tale da offrire servizi indipendenti alle donne in difficoltà che ad essi si rivolgevano. Invece di definire criteri qualitativi di assistenza, tali da individuare le strutture effettivamente idonee ad assicurare quel genere di tutela, si scelse allora di favorirne la nascita di nuove, al solo fine di ricevere i finanziamenti pubblici provenienti dal Fondo nazionale predisposto al riguardo. Si procedette successivamente alla conta numerica dei centri antiviolenza dichiarati tali, frammentando le risorse da distribuire, con la conseguenza di rispondere in maniera incongrua alla domanda avanzata dalle associazioni con comprovata esperienza nel settore. A ciò si aggiunge l’aggravante di computare e valutare allo stesso modo le istanze dei centri di prima accoglienza con quelle delle associazioni predisposte ad offrire assistenza continuativa e con le esigenze delle case rifugio.
Dal 2014 ad oggi si potrebbe dire che nessun controllo pubblico di qualità sia stato svolto sul lavoro messo in campo in tema di sostegno alle vittime di violenza di genere, se è vero, come è vero, quanto acclarato dall’organizzazione internazionale indipendente ActionAid, che tramite una sua piattaforma open DonnecheContano ha reso noto lo scorso novembre i risultati di una sua indagine al proposito. Ne risulta che solo sette amministrazioni locali fanno sapere in modo chiaro e trasparente come stanno utilizzando i fondi stanziati dal governo. Per cinque Regioni è stato possibile reperire la lista dei centri antiviolenza che hanno ricevuto o riceveranno i fondi stanziati per il biennio 2013/2014: Veneto, Piemonte, Puglia, Sardegna e Sicilia. Oltre che per queste Regioni, le liste sono disponibili per le due ex province di Firenze e Pistoia. Per altre amministrazioni, i dati sono deducibili reperendo altri atti amministrativi (Abruzzo) o per via del numero ridotto di strutture presenti (Valle d’Aosta e Basilicata). Per il resto delle Regioni, non è stato invece possibile reperire alcun dato. Se questa è la realtà, è evidente che ne discenda la necessità di una mappatura puntuale dei centri antiviolenza ed uno specifico riscontro sui fondi adeguati al loro funzionamento, dati da pubblicare sia sui siti delle Regioni che su quello del Dipartimento alle Pari Opportunità.
Accanto al dato inconfutabile della crisi a cui sono soggette le realtà di supporto alle vittime della violenza sessuata, c’è però un altro elemento che indurrebbe a ritenere poco giustificato il clamore generato sull’iniziativa del camper itinerante. Se sette su dieci delle donne morte di femminicidio avevano denunciato in maniera preventiva i soprusi subiti, ne discende che manca un anello tra il dichiararsi contro la violenza di genere ed il conseguente agire, come ha bene specificato un’amica di una delle ultime vittime, Bernadette Fella. “Come affrontare il problema della protezione di queste donne? Se a fronte di una denuncia, il magistrato non dispone il carcere -come sottolinea SOS Stalking- né gli arresti domiciliari, né altre misure, come il braccialetto elettronico, la tutela delle vittime è totalmente azzerata”. Proprio per il caso di Bernadette il Procuratore della Repubblica di Modena ha dichiarato che “non c’erano campanelli d’allarme” ben ridondanti, come se i denti rottigli con un pugno non avessero fatto alcun rumore nel cadere a terra. Mentre invece per il femminicidio di Enza Avino i giudici del Riesame non disposero gli arresti domiciliari per il suo aguzzino sul presupposto che “non vi era però ragione per non limitare al minimo i sacrifici imposti all’indagato, con l’applicazione di una misura che fosse la meno deteriore per la sua sfera familiare e lavorativa».
In Italia non c’è, quindi, “un vero e proprio processo di protezione dal momento della denuncia in poi- sostiene Titti Carrano, presidente di DiRe, rete che coordina in Italia 75 centri antiviolenza -, dovremmo avere un posto letto nelle case rifugio ogni 7500 abitanti ed un centro d’emergenza ogni 50.000 e invece a fronte di 5700 posti letto necessari ne possiamo contare solo 500”. Entrando poi nel merito dell’iniziativa del camper della Polizia di Stato la presidente Carrano precisa che occorrano interventi di largo raggio “per costruire azioni ed ottenere risultati, mai prescindendo dal confronto con le associazioni delle donne e con i centri antiviolenza che conoscono e fronteggiano questa tragedia per davvero”. Cosicchè al capo della Polizia, Gabrielli, che in occasione della presentazione ai media del progetto Questo non è amore ha avuto modo di sottolinearne lo scopo, ossia “di recuperare quel sommerso che il dato statistico non può cogliere”, si potrebbe ironicamente avanzare un suggerimento. Più che di un camper ci sarebbe bisogno di un sommergibile, capace di abissarsi nel cupo mare della violenza di genere per poi risalire in superficie con idee più chiare, ma soprattutto con fatti più stringenti in materia di effettivo contrasto a questo drammatico fenomeno sociale.

