venerdì 20 settembre 2013

intervista al papa

19 settembre 2013 Antonio Spadaro S.I. - Civiltà Cattolica
La Chiesa, l'uomo, le sue ferite: l'intervista a papa Francesco
Santa Marta, lunedì 19 agosto ore 9,50
È lunedì 19 agosto. Papa Francesco mi ha dato appuntamento alle 10,00 in Santa Marta. Io però eredito da mio padre la necessità di arrivare sempre in anticipo. Le persone che mi accolgono mi fanno accomodare in una saletta. L’attesa dura poco, e dopo un paio di minuti vengo accompagnato a prendere l’ascensore. Nei due minuti ho avuto il tempo di ricordare quando a Lisbona, in una riunione di direttori di alcune riviste della Compagnia di Gesù, era emersa la proposta di pubblicare tutti insieme un’intervista al Papa. Avevo discusso con gli altri direttori, ipotizzando alcune domande che esprimessero gli interessi di tutti. Esco dall’ascensore e vedo il Papa già sulla porta ad attendermi. Anzi, in realtà, ho avuto la piacevole impressione di non aver varcato porte.
Entro nella sua stanza e il Papa mi fa accomodare su una poltrona. Lui si siede su una sedia più alta e rigida a causa dei suoi problemi alla schiena. L’ambiente è semplice, austero. Lo spazio di lavoro della scrivania è piccolo. Sono colpito dalla essenzialità non solamente degli arredi, ma anche delle cose. Ci sono pochi libri, poche carte, pochi oggetti. Tra questi un’icona di San Francesco, una statua di Nostra Signora di Luján, Patrona dell’Argentina, un crocifisso e una statua di san Giuseppe dormiente, molto simile a quella che avevo visto nella sua camera di rettore e superiore provinciale presso il Colegio Máximo di San Miguel. La spiritualità di Bergoglio non è fatta di «energie armonizzate», come le chiamerebbe lui, ma di volti umani: Cristo, san Francesco, san Giuseppe, Maria.
Il Papa mi accoglie col sorriso che ormai ha fatto più volte il giro del mondo e che apre i cuori. Cominciamo a parlare di tante cose, ma soprattutto del suo viaggio in Brasile. Il Papa lo considera una vera grazia. Gli chiedo se si è riposato. Lui mi dice di sì, che sta bene, ma soprattutto che la Giornata Mondiale della Gioventù è stata per lui un «mistero». Mi dice che non è mai stato abituato a parlare a tanta gente: «Io riesco a guardare le singole persone, una alla volta, a entrare in contatto in maniera personale con chi ho davanti. Non sono abituato alle masse». Gli dico che è vero, e che si vede, e che questo colpisce tutti. Si vede che, quando lui è in mezzo alla gente, i suoi occhi in realtà si posano sui singoli. Poi le telecamere proiettano le immagini e tutti possono vederle, ma così lui può sentirsi libero di restare in contatto diretto, almeno oculare, con chi ha davanti a sé. Mi sembra contento di questo, cioè di poter essere quel che è, di non dover alterare il suo modo ordinario di comunicare con gli altri, anche quando ha davanti a sé milioni di persone, come è accaduto sulla spiaggia di Copacabana.
Prima che io accenda il registratore parliamo anche d’altro. Commentando una mia pubblicazione, mi ha detto che i due pensatori francesi contemporanei che predilige sono Henri de Lubac e Michel de Certeau. Gli dico anche qualcosa di più personale. Anche lui mi parla di sé e in particolare della sua elezione al Pontificato. Mi dice che quando ha cominciato a rendersi conto che rischiava di essere eletto, il mercoledì 13 marzo a pranzo, ha sentito scendere su di lui una profonda e inspiegabile pace e consolazione interiore insieme a un buio totale, a una oscurità profonda su tutto il resto. E questi sentimenti lo hanno accompagnato fino all’elezione.
In realtà avrei continuato a parlare così familiarmente per tanto tempo ancora, ma prendo i fogli con alcune domande che avevo annotato e accendo il registratore. Innanzitutto lo ringrazio a nome di tutti i direttori delle riviste dei gesuiti che pubblicheranno questa intervista.
Poco prima dell’udienza che ha concesso ai gesuiti della Civiltà Cattolica il 14 giugno scorso, il Papa mi aveva parlato della sua grande difficoltà a rilasciare interviste. Mi aveva detto che preferisce pensare più che dare risposte di getto in interviste sul momento. Sente che le risposte giuste gli vengono dopo aver dato la prima risposta: «non ho riconosciuto me stesso quando sul volo di ritorno da Rio de Janeiro ho risposto ai giornalisti che mi facevano le domande», mi dice. Ma è vero: in questa intervista più volte il Papa si è sentito libero di interrompere quel che stava dicendo rispondendo a una domanda, per aggiungere qualcosa sulla precedente. Parlare con Papa Francesco in realtà è una sorta di flusso vulcanico di idee che si annodano tra loro. Persino prendere appunti mi dà la spiacevole sensazione di interrompere un dialogo sorgivo. È chiaro che Papa Francesco è abituato più alla conversazione che alla lezione.
Chi è Jorge Mario Bergoglio?
Ho la domanda pronta, ma decido di non seguire lo schema che mi ero prefisso, e gli chiedo un po’ a bruciapelo: «Chi è Jorge Mario Bergoglio?». Il Papa mi fissa in silenzio. Gli chiedo se è una domanda che è lecito porgli… Lui fa cenno di accettare la domanda e mi dice: «non so quale possa essere la definizione più giusta… Io sono un peccatore. Questa è la definizione più giusta. E non è un modo di dire, un genere letterario. Sono un peccatore».
Il Papa continua a riflettere, compreso, come se non si aspettasse quella domanda, come se fosse costretto a una riflessione ulteriore.
«Sì, posso forse dire che sono un po’ furbo, so muovermi, ma è vero che sono anche un po’ ingenuo. Sì, ma la sintesi migliore, quella che mi viene più da dentro e che sento più vera, è proprio questa: “sono un peccatore al quale il Signore ha guardato”». E ripete: «io sono uno che è guardato dal Signore. Il mio motto Miserando atque eligendo l’ho sentito sempre come molto vero per me».
Il motto di Papa Francesco è tratto dalle Omelie di san Beda il Venerabile, il quale, commentando l’episodio evangelico della vocazione di san Matteo, scrive: «Vide Gesù un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: Seguimi».
E aggiunge: «il gerundio latino miserando mi sembra intraducibile sia in italiano sia in spagnolo. A me piace tradurlo con un altro gerundio che non esiste: misericordiando».
Papa Francesco continua nella sua riflessione e mi dice, facendo un salto di cui sul momento non comprendo il senso: «Io non conosco Roma. Conosco poche cose. Tra queste Santa Maria Maggiore: ci andavo sempre». Rido e gli dico: «lo abbiamo capito tutti molto bene, Santo Padre!». «Ecco, sì — prosegue il Papa —, conosco Santa Maria Maggiore, San Pietro… ma venendo a Roma ho sempre abitato in via della Scrofa. Da lì visitavo spesso la chiesa di San Luigi dei Francesi, e lì andavo a contemplare il quadro della vocazione di san Matteo di Caravaggio». Comincio a intuire cosa il Papa vuole dirmi.
«Quel dito di Gesù così… verso Matteo. Così sono io. Così mi sento. Come Matteo». E qui il Papa si fa deciso, come se avesse colto l’immagine di sé che andava cercando: «È il gesto di Matteo che mi colpisce: afferra i suoi soldi, come a dire: “no, non me! No, questi soldi sono miei!”. Ecco, questo sono io: “un peccatore al quale il Signore ha rivolto i suoi occhi”. E questo è quel che ho detto quando mi hanno chiesto se accettavo la mia elezione a Pontefice». Quindi sussurra: «Peccator sum, sed super misericordia et infinita patientia Domini nostri Jesu Christi confisus et in spiritu penitentiae accepto».
Perché si è fatto gesuita?
Comprendo che questa formula di accettazione è per Papa Francesco anche una carta di identità. Non c’era più altro da aggiungere. Proseguo con quella che avevo scelto come prima domanda: «Santo Padre, che cosa l’ha spinta a scegliere di entrare nella Compagnia di Gesù? Che cosa l’ha colpita dell’Ordine dei gesuiti?». «Io volevo qualcosa di più. Ma non sapevo che cosa. Ero entrato in seminario. I domenicani mi piacevano e avevo amici domenicani. Ma poi ho scelto la Compagnia, che ho conosciuto bene perché il seminario era affidato ai gesuiti. Della Compagnia mi hanno colpito tre cose: la missionarietà, la comunità e la disciplina. Curioso questo, perché io sono un indisciplinato nato, nato, nato. Ma la loro disciplina, il modo di ordinare il tempo, mi ha colpito tanto». «E poi una cosa per me davvero fondamentale è la comunità. Cercavo sempre una comunità. Io non mi vedevo prete solo: ho bisogno di comunità. E lo si capisce dal fatto che sono qui a Santa Marta: quando sono stato eletto, abitavo per sorteggio nella stanza 207. Questa dove siamo adesso era una camera per gli ospiti. Ho scelto di abitare qui, nella camera 201, perché quando ho preso possesso dell’appartamento pontificio, dentro di me ho sentito distintamente un “no”.
L’appartamento pontificio nel Palazzo Apostolico non è lussuoso. È antico, fatto con buon gusto e grande, non lussuoso. Ma alla fine è come un imbuto al rovescio. È grande e spazioso, ma l’ingresso è davvero stretto. Si entra col contagocce, e io no, senza gente non posso vivere. Ho bisogno di vivere la mia vita insieme agli altri». Mentre il Papa parla di missione e di comunità, mi vengono in mente tutti quei documenti della Compagnia di Gesù in cui si parla di «comunità per la missione» e li ritrovo nelle sue parole.
Che cosa significa per un gesuita essere Papa?
Voglio proseguire su questa linea e pongo al Papa una domanda a partire dal fatto che lui è il primo gesuita ad essere eletto Vescovo di Roma: «Come legge il servizio alla Chiesa universale che lei è stato chiamato a svolgere alla luce della spiritualità ignaziana? Che cosa significa per un gesuita essere eletto Papa? Quale punto della spiritualità ignaziana la aiuta meglio a vivere il suo ministero?». «Il discernimento», risponde Papa Francesco. «Il discernimento è una delle cose che più ha lavorato interiormente sant’Ignazio. Per lui è uno strumento di lotta per conoscere meglio il Signore e seguirlo più da vicino. Mi ha sempre colpito una massima con la quale viene descritta la visione di Ignazio:Non coerceri a maximo, sed contineri a minimo divinum est. Ho molto riflettuto su questa frase in ordine al governo, ad essere superiore: non essere ristretti dallo spazio più grande, ma essere in grado di stare nello spazio più ristretto. Questa virtù del grande e del piccolo è la magnanimità, che dalla posizione in cui siamo ci fa guardare sempre l’orizzonte. È fare le cose piccole di ogni giorno con un cuore grande e aperto a Dio e agli altri. È valorizzare le cose piccole all’interno di grandi orizzonti, quelli del Regno di Dio». «Questa massima offre i parametri per assumere una posizione corretta per il discernimento, per sentire le cose di Dio a partire dal suo “punto di vista”. Per sant’Ignazio i grandi princìpi devono essere incarnati nelle circostanze di luogo, di tempo e di persone. A suo modo Giovanni XXIII si mise in questa posizione di governo quando ripeté la massima Omnia videre, multa dissimulare, pauca corrigere, perché, pur vedendo omnia, la dimensione massima, riteneva di agire su pauca, su una dimensione minima. Si possono avere grandi progetti e realizzarli agendo su poche minime cose. O si possono usare mezzi deboli che risultano più efficaci di quelli forti, come dice anche san Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi». «Questo discernimento richiede tempo. Molti, ad esempio, pensano che i cambiamenti e le riforme possano avvenire in breve tempo. Io credo che ci sia sempre bisogno di tempo per porre le basi di un cambiamento vero, efficace. E questo è il tempo del discernimento. E a volte il discernimento invece sprona a fare subito quel che invece inizialmente si pensa di fare dopo. È ciò che è accaduto anche a me in questi mesi. Il discernimento si realizza sempre alla presenza del Signore, guardando i segni, ascoltando le cose che accadono, il sentire della gente, specialmente i poveri. Le mie scelte, anche quelle legate alla normalità della vita, come l’usare una macchina modesta, sono legate a un discernimento spirituale che risponde a una esigenza che nasce dalle cose, dalla gente, dalla lettura dei segni dei tempi. Il discernimento nel Signore mi guida nel mio modo di governare». «Ecco, invece diffido delle decisioni prese in maniera improvvisa. Diffido sempre della prima decisione, cioè della prima cosa che mi viene in mente di fare se devo prendere una decisione. In genere è la cosa sbagliata. Devo attendere, valutare interiormente, prendendo il tempo necessario. La sapienza del discernimento riscatta la necessaria ambiguità della vita e fa trovare i mezzi più opportuni, che non sempre si identificano con ciò che sembra grande o forte».
La Compagnia di Gesù
Il discernimento è dunque un pilastro della spiritualità del Papa. In questo si esprime in maniera peculiare la sua identità gesuitica. Gli chiedo quindi come pensa che la Compagnia di Gesù possa servire la Chiesa oggi, quale sia la sua peculiarità, ma anche gli eventuali rischi che corre. «La Compagnia è un’istituzione in tensione, sempre radicalmente in tensione. Il gesuita è un decentrato. La Compagnia è in se stessa decentrata: il suo centro è Cristo e la sua Chiesa. Dunque: se la Compagnia tiene Cristo e la Chiesa al centro, ha due punti fondamentali di riferimento del suo equilibrio per vivere in periferia. Se invece guarda troppo a se stessa, mette sé al centro come struttura ben solida, molto ben “armata”, allora corre il pericolo di sentirsi sicura e sufficiente. La Compagnia deve avere sempre davanti a sé il Deus semper maior, la ricerca della gloria di Dio sempre maggiore, la Chiesa Vera Sposa di Cristo nostro Signore, Cristo Re che ci conquista e al quale offriamo tutta la nostra persona e tutta la nostra fatica, anche se siamo vasi di argilla, inadeguati. Questa tensione ci porta continuamente fuori da noi stessi. Lo strumento che rende veramente forte la Compagnia decentrata è poi quello, insieme paterno e fraterno, del “rendiconto di coscienza”, proprio perché la aiuta a uscire meglio in missione». Qui il Papa si riferisce a un punto specifico delle Costituzionidella Compagnia di Gesù nel quale si legge che il gesuita deve «manifestare la sua coscienza», cioè la situazione interiore che vive, in modo che il superiore possa essere più consapevole e accorto nell’inviare una persona alla sua missione. «Ma è difficile parlare della Compagnia — prosegue Papa Francesco —. Quando si esplicita troppo, si corre il rischio di equivocare. La Compagnia si può dire solamente in forma narrativa. Solamente nella narrazione si può fare discernimento, non nella esplicazione filosofica o teologica, nelle quali invece si può discutere. Lo stile della Compagnia non è quello della discussione, ma quello del discernimento, che ovviamente suppone la discussione nel processo. L’aura mistica non definisce mai i suoi bordi, non completa il pensiero. Il gesuita deve essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto. Ci sono state epoche nella Compagnia nelle quali si è vissuto un pensiero chiuso, rigido, più istruttivo-ascetico che mistico: questa deformazione ha generato l’Epitome Instituti». Qui il Papa si sta riferendo a una specie di riassunto pratico in uso nella Compagnia e riformulato nel XX secolo, che venne visto come un sostitutivo delle Costituzioni. La formazione dei gesuiti sulla Compagnia per un certo tempo fu plasmata da questo testo, a tal punto che qualcuno non lesse mai le Costituzioni, che invece sono il testo fondativo. Per il Papa, durante questo periodo nella Compagnia le regole hanno rischiato di sopraffare lo spirito, e ha vinto la tentazione di esplicitare e dichiarare troppo il carisma.
Prosegue: «No, il gesuita pensa sempre, in continuazione, guardando l’orizzonte verso il quale deve andare, avendo Cristo al centro. Questa è la sua vera forza. E questo spinge la Compagnia ad essere in ricerca, creativa, generosa. Dunque, oggi più che mai, deve essere contemplativa nell’azione; deve vivere una vicinanza profonda a tutta la Chiesa, intesa come “popolo di Dio” e “santa madre Chiesa gerarchica”. Questo richiede molta umiltà, sacrificio, coraggio, specialmente quando si vivono incomprensioni o si è oggetto di equivoci e calunnie, ma è l’atteggiamento più fecondo. Pensiamo alle tensioni del passato sui riti cinesi, sui riti malabarici, nelle riduzioni in Paraguay». «Io stesso sono testimone di incomprensioni e problemi che la Compagnia ha vissuto anche di recente. Tra queste vi furono i tempi difficili di quando si trattò della questione di estendere il “quarto voto” di obbedienza al Papa a tutti i gesuiti. Quello che a me dava sicurezza al tempo di padre Arrupe era il fatto che lui fosse un uomo di preghiera, un uomo che passava molto tempo in preghiera. Lo ricordo quando pregava seduto per terra, come fanno i giapponesi. Per questo lui aveva l’atteggiamento giusto e prese le decisioni corrette».
Il modello: Pietro Favre, «prete riformato»
A questo punto mi chiedo se tra i gesuiti ci siano figure, dalle origini della Compagnia ad oggi, che lo abbiano colpito in maniera particolare. E così chiedo al Pontefice se ci sono, quali sono e perché. Il Papa comincia a citarmi Ignazio e Francesco Saverio, ma poi si sofferma su una figura che i gesuiti conoscono, ma che certo non è molto nota in generale: il beato Pietro Favre (1506- 1546), savoiardo. È uno dei primi compagni di sant’Ignazio, anzi il primo, con il quale egli condivideva la stanza quando i due erano studenti alla Sorbona. Il terzo nella stessa stanza era Francesco Saverio. Pio IX lo dichiarò beato il 5 settembre 1872, ed è in corso il processo di canonizzazione. Mi cita una edizione del suo Memoriale che lui fece curare da due gesuiti specialisti, Miguel A. Fiorito e Jaime H. Amadeo, quando era superiore provinciale. Una edizione che al Papa piace particolarmente è quella a cura di Michel de Certeau. Gli chiedo quindi perché è colpito proprio dal Favre, quali tratti della sua figura lo impressionano. «Il dialogo con tutti, anche i più lontani e gli avversari; la pietà semplice, una certa ingenuità forse, la disponibilità immediata, il suo attento discernimento interiore, il fatto di essere uomo di grandi e forti decisioni e insieme capace di essere così dolce, dolce…». Mentre Papa Francesco fa questo elenco di caratteristiche personali del suo gesuita preferito, comprendo quanto questa figura sia stata davvero per lui un modello di vita. Michel de Certeau definisce Favre semplicemente il «prete riformato», per il quale l’esperienza interiore, l’espressione dogmatica e la riforma strutturale sono intimamente indissociabili. Mi sembra di capire, dunque, che Papa Francesco si ispiri proprio a questo genere di riforma. Quindi il Papa prosegue con una riflessione sul vero volto del fundador. «Ignazio è un mistico, non un asceta. Mi arrabbio molto quando sento dire che gli Esercizi spirituali sono ignaziani solamente perché sono fatti in silenzio. In realtà gli Esercizi possono essere perfettamente ignaziani anche nella vita corrente e senza il silenzio. Quella che sottolinea l’ascetismo, il silenzio e la penitenza è una corrente deformata che si è pure diffusa nella Compagnia, specialmente in ambito spagnolo. Io sono vicino invece alla corrente mistica, quella di Louis Lallemant e di Jean-Joseph Surin. E Favre era un mistico».
L’esperienza di governo
Quale tipo di esperienza di governo può far maturare la formazione avuta da padre Bergoglio, che è stato prima superiore e poi superiore provinciale nella Compagnia di Gesù? Lo stile di governo della Compagnia implica la decisione da parte del superiore, ma anche il confronto con i suoi «consultori». E così chiedo al Papa: «Pensa che la sua esperienza di governo del passato possa servire alla sua attuale azione di governo della Chiesa universale?». Papa Francesco dopo una breve pausa di riflessione si fa serio, ma molto sereno. «Nella mia esperienza di superiore in Compagnia, a dire il vero, io non mi sono sempre comportato così, cioè facendo le necessarie consultazioni. E questa non è stata una cosa buona. Il mio governo come gesuita all’inizio aveva molti difetti. Quello era un tempo difficile per la Compagnia: era scomparsa una intera generazione di gesuiti. Per questo mi son trovato Provinciale ancora molto giovane. Avevo 36 anni: una pazzia. Bisognava affrontare situazioni difficili, e io prendevo le mie decisioni in maniera brusca e personalista. Sì, devo aggiungere però una cosa: quando affido una cosa a una persona, mi fido totalmente di quella persona. Deve fare un errore davvero grande perché io la riprenda. Ma, nonostante questo, alla fine la gente si stanca dell’autoritarismo. Il mio modo autoritario e rapido di prendere decisioni mi ha portato ad avere seri problemi e ad essere accusato di essere ultraconservatore. Ho vissuto un tempo di grande crisi interiore quando ero a Cordova. Ecco, no, non sono stato certo come la Beata Imelda, ma non sono mai stato di destra. È stato il mio modo autoritario di prendere le decisioni a creare problemi». «Dico queste cose come una esperienza di vita e per far capire quali sono i pericoli. Col tempo ho imparato molte cose. Il Signore ha permesso questa pedagogia di governo anche attraverso i miei difetti e i miei peccati. Così da arcivescovo di Buenos Aires ogni quindici giorni facevo una riunione con i sei vescovi ausiliari, varie volte l’anno col Consiglio presbiterale. Si ponevano domande e si apriva lo spazio alla discussione. Questo mi ha molto aiutato a prendere le decisioni migliori. E adesso sento alcune persone che mi dicono: “non si consulti troppo, e decida”. Credo invece che la consultazione sia molto importante. I Concistori, i Sinodi sono, ad esempio, luoghi importanti per rendere vera e attiva questa consultazione. Bisogna renderli però meno rigidi nella forma. Voglio consultazioni reali, non formali. La Consulta degli otto cardinali, questo gruppo consultivooutsider, non è una decisione solamente mia, ma è frutto della volontà dei cardinali, così come è stata espressa nelle Congregazioni Generali prima del Conclave. E voglio che sia una Consulta reale, non formale».
«Sentire con la Chiesa»

Rimango sul tema della Chiesa e provo a capire che cosa significhi esattamente per Papa Francesco il «sentire con la Chiesa» di cui scrive sant’Ignazio nei suoi Esercizi Spirituali. Il Papa risponde senza esitazione partendo da un’immagine. «L’immagine della Chiesa che mi piace è quella del santo popolo fedele di Dio. È la definizione che uso spesso, ed è poi quella della Lumen gentium al numero 12. L’appartenenza a un popolo ha un forte valore teologico: Dio nella storia della salvezza ha salvato un popolo. Non c’è identità piena senza appartenenza a un popolo. Nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae considerando la complessa trama di relazioni interpersonali che si realizzano nella comunità umana. Dio entra in questa dinamica popolare ». «Il popolo è soggetto. E la Chiesa è il popolo di Dio in cammino nella storia, con gioie e dolori. Sentire cum Ecclesia dunque per me è essere in questo popolo. E l’insieme dei fedeli è infallibile nel credere, e manifesta questa sua infallibilitas in credendo mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo che cammina. Ecco, questo io intendo oggi come il “sentire con la Chiesa” di cui parla sant’Ignazio. Quando il dialogo tra la gente e i Vescovi e il Papa va su questa strada ed è leale, allora è assistito dallo Spirito Santo. Non è dunque un sentire riferito ai teologi». «È come con Maria: se si vuol sapere chi è, si chiede ai teologi; se si vuol sapere come la si ama, bisogna chiederlo al popolo. A sua volta, Maria amò Gesù con cuore di popolo, come leggiamo nel Magnificat. Non bisogna dunque neanche pensare che la comprensione del “sentire con la Chiesa” sia legata solamente al sentire con la sua parte gerarchica». E il Papa, dopo un momento di pausa, precisa in maniera secca, per evitare fraintendimenti: «E, ovviamente, bisogna star bene attenti a non pensare che questa infallibilitas di tutti i fedeli di cui sto parlando alla luce del Concilio sia una forma di populismo. No: è l’esperienza della “santa madre Chiesa gerarchica”, come la chiamava sant’Ignazio, della Chiesa come popolo di Dio, pastori e popolo insieme. La Chiesa è la totalità del popolo di Dio». «Io vedo la santità nel popolo di Dio, la sua santità quotidiana. C’è una “classe media della santità” di cui tutti possiamo far parte, quella che di cui parla Malègue». Il Papa si sta riferendo a Joseph Malègue, uno scrittore francese a lui caro, nato nel 1876 e morto nel 1940. In particolare alla sua trilogia incompiuta Pierres noires. Les Classes moyennes du Salut. Alcuni critici francesi lo definirono «il Proust cattolico». «Io vedo la santità — prosegue il Papa — nel popolo di Dio paziente: una donna che fa crescere i figli, un uomo che lavora per portare a casa il pane, gli ammalati, i preti anziani che hanno tante ferite ma che hanno il sorriso perché hanno servito il Signore, le suore che lavorano tanto e che vivono una santità nascosta. Questa per me è la santità comune. La santità io la associo spesso alla pazienza: non solo la pazienza come hypomoné, il farsi carico degli avvenimenti e delle circostanze della vita, ma anche come costanza nell’andare avanti, giorno per giorno. Questa è la santità della Iglesia militante di cui parla anche sant’Ignazio. Questa è stata la santità dei miei genitori: di mio papà, di mia mamma, di mia nonna Rosa che mi ha fatto tanto bene. Nel breviario io ho il testamento di mia nonna Rosa, e lo leggo spesso: per me è come una preghiera. Lei è una santa che ha tanto sofferto, anche moralmente, ed è sempre andata avanti con coraggio». «Questa Chiesa con la quale dobbiamo “sentire” è la casa di tutti, non una piccola cappella che può contenere solo un gruppetto di persone selezionate. Non dobbiamo ridurre il seno della Chiesa universale a un nido protettore della nostra mediocrità. E la Chiesa è Madre — prosegue —. La Chiesa è feconda, deve esserlo. Vedi, quando io mi accorgo di comportamenti negativi di ministri della Chiesa o di consacrati o consacrate, la prima cosa che mi viene in mente è: “ecco uno scapolone”, o “ecco una zitella”. Non sono né padri, né madri. Non sono stati capaci di dare vita. Invece, per esempio, quando leggo la vita dei missionari salesiani che sono andati in Patagonia, leggo una storia di vita, di fecondità». «Un altro esempio di questi giorni: ho visto che è stata molto ripresa dai giornali la telefonata che ho fatto a un ragazzo che mi aveva scritto una lettera. Io gli ho telefonato perché quella lettera era tanto bella, tanto semplice. Per me questo è stato un atto di fecondità. Mi sono reso conto che è un giovane che sta crescendo, ha riconosciuto un padre, e così gli dice qualcosa della sua vita. Il padre non può dire “me ne infischio”. Questa fecondità mi fa tanto bene».
Chiese giovani e Chiese antiche
Rimango sul tema della Chiesa, ponendo al Papa una domanda anche alla luce della recente Giornata Mondiale della Gioventù: «Questo grande evento ha acceso ulteriormente i riflettori sui giovani, ma anche su quei “polmoni spirituali” che sono le Chiese di più recente istituzione. Quali le speranze per la Chiesa universale che le sembrano provenire da queste Chiese?». «Le Chiese giovani sviluppano una sintesi di fede, cultura e vita in divenire, e dunque diversa da quella sviluppata dalle Chiese più antiche. Per me, il rapporto tra le Chiese di più antica istituzione e quelle più recenti è simile al rapporto tra giovani e anziani in una società: costruiscono il futuro, ma gli uni con la loro forza e gli altri con la loro saggezza. Si corrono sempre dei rischi, ovviamente; le Chiese più giovani rischiano di sentirsi autosufficienti, quelle più antiche rischiano di voler imporre alle più giovani i loro modelli culturali. Ma il futuro si costruisce insieme».
La Chiesa? Un ospedale da campo…
Papa Benedetto XVI, annunciando la sua rinuncia al Pontificato, ha ritratto il mondo di oggi come soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede che richiedono vigore sia del corpo, sia dell’anima. Chiedo al Papa, anche alla luce di ciò che mi ha appena detto: «Di che cosa la Chiesa ha più bisogno in questo momento storico? Sono necessarie riforme? Quali sono i suoi desideri sulla Chiesa dei prossimi anni? Quale Chiesa “sogna”?». Papa Francesco, cogliendo l’incipit della mia domanda, comincia col dire: «Papa Benedetto ha fatto un atto di santità, di grandezza, di umiltà. È un uomo di Dio», dimostrando un grande affetto e una enorme stima per il suo predecessore. «Io vedo con chiarezza — prosegue — che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite… E bisogna cominciare dal basso».
«La Chiesa a volte si è fatta rinchiudere in piccole cose, in piccoli precetti. La cosa più importante è invece il primo annuncio: “Gesù Cristo ti ha salvato!”. E i ministri della Chiesa devono innanzitutto essere ministri di misericordia. Il confessore, ad esempio, corre sempre il pericolo di essere o troppo rigorista o troppo lasso. Nessuno dei due è misericordioso, perché nessuno dei due si fa veramente carico della persona. Il rigorista se ne lava le mani perché lo rimette al comandamento. Il lasso se ne lava le mani dicendo semplicemente “questo non è peccato” o cose simili. Le persone vanno accompagnate, le ferite vanno curate».
«Come stiamo trattando il popolo di Dio? Sogno una Chiesa Madre e Pastora. I ministri della Chiesa devono essere misericordiosi, farsi carico delle persone, accompagnandole come il buon samaritano che lava, pulisce, solleva il suo prossimo. Questo è Vangelo puro. Dio è più grande del peccato. Le riforme organizzative e strutturali sono secondarie, cioè vengono dopo. La prima riforma deve essere quella dell’atteggiamento. I ministri del Vangelo devono essere persone capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella loro notte, nel loro buio senza perdersi. Il popolo di Dio vuole pastori e non funzionari o chierici di Stato. I Vescovi, particolarmente, devono essere uomini capaci di sostenere con pazienza i passi di Dio nel suo popolo in modo che nessuno rimanga indietro, ma anche per accompagnare il gregge che ha il fiuto per trovare nuove strade». «Invece di essere solo una Chiesa che accoglie e che riceve tenendo le porte aperte, cerchiamo pure di essere una Chiesa che trova nuove strade, che è capace di uscire da se stessa e andare verso chi non la frequenta, chi se n’è andato o è indifferente. Chi se n’è andato, a volte lo ha fatto per ragioni che, se ben comprese e valutate, possono portare a un ritorno. Ma ci vuole audacia, coraggio»
Raccolgo ciò che il Santo Padre sta dicendo e faccio riferimento al fatto che ci sono cristiani che vivono in situazioni non regolari per la Chiesa o comunque in situazioni complesse, cristiani che, in un modo o nell’altro, vivono ferite aperte. Penso a divorziati risposati, coppie omosessuali, altre situazioni difficili. Come fare una pastorale missionaria in questi casi? Su che cosa far leva? Il Papa fa cenno di aver compreso che cosa intendo dire e risponde.
«Dobbiamo annunciare il Vangelo su ogni strada, predicando la buona notizia del Regno e curando, anche con la nostra predicazione, ogni tipo di malattia e di ferita. A Buenos Aires ricevevo lettere di persone omosessuali, che sono “feriti sociali” perché mi dicono che sentono come la Chiesa li abbia sempre condannati. Ma la Chiesa non vuole fare questo. Durante il volo di ritorno da Rio de Janeiro ho detto che, se una persona omosessuale è di buona volontà ed è in cerca di Dio, io non sono nessuno per giudicarla. Dicendo questo io ho detto quel che dice il Catechismo. La religione ha il diritto di esprimere la propria opinione a servizio della gente, ma Dio nella creazione ci ha resi liberi: l’ingerenza spirituale nella vita personale non è possibile. Una volta una persona, in maniera provocatoria, mi chiese se approvavo l’omosessualità. Io allora le risposi con un’altra domanda: “Dimmi: Dio, quando guarda a una persona omosessuale, ne approva l’esistenza con affetto o la respinge condannandola?”. Bisogna sempre considerare la persona. Qui entriamo nel mistero dell’uomo. Nella vita Dio accompagna le persone, e noi dobbiamo accompagnarle a partire dalla loro condizione. Bisogna accompagnare con misericordia. Quando questo accade, lo Spirito Santo ispira il sacerdote a dire la cosa più giusta». «Questa è anche la grandezza della Confessione: il fatto di valutare caso per caso, e di poter discernere qual è la cosa migliore da fare per una persona che cerca Dio e la sua grazia. Il confessionale non è una sala di tortura, ma il luogo della misericordia nel quale il Signore ci stimola a fare meglio che possiamo. Penso anche alla situazione di una donna che ha avuto alle spalle un matrimonio fallito nel quale ha pure abortito. Poi questa donna si è risposata e adesso è serena con cinque figli. L’aborto le pesa enormemente ed è sinceramente pentita. Vorrebbe andare avanti nella vita cristiana. Che cosa fa il confessore?».
«Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».
«Dico questo anche pensando alla predicazione e ai contenuti della nostra predicazione. Una bella omelia, una vera omelia, deve cominciare con il primo annuncio, con l’annuncio della salvezza. Non c’è niente di più solido, profondo e sicuro di questo annuncio. Poi si deve fare una catechesi. Infine si può tirare anche una conseguenza morale. Ma l’annuncio dell’amore salvifico di Dio è previo all’obbligazione morale e religiosa. Oggi a volte sembra che prevalga l’ordine inverso. L’omelia è la pietra di paragone per calibrare la vicinanza e la capacità di incontro di un pastore con il suo popolo, perché chi predica deve riconoscere il cuore della sua comunità per cercare dove è vivo e ardente il desiderio di Dio. Il messaggio evangelico non può essere ridotto dunque ad alcuni suoi aspetti che, seppure importanti, da soli non manifestano il cuore dell’insegnamento di Gesù».
Il primo Papa religioso dopo 182 anni…
Papa Francesco è il primo Pontefice a provenire da un Ordine religioso dopo il camaldolese Gregorio XVI, eletto nel 1831, 182 anni fa. Chiedo dunque: «Qual è oggi nella Chiesa il posto specifico dei religiosi e delle religiose?». «I religiosi sono profeti. Sono coloro che hanno scelto una sequela di Gesù che imita la sua vita con l’obbedienza al Padre, la povertà, la vita di comunità e la castità. In questo senso i voti non possono finire per essere caricature, altrimenti, ad esempio, la vita di comunità diventa un inferno e la castità un modo di vivere da zitelloni. Il voto di castità deve essere un voto di fecondità. Nella Chiesa i religiosi sono chiamati in particolare ad essere profeti che testimoniano come Gesù è vissuto su questa terra, e che annunciano come il Regno di Dio sarà nella sua perfezione. Mai un religioso deve rinunciare alla profezia. Questo non significa contrapporsi alla parte gerarchica della Chiesa, anche se la funzione profetica e la struttura gerarchica non coincidono. Sto parlando di una proposta sempre positiva, che però non deve essere timorosa. Pensiamo a ciò che hanno fatto tanti grandi santi monaci, religiosi e religiose, sin da sant’Antonio abate. Essere profeti a volte può significare fare ruido, non so come dire… La profezia fa rumore, chiasso, qualcuno dice “casino”. Ma in realtà il suo carisma è quello di essere lievito: la profezia annuncia lo spirito del Vangelo».
Dicasteri romani, sinodalità, ecumenismo
Considerando il riferimento alla gerarchia, chiedo a questo punto al Papa: «Che cosa pensa dei dicasteri romani?». «I dicasteri romani sono al servizio del Papa e dei Vescovi: devono aiutare sia le Chiese particolari sia le Conferenze episcopali. Sono meccanismi di aiuto. In alcuni casi, quando non sono bene intesi, invece, corrono il rischio di diventare organismi di censura. È impressionante vedere le denunce di mancanza di ortodossia che arrivano a Roma. Credo che i casi debbano essere studiati dalle Conferenze episcopali locali, alle quali può arrivare un valido aiuto da Roma. I casi, infatti, si trattano meglio sul posto. I dicasteri romani sono mediatori, non intermediari o gestori». Ricordo al Papa che il 29 giugno scorso, durante la cerimonia della benedizione e dell’imposizione del pallio a 34 arcivescovi metropoliti, aveva affermato «la strada della sinodalità» come la strada che porta la Chiesa unita a «crescere in armonia con il servizio del primato». Ecco la mia domanda, dunque: «Come conciliare in armonia primato petrino e sinodalità? Quali strade sono praticabili, anche in prospettiva ecumenica?».
«Si deve camminare insieme: la gente, i Vescovi e il Papa. La sinodalità va vissuta a vari livelli. Forse è il tempo di mutare la metodologia del Sinodo, perché quella attuale mi sembra statica. Questo potrà anche avere valore ecumenico, specialmente con i nostri fratelli Ortodossi. Da loro si può imparare di più sul senso della collegialità episcopale e sulla tradizione della sinodalità. Lo sforzo di riflessione comune, guardando a come si governava la Chiesa nei primi secoli, prima della rottura tra Oriente e Occidente, darà frutti a suo tempo. Nelle relazioni ecumeniche questo è importante: non solo conoscersi meglio, ma anche riconoscere ciò che lo Spirito ha seminato negli altri come un dono anche per noi. Voglio proseguire la riflessione su come esercitare il primato petrino, già iniziata nel 2007 dalla Commissione Mista, e che ha portato alla firma del Documento di Ravenna. Bisogna continuare su questa strada». Cerco di capire come il Papa veda il futuro dell’unità della Chiesa. Mi risponde: «dobbiamo camminare uniti nelle differenze: non c’è altra strada per unirci. Questa è la strada di Gesù».
E il ruolo della donna nella Chiesa? Il Papa ha più volte fatto riferimento a questo tema in varie occasioni. In una intervista aveva affermato che la presenza femminile nella Chiesa non è emersa più di tanto, perché la tentazione del maschilismo non ha lasciato spazio per rendere visibile il ruolo che spetta alle donne nella comunità. Ha ripreso la questione durante il viaggio di ritorno da Rio de Janeiro affermando che non è stata fatta ancora una profonda teologia della donna. Allora, chiedo: «Quale deve essere il ruolo della donna nella Chiesa? Come fare per renderlo oggi più visibile?».
«È necessario ampliare gli spazi di una presenza femminile più incisiva nella Chiesa. Temo la soluzione del “machismo in gonnella”, perché in realtà la donna ha una struttura differente dall’uomo. E invece i discorsi che sento sul ruolo della donna sono spesso ispirati proprio da una ideologia machista. Le donne stanno ponendo domande profonde che vanno affrontate. La Chiesa non può essere se stessa senza la donna e il suo ruolo. La donna per la Chiesa è imprescindibile. Maria, una donna, è più importante dei Vescovi. Dico questo perché non bisogna confondere la funzione con la dignità. Bisogna dunque approfondire meglio la figura della donna nella Chiesa. Bisogna lavorare di più per fare una profonda teologia della donna. Solo compiendo questo passaggio si potrà riflettere meglio sulla funzione della donna all’interno della Chiesa. Il genio femminile è necessario nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti. La sfida oggi è proprio questa: riflettere sul posto specifico della donna anche proprio lì dove si esercita l’autorità nei vari ambiti della Chiesa».
Il Concilio Vaticano II
«Che cosa ha realizzato il Concilio Vaticano II? Che cosa è stato?», gli chiedo alla luce delle sue affermazioni precedenti, immaginando una risposta lunga e articolata. Ho invece come l’impressione che il Papa semplicemente consideri il Concilio come un fatto talmente indiscutibile che non vale la pena parlarne troppo a lungo, come per doverne ribadire l’importanza.
«Il Vaticano II è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea. Ha prodotto un movimento di rinnovamento che semplicemente viene dallo stesso Vangelo. I frutti sono enormi. Basta ricordare la liturgia. Il lavoro della riforma liturgica è stato un servizio al popolo come rilettura del Vangelo a partire da una situazione storica concreta. Sì, ci sono linee di ermeneutica di continuità e di discontinuità, tuttavia una cosa è chiara: la dinamica di lettura del Vangelo attualizzata nell’oggi che è stata propria del Concilio è assolutamente irreversibile. Poi ci sono questioni particolari come la liturgia secondo il Vetus Ordo. Penso che la scelta di Papa Benedetto sia stata prudenziale, legata all’aiuto ad alcune persone che hanno questa particolare sensibilità. Considero invece preoccupante il rischio di ideologizzazione del Vetus Ordo, la sua strumentalizzazione».
Cercare e trovare Dio in tutte le cose
Il discorso di Papa Francesco è molto sbilanciato sulle sfide dell’oggi. Anni fa aveva scritto che per vedere la realtà è necessario uno sguardo di fede, altrimenti si vede una realtà a pezzi, frammentata. È questo anche uno dei temi dell’enciclica Lumen fidei. Ho in mente anche alcuni passaggi dei discorsi di Papa Francesco durante la Giornata Mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro. Glieli cito: «Dio è reale se si manifesta nell’oggi»; «Dio sta da tutte le parti». Sono frasi che riecheggiano l’espressione ignaziana «cercare e trovare Dio in tutte le cose». Chiedo dunque al Papa: «Santità, come si fa a cercare e trovare Dio in tutte le cose?».
«Quel che ho detto a Rio ha un valore temporale. C’è infatti la tentazione di cercare Dio nel passato o nei futuribili. Dio è certamente nel passato, perché è nelle impronte che ha lasciato. Ed è anche nel futuro come promessa. Ma il Dio “concreto”, diciamo così, è oggi. Per questo le lamentele mai mai ci aiutano a trovare Dio. Le lamentele di oggi su come va il mondo “barbaro” finiscono a volte per far nascere dentro la Chiesa desideri di ordine inteso come pura conservazione, difesa. No: Dio va incontrato nell’oggi».
«Dio si manifesta in una rivelazione storica, nel tempo. Il tempo inizia i processi, lo spazio li cristallizza. Dio si trova nel tempo, nei processi in corso. Non bisogna privilegiare gli spazi di potere rispetto ai tempi, anche lunghi, dei processi. Noi dobbiamo avviare processi, più che occupare spazi. Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia. Questo fa privilegiare le azioni che generano dinamiche nuove. E richiede pazienza, attesa». «Incontrare Dio in tutte le cose non è un eureka empirico. In fondo, quando desideriamo incontrare Dio, vorremmo constatarlo subito con metodo empirico. Così non si incontra Dio. Lo si incontra nella brezza leggera avvertita da Elia. I sensi che constatano Dio sono quelli che sant’Ignazio chiama i “sensi spirituali”. Ignazio chiede di aprire la sensibilità spirituale per incontrare Dio al di là di un approccio puramente empirico. È necessario un atteggiamento contemplativo: è il sentire che si va per il buon cammino della comprensione e dell’affetto nei confronti delle cose e delle situazioni. Il segno che si è in questo buon cammino è quello della pace profonda, della consolazione spirituale, dell’amore di Dio, e di vedere tutte le cose in Dio».
Certezza ed errori
«Se l’incontro con Dio in tutte le cose non è un “eureka empirico” — dico al Papa — e se dunque si tratta di un cammino che legge la storia, si possono anche commettere errori…».
«Sì, in questo cercare e trovare Dio in tutte le cose resta sempre una zona di incertezza. Deve esserci. Se una persona dice che ha incontrato Dio con certezza totale e non è sfiorata da un margine di incertezza, allora non va bene. Per me questa è una chiave importante. Se uno ha le risposte a tutte le domande, ecco che questa è la prova che Dio non è con lui. Vuol dire che è un falso profeta, che usa la religione per se stesso. Le grandi guide del popolo di Dio, come Mosè, hanno sempre lasciato spazio al dubbio. Si deve lasciare spazio al Signore, non alle nostre certezze; bisogna essere umili. L’incertezza si ha in ogni vero discernimento che è aperto alla conferma della consolazione spirituale». «Il rischio nel cercare e trovare Dio in tutte le cose è dunque la volontà di esplicitare troppo, di dire con certezza umana e arroganza: “Dio è qui”. Troveremmo solamente un dio a nostra misura. L’atteggiamento corretto è quello agostiniano: cercare Dio per trovarlo, e trovarlo per cercarlo sempre. E spesso si cerca a tentoni, come si legge nella Bibbia. È questa l’esperienza dei grandi Padri della fede, che sono il nostro modello. Bisogna rileggere il capitolo 11 della Lettera agli Ebrei. Abramo è partito senza sapere dove andava, per fede. Tutti i nostri antenati della fede morirono vedendo i beni promessi, ma da lontano… La nostra vita non ci è data come un libretto d’opera in cui c’è tutto scritto, ma è andare, camminare, fare, cercare, vedere… Si deve entrare nell’avventura della ricerca dell’incontro e del lasciarsi cercare e lasciarsi incontrare da Dio».
«Perché Dio sta prima, Dio sta prima sempre, Dio primerea. Dio è un po’ come il fiore del mandorlo della tua Sicilia, Antonio, che fiorisce sempre per primo. Lo leggiamo nei Profeti. Dunque, Dio lo si incontra camminando, nel cammino. E a questo punto qualcuno potrebbe dire che questo è relativismo. È relativismo? Sì, se è inteso male, come una specie di panteismo indistinto. No, se è inteso in senso biblico, per cui Dio è sempre una sorpresa, e dunque non sai mai dove e come lo trovi, non sei tu a fissare i tempi e i luoghi dell’incontro con Lui. Bisogna dunque discernere l’incontro. Per questo il discernimento è fondamentale».
«Se il cristiano è restaurazionista, legalista, se vuole tutto chiaro e sicuro, allora non trova niente. La tradizione e la memoria del passato devono aiutarci ad avere il coraggio di aprire nuovi spazi a Dio. Chi oggi cerca sempre soluzioni disciplinari, chi tende in maniera esagerata alla “sicurezza” dottrinale, chi cerca ostinatamente di recuperare il passato perduto, ha una visione statica e involutiva. E in questo modo la fede diventa una ideologia tra le tante. Io ho una certezza dogmatica: Dio è nella vita di ogni persona, Dio è nella vita di ciascuno. Anche se la vita di una persona è stata un disastro, se è distrutta dai vizi, dalla droga o da qualunque altra cosa, Dio è nella sua vita. Lo si può e lo si deve cercare in ogni vita umana. Anche se la vita di una persona è un terreno pieno di spine ed erbacce, c’è sempre uno spazio in cui il seme buono può crescere. Bisogna fidarsi di Dio».
Dobbiamo essere ottimisti?
Queste parole del Papa mi ricordano alcune sue riflessioni del passato, nelle quali l’allora cardinal Bergoglio ha scritto che Dio vive già nella città, vitalmente mescolato in mezzo a tutti e unito a ciascuno. È un altro modo, a mio avviso, per dire ciò che sant’Ignazio scrisse negli Esercizi Spirituali, cioè che Dio «lavora e opera» nel nostro mondo. Gli chiedo dunque: «dobbiamo essere ottimisti? Quali sono i segni di speranza nel mondo d’oggi? Come si fa ad essere ottimisti in un mondo in crisi?». «A me non piace usare la parola “ottimismo”, perché dice un atteggiamento psicologico. Mi piace invece usare la parola “speranza” secondo ciò che si legge nel capitolo 11 della Lettera agli Ebrei che citavo prima. I Padri hanno continuato a camminare, attraversando grandi difficoltà. E la speranza non delude, come leggiamo nella Lettera ai Romani. Pensa invece al primo indovinello della Turandot di Puccini», mi chiede il Papa. Sul momento ho ricordato un po’ a memoria i versi di quell’enigma della principessa che ha come risposta la speranza:Nella cupa notte vola un fantasma iridescente. / Sale e spiega l’ale / sulla nera infinita umanità. / Tutto il mondo l’invoca / e tutto il mondo l’implora. / Ma il fantasma sparisce con l’aurora / per rinascere nel cuore. / Ed ogni notte nasce / ed ogni giorno muore! Versi che rivelano il desiderio di una speranza che qui però è fantasma iridescente e che sparisce con l’aurora.
«Ecco — prosegue Papa Francesco —, la speranza cristiana non è un fantasma e non inganna. È una virtù teologale e dunque, in definitiva, un regalo di Dio che non si può ridurre all’ottimismo, che è solamente umano. Dio non defrauda la speranza, non può rinnegare se stesso. Dio è tutto promessa».
L’arte e la creatività

Rimango colpito dalla citazione della Turandot per parlare del mistero della speranza. Vorrei capire meglio quali sono i riferimenti artistici e letterari di Papa Francesco. Gli ricordo che nel 2006 aveva detto che i grandi artisti sanno presentare con bellezza le realtà tragiche e dolorose della vita. Chiedo dunque quali siano gli artisti e gli scrittori che preferisce; se c’è qualcosa che li accomuna… «Ho amato molto autori diversi tra loro. Amo moltissimo Dostoevskij e Hölderlin. Di Hölderlin voglio ricordare quella lirica per il compleanno di sua nonna che è di grande bellezza, e che a me ha fatto anche tanto bene spiritualmente. È quella che si chiude con il verso Che l’uomo mantenga quel che il fanciullo ha promesso. Mi ha colpito anche perché ho molto amato mia nonna Rosa, e lì Hölderlin accosta sua nonna a Maria che ha generato Gesù, che per lui è l’amico della terra che non ha considerato straniero nessuno. Ho letto il libroI Promessi Sposi tre volte e ce l’ho adesso sul tavolo per rileggerlo. Manzoni mi ha dato tanto. Mia nonna, quand’ero bambino, mi ha insegnato a memoria l’inizio di questo libro: “Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti…”. Anche Gerard Manley Hopkins mi è piaciuto tanto».
«In pittura ammiro Caravaggio: le sue tele mi parlano. Ma anche Chagall con la sua Crocifissione bianca…».
«In musica amo Mozart, ovviamente. Quell’Et Incarnatus est della sua Missa in Do è insuperabile: ti porta a Dio! Amo Mozart eseguito da Clara Haskil​. Mozart mi riempie: non posso pensarlo, devo sentirlo. Beethoven mi piace ascoltarlo, ma prometeicamente. E l’interprete più prometeico per me è Furtwängler. E poi le Passioni di Bach. Il brano di Bach che amo tanto è l’Erbarme Dich, il pianto di Pietro della Passione secondo Matteo. Sublime. Poi, a un livello diverso, non intimo allo stesso modo, amo Wagner. Mi piace ascoltarlo, ma non sempre. La Tetralogia dell’Anello eseguita da Furtwängler alla Scala nel ’50 è la cosa per me migliore. Ma anche il Parsifal eseguito nel ’62 da Knappertsbusch».
«Dovremmo anche parlare del cinema. La strada di Fellini è il film che forse ho amato di più. Mi identifico con quel film, nel quale c’è un implicito riferimento a san Francesco. Credo poi di aver visto tutti i film con Anna Magnani e Aldo Fabrizi quando avevo tra i 10 e 12 anni. Un altro film che ho molto amato è Roma città aperta. Devo la mia cultura cinematografica soprattutto ai miei genitori che ci portavano spesso al cinema».
«Comunque in generale io amo gli artisti tragici, specialmente i più classici. C’è una bella definizione che Cervantes pone sulla bocca del baccelliere Carrasco per fare l’elogio della storia di Don Chisciotte: “i fanciulli l’hanno tra le mani, i giovani la leggono, gli adulti la intendono, i vecchi ne fanno l’elogio”. Questa per me può essere una buona definizione per i classici».
Mi rendo conto di essere assorbito da questi suoi riferimenti, e di avere il desiderio di entrare nella sua vita entrando per la porta delle sue scelte artistiche. Sarebbe un percorso, immagino lungo, da fare. E includerebbe anche il cinema, dal neorealismo italiano a Il pranzo di Babette. Mi vengono in mente altri autori e altre opere che lui ha citato in altre occasioni, anche minori o meno noti o locali: dal Martín Fierro di José Hernández alla poesia di Nino Costa, a Il grande esodo di Luigi Orsenigo. Ma penso anche a Joseph Malègue e José María Pemán. E ovviamente a Dante e Borges, ma anche a Leopoldo Marechal, l’autore di Adán Buenosayres, El Banquete de Severo Arcángelo e Megafón o la guerra. Penso in particolare proprio a Borges, perché di lui Bergoglio, ventottenne professore di Letteratura a Santa Fé presso il Colegio de la Inmaculada Concepción, ebbe una conoscenza diretta. Bergoglio insegnava agli ultimi due anni del Liceo e avviò i suoi ragazzi alla scrittura creativa. Ho avuto una esperienza simile alla sua, quando avevo la sua età, presso l’Istituto Massimo di Roma, fondando BombaCarta, e gliela racconto. Alla fine chiedo al Papa di raccontare la sua esperienza.
«È stata una cosa un po’ rischiosa — risponde —. Dovevo fare in modo che i miei alunni studiassero El Cid. Ma ai ragazzi non piaceva. Chiedevano di leggere García Lorca. Allora ho deciso che avrebbero studiato El Cid a casa, e durante le lezioni io avrei trattato gli autori che piacevano di più ai ragazzi. Ovviamente i giovani volevano leggere le opere letterarie più “piccanti”, contemporanee come La casada infiel, o classiche come La Celestina di Fernando de Rojas. Ma leggendo queste cose che li attiravano sul momento, prendevano gusto più in generale alla letteratura, alla poesia, e passavano ad altri autori. E per me è stata una grande esperienza. Ho completato il programma, ma in maniera destrutturata, cioè non ordinata secondo ciò che era previsto, ma secondo un ordine che veniva naturale nella lettura degli autori. E questa modalità mi corrispondeva molto: non amavo fare una programmazione rigida, ma semmai sapere dove arrivare più o meno. Allora ho cominciato anche a farli scrivere. Alla fine ho deciso di far leggere a Borges due racconti scritti dai miei ragazzi. Conoscevo la sua segretaria, che era stata la mia professoressa di pianoforte. A Borges piacquero moltissimo. E allora lui propose di scrivere l’introduzione a una raccolta». «Allora, Padre Santo, per la vita di una persona la creatività è importante?», gli chiedo. Lui ride e mi risponde: «Per un gesuita è estremamente importante! Un gesuita deve essere creativo».
Frontiere e laboratori
Creatività, dunque: per un gesuita è importante. Papa Francesco, ricevendo i Padri e i collaboratori della Civiltà Cattolica, aveva scandito una triade di altre caratteristiche importanti per il lavoro culturale dei gesuiti. Ritorno alla memoria a quel giorno, il 14 giugno scorso. Ricordo che allora, nel colloquio previo all’incontro con tutto il nostro gruppo, mi aveva preannunciato la triade: dialogo, discernimento, frontiera. E aveva insistito particolarmente sull’ultimo punto, citandomi Paolo VI, che in un famoso discorso aveva detto dei gesuiti: «Ovunque nella Chiesa, anche nei campi più difficili e di punta, nei crocevia delle ideologie, nelle trincee sociali, vi è stato e vi è il confronto tra le esigenze brucianti dell’uomo e il perenne messaggio del Vangelo, là vi sono stati e vi sono i gesuiti».
Chiedo a Papa Francesco qualche chiarimento: «Ci ha chiesto di stare attenti a non cadere nella “tentazione di addomesticare le frontiere: si deve andare verso le frontiere e non portare le frontiere a casa per verniciarle un po’ e addomesticarle”. A che cosa si riferiva? Che cosa intendeva dirci esattamente? Questa intervista è stata concordata tra un gruppo di riviste dirette dalla Compagnia di Gesù: quale invito desidera esprimere loro? Quali devono essere le loro priorità?».
«Le tre parole chiave che ho rivolto alla Civiltà Cattolica possono essere estese a tutte le riviste della Compagnia, magari con accentuazioni diverse sulla base della loro natura e dei loro obiettivi. Quando insisto sulla frontiera, in maniera particolare mi riferisco alla necessità per l’uomo che fa cultura di essere inserito nel contesto nel quale opera e sul quale riflette. C’è sempre in agguato il pericolo di vivere in un laboratorio. La nostra non è una fede-laboratorio, ma una fede-cammino, una fede storica. Dio si è rivelato come storia, non come un compendio di verità astratte. Io temo i laboratori perché nel laboratorio si prendono i problemi e li si portano a casa propria per addomesticarli, per verniciarli, fuori dal loro contesto. Non bisogna portarsi la frontiera a casa, ma vivere in frontiera ed essere audaci».
Chiedo al Papa se può fare qualche esempio sulla base della sua esperienza personale. «Quando si parla di problemi sociali, una cosa è riunirsi per studiare il problema della droga in una villa miseria, e un’altra cosa è andare lì, viverci e capire il problema dall’interno e studiarlo. C’è una lettera geniale del padre Arrupe ai Centros de Investigación y Acción Social (CIAS) sulla povertà, nella quale dice chiaramente che non si può parlare di povertà se non la si sperimenta con una inserzione diretta nei luoghi nei quali la si vive. Questa parola “inserzione” è pericolosa perché alcuni religiosi l’hanno presa come una moda, e sono accaduti dei disastri per mancanza di discernimento. Ma è davvero importante».
«E le frontiere sono tante. Pensiamo alle suore che vivono negli ospedali: loro vivono nelle frontiere. Io sono vivo grazie a una di loro. Quando ho avuto il problema al polmone in ospedale, il medico mi diede penicillina e strectomicina in certe dosi. La suora che stava in corsia le triplicò perché aveva fiuto, sapeva cosa fare, perché stava con i malati tutto il giorno. Il medico, che era davvero bravo, viveva nel suo laboratorio, la suora viveva nella frontiera e dialogava con la frontiera tutti i giorni. Addomesticare le frontiere significa limitarsi a parlare da una posizione distante, chiudersi nei laboratori. Sono cose utili, ma la riflessione per noi deve sempre partire dall’esperienza».
Come l’uomo comprende se stesso

Chiedo allora al Papa se questo valga e come anche per una frontiera culturale importante che è quella della sfida antropologica. L’antropologia a cui la Chiesa ha tradizionalmente fatto riferimento e il linguaggio con la quale l’ha espressa restano un riferimento solido, frutto di saggezza ed esperienza secolare. Tuttavia l’uomo a cui la Chiesa si rivolge non sembra più comprenderli o considerarli sufficienti. Comincio a ragionare sul fatto che l’uomo si sta interpretando in maniera diversa dal passato, con categorie diverse. E questo anche a causa dei grandi cambiamenti nella società e di un più ampio studio di se stesso…
Il Papa a questo punto si alza e va a prendere sulla sua scrivania il Breviario. È un Breviario in latino, ormai logoro per l’uso. E lo apre all’Ufficio delle Letture della Feria sexta, cioè venerdì, della XXVII settimana. Mi legge un passaggio tratto dal Commonitórium Primum di san Vincenzo di Lerins: ita étiam christiánae religiónis dogma sequátur has decet proféctuum leges, ut annis scílicet consolidétur, dilatétur témpore, sublimétur aetáte («Anche il dogma della religione cristiana deve seguire queste leggi. Progredisce, consolidandosi con gli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l’età»).
E così il Papa prosegue: «San Vincenzo di Lerins fa il paragone tra lo sviluppo biologico dell’uomo e la trasmissione da un’epoca all’altra del depositum fidei, che cresce e si consolida con il passar del tempo. Ecco, la comprensione dell’uomo muta col tempo, e così anche la coscienza dell’uomo si approfondisce. Pensiamo a quando la schiavitù era ammessa o la pena di morte era ammessa senza alcun problema. Dunque si cresce nella comprensione della verità. Gli esegeti e i teologi aiutano la Chiesa a maturare il proprio giudizio. Anche le altre scienze e la loro evoluzione aiutano la Chiesa in questa crescita nella comprensione. Ci sono norme e precetti ecclesiali secondari che una volta erano efficaci, ma che adesso hanno perso di valore o significato. La visione della dottrina della Chiesa come un monolite da difendere senza sfumature è errata».
«Del resto, in ogni epoca l’uomo cerca di comprendere ed esprimere meglio se stesso. E dunque l’uomo col tempo cambia il modo di percepire se stesso: una cosa è l’uomo che si esprime scolpendo la Nike di Samotracia, un’altra quella del Caravaggio, un’altra quella di Chagall e ancora un’altra quella di Dalí. Anche le forme di espressione della verità possono essere multiformi, e questo anzi è necessario per la trasmissione del messaggio evangelico nel suo significato immutabile».
«L’uomo è alla ricerca di se stesso, e ovviamente in questa ricerca può anche commettere errori. La Chiesa ha vissuto tempi di genialità, come ad esempio quello del tomismo. Ma vive anche tempi di decadenza del pensiero. Ad esempio: non dobbiamo confondere la genialità del tomismo con il tomismo decadente. Io, purtroppo, ho studiato la filosofia con manuali di tomismo decadente. Nel pensare l’uomo, dunque, la Chiesa dovrebbe tendere alla genialità, non alla decadenza».
«Quando una espressione del pensiero non è valida? Quando il pensiero perde di vista l’umano o quando addirittura ha paura dell’umano o si lascia ingannare su se stesso. È il pensiero ingannato che può essere raffigurato come Ulisse davanti al canto delle sirene, o come Tannhäuser, circondato in un’orgia da satiri e baccanti, o come Parsifal, nel secondo atto dell’opera wagneriana, alla reggia di Klingsor. Il pensiero della Chiesa deve recuperare genialità e capire sempre meglio come l’uomo si comprende oggi per sviluppare e approfondire il proprio insegnamento».
Pregare
Pongo al Papa un’ultima domanda sul suo modo di pregare preferito. «Prego l’Ufficio ogni mattina. Mi piace pregare con i Salmi. Poi, a seguire, celebro la Messa. Prego il Rosario. Ciò che davvero preferisco è l’Adorazione serale, anche quando mi distraggo e penso ad altro o addirittura mi addormento pregando. La sera quindi, tra le sette e le otto, sto davanti al Santissimo per un’ora in adorazione. Ma anche prego mentalmente quando aspetto dal dentista o in altri momenti della giornata».

«E la preghiera è per me sempre una preghiera “memoriosa”, piena di memoria, di ricordi, anche memoria della mia storia o di quello che il Signore ha fatto nella sua Chiesa o in una parrocchia particolare. Per me è la memoria di cui sant’Ignazio parla nella Prima Settimana degli Esercizi nell’incontro misericordioso con Cristo Crocifisso. E mi chiedo: “Che cosa ho fatto per Cristo? Che cosa faccio per Cristo? Che cosa devo fare per Cristo?”. È la memoria di cui Ignazio parla anche nella Contemplatio ad amorem, quando chiede di richiamare alla memoria i benefici ricevuti. Ma soprattutto io so anche che il Signore ha memoria di me. Io posso dimenticarmi di Lui, ma io so che Lui mai, mai si dimentica di me. La memoria fonda radicalmente il cuore di un gesuita: è la memoria della grazia, la memoria di cui si parla nel Deuteronomio, la memoria delle opere di Dio che sono alla base dell’alleanza tra Dio e il suo popolo. È questa memoria che mi fa figlio e che mi fa essere anche padre».

* * *
Mi rendo conto che proseguirei ancora a lungo questo dialogo, ma so che, come il Papa disse una volta, non bisogna «maltrattare i limiti». Complessivamente abbiamo dialogato per oltre sei ore, nel corso di tre appuntamenti il 19, il 23 e il 29 agosto. Qui ho preferito articolare il discorso senza segnalare gli stacchi per non perdere la continuità. La nostra è stata in realtà una conversazione più che un’intervista: le domande hanno fatto da sfondo, senza restringerla in parametri predefiniti e rigidi. Anche linguisticamente abbiamo attraversato fluidamente l’italiano e lo spagnolo, senza percepire di volta in volta i passaggi. Non c’è stato nulla di meccanico, e le risposte sono nate nel dialogo e all’interno di un ragionamento che qui ho cercato di rendere, in maniera sintetica, così come ho potuto.

martedì 17 settembre 2013

La Concordia metafora

Stefano Folli, 17.09.2013 “Sole 24 ore”
E' anche una metafora, una drammatica allegoria della condizione italiana l'immagine della grande nave Concordia, coricata sul fianco per gli errori e la codardia di qualcuno che ora finalmente si rimette in sesto. Accade per gli sforzi ben coordinati e il coraggio di chi ha deciso di cancellare una pagina nera, di riscattare il peggio con il meglio.
Si dirà che è troppo letterario voler paragonare la Concordia all'Italia, eppure chissà quanti hanno avuto questo pensiero, mentre un metro dopo l'altro la fiancata usciva dal mare e la resurrezione si compiva.
E' un soffio di ottimismo, di speranza: mentre le cronache politiche ci parlano delle solite tensioni, di quello stato permanente di "crisi non crisi" in cui siamo immersi: Letta dice di non voler fare il parafulmine delle incertezze della maggioranza, delle inquietudini logoranti di Berlusconi e Renzi. Bene, ma allora agisca con vera determinazione, come gli ardimentosi dell'isola del Giglio. E metta tutti davanti alle loro responsabilità.


martedì 10 settembre 2013

Lo scenario attuale

Mi fermo a poche battute, tratte dall’articolo di Teresa Mangiacapra, pubblicato in newsletter@womenews.net, contenente un’interessante rassegna riassuntiva del Festival di Venezia 2013.
Secondo lei, il film Die frau des polizisten di Philip Groning, è  l’unico che maggiormente rispecchia fine e inizio degli infiniti capitoli di cui la nostra vita è composta, capitoli cronologici non per il tempo ‘reale’; è quello scandito da una clessidra ineluttabile di granelli che si assemblano attimo dopo attimo, giorno dopo giorno e formano trama e ordito da cui non si può più fuggire.
La stessa parla di Ukraina Ne Bordel di Kitty Green, documento importante e salutare da vedere per donne femministe e non per conoscere il grande paradosso di uno dei movimenti femministi più noti e visibili oggi. Nella Femen, movimento femminista nato in Ucraina ad opera di un uomo, non c’è da ridere né da sottovalutare il fenomeno: dal patriarcato non si esce se non con la propria testa libera da… e se questo Victor, la mente delle Femen, l’ha ‘insegnato’ alle sue giovani attiviste, ha fatto una cosa buona ma ora le lasciasse in pace, sono cresciute e forse con altre donne potranno continuare a proclamare, seno nudo o no: i bordelli non ci riguardano, sono una creazione degli uomini che sanno solo incasinare la vita e non riescono ad amarla né rispettarla.
La Mangiacapra conclude con una nota che mi tocca dal vivo, attraverso l’esame di Pine Ridge di Anna Eborn: Dalla tecnologia non si esce, si può solo soccombere. Una frase che commenta come è ridotta la vita odierna; non solo quella delle donne, non solo quella della nostra sfasciata politica italiana, non solo quella che va in cerca famelica di personaggi autentici e si rifugia in papa Francesco, facendone un talismano –ahimé- di salvezza, quindi un idolo. L’et cetera è d’obbligo.
Siamo tutto giocattoli, pupi animati di
uno scenario dove c’è sempre qualcuno pronto
a manipolarci per recitare un copione.
SI SALVI CHI PUO’.

sabato 7 settembre 2013

Papa Francesco e le donne

da: Adista Notizie n. 29 del 31/08/2013
La “porta chiusa” di papa Francesco. La delusione delle donne sul tema del sacerdozio femminile

[L’articolo dalla news del sito delle teologhe] 
37265. ROMA-ADISTA. Se i riconoscimenti tributati a papa Francesco in occasione della Giornata mondiale della gioventù dello scorso luglio sono stati tanti ed entusiastici, molte donne sono rimaste però profondamente deluse dalle sue parole di chiusura rispetto all’ordinazione femminile: Questa porta è chiusa, aveva detto il papa nel suo colloquio con i giornalisti sul volo di ritorno dalla Gmg, aggiungendo che una teologia della donna resta ancora da fare e che, come Maria è più importante degli apostoli, così la donna nella Chiesa lo è rispetto a vescovi e preti.
Non ha nascosto il suo disappunto, in un articolo pubblicato su Brasil de Fato (2/8), la nota teologa brasiliana Ivone Gebara, la quale, pur riconoscendo come, di fronte alle acclamazioni generali, qualsiasi annotazione critica potrebbe risultare inopportuna, esclama: Dopo tanti anni di lotta, povera me, se me ne stessi zitta!. La teologa non nasconde la gioia provata nel sentire la simpatia, l’affetto e la vicinanza del papa argentino come pure la coerenza di alcune posizioni rispetto alle strutture della Curia romana, ma si domanda: Come può papa Francesco semplicemente ignorare la forza del movimento femminista e la sua espressione nella teologia femminista cattolica?. Evidenziando come l’abbondante e innovativa produzione teologica femminista continui a risultare inadeguata per la razionalità teologica maschile e a rappresentare una minaccia al potere maschile dominante nelle Chiese, Ivone Gebara denuncia come la maggior parte degli uomini di Chiesa e dei fedeli consideri la teologia una scienza eterna basata su verità immutabili e insegnata soprattutto da uomini, oppure, e in seconda battuta, dalle stesse donne ma secondo la scienza maschile prestabilita. E, rivolgendosi a Bergoglio, lo invita ad informarsi su alcuni aspetti della teologia femminista, almeno nel mondo cattolico. Forse – aggiunge – il tuo possibile interesse potrebbe aprire percorsi nuovi per cogliere il pluralismo di genere nella produzione teologica!. Quanto alle parole del papa sulla grandezza di Maria, si tratta ancora una volta, sottolinea, di un’espressione consolatoria astratta della teologia maschile: Si ama la Vergine distante, e vicina all’intimità personale, ma non si ascoltano le grida delle donne in carne e ossa. È più facile innalzare lodi alla Vergine e inginocchiarsi di fronte alla sua immagine che rivolgere l’attenzione a quel che avviene alle donne in molti luoghi lontani del nostro mondo. Di più: il rischio, a suo giudizio, è che, se Benedetto XVI, ‘con le sue posizioni rigide’, aveva alimentato una critica del clericalismo e dell’istituzione papale, ora molti fedeli e operatori di pastorale si abbandonino alla simpatica e amorevole figura di Francesco promuovendo un nuovo clericalismo maschile e una nuova forma di adulazione del papato. Il momento – conclude – esige prudenza e una critica vigile, non per screditare il papa, ma per aiutarlo a realizzare una Chiesa plurale e rispettosa dei suoi molti volti.
Ma Ivone Gebara non è l’unica delusa.
Nel suo blog su Religión Digital, la teologa laica Patricia Paz, pur convinta della necessità di condurre una rilettura del ministero ordinato alla luce del Vangelo e della prassi di Gesù e dunque ‘non particolarmente interessata’ alla questione dell’ordinazione delle donne, rivolge una critica dettagliata alle parole del papa. Possono esserci – si chiede – formulazioni definitive in un mondo in cui si scoprono in ogni momento cose nuove e cadono paradigmi di ogni tipo?. E aggiunge: Che dolore sentire che qualcosa di tanto importante per tanta gente si scontri con una “porta chiusa”! Forse non seguiamo Gesù proprio perché ha aperto tante porte, superando paradigmi sociali, culturali e religiosi?. E ancora: Mi risulta inaccettabile continuare a sentir parlare delle donne come se fossimo un gruppo di persone immature che non possono assumere decisioni e hanno bisogno che altri, gli uomini, dicano loro cosa possono o non possono fare. È ora di iniziare a parlare con le donne e non delle donne. Non se ne può più, dice, del fatto che esaltino la nostra dignità, la nostra importanza, il nostro genio e poi ci escludano. E, infine, in che senso siamo più importanti dei vescovi e dei preti se manchiamo di autorità e di potere decisionale?.
È quanto sottolinea anche la teologa statunitense Mary Hunt, contestando ‘la stessa teologia trita e ritrita secondo cui la Vergine Maria è più importante di chiunque altro nella storia’ quando di fatto le donne non possono prendere decisioni a livello ecclesiale né esercitare il ministero sacramentale e neppure compiere scelte etiche. Respingendo qualsiasi esaltazione della donna che non sia accompagnata da cambiamenti strutturali concreti, la teologa assicura che le donne non resteranno a guardare passivamente gli uomini, papa compreso, mentre cercano scuse per il rifiuto dell’ordinazione femminile. (claudia fanti)
[Mi permetto di fare sottolineature]
Le giuste critiche a papa Bergoglio, associato in questo caso a tutti gli altri di genere maschile, mi ricordano quelle che rimuginavo da bambina ritenuta soltanto bambina su ciò che vedevo e sentivo.
Tutto, nella concretezza della realtà così come la viviamo, è nell’equivoco, ‘recitato’ secondo copioni.
Ma la cosa spiacevole è il ritenersi nel giusto contro chi non lo sarebbe.
Le più grandi contraddizioni della storia hanno un avvicendamento: ora riguardano una categoria, ora un’altra. E non si può negare che il mondo maschile oggi sia dalla parte dei vincenti. Dubito, però, che sia perdente il mondo femminile, anche se io stessa inorridisco a vedere ovunque sfilare schiere di maschi che occupano la scena. O meglio, è perdente anch’essa nella misura in cui non riesce ad uscire dalla LOGICA DEL CONTRO, alla pari dei maschi.
C’è un rimedio?
Ne avanzo uno semplice semplice, che rubo alla sapienza: RIDERCI-SU.
In fondo la commedia che recitiamo accomuna tutte e tutti.
Io ci sto pienamente dentro, pagando di persona. So che mi attiro critiche da ogni parte e non mi rassegno ad evitare le critiche. Trovo forza al riparo di chi chiamiamo Dio ma che non ha nomi, che non è né maschile né femminile, che non è né autore né cancellatore di un mondo sbagliato; un Dio che aspetta l’aiuto da qualcuna/o per creare cieli nuovi e terra nuova.

  

giovedì 5 settembre 2013

La possibile guerra in Siria

Tempi (rivista di comunione e Liberazione)
Settembre 5, 2013
Emmanuele Michela intervista Carlo Jean esperto di geopolitica mediorentale
SIA CHE VINCA ASSAD SIA CHE VINCANO I RIBELLI, OBAMA PERDE
Dopo il primo ok della Commissione Esteri del Senato americano all’intervento armato in Siria, ora Obama attende. Le modifiche sostanziali al suo World power resolution act prevedono il limite di 60 giorni entro cui agire (con eventuali altri 30 di rafforzamento) e la limitazione ad azioni non terrestri. I tanti dubbi che in questi giorni sono sorti in merito al raid chimico sferrato da Assad non sembrano scalfire la politica interventista della Casa Bianca: la linea rossa è stata superata. Ma con questi discorsi Obama si è messo con le spalle al muro da solo, spiega a tempi.it il generale Carlo Jean, esperto di geopolitica e medagla d’oro Gandhi dell’Unesco per il suo lavoro di prevenzione dei conflitti nell’area mediorientale.
Perché? 

Obama ha il grosso inconveniente di essere un ottimo oratore e di innamorarsi dei suoi discorsi. Il discorso che fece al Cairo nel 2009, che tanti applaudirono per le sue parole di incoraggiamento verso la democrazia araba, è stato una follia, perché ha versato benzina sul fuoco. Si è arrivati da lì al rovesciamento di tanti regimi, duri sicuramente, ma che facevano gli interessi dell’Occidente.

È possibile che un attacco Usa si limiti solo agli obbiettivi strategici?

Quando parlo di Obama che si innamora dei propri discorsi penso anche alla scelta di fissare questa fatidica “linea rossa”. Nessun politico lo avrebbe mai fatto, ma avrebbe lasciato il suo avversario in dubbio sulle proprie intenzioni. Stabilire la linea rossa e poi non partire in quarta quando questa è superata risulterebbe contraddittorio. Qui non è tanto la credibilità di Obama ad essere in gioco, quanto quella degli Usa in politica estera: le alleanze degli Stati Uniti con Giappone, Corea del Sud, Filippine, Taiwan, Polonia, Stati baltici, Arabia Saudita tengono o no? O gli Usa al momento della verità si tirano indietro? In questo senso potrebbero essersi incastrati da soli e quindi ora devono intervenire con un’azione molto più massiccia di quanto immaginassero. Ad esempio guastando piste di volo, distruggendo posti comando, gli aerei nei depositi, facendo attacchi cibernetici che paralizzino il sistema informatico dei posti di controllo della Siria. Anche se a dir la verità, in questo campo la Siria troverebbe poi l’appoggio della Russia, che ha capacità di cyber-war molto rilevanti.

I ribelli siriani verrebbero favoriti da un intervento americano. Che impressione si è fatto su di loro?
A mio avviso il cosiddetto esercito della Siria libera è tutto frazionato, non solo dal punto di vista militare ma anche dal punto di vista politico. Ci sono diverse componