venerdì 28 aprile 2017

da Carmelo Musumeci


La domanda di una sconosciuta ad un ergastolano semilibero

 

 

Questa mattina, arrivato nella struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII dove svolgo da semilibero la mia attività di volontariato, di sostegno scolastico e di attività socio-ricreative a bambini e adulti con handicap fisici e non vedenti, ho acceso il computer. Nella mia casella di posta ho trovato, da una sconosciuta, questa domanda: “Se una persona che ha commesso un gravissimo reato, quale è la morte di un proprio essere, e quell'essere fosse stato uno dei tuoi figli, come avresti reagito? Avresti osannato Carmelo? Io no”.  Questa domanda era rivolta ad un mio amico di penna, che mi segue da tanti anni, e che me l’ha girata per farmi vedere quanto sia difficile far capire alle persone che un uomo può davvero cambiare. Ormai dovrei esserci abituato, ciò nonostante quando mi fanno queste domande mi cadono le braccia e il cuore per terra, ma è anche giusto che la società mi chieda il conto.

 

Cara Sconosciuta, innanzitutto non è nelle mie intenzioni tentare di farti cambiare idea, ma tenterò solo di farti venire dei dubbi. Neppure io osannerei chi uccide ma, piuttosto di murarlo vivo, mi “vendicherei” facendolo crescere interiormente per suscitargli il senso di colpa e quindi farlo soffrire di più.

Lo so, sono più cattivo e vendicativo di te, perché non mi accontenterei solo di condannare una persona ad essere cattiva e colpevole per sempre, facendola sentire poi, con il passare degli anni, una vittima. Preferirei, invece, tentare di migliorarla. Per questo penso che se qualcuno uccidesse uno dei miei figli, tenterei di fargli del male facendolo diventare più buono, tenendolo in carcere né un giorno in più né uno in meno del necessario.

Sì, è vero, forse qualcuno di questi potrebbe ritornare a fare del male, ma molti lo fanno anche se non sono mai stati in carcere. In tutti i casi, alcuni di loro potrebbero rimediare parzialmente al male fatto facendo del bene.

Cara Sconosciuta, riguardo al mio passato, potrei dirti che talvolta noi umani agiamo volontariamente contro la nostra volontà. Ma questa sarebbe solo una giustificazione filosofica e un alibi. Invece ti voglio dire che penso che tutti siamo colpevoli di qualcosa, ma pochi, pochissimi, forse nessuno, è colpevole di tutto.

Ti posso dire che quando sono entrato in carcere non trovavo pace, mi sentivo innocente, messo in galera ingiustamente per il solo fatto di avere rispettato le regole (la legge) e la cultura della giungla dove sono cresciuto e che mi ha nutrito fin da piccolino. Poi ho avuto una crescita interiore, grazie anche allo studio, all’amore della mia famiglia e alle relazioni che in questi anni mi sono creato. E ho capito anche, soprattutto durante la detenzione all'Asinara, sottoposto allo stato di tortura del carcere duro, che lo Stato era capace di cose peggiori di quelle che avevo commesso io.

Mi sentivo in guerra, ed ero in guerra. Lo dimostrano le mie ferite (sei pallottole in corpo): potevo ammazzare o essere ammazzato, non conoscevo la legge come la conosco adesso (allora per me lo Stato e gli “sbirri” erano anche peggiori dei miei stessi nemici). Conoscevo solo la legge della strada.

Credimi, non è facile diventare buoni se fin da bambino ti insegnano che il male è bene ed il bene è male. Ma nonostante questo, ho cercato, forse senza riuscirci, di non perdere del tutto la mia sensibilità e umanità. Umanità che non riesco a vedere in tante persone "perbene" che sono cresciute nel bene ma preferiscono il male e alla sensibilità sociale spesso preferiscono i soldi, per avere potere da aggiungere ad  altro potere.

Dicendoti questo non voglio assolutamente assolvermi, perché molti hanno avuto i miei stessi problemi socio-familiari ma non per questo hanno fatto le mie stesse scelte devianti e criminali. Per questo sono fortemente convinto che sia giusto che paghi per il male che ho fatto. Solo preferisco farlo in modo utile ed intelligente, come sto facendo adesso.

Buona vita.

 

Carmelo Musumeci

Aprile 2017


 

martedì 28 marzo 2017

Convegno di preti sposati

A ROMA UN CONVEGNO DI VOCATIO SU PRETI SPOSATI PER UNA CHIESA IN CAMMINO.

IL VESCOVO GIOVANNI D’ERCOLE: VOI NON SIETE UN PROBLEMA PER LA CHIESA, MA UNA RISORSA.

Una cinquantina di presbiteri cattolici di rito latino, provenienti da tutta Italia e spesso accompagnati dalle loro mogli, si sono ritrovati dal 24 al 26 marzo a Roma per il Convegno “Preti sposati per una Chiesa in cammino”, promosso da Vocatio, la storica associazione che dal 1981 offre sostegno a quanti devono abbandonare l’esercizio del ministero per aver contratto matrimonio e chiede l’abolizione dell’obbligo del celibato.
Ad aprire i tre giorni di lavoro, sviluppatisi tra momenti di preghiera, dibattiti in assemblea e proiezione del film-documentario “Uomini proibiti”, sono stati papas Antonio Cucinotta, parroco grecocattolico a Messina e la moglie, Mara Grazia Spadaro, che hanno presentato l’esperienza dei sacerdoti uxorati (cioè ordinati dopo il matrimonio) nelle Chiese di rito bizantino in comunione con Roma. È toccato quindi alla teologa Adriana Valerio approfondire gli “amori irrisolti” tra donne e preti, evidenziando come le prime siano il vero “soggetto invisibilizzato” nella Chiesa e come il superamento del celibato obbligatorio per i presbiteri vada compreso all’interno di una più complessiva riforma della Chiesa, che la rende effettivamente inclusiva. Il teologo Giovanni Cereti ha invece sottolineato come la “(ri)scoperta della bellezza e della santità del matrimonio e della famiglia” avvenuta nel XX secolo e sfociata nell’Amoris Laetitia renda non più sostenibile l’incompatibilità tra vocazione al ministero presbiterale e vocazione al matrimonio, aprendo la strada all’ammissione al presbiterato di uomini sposati anche nella Chiesa latina e alla riammissione all’esercizio del ministero di quanti ne sono stati esclusi per essersi sposati. Ernesto Miragoli, prete sposato comasco, si è soffermato sulla crisi dei presbiteri e delle donne che mantengono relazioni affettive nascoste. E il moralista Basilio Petrà, ha infine messo l’accento sulla quasi nulla considerazione dei sacerdoti uxorati da parte del magistero della Chiesa cattolica, nonostante essa sia una comunione di 22 Chiese, le quali, salvo quella malabarese, quella malankarese e quella latina (peraltro con l’eccezione dei pastori convertiti da altre confessioni), hanno tutte un clero uxorato, ma anche come l’Amoris laetitia, al n. 202, riconosca per la prima volta un loro possibile speciale contributo alla vita della Chiesa intera, e in particolare alla comprensione dei problemi della famiglia, proprio in virtù della loro esperienza diretta.
Il presidente di Vocatio Giovanni Monteasi spiega di non essere contro il celibato, ma «per la libertà di scelta: i preti dovrebbero avere la possibilità di scegliere se sposarsi o no». E ricorda l’incontro avuto a Roma da papa Francesco con quattro preti sposati e le loro famiglie(nella foto).
«L’obbligo del celibato è in stridente contrasto con i diritti della natura e con l’etica evangelica, che la castità consigliava ma non imponeva», disse nel lontano 1788 il cardinale Giuseppe Capecelatro. «Il primo Papa, san Pietro, era ammogliato», ripeteva in anni recenti il cardinale belga Léon-Joseph Suenens. Voci fuori dal coro, oggi di fatto inascoltate. Anche se Francesco ha recentemente detto di voler studiare la possibilità dei viri probati, uomini sposati di provata fede a cui affidare alcune funzioni ministeriali. Nella Chiesa, con l’eccezione del rito orientale, la prassi che si è imposta a partire dal Concilio di Trento è di ordinare preti solo candidati celibi.
Culmine dell’incontro è stata la celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo di Ascoli Piceno, mons. Giovanni D’Ercole, che, con la sua inedita presenza, ha forse dato il via a un dialogo tra la Conferenza episcopale italiana e i preti privati dell’esercizio del ministero per aver contratto matrimonio. “Voi non siete un problema per la Chiesa, ma una risorsa”, ha ripetuto il presule, offrendosi come “punto di riferimento” per un cammino di ascolto, di reciproco perdono e di riconciliazione. Non resta che attendere il prossimo passo.
.
MAURO CASTAGNARO


Nota personale
Leggo con gioia i nomi di persone che conosco di persona, e con le quali abbiamo ‘lavorato’ per approfondire il tema. Tema che non riguarda, a mio parere, preti con l‘aggettivo ‘sposati’, ma preti e donne sposati.
E’ certo che la scelta è stata sofferta da entrambi. E’ certo che ci siamo donne le quali abbiamo avuto la vocazione di farla (la scelta) nonostante le difficoltà, le quali, checchè se ne dica, perdurano ancora.
Mi dispiace questo stare-accanto al prete della donna, in condizione non paritetica; tanto è vero che la questione riguarda il celibato dei preti, e non la vocazione di un uomo-prete, e la vocazione di una donna che aspira a svolgere un ruolo ministeriale; oppure della donna che ama legittimamente un prete.
Lo so, così stando le cose, la questione si sposta verso l’appartenenza ad un clero votato al celibato. Ma io so per esperienza come abbiamo vissuto, io e mio marito la fatica di ottenere la dispensa, e umiliazione di un matrimonio “celebrato senza celebrazione”……
Mons. D’Ercole oggi evidenzia amorevolezza e condivisione, ma io ho altri ricordi del rapporto con lui. Non gliene faccio un rimprovero, ma vorrei che se ne ricordasse per amore di verità e di chiarezza.
Ausilia Riggi, vedova di Giacomo Pignata



martedì 21 marzo 2017

Maledetta Eva

Maledetta Eva

“Maledetta Eva” forte, straordinario, ipnotico, dirompente Un libro per donne che non temono la verità

inserito da Raffaella Mauceri

“Maledetta Eva” forte, straordinario, ipnotico, dirompente
Un libro per donne che non temono la verità
Di Angela Adamo

"Maledetta Eva" è un libro che non si dimentica. Firmato da Eraldo Giulianelli, ricercatore, giornalista, è infatti un testo “forte”, dirompente, che attraverso uno stile asciutto ed essenziale, ci conduce nel tempo e nello spazio in una storia allucinante: la storia bimillenaria della misoginia che accomuna le tre più importanti religioni monoteiste scaturite dal libro di Abramo: la religione ebraica, la religione islamica e la religione cristiana nella sua versione che raccoglie il più alto numero di accoliti: il cattolicesimo. Tutte le sventure umane e la rovina dell'intero creato, esse, infatti, le addebitano ad Eva poiché fu lei a disobbedire al decreto divino di non mangiare il frutto proibito, la famigerata mela, e ad introdurre così la sofferenza e la morte per tutti i viventi.
A questa stupida favoletta (cui generazioni e generazioni di persone hanno creduto e ancora oggi credono alla lettera) ben poche teste pensanti osarono opporsi, tra queste la più brillante fu quella della filosofa e scienziata Ipazia che pagò la sua dissidenza con una fine orribile per mano dei monaci al seguito e agli ordini del vescovo Cirillo, che la chiesa cattolica premiò facendolo santo. Ed è proprio alla grande Ipazia che Giulianelli dedica il libro, per onorare la sua memoria di martire dell’intelligenza e del genio femminile sacrificato alla crudeltà del cattolicesimo imperante e del suo smodato potere.
Nato dunque dalla passione per la giustizia e la verità storica, organizzato con metodo razionale e inclusivo e diviso in capitoli di vasto respiro, il libro ci mostra la spietatezza e l'efferatezza delle religioni nei confronti della donna, ivi incluse le peggiori nefandezze consumate anche ai danni dell'intero genere umano!

"Le prime pagine della Bibbia – cita infatti l’autore - hanno durevolmente fondato la coscienza della superiorità fisica e morale dell'uomo sulla donna già di per sé impura e personificazione della colpa fin dal primo giorno". (I teologi cattolici Johann e Augustin Theiner).
I padri della Chiesa cattolica sono citati come il primo e insuperabile esempio di misoginia, ed ecco qualche esempio: "La donna è breccia del demonio: sei tu che hai concesso l'ingresso al diavolo, tu hai spezzato il sigillo di quell'albero, tu hai per prima violato l'osservanza della legge divina..." ( Tertulliano).
Altra piccola perla: " Nessuna donna osi mai scrivere un libro" (Didimo il cieco, teologo, padre della Chiesa). E se gli insulti dei sapientoni cattolici non dovessero bastare, Lutero, il riformatore protestante, ribadisce prontamente: "A causa del peccato originale dovuto ad Eva, al maschio compete il governo, essendo lui superiore e migliore, al quale anche la sacra Scrittura consente di portarsi a casa parecchie femmine. Al contrario, la donna, essendo niente più che un mezzo bambino, un pazzo animale, deve soltanto piegarsi ed essere presa a bastonate, essendo buona a nulla a parte le pulizie della casa."
Sieti allibite, care lettrici? Ma questo è soltanto un piccolo assaggio! Al confronto le invettive di Maometto sembrano complimenti! Il quale si limita a dire: "Ho visto che la maggior parte di coloro che sono nel fuoco sono donne (...) poiché esse sono ingrate verso i loro mariti e deficienti in intelligenza e religione…. Esse sono pericolose e impure nei loro corpi e nei loro pensieri. Io non tocco la mano delle donne e bisogna impedire loro d'imparare a scrivere".
E torniamo al cattolicesimo. Qualcuno si è mai chiesto quando e come iniziò la caccia alle streghe? Ebbene questo libro dimostra in maniera inoppugnabile che tutto cominciò con Tommaso D'Aquino, il grande e venerato Dottore della Chiesa, creatore della Tomistica medievale, una filosofia da cui discende tutto il razionalismo moderno, il quale mise al servizio della misoginia il suo ingegno teorizzando l’impossibile fantomatica realtà del patto col diavolo!
Autorizzati dai suoi illustri trattati teologici, i persecutori di donne proseguirono rozzamente sulle sue orme, passando dalle parole ai fatti, e cioè ai crimini più atroci, torturando, sgozzando, bruciando vive milioni di donne con la delirante accusa di stregoneria!
C'è poi una sezione del libro che è particolarmente invitante, sorprendente e assolutamente inattaccabile, ed è quella dedicata ai cosiddetti santi padri, ovvero ai papi. Qui sono documentati fatti pubblici e privati, scritti, encicliche, lettere e omelie che superano ogni fantasia umana, terrestre ed extraterrestre.
Ve ne concedo un piccolo assaggio: "Benedetto V fuggì a Costantinopoli con il tesoro del Vaticano. Quando tornò fu ammazzato da un marito geloso che lo sorprese a letto con sua moglie". Clemente VI oltre ad intrattenere un rapporto incestuoso con la nipote, fece acquistare il più lussuoso bordello di Avignone, per dilettare i suoi ospiti sudicioni come lui. Pio V ebbe il prestigioso incarico di dirigere "la strage dei valdesi di Calabria del 1561, perché colpevoli di non riconoscere l'autorità della chiesa cattolica, provocando la morte per impalamento e sgozzamento di circa 4000 persone." E mi fermo qui per non guastarvi il piacere di conoscere fino in fondo il marciume delle religioni patriarcali.
Un consiglio: leggete questo libro straordinario a piccole dosi e preferibilmente lontano dai pasti. Anche se è ipnotico e irresistibile.

martedì 7 marzo 2017

Per l'8 marzo 2017



Per l'8 marzo 2017


UN LIBRO SULLA

 

TENEREZZA

 

di Isabella Guanzini

 

ordinabile presso ibs.it

 

 

La tenerezza, quando è autentica, non sopporta facili definizioni: si insinua con delicata tenacia tra le grandi virtù civili e la retorica del potere, è ciò che ci manca per poter vivere e sentire in un mondo finalmente comune. Per questo parlarne è un’impresa ardua e bellissima. E tanto più importante, oggi, quanto più la realtà, nella sua opaca pesantezza, si rende indecifrabile, narcisistica, violenta e sentimentale al tempo stesso.
Da DeLillo a papa Francesco, da Platone alla Szymborska, da Max Weber a Foster Wallace, da Recalcati a Mariangela Gualtieri, e, ancora, da Lucrezio a Žižek, da Enea alla donna senza nome del Vangelo secondo Luca alle cronache dei migranti, parlare di tenerezza significa parlare di amore, di tempo che passa, di filosofia. Significa parlare di umanità, di curiosità verso l’altro, di quella leggerezza profonda che ci permette di intercettare, fra le righe, il senso più fecondo e creativo della nostra finitezza, della nostra fragilità.
Parlare di tenerezza tocca molte corde sensibili, smuove affetti ancestrali, evoca l’intensità della vita del corpo e anche dell’anima. Sfida i predatori e i prepotenti, pone domande scomode e offre nuove istruzioni, accende piccole, miracolose luci nel buio annunciando una rivoluzione gioiosa e costruttiva, politica ed esistenziale. Che ci chiama per nome e allarga lo sguardo al futuro.

martedì 28 febbraio 2017

cambia queste pietre

È bene ricordare, al riguardo, la rilettura di questa tentazione fatta da Fëdor
Dostoevskij, nella “Leggenda del grande inquisitore: “Vedi queste pietre nel
deserto nudo e infuocato? Mutale in pane e l’umanità ti seguirà come un gregge
docile e riconoscente”.

XIX edizione di Semi di pace

Dalla rete: Mondo

Semi di pace: la parola alle donne

Concluso il soggiorno delle testimonial della XIX edizione di Semi di pace, progetto di Confronti per il dialogo tra israeliani e palestinesi

inserito da Tiziana Bartolini
Sono quattro donne, due israeliane e due palestinesi, le testimoni alle quali ha affidato il suo messaggio “Semi di Pace”, un progetto promosso dalla rivista “Confronti” con il sostegno dell’Otto per mille della Chiesa valdese – Unione delle chiese metodiste e valdesi. È un cammino che viene da lontano e che ha sempre mantenuto fede all’obiettivo di dare voce a chi in quei territori è impegnato nell’educazione alla pace e al dialogo tenendo presente la complessità del conflitto israelo-palestinese, nel contesto di un Medio Oriente in crisi. L’edizione del 2017, la diciannovesima, è stata presentata con una conferenza stampa presso la Camera dei Deputati (21 febbraio) con le testimonianze di persone “che vivono il conflitto arabo-israeliano, donne e uomini che proprio alla luce delle loro ferite non hanno rinunciato a coltivare semi di dialogo” ha detto il direttore di “Confronti”, Claudio Paravati.
L’Onorevole Khalid Chaouki, portando il suo saluto, ha parlato di una “contro-narrativa” sottolineando l’importanza di far conoscere l’esistenza di realtà positive, molto importanti “in un’Europa dove monta il pregiudizio e l’islamofobia”.
I racconti delle testimonial sedute una accanto all’altra toccano il cuore, nonostante la brevità e la traduzione che inevitabilmente attutisce l’impatto delle parole.
Ha ragione Shata Bannousa, palestinese e volontaria del Bethlem Fair Trade Artisans (BFTA): “ogni famiglia palestinese ha una storia da raccontare. Noi palestinesi siamo stati buttati fuori dalla sera alla mattina. Avevo solo 5 anni, ma ricordo tutto: la permanenza in Giordania, l’arrivo a Ramallah, le ruspe. Siamo abituati a vedere nelle città soldati israeliani armati fino ai denti ed è complicato capire la situazione, ci vorranno ancora molti anni”. Shata ha avuto delle opportunità, ha studiato a Betlemme e a Milano e oggi lavora in una organizzazione umanitaria, la BFTA, importante organizzazione che sostiene tutte le attività artigianali che putano sul riciclo. “Abbiamo dato vita a un progetto speciale che vede la collaborazione di israeliane e palestinesi. Il BFTA (www.fairtrade.org), premiato nel 2015, è l’unico soggetto che si occupa di fair trade”.
Questo progetto è realizzato anche in collaborazione con l’associazione di Orna Akad, commediografa e pubblicista che vive a Tel Aviv. Orna è ebrea, e spiega che la convivenza nella sua famiglia ‘mista’ non è facile, ma è possibile. “Mi sono avvicinata al femminismo e alle donne palestinesi - racconta -, che per il 48% sono povere. Abbiamo dato vita a un centro di consulenze per il lavoro, per aiutare queste donne che venivano trattate molto male. Abbiamo fornito loro gli strumenti minimi per difendersi: abbiamo insegnato a leggere una busta paga e capire i loro diritti, per esempio. Poi abbiamo dato vita ad una coproduzione israeliana e palestinese di prodotti, dall'olio e ceramica decidendo che le lavoratrici avrebbero ricevuto la stessa retribuzione. In questi ultimi anni ben 750 donne si sono state avvicinate e ora provvedono alle loro famiglie. Abbiamo capito che la parità delle donne è importante”.
Tamara e Najwa piangono i loro cari, ma hanno avuto la forza di reagire facendo la scelta del dialogo e aderendo al Parents’ Circle.
Tamara Rabinowitz ha perso il figlio Idor, che era sotto le armi in Libano nel 1987. “So bene che il conflitto tra Israele e Palestina comporta molta violenza e rabbia, ma ci sono persone che lavorano in modo diverso. Dopo la morte di mio figlio ho preso coscienza che dall'altra parte c'era un’altra madre che stava piangendo il suo. Ho dovuto scegliere tra la rabbia e il fare un passo verso l'altro, ho scelto di cercare il dialogo, ho sorpreso i miei concittadini. Sono convinta che si possa cambiare la percezione dell’altro e che possiamo far capire che non c’è un nemico in ogni palestinese o israeliano”.
Najwa Saadeh, palestinese, ringrazia chi è presente per condividere il suo dolore. “Mia figlia Christine è stata uccisa da un soldato israeliano a Betlemme nel 2003 e tutta la mia famiglia è stata ferita nell’attacco. Siamo entrati nel Parents’ Circle e partecipiamo alle riunioni, che si tengono nella zona C, unico luogo in cui è possibile incontrarci. Sono circa 600 le famiglie che aderiscono e che vanno a parlare per spiegare come procede il conflitto. Pensiamo che il nostro lavoro sia molto importante per far cessare il conflitto”.
Sorridono e sembrano donne ‘normali’ queste operatrici che lavorano quotidianamente per il dialogo nelle diverse realtà in Israele e nei Territori palestinesi. In realtà Tamara, Najwa, Orna e Shata sono monumenti alla ragionevolezza e alla dignità che continua ad opporsi alla follia della violenza quotidiana che appare inarrestabile.
Il loro soggiorno in Italia, giustamente definita una “preziosa semina”, ha avuto parecchie tappe fino al 25 febbraio, con incontri e conferenze in diverse scuole ed istituti del paese, da Firenze a Torino passando da Arezzo e Piombino, e poi fino a Lugano in Svizzera.


lunedì 20 febbraio 2017

"La coscienza femminle confusa"




“La coscienza femminile confusa” e la solitudine

delle donne al potere

 

di Rosaria Guacci

Luisa Muraro ha chiamato apparente “coscienza femminile confusa” l’aver votato sì al recente referendum costituzionale e avere nello stesso tempo tirato un respiro di sollievo per la vittoria del no: avrebbe quindi votato due volte e i due voti sarebbero ugualmente validi. «In questo caso», lei dice, «è piuttosto evidente che l’obbligo di scegliere non è veramente democratico e non lo è neanche costringersi all’astensione, come qualcuno ha suggerito di fare. Perciò mi sono autorizzata a votare due volte, sì e no, ed entrambi i voti sono validi…». Il suo ragionamento mi sembra un sollecitante paradosso filosofico che ha ricadute politiche importanti – per politica intendendo la politica delle donne, che assumo come l’unica valida. Le buone argomentazioni di Muraro si possono leggere nel sito della Libreria alla voce Contributi; a me interessa in particolare la questione della cosiddetta coscienza femminile confusa rispetto a un non voler scegliere tra due quesiti mal posti – il sì o il no al referendum costituzionale appena trascorso – di fatto scegliendoli entrambe, quindi raddoppiando. Ben venga una coscienza siffatta, scrive Luisa e io concordo. La doppia assunzione/esclusione di entrambi i pronunciamenti è buona per me perché non voglio dover rispondere a due quesiti antitetici in un processo esclusivamente binario: avrei voluto una terza o magari molte altre soluzioni/situazioni in cui pronunciarmi. Inoltre – e qui sta per me il punto – «l’obbligo di scegliere non era democratico». Molto vero soprattutto per le donne. Credo che noi apparteniamo ancora alla “società delle estranee” di cui scriveva Virginia Woolf nelle Tre ghinee. Certo, il problema non sta più nel non poter entrare nelle biblioteche o nel dover subire destini imposti. Come hanno scritto in tante a partire da Lia Cigarini in apertura della recente redazione allargata di Via Dogana on line, le donne sono dappertutto, in ogni comparto sociale, e ci stanno in posizione molto visibile ed esposta. Soprattutto esposta, mi sembra. Spesso il potere che le donne esposte rivestono, diverso dall’autorità femminile che intendo capace di circolare con ricchezza e libertà, è una sorta di camicia di Nesso che le avvelena costringendole, sempre seguendo il mito, a gettarsi in roghi che rischiano di incenerirle: le polemiche circa la sindaca romana Virginia Raggi o la nuova ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli sono sotto gli occhi e alla portata di orecchio di tutte/tutti.
Raggi appare stretta in regole non sue, che contrastano con le sue decisioni, e Fedeli, in un mondo come l’attuale, meritocratico e alieno dalla promozione delle competenze squisitamente politiche che si ricercavano negli anni ’70, appare una ministra “non laureata”, alla lettera. Entrambe mandate allo sbaraglio dai loro movimenti e partiti; entrambe, come mi sembra, non sorrette da relazioni con le loro simili – che non cercano o che non trovano bell’e pronte e che comunque non dichiarano – che potrebbero servir loro a fare meglio. È vero, dà una bella energia vedere donne vincenti. Ma quella di alcune di loro, di noi, forse anche, è una vittoria effettiva o un impegno assunto in base a vincoli esterni ed estranei a sé che possono trasformarsi in catene? Di esempi ne ho fatti due ma si potrebbe farne altri ancora. Mi chiedo: di fronte a un mondo ancora cogente per regole precostituite all’affermazione delle donne – quando esse siano in posizione di forza dettate dall’esterno e forse non ancora in grado di dettare regole proprie – non sarebbe più proficuo lavorare ad accrescere credibilità, competenza, autorità seguendo i propri intuito ed esperienza e negandosi alla cooptazione? Dire in questo caso un “no” ben chiaro? Mi piacerebbe discutere di questo fuori da ideologia e idealizzazioni.

(www.libreriadelledonne.it, 22 dicembre 2016)

 

martedì 14 febbraio 2017

La celebrazione del 14 febbrailo


Un miliardo di voci contro la violenza su donne e bambine: il 14 febbraio in Italia e nel mondo le donne tornano a ballare nelle piazze. Voci dalle città italiane
inserito da Redazione NOIDONNE
 
IL 14 FEBBRAIO 2017 TORNA IN ITALIA E NEL MONDO ONE BILLION RISING, UN MILIARDO DI VOCI CONTRO LA VIOLENZA SU DONNE E BAMBINE


Era il 2013 quando Eve Ensler, autrice del celebre “I monologhi della vagina”, lanciò in tutto il mondo una campagna rivoluzionaria, ONE BILLION RISING: il punto di partenza era la drammatica statistica per cui una donna su tre in tutto il pianeta sarà picchiata o violentata nel corso della propria vita; l’obiettivo era far ballare e manifestare un miliardo di persone nel mondo, il giorno di San Valentino, per denunciare quella violenza e affermare la volontà di porvi fine. L’enorme successo della manifestazione, con adesioni da oltre 200 nazioni, ha trasformato ONE BILLION RISING in un appuntamento annuale, il cui spirito battagliero ha ricevuto consensi crescenti aprendo un nuovo dibattito sui diritti, il razzismo, le disuguaglianze economiche e le guerre dichiarate sui corpi delle donne in tutto il mondo. Anche in Italia lo scorso anno 250mila persone hanno partecipato a oltre 150 eventi in tutta la penisola.

Quest’anno la parola d’ordine di ONE BILLION RISING è SOLIDARIETÀ: solidarietà CONTRO LO SFRUTTAMENTO delle donne, solidarietà CONTRO IL RAZZISMO E IL SESSISMO ancora presenti in tutto il mondo. Alcuni eventi recenti, come la manifestazione di Roma del 25 novembre e la marcia di Washington del 21 gennaio, hanno testimoniato ancora una volta la presenza di una consapevolezza e di un’energia straordinaria nella società civile, frutto del lavoro costante sul campo di attivisti, associazioni e istituzioni. ONE BILLION RISING vuole ribadire che non c'è nulla di più potente di questa solidarietà globale, di un corpo unico e coeso capace di far parlare un miliardo di persone con una sola voce.

LA SOLIDARIETÀ È LA NOSTRA RIVOLUZIONE!
 
“Dobbiamo abbandonare i tentacoli delle nostre false sicurezze e interrompere il mondo così come lo conosciamo. Sovvertire, lottare e danzare con tutte le nostre forze per immaginare una vita al di là delle false comodità” (Eve Ensler). Non può esserci rivoluzione senza solidarietà. Non possiamo invocare un cambiamento nel sistema – cambiamento di mentalità, di cultura, di coscienza, dei valori, di volontà politiche – attraverso azioni individuali e isolate. Solidarietà vuol dire connettersi in maniera radicale.
Anche quest’anno One Billion Rising torna nelle piazze e nelle strade come un grande momento di gioia collettiva in cui avranno luogo flash mob, spettacoli, manifestazioni e eventi dedicati alla sensibilizzazione e all’azione contro il fenomeno della violenza su donne e bambine. Al momento (ma è una cifra in costante aumento) sono oltre 100 gli eventi programmati in tutta Italia: si parte già da sabato 11 febbraio a Livorno, Monterotondo e Cittadella (PD), mentre domenica 12 a Fiumicino, alle ore 11.00 in Piazza Grassi, è prevista una grande manifestazione con il patrocinio del Comune. Martedì 14 febbraio, giorno di San Valentino, sono previsti gli eventi più imponenti in tutta la penisola, da Milano (flash mob danzante a Piazza della Scala alle 19.00) a Bologna (in Piazza Maggiore, flash mob, parata e festa dalle 17.00 alle 22.00), da Trieste (una marcia partirà da Piazza Goldoni alle 16.00) a Perugia (in Corso Vannucci la coreografia dell’inno ufficiale Break the Chain in versione L.I.S), fino a Roma, dove alle 16.00 al Ponte della Musica avrà luogo un grande flash mob organizzato dall’associazione Differenza Donna. Varie manifestazioni coloreranno anche molte città nel Meridione – scuole, centri e piazze delle principali città in Puglia (Bari, Taranto, Molfetta, Lecce) , Calabria (Cosenza, Catanzaro) e Sicilia (Catania, Palermo, Siracusa, Marsala, Agrigento) - e continueranno anche nei giorni successivi, il 18 febbraio a Biella e Vicenza e sabato 25 a Napoli, dove a Largo Berlinguer dalle 11.30 alle 14.00 si susseguiranno reading, flash mob e varie performance.
 
Anche quest’anno hanno aderito a ONE BILLION RISING alcune delle maggiori associazioni italiane, tra cui Amnesty International Italia, ArciLesbica, Centro di ascolto mobbing e stalking contro tutte le violenze (UIL), CGIL, Differenza Donna, D.i.Re – Donne in rete contro la violenza, Emergency, FIOM, FNASD - Federazione Nazionale Associazioni Scuole Danza, Gi.u.li.a - Giornaliste Unite Libere Autonome, Nuovo Maschile, Terres des Hommes, UDI – Unione Donne in Italia. Inoltre, forte di un crescente consenso, questa quinta edizione consolida ancora di più la presenza di istituti scolastici, insegnanti, genitori e studenti di ogni età – dalla prima scuola dell’infanzia agli istituti secondari – uniti nell’impegno di creare una cultura dell’uguaglianza e del rispetto fin dai primi passi dell’educazione scolastica.

martedì 24 gennaio 2017

Ccontro la “Pena di Morte Viva”


Sabina Rossa e Agnese Moro contro la “Pena di Morte Viva”

 

L’ex Presidente della Repubblica Sandro Pertini che in galera passò lunghi anni diceva spesso: «Ricordatevi quando avete a che fare con un detenuto, che molte volte avete davanti una persona migliore di quanto non lo siete voi».

Da anni – insieme ad Agnese Moro e Sabina Rossa che hanno avuto i loro padri uccisi durante la lotta armata degli anni ’70 – combatto contro la “Pena di Morte Viva” o, come la chiama Papa Francesco, la “Pena di morte nascosta”. Durante la giornata del 20 gennaio 2017, nella Casa di Reclusione di Padova, Agnese e Sabina sono intervenute (Agnese a distanza e Sabina di presenza) al convegno dal titolo: “Contro la pena di morte viva. Per il diritto a un fine pena che non uccida la vita”.

Ecco quanto ci ha consegnato Agnese:

(…) Questa volta non riesco ad essere con voi in questa giornata di riflessione sull’ergastolo e sulla necessità di abolire una pena che, essendo senza fine, uccide la speranza di tornare ad essere liberi; ferisce l'impegno costituzionale ad aiutare i colpevoli a rivedere criticamente la propria vita e a tornare tra noi a dare il proprio contributo alla vita sociale; punisce nella maniera più crudele e ingiusta coloro - grandi e piccini - che nutrono affetti profondi per chi è condannato a una pena tanto severa. Credo che la questione dell’abolizione dell'ergastolo, prima di riguardare la politica, riguardi tutti noi cittadini. Prima ed oltre una discussione in Parlamento è essenziale che ci sia una discussione larga, capillare, serena nelle nostre città e nei nostri paesi. (…) Bisogna sapere che le persone possono cambiare, che sono sempre molto di più del loro reato, e che, come dice la mia amica Grazia Grena, c'è dentro ognuno, qualunque cosa abbia fatto, qualche cosa di buono che può e deve essere illuminato. Anche se non ce ne accorgiamo la nostra società è desiderosa di intraprendere una simile discussione. Si tratta solo di farlo. Un abbraccio (Agnese).

Ed ecco parzialmente l’intervento di Sabina:

Vorrei iniziare il mio intervento prendendo in prestito alcune frasi di Carmelo Musumeci non solo perché le condivido ma anche perché ho potuto toccare con mano la veridicità delle sue parole: “Il carcere non mi ha fatto bene, non solo mi ha peggiorato ma mi ha fatto anche del male”. “Ciò che mi ha migliorato e cambiato non è stato il carcere ma un programma di rieducazione fatto dalla presenza delle persone care, dalle relazioni umane e sociali”. “In carcere si soffre per nulla, il nostro dolore non fa bene a nessuno, neppure alle vittime dei nostri reati, è difficile pensare al male che hai fatto fuori se ricevi male tutti i giorni”. (…).

Musumeci ci dice che dal carcere si dovrebbe uscire perché lo si merita, perché è stato fatto un certo percorso, perché c'è stata una crescita. Sono d'accordo con lui e credo che giustizia sia anche quella di prendere atto che, a tanti anni di distanza, quella persona non sia più quella di un tempo e che si sia realizzato un cambiamento nel profondo.

Quando è stata concessa la liberazione condizionale alla persona che ha sparato a mio padre l’ho considerato un atto giusto, mi sono sentita come se si fosse chiuso un cerchio e ho potuto posare a terra quello zaino che mi sono portata sulle spalle per tanto tempo. (Sabina)

 

Dostoevskij diceva: “Fatemi capire perché e come ho sbagliato e poi mi giudicherò e condannerò da solo, e sarò più severo di qualsiasi altro giudice”.

Agnese e Sabina hanno compreso questo e “puniscono” gli ergastolani con l’amore sociale. Forse anche perché hanno capito che dal male può nascere il bene. Basta andare a cercarlo dentro il cuore dei criminali. Per non fare il male bisogna conoscere anche il bene, ma purtroppo molti criminali non conoscono il bene perché hanno vissuto sempre nel male. Il libero arbitrio esiste solo quando tu conosci il bene e il male. E spesso i reati che abbiamo fatto rispecchiano il male del mondo dove vivevamo e, adesso, del carcere. Molti di noi, e non lo dico per cercare attenuanti, penso che siano stati quelli che hanno potuto essere, non certo quelli che sognavano di essere. Se continuano però a dirci che siamo irrecuperabili, che siamo dei mostri, che siamo cattivi, va a finire che ci crediamo e cerchiamo di esserlo anche dopo tanti anni di carcere. D’altronde come si può migliorare una persona con una pena che non ha mai fine?

Per questo, purtroppo, molti ergastolani si sentono ancora “colpevoli di essere innocenti”, anche se hanno commesso gravissimi reati.  Non si nasce delinquenti, ma purtroppo ci si diventa.

Un tempo c’erano in carcere giovani interpreti delle lotte sociali e politiche. Oggi vi sono in maggioranza giovani tossicodipendenti, immigrati e poi tante persone del sud detenute per reati di criminalità organizzata. Al sud, infatti, lo Stato è sempre stato assente e in alcuni casi è stato più mafioso dei mafiosi che ha usato e sfruttato per raggiungere consensi elettorali.

 

Grazie Sabina e Agnese di continuare a lottare per recuperare e migliorare le persone che vi hanno fatto del male.

Con il vostro impegno contribuite a sensibilizzare l’opinione pubblica che la pena dell’ergastolo è una morte interminabile che ti fa sperare in una morte istantanea come un regalo della pietà. La vostra testimonianza di vittime dà un senso ancora più profondo alle vostre parole.

 

Carmelo Musumeci

Gennaio 2017

venerdì 20 gennaio 2017

Ass. Opportunanda

FATTI E PAROLE 17 ASSOCIAZIONE OPPORTUNANDA




NEWS


MIGRANTI


DUE PAROLE


Migranti”. Termine diventato molto frequente, sia nelle conversazioni, sia sui giornali, sia nelle trasmissioni televisive.

Neologismo? Parola di moda? Eh, no. Termine che indica una realtà diventata drammaticamente attuale. I pareri al


riguardo sono contrastanti, al punto da creare divisioni, sia politiche che personali.

Un tempo il termine usato era “emigranti”, perché eravamo noi a lasciare il nostro paese per andare a cercare lavoro

all’estero, anche “nelle lontane Americhe” (per usare un’espressione del mio amato Collodi, autore di Pinocchio).
Ancora oggi i nostri giovani cercano lavoro all’estero per le gravi difficoltà che hanno qui al riguardo.

Ma il fenomeno di più vasta portata e che si va facendo ogni giorno più drammatico è quello della natura della nuova

emigrazione, proveniente da Sud del mondo. Si tratta di un fenomeno drammatico soprattutto perché riguarda persone

costrette a fuggire dal proprio paese a causa di guerre, di fame, di persecuzioni di vario genere. Lasciano TUTTO,

fidandosi di personaggi disonesti che per cifre esorbitanti offrono un posto stipato su barconi non sicuri, causa molto


frequente di annegamento, di gravi divisioni, di malattie.

Che cosa vuol dire tutto questo per la nostra associazione? Opportunanda non è un centro di accoglienza stranieri, ma
è comunque un’associazione che accoglie quando e come può, in tante forme delle quali abbiamo già parlato nei nostri


precedenti numeri di FATTI E PAROLE.

Come al solito, in questo notiziario, diamo spazio a chi vive la realtà e cercheremo di farlo con tutta la difficoltà che

questo comporta. Ma prima di questo, per rispondere alla domanda che cosa sia cambiato a Opportunanda da quando

l’accoglienza si è aperta inevitabilmente a tanti stranieri, abbiamo intervistato Sergio, nostra “colonna” del Centro

Diurno, presente a Opportunanda fin dalla sua fondazione. E poi saranno alcuni migranti stessi che racconteranno…

L.

Per ulteriori notizie sul tema dei migranti cfr. “oggi su MIGRANTI.Torino.it”
LA PAROLA A…


….Sergio: “Prima del 2012 gli immigrati che frequentavano Opportunanda rappresentavano il 50% degli ospiti del


Centro Diurno. Dopo quella data sono aumentati progressivamente fino ad arrivare, oggi, all’85% dei “passaggi”.


Nonostante ciò non sono stati apportati significativi cambiamenti all’organizzazione del centro, che costituisce un punto

di passaggio o di incontro tra persone appartenenti a gruppi etnici omogenei, assolutamente slegati rispetto a quelli di

altra provenienza.
Il gruppo più numeroso proviene dal Marocco, seguito, fino ad alcuni anni fa, da Sudanesi e abitanti del Kashmir.

Attualmente non abbiamo più registrato presenze di asiatici, mentre sono aumentati gli africani del Senegal, Mali,

Ghana, Congo.


Noi volontari ed operatori incontriamo notevoli difficoltà a comunicare con queste persone, sia per motivi linguistici che

per la ritrosia non solo a parlare di sé, ma anche a rivelare il proprio nome: quasi tutti sono clandestini e temono di finire

nel circuito dei CIE! Ne consegue che gli unici scambi verbali consistono in richieste di semplici informazioni agli

operatori o di denaro al centro di ascolto. Così diventano molto più difficili anche l’accompagnamento e l’aiuto

concreto…
Secondo me, queste persone non cercano in Opportunanda assimilazione o integrazione, ma solo un luogo caldo e

accogliente dove trascorrere una parte della giornata.


Tutto questo se non crea problemi nella gestione del centro diurno, risulta però una mancanza di risorse: solo in

qualche caso isolato, come quello del prossimo intervistato, uno straniero mette a disposizione degli altri frequentatori

conoscenze e competenze”.

…Ismael: “Arrivo dal Perù, vivo in Italia da tre anni e sono venuto a Torino, perché qui si era trasferita la mia mamma



alcuni anni prima. Non ho incontrato grandi difficoltà ad arrivare, perché ho ottenuto un visto regolare. L’unico problema
è stato il costo del biglietto aereo! Ora però il visto è scaduto e non ho potuto rinnovarlo per motivi burocratici. Non ho

incontrato alcun problema di accoglienza e integrazione, sia perché come ho già detto, mia madre mi ha aperto la

strada, sia perché mi piacciono moltissimo la cultura e le città italiane, che ho avuto modo di conoscere. Sono una


persona molto socievole e curiosa, mi piace molto parlare e comunicare e questo mi ha permesso di trovare molti amici
qui in Italia. Sono stato molto aiutato anche dal mio mestiere di parrucchiere, che mi ha messo in contatto con

moltissime persone e mi ha fatto conoscere Opportunanda. Alcuni clienti del negozio in cui lavoravo mi hanno parlato

dell’associazione, con la quale sono stato messo in contatto due anni fa. Da allora vengo qui una volta alla settimana



a prestare il mio servizio gratuito, tagliando capelli e barbe…

Vivere in Italia mi piace molto, non ho alcun desiderio di tornare in Perù, anche perché la mia famiglia è qui. Vorrei solo

poter regolarizzare al più presto la mia situazione, ma per il momento manca la normativa adatta…”

(Facebook: Ismael Cauti)

…Ortense: “Il mio paese d’origine è la Repubblica Democratica del Congo, da cui sono partita sei anni fa per


raggiungere mio marito che si trovava a Torino come rifugiato. Posso dire di aver avuto “tre vite”: la prima , quella


trascorsa con mio marito, grazie al quale non ho avuto alcun problema di inserimento.

La seconda è stata la più triste e dolorosa, a causa della sua morte per la quale ho provato una terribile sofferenza. Da
quel momento sono diventata una “senza dimora”, ho cominciato a girovagare alla ricerca di un riparo, ho dormito

nella sala d’aspetto del pronto soccorso di diversi ospedali… Grazie ad un’amica ho conosciuto Opportunanda e


ho chiesto aiuto a Giacomina, che però all’epoca non ha potuto inserirmi in una convivenza e quindi mi ha fornito solo
l’elenco dei dormitori. Ho quindi iniziato la mia peregrinazione tra un dormitorio e l’altro, mentre la mia salute


sembrava peggiorare. Molte volte la preoccupazione e l’ansia per la mancanza di un riparo mi hanno causato forti

palpitazioni: temevo proprio di essere diventata cardiopatica!
Finalmente, quattordici mesi fa è iniziata la mia “terza vita”: sono stata inserita nell’alloggio di Via Canova e da


allora mi pare sia iniziata una fase positiva: non ho più avuto palpitazioni e da un po’ di tempo ho anche trovato un

lavoro!

Opportunanda è la mia salvezza e voglio molto bene a Giacomina, Vittoria, Claudia a chi frequenta l’associazione…

Mi piacerebbe tornare al mio paese, almeno per rivedere i miei parenti, ma finora non potevo permettermi il costo del

biglietto. Ora che lavoro, cerco di risparmiare per poterlo acquistare. Non voglio però rimanere a vivere lì, perché la

situazione politica è ancora molto critica…
Scriva pure il mio nome sull’articolo: io non ho nessun problema a raccontare la mia storia, soprattutto per dare

coraggio a chi vive situazioni come quelle che ho dovuto affrontare io: voglio dire a queste persone che bisogna

credere e lottare sempre per una nuova vita!
T.
ACCADE A OPPORTUNANDA


Il mese di dicembre è ogni anno colmo di avvenimenti di vario genere e gli operatori e i volontari sono impegnati in mille

modi.
-Il 1° del mese c’è stata la “festa natalizia” dell’associazione, condotta brillantemente da Gabriella che ha illustrato le


varie attività di Opportunanda, servendosi anche di interviste ai vari protagonisti, mentre su uno schermo scorrevano

delle slide che illustravano ogni cosa. Di tanto in tanto c’era un intervallo durante il quale si esibiva il nostro coro sempre

vivo con tante belle voci e l’accompagnamento della chitarra dell’operatore Andrea.
-Come ormai da sette anni, il 12 dicembre si è svolta al Lingotto la festa “Fiat partecipazioni per Opportunanda”.


L’amico Mario, con la sua grande fantasia, pensa ogni anno nuovi eventi finalizzati a raccolta fondi. Quest’anno: una

vendita all’asta, una lotteria, una pesca di beneficenza, un torneo di calcetto e i soliti banchetti natalizi. La cifra raccolta
ci fa dire “Grazie di cuore”!

-Il 26 dicembre nei locali di una scuola c’è stata la consueta cena di Natale alla quale erano presenti 210 persone. In


tanti hanno collaborato e il menù - agnolotti al ragù, assortimento di arrosti, panettoni, offerti da varie persone - ha

entusiasmato i commensali. Come avviene da alcuni anni, la festa è stata allietata da canti, fisarmoniche, danze…

-I bambini della quinta elementare di questa scuola a novembre erano venuti a trovarci con la maestra per farsi

raccontare che cos’è Opportunanda. In quel giorno c’era il nostro coro e i bambini si erano aggregati a cantare insieme.

Ci avevano detto che cosa avrebbero potuto fare e noi avevamo chiesto cibi di lunga conservazione. Prima dell’inizio

delle vacanze ci hanno portato quanto raccolto: olio, pasta, tonno, legumi, biscotti, raccolti in cento pacchetti.
-A Opportunanda c’è stato anche un mini-cenone di Capodanno con la partecipazione di una trentina di persone.


-Nel mese di dicembre si è svolta la festa dei trent’anni della federazione fio.PSD di cui fa parte anche Opportunanda e
la conferenza internazionale Housing First C’è solo una strada: la casa.


-Rispetto ai percorsi lavorativi, continua l’inserimento nel progetto di reciproca solidarietà presso la casa del Quartiere,

mentre si sta seguendo una borsa lavoro finanziata dalla Compagnia san Paolo.

L.
PROSSIMAMENTE


Stanno riprendendo tutti i laboratori e le cene quindicinali del mercoledì.


Lilli e Almerino sono stati invitati nel prossimo mese di febbraio dalla parrocchia Divina Provvidenza a parlare del

problema dei senza-dimora e dell’attività di Opportunanda.
LE BANCHE FALLISCONO?

GLI INVESTIMENTI VANNO IN FUMO?


INVESTI IL TUO CINQUE PER MILLE

PER L’ASSOCIAZIONE OPPORTUNANDA!

UTILE GARANTITO


PER CHI BENEFICIA DEI NOSTRI AIUTI!

…NOSTRO CODICE FISCALE: 97560450013

ASSOCIAZIONE OPPORTUNANDA Via Sant’Anselmo 21 - 10125 Torino

Centro Diurno: Via Sant’Anselmo 28 Tel./Fax 011-6507306

Sito: www.opportunanda.it e-mail : segreteria@opportunanda.it

Cod.Fisc. 97560450013 - conto corrente postale 29797107



IBAN IT59O076 0101 0000 0002 9797 107

lunedì 16 gennaio 2017

Giustizia e carceri secondo papa Francesco


Recensione di un uomo ombra semilibero a

“Giustizia e carceri secondo papa Francesco”

“Il carcere come punizione. E questo non è buono. Non c’è una vera pena senza speranza. Se una pena non ha speranza, non è una pena cristiana, non è umana. Per questo, la pena di morte non va. L’ergastolo, così freddo, è una pena di morte un po’ coperta.” (Papa Francesco)

Patrizio Gonnella e Marco Ruotolo hanno curato il libro, appena uscito, dal titolo “Giustizia e carceri secondo papa Francesco” (edito da Jaca Book, prezzo 14 euro) per commentare il discorso del Santo Padre alla delegazione dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale. Fra i vari importanti contributi di persone autorevoli c’è anche quello modesto di un ergastolano, in carcere da un quarto di secolo, condannato e maledetto dalla giustizia ad essere cattivo e colpevole per sempre: il mio. Mentre lo scrivevo, chiuso nella mia cella, immaginavo di parlare con lui. Questo è un dialogo inedito fra il mio cuore e quello di Papa Francesco. E adesso ho pensato, per promuovere questo libro, di renderlo pubblico con la raccomandazione di leggere questo libro e di farlo leggere a tutti quelli che la pensano diversamente da voi.

 

Papa Francesco: Viviamo in tempi nei quali, tanto da alcuni settori della politica come da parte di alcuni mezzi di comunicazione, si incita talvolta alla violenza e alla vendetta, pubblica e privata.

Un uomo ombra: Penso di non conoscere a fondo l’amore di Dio, ma conosco bene l’odio degli uomini che mi tengono prigioniero come un animale in gabbia.

 

Papa Francesco: Populismo penale, in questo contesto negli ultimi decenni si è diffusa la convinzione che attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina.

Un uomo ombra: Le prigioni, così come sono, sono fabbriche di odio ed è difficile migliorare le persone con la violenza e la sofferenza. Il carcere in questo modo ci trasforma in mostri perché qui non esiste l’amore, esistono solo i disvalori. Se siamo uomini non possiamo stare solo anni e anni chiusi in una cella, dovremmo stare insieme ad altri uomini migliori di noi.

 

Papa Francesco: Molti giudici e operatori del sistema penale devono svolgere la loro mansione sotto la pressione dei mezzi di comunicazione di massa, di alcuni politici senza scrupoli e delle pulsioni di vendetta che serpeggiano nella società.

Un uomo ombra: Sono fortemente convinto che perdonare è più facile di essere perdonato. Il perdono ti fa amare il mondo, la vendetta te lo fa odiare. Il perdono è la migliore vendetta che una società può dare, perché fa incredibilmente tirare fuori il senso di colpa per il male fatto. Molti non sanno amare perché non sono amati, altri hanno l’amore nel cuore e non lo sanno. Una persona che ha infranto la legge di Dio e degli uomini per essere recuperato non dovrebbe avere bisogno di sbarre, ma di essere amato come una persona libera, se non di più. E una persona perbene per smettere di essere disonesta deve imparare ad amare tutto e tutti, perché chi ama fa innanzi tutto bene a se stesso, perché solo l’amore ti fa diventare felice.

 

Papa Francesco: Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono dunque chiamati oggi a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà. E questo, io lo collego con l’ergastolo. In Vaticano, poco tempo fa, nel Codice penale del Vaticano, non c’è più, l’ergastolo. L’ergastolo è una pena di morte nascosta.

Un uomo ombra: L’ergastolo è una pena di morte a gocce. È sbagliato dire che assomiglia alla pena di morte perché è molto peggio, dato che la pena di morte si sconta da morto e la pena dell’ergastolo si sconta da vivo. Con la pena di morte finisce la punizione e la vita… invece con la pena dell’ergastolo inizia un’agonia che durerà per tutta la vita. Gli ergastolani vivono distaccati ed estraniati da tutti gli altri prigionieri, nel nostro mondo di solitudine e ombra. Per noi morire è la cosa più facile, invece vivere è la cosa più difficile. Sogno spesso di avere un fine pena per avere un calendario in cella per segnare i giorni, i mesi e gli anni che passano.

 

Papa Francesco: La forma di tortura è a volte quella che si applica mediante la reclusione in carcere di massima sicurezza.

Un uomo ombra: Spesso sono stanco di fare battere il mio cuore fra quattro mura… prigioniero in fondo agli abissi, ferito da uomini dal cuore sporco e la fedina penale pulita. Sono stanco di essere chiuso e solo senza speranza… seguendo sogni con occhi aperti e spenti. Sono stanco di essere solo un’ombra che vive al buio e spera nella morte ma continua a cercare la vita e la luce. Sono stanco di esistere… di ascoltare i miei lamenti… che mi penetrano… mi lacerano… mi distruggono.

 

Papa Francesco: Molte di tali forme di criminalità non potrebbero mai essere commesse senza la complicità, attiva od ommissiva, delle pubbliche autorità.

Un uomo ombra: La grande criminalità organizzata, finanziaria e politica non potrebbe esistere senza la complicità di una parte dei poteri forti.

 

Papa Francesco: Il corrotto attraversa la vita con le scorciatoie dell’opportunismo, con l’aria di chi dice: “Non sono stato io”, arrivando a interiorizzare la sua maschera di uomo onesto. La corruzione è un male più grande del peccato. La sanzione penale è selettiva. È come una rete che cattura solo i pesci piccoli, mentre lascia i grandi liberi nel mare.

Un uomo ombra: Spesso i buoni si sentono cattivi per cercare di diventare buoni. Invece i cattivi fingono di essere buoni per cercare di diventare ancora più cattivi.

 

Papa Francesco: La cautela nell’applicazione della pena dev’essere il principio che regge i sistemi penali, e la piena vigenza e operatività del principio pro homine deve garantire che gli Stati non vengano abilitati, giuridicamente o in via di fatto, a subordinare il rispetto della dignità della persona umana a qualsiasi altra finalità, anche quando si riesca a raggiungere una qualche sorta di utilità sociale.

Un uomo ombra: Il carcere è l’inferno, una terra di nessuno dove spesso sei da solo contro tutti. Un luogo pieno di conflitti, di odio, silenzi, delatori, sofferenza e ingiustizia, ma anche di tanta umanità, forse molto di più di quella che c’è fuori o che un giorno potrai trovare in paradiso. E quando un detenuto si suicida, è un po’ come se morissi anch’io. Molti dicono che togliersi la vita è una scelta sbagliata, ma io non sarò sicuro fin quando non ci proverò. Spesso in carcere ci si toglie la vita solo per smettere di soffrire perché per molti la vita in carcere è peggiore della morte. Papa Francesco, presto, se non l’hanno già fatto, i nostri politici, governanti e le persone con la fedina penale pulita che vanno a messa alla domenica ingannando Dio e se stessi, si dimenticheranno delle tue umane e illuminate parole, del tuo bellissimo intervento, ma non le dimenticheranno mai gli uomini ombra e i detenuti di tutto il mondo.

 

Carmelo Musumeci

Gennaio 2017
www.carmelomusumeci.com