| 05 Luglio 2016

lunedì 20 giugno 2016

19 giugno 2016



Il Movimento 5 Stelle stravince a Roma e Torino con Virginia Raggi 67% e Chiara Appendino 54%; il PD resiste a Milano con Beppe Sala




Non mi esalto, ma partecipo: è già tanto.


Ma chi non vota???? E' questo l'interrogativo che dovremmo porci. Si è spenta forse la speranza?


Il fatto che le prime vincitrici siano donne non dovrebbe far pensare?





sabato 16 maggio 2015

L'uomo della Sindone

Luoghi dell'Infinito - eboK n.194 - Speciale: l'uomo della Sindone
 
Descrizione di Anna Maria Canopi, badessa del monastero Mater Ecclesiae, Orta San Giulio
Dopo la cacciata di Adamo ed Eva, l’umanità è rimasta con la struggente nostalgia di vedere il volto di Dio. Di questa nostalgia è pervasa tutta la Scrittura: «Il tuo volto, Signore, io cerco… Mostrami il tuo volto!» (Sal 27,8; Es 33,18). Dio si fa percepire presente, ma riserva la visione del suo volto glorioso a chi, riconciliato con Lui e con i fratelli, entra nel Paradiso celeste. Tuttavia l’eterno Padre si è fatto vicino, vicinissimo all’uomo inviando nel mondo il Figlio come sua icona vivente. Gesù stesso all’apostolo Filippo che gli chiedeva di poter vedere il Padre, rispose: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9). Viene ovviamente da esclamare: beati gli occhi che videro Gesù! Ma, come dicono i Padri, questa beatitudine non ci è preclusa, perché lo sguardo della fede penetra già nelle profondità del Cielo. Tuttavia, Gesù è venuto incontro a questo nostro desiderio in modo davvero sorprendente. Anche se in quel tempo non si conosceva la tecnica della fotografia, Egli ci ha lasciato una riproduzione fedele del suo volto misteriosamente impresso sul lino con cui lo avevano coperto nel sepolcro.
La Sindone è una foto straordinaria, anzi, molto più che una foto, e anche più di un ritratto, perché non è dipinta da mano d’uomo, ma dallo Spirito, a caratteri di sangue (cf. 2Cor 3,3). Essa ci permette di vedere non solo i tratti nobilissimi del volto di Gesù, ma anche i segni della sua Passione, ponendoci quasi Il volto dell’amato davanti al Figlio di Dio glorificato sulla Croce. Di Lui il Salmista aveva profeticamente cantato: Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia (Sal 45,3). Ma il volto della Sindone è quello di Gesù schiaffeggiato, coperto di sputi, deriso; è il volto dell’Uomo dei dolori davanti al quale ci si copre la faccia (Is 53,3), tanto il suo aspetto è sfigurato. Eppure quale sovrana maestà traspare da quel volto! Più lo si contempla, più se ne è attratti. Sì, perché il volto della Sindone è il volto del Figlio di Dio fatto uomo e morto per amore. È il volto dell’Amore rifiutato ancora oggi da noi. Contemplandolo, sentiamo che Gesù ci chiede compassione. E ce la chiede nei mille e mille volti di nostri fratelli sofferenti, i martiri dei nostri giorni. Sapremo dargliela, come quella bambina che, guardando la Sindone, scoppiò in singhiozzi come se avesse avuto realmente davanti Gesù morto? Noi forse preferiremmo vedere solo il bel volto del Risorto, ma la luce della resurrezione ha la sua sorgente nella Croce. È là che bisogna guardare, per scorgere la multiforme bellezza di Gesù che è sempre bello: Bello nei miracoli, bello nella flagellazione, bello sulla croce, bello nel sepolcro, bello in cielo (Agostino, En. in Ps. 44,3). Volto di silenzio, che dice amore: volto sempre adorabile!

Breve nota personale

- Non so davvero aspirare a vedere il volto di un Dio (e chiedo venia a chi rimane male di fronte a questa mia nota).
Vedo, eccome, e con estrema compassione, i volti umani sfigurati dal dolore patito per sventura o per colpa di altri; ma sfigurati anche dalle proprie colpe commesse nei riguardi degli innocenti…
- Mio Dio, perché chiedo a Te un perché al dolore e al male del mondo?
- Rifletto: preferisco implorare il Tuo aiuto per riuscire ad amare questo mistero; forse solo allora capirò senza trovare una risposta razionale.

 

 

 

 

 

 

 

martedì 12 maggio 2015

Sulla festa delle donne

La Festa della Mamma vista da cinque uomini e due donne
Inserito nel sito “Noi Donne" da Gianguido Palumbo Pagi
E’ appena trascorsa “la Festa della Mamma” : da anni ogni seconda domenica di maggio in Italia e non solo si festeggiano le Mamme, le Madri (due parole differenti per due differenti percezioni).
Mi sono svegliato domenica mattina 10 maggio, Festa della Mamma, con in testa fra sogno e sapienza uno strano quanto fecondo intreccio di immagini e pensieri: la Pietà di Michelangelo, la Poesia di Pasolini dedicata all’adorata madre, il suo Film sul Vangelo secondo Matteo (con sua madre che recita la parte della madre di Cristo), Nanni Moretti accanto al letto della madre morente nel suo film Mia Madre, la recensione dell’ennesimo libro di Recalcati Le mani della Madre, la recensione del libro “Dovremmo essere tutti femministi” ( proprio al maschile ) della nigeriana Ngozi Adichie, e sopra tutto e tutti le frasi dissacranti e quasi iconoclaste del gestore romano del Biondo Tevere, famosa trattoria sul fiume in Via Ostiense, dove Pasolini andava spesso a mangiare e dove andò l’ultima sera prima di andare ad Ostia ed essere poi ucciso quarant’ anni fa, nel novembre del 1975.
Ero lì sabato a pranzo: Dottò, oggi nun ce stà tanta ggente a magnà pecchè domani, a Festa da Mamma, vengono tutti qua co e Mamme, Nonne co l’ossigeno attaccato e se magneno tutta a pensione e tutta a pasta de le nonne e de le mamme ! E famolo qua sto novo film, co e Mamme e le Nonne co l’ossigeno che se magneno tutto!“. L’Oste del Biondo Tevere distruggeva brutalmente, con una certa tenerezza, il mito delle Mamme e delle Nonne riportandolo ad un affetto interessato dell’intera Famiglia Italiana, popolare o “piccolo borghese” (come scriveva appunto Pasolini).
Eppure i frammenti di storia della Festa della Mamma recuperabili in rete sono molto interessanti. In quasi tutto il mondo inevitabilmente la Festa della Mamma è datata in Primavera (e quindi in pieno maggio) per la connessione con la fertilità della Natura. Ecco alcuni accenni delle tradizioni in altri Paesi: in Etiopia con balli e cibi si festeggia anche l’inizio della stagione delle piogge; in Iran la festa coincide con il compleanno della figlia più giovane di Maometto, e solo in Indonesia invece si festeggiano le Madri il 22 dicembre con una forte relazione con il loro ruolo socioeconomico e non solamente familiare; in Inghilterra bisogna arrivare al ‘600 per trovare i primi festeggiamenti collegati al lavoro nei campi con il Mothering Sunday e in America del Nord addirittura l’800 per la istituzionalizzazione nazionale della festa. In Italia tale ricorrenza è diventata davvero nazionale solamente nel dopoguerra dal 1957 quando fu promossa per la prima volta da un sacerdote , Don Migliosi in un paesino vicino Assisi a Tordibetto, e dato il successo fu imitato progressivamente di anno in anno da tanti altri piccoli paesi, città, istituzioni religiose e non, fino a diventare Festa Nazionale. Ma l’origine greca della festa è molto interessante per i risvolti culturali profondi che ci racconta ancora oggi. Nell’Antica Grecia in primavera si festeggiava la divinità Rhea, considerata la madre di tutti gli dei e dello stesso Zeus (partorito di nascosto in una grotta per evitare che venisse ucciso da Crono, suo “marito” che temeva, guarda un po’, di perdere il trono se fosse nato un figlio maschio suo successore).  Nell’Antica Roma la divinità madre Rhea era diventata Cibele e veniva adorata anche come protettrice della Terra: ogni anno in primavera nel mese di maggio le si dedicava un’intera settimana di feste. Nel mio intreccio mattutino di immagini e sogni dedicati alla figura della Madre, i protagonisti-artisti-scrittori-registi erano quattro, tutti uomini, due omosessuali ( Michelangelo e Pasolini ) e due credo eterosessuali (Recalcati e Moretti) con relative interpretazioni e “messe in scena” del rapporto con la figura materna.
Tenuto da parte l’Oste della trattoria romana, quinto uomo, la mia reazione alla Festa della Mamma di domenica si arricchiva della lettura critica e della autopresentazione di un libro appena uscito in Italia sul Femminismo (“Dovremmo essere tutti femministi”) di una scrittrice nigeriana. La stranezza, o meno, di questo abbinamento forzato fra le rielaborazioni maschili sulla Madre e le elaborazioni femminili sulle Donne, è che nell’articolo della Mazzucco che recensiva il libro di Ngozi Adichie e nell’articolo di quest’ultima (su La Repubblica RCult di domenica 10 maggio) non vi era neanche una sola riga sulla maternità, sulle Donne Madri, sul Femminismo storico e su quello attuale e la Maternità.
Non è che nell’oscillazione fra “Femminismo” e “Mammismo” rischi di crearsi un vuoto, un silenzio, sia da parte maschile che femminile?
Aggiungerei qualche riga sulle donne assassine dei propri figli, e sugli uomini spietati nei riguardi delle donne che dicono di amare…. Ausilia

lunedì 27 aprile 2015

Un libro scritto da un ergastolano


Vi inoltro con un certo sussiego per tanti motivi.

Capisco che oggi a molti può sembrare controproducente interessarsi alla condizione carceraria dell’ergastolano. L’aria che tira va in senso opposto e saper fare dei distinguo non è di tutti. C’è in giro una comprensibile paura dei ladri e di tanti attuali disagi; c’è voglia di liberarsi di chi pare ci rubi il nostro spazio vitale; c’è voglia di vendetta; non si sopporta la facile, talvolta davvero insensata scarcerazione. Si sta diffondendo un clima di intolleranza nei riguardi dei ‘clandestini’ pericolosi, e non è il caso di fare un elenco dei fatti provocati ANCHE dal moltiplicarsi degli sbarchi degli immigrati e dei rifugiati, come ANCHE da una ‘giustizia’ ballerina nelle sentenze. L’eccetera è d’obbligo.

Ma leggere Carmelo Musumeci potrebbe fare del bene a tutti, compresi i giustizialisti più impietosi: ci si trova di fronte ad un uomo sensibile, un uomo davvero redento come ce ne potrebbero essere altri ed altre suoi pari. E, se anche solo una persona ce la fa a redimersi, la cosa fa pensare ai sani di mente, come ce ne sono ancora in questa povera terra.

Ausilia

 

http://giornodopogiorno-ausilia.blogspot.it/  

 

Da: ergastolani@apg23.org [mailto:ergastolani@apg23.org]
Inviato: lunedì 27 aprile 2015 16:04
A: Undisclosed-Recipient:;
Oggetto: SETTIMA parte: Il primo permesso premio dopo 24 anni da uomo ombra

 
Lo scorso 14 marzo Carmelo Musumeci, finora ergastolano ostativo ai benefici penitenziari, è uscito per la prima volta, per nove ore, in permesso premio, dopo 24 anni di detenzione.
In carcere ininterrottamente dal 1991, non aveva mai usufruito di nessun beneficio e gli era stato concesso solamente un permesso di necessità di undici ore, nel maggio 2011, per laurearsi in Giurisprudenza a Perugia. Di questo giorno ne aveva descritto ogni fatto ed emozione in un libro: "Undici ore d'amore di un uomo ombra" , di Carmelo Musumeci, con la prefazione di Barbara Alberti- Gabrielli Editori. 


vedi

sabato 28 febbraio 2015

a) L. Manicardi - S. Natoli Dialogo sulla felicità
 

Più di duecento persone hanno partecipato il 20 febbraio 2015, al Dialogo sulla felicità tenutosi nell’Aula Magna del Seminario vescovile di Nola. Due gli illustri relatori: il docente di filosofia Salvatore Natoli e il vicepriore della Comunità di Bose, Luciano Manicardi. Pur guardando alla felicità da prospettive diverse, sono emersi molti punti di contatto tra le posizioni dei relatori. Entrambi hanno rilevato infatti che nel senso comune la felicità sia percepita come qualcosa che ci tocca per alcuni attimi ma che non ci appartiene. Di essa si fa infatti esperienza in modo sentimentale, vivendola quindi nei termini di intensità e di labilità insieme. 
 
La felicità, illusoria ed effimera 
Come ricordato dal professor Natoli, questa visione superficiale della felicità come illusoria ed effimera espansione di noi stessi sembra essere patrimonio comune all’umanità di ogni tempo. L’analisi etimologica delle parole tramite le quali le diverse lingue esprimono il concetto di felicità, denuncia infatti l’idea ricorrente di un benessere improvviso dovuto al caso. Platone, per esempio, nel discorso sulla felicità partiva da Afrodite adottando il modello orgasmico del culmine e della caduta. Agostino di Ippona, che pure vedeva nella felicità la ragione del filosofare, la definiva come raptim quasi per transitum. Mentre secondo Freud la felicità non stava tanto nel momento dell’eccitazione ma nella tregua della pulsione.
 
La felicità tra Cristianità e Cristianesimo 
Natoli, d’accordo con Manicardi, a riguardo distingue nettamente tra Cristianità e Cristianesimo. Ovvero tra la felicità della visione cristiana e quella che si sarebbe invece imposta nel mondo cristiano. La Cristianità avrebbe infatti relegato la felicità al mondo ultraterreno rendendo così meno vivibile quello terreno. Il modello a cui guarda invece Natoli è quello greco, a partire da Aristotele che considerava la felicità come il fine della vita. Per l’uomo greco la felicità era possibile e risiedeva nella virtù. Non nella virtù castrante che avrebbe caratterizzato la Cristianità nell’idea del virtuoso infelice e del trasgressivo gaudente, bensì nell’ars vivendi: l’arte del vivere che appartiene ad ogni uomo. Il greco ascoltava la voce del suo daimon e faceva proprio la massima delfica del Conosci te stesso. In questo modo conosceva le sue potenzialità e imparava a trarsi fuori dalle difficoltà. La felicità non era quindi premio delle virtù ma risiedeva nell’esercizio stesso di queste ultime. L’uomo greco era l’autore della propria realizzazione, l’artista della sua esistenza. 
Gesù ha vissuto una vita felice? E’ questa la provocazione che guida invece l’intervento di Luciano Manicardi. Anche secondo lui, riprendendo un’affermazione di Adorno, la felicità non si possiede ma si è in essa. Anche il monaco di Bose parte dall’analisi linguistica rifacendosi però all’origine indoeuropea della parola “felicità” che rimanda alla fecondità, al dare frutti. Da questo punto di vista, quella di Gesù Cristo fu senza dubbio una vita felice. E infatti è la Scrittura stessa ad attestarlo. Il Vangelo di Luca riporta il trasalire di gioia di Cristo nel ricordare la preferenza divina per i piccoli rispetto ai dotti e ai sapienti (Lc 10, 21-24). La sorgente della felicità di Gesù era quindi la relazione col Padre nella quale erano però compresi anche i discepoli. Anche per Manicardi, come per Natoli, la felicità è sempre inclusiva e consiste nel donare e nel donarsi. Se però per il filosofo la questione del dare è più problematica (cosa dare all’altro? Come capire cosa davvero gli serve? Come donare senza rischiare di invaderlo?), per il monaco l’esempio di Cristo è liberante. Quello di Gesù è infatti simultaneamente un dare tempo, ascolto e presenza. È un parlare che ascolta e che quindi fa emergere l’altro. L’insegnamento secondo cui c’è più gioia nel dare che nel ricevere (Atti 20, 35) è comprensibile solo nella prospettiva delle beatitudini, dove il rovesciamento del concetto mondano di felicità ha esiti apparentemente paradossali.
 
Il segreto della felicità 
Se la felicità è donarsi, gli esatti contrari sono l’invidia e la concupiscenza che schiaccia gli altri e se ne serve. Entrambe queste cose impediscono la felicità propria e quella altrui, perché fare male è anche farsi male. In conclusione, per entrambi i relatori la felicità sta nella semplicità e nella bontà di cuore. Nel sapersi meravigliare delle piccole cose, guardando le cose ordinario in modo straordinario e mantenendo sempre una giusta relazione (che non è mai il possesso) con tutto quello che ci circonda.
 
Due miei punti di vista:
1) Gli impiccati sono dei di-sperati che cercano l’unica via di uscita che ritengono di poter utilizzare; e non sono solo i condannati in prigione: quel che fa raccapriccio è il fallimento di uno stato che vendica la colpa e non offre la via della redenzione.
2) Opto per la felicità feconda (come suggerisce l’etimologia del termine): l’esistenza terrena è ben triste se serve soltanto per nascere-crescere- decrescere-morire. Ma il rimedio per perpetuare la vita non è generare figli (nella discendenza potrebbe esserci degli infelici…); è lasciare una traccia di Bene.
 
b) Gli impiccati
 
 
È questa una macchina mostruosa che schiaccia e livella secondo una certa serie. Quando vedo agire e sento parlare uomini che sono da 5, 8, 10 anni in carcere, e osservo le deformazioni psichiche che essi hanno subito, davvero rabbrividisco, e sono dubbioso nella previsione di me stesso. Penso che anche gli altri hanno pensato (non tutti ma almeno qualcuno) di non lasciarsi soverchiare e invece, senza accorgersene neppure, tanto il processo è lento e molecolare, si trovano oggi cambiati e non lo sanno, non possono giudicarlo, perché essi sono completamente cambiati”.  (Antonio Gramsci, Lettera a Giulia,  19 novembre 1928).
A volte penso che molti detenuti che in carcere si tolgono la vita forse scelgono di morire perché si sentono ancora vivi. E  forse, invece, alcuni rimangono vivi perché si sentono già morti o hanno già smesso di vivere. Credo anche che molti detenuti si tolgano la vita perché l’Assassino dei Sogni (il carcere come  lo chiamo io) non risponde mai ai loro appelli disperati. Altri invece lo fanno per ritornare a essere uomini liberi. E molti si tolgono la vita perché non hanno altri modi per dimostrare la loro umanità.
Oggi nella rassegna stampa ho letto la notizia di un altro suicidio, poche parole, pochi dati:
Si chiamava Osas Ake. Si è impiccato nel carcere di Piacenza. Era in cella di isolamento perché "molto agitato". Aveva 20 anni, era nigeriano
.
Ed ho pensato a quella volta che ero entrato in una cella dove s’era impiccato un detenuto: Piano terra, cella 17. La chiave non girava. La mandata non scattava. Il blindato non si apriva.
Mi stanco di aspettare con il sacco nero della spazzatura con dentro la mia roba personale sulle spalle. La poso in terra e chiedo alla guardia: Ma da quando è che non aprite questa porta? La guardia prima di rispondermi mi guarda con sufficienza, dall’alto al basso e poi ringhia: Da alcuni mesi, c’erano i sigilli giudiziari, c’è stata un’inchiesta, quello che c’era prima si è impiccato tra le sbarre. Puzzava di galera. Aveva una faccia da beccamorto. Una faccia di vampiro sfortunato che non riceveva da tempo una sufficiente razione di sangue. Gli dico: Mettetemi in un’altra cella.
La faccia da beccamorto mi risponde: Non sei in albergo, qui sei a Nuoro e poi celle libere non ce ne sono. E poi urla alla guardia del piano di sopra: Collega, manda quelli della manutenzione: la porta non si apre. Io intanto aspetto. Dopo dieci minuti arriva una guardia con due lavoranti e un cannello con la fiamma ossidrica. Tagliano la serratura e ne saldano una nuova. Entro, mi chiudono il cancello e mi lasciano il blindato aperto. Mi guardo intorno, non mi muovo, rimango fermo e  vedo escrementi di topo dappertutto, ragnatele al soffitto, macchie di umidità alle pareti. Ero arrivato all’inferno di Badu e Carros. E pensai per un attimo di impiccarmi anch’io alle sbarre della finestra. Solo i coraggiosi però hanno il coraggio di evadere dal carcere, i vigliacchi come me  rimangono. Ed io sono rimasto in quella cella per cinque lunghi anni. Poi ho saputo che il compagno che s’era tolto la vita in quella cella era un ergastolano ostativo. E sono diventato amico del suo fantasma che mi ha tenuto compagnia per tanti anni.
Carmelo Musumeci  - Febbraio 2015
 
Due miei punti di vista:

1) Gli impiccati sono dei di-sperati che cercano l’unica via di uscita che ritengono di poter utilizzare; e non sono solo i condannati in prigione: quel che fa raccapriccio è il fallimento di uno stato che vendica la colpa e non offre la via della redenzione.

2) Opto per la felicità feconda (come suggerisce l’etimologia del termine): l’esistenza terrena è ben triste se serve soltanto per nascere-crescere- decrescere-morire. Ma il rimedio per perpetuare la vita non è generare figli (nella discendenza potrebbe esserci degli infelici…); è lasciare una traccia di Bene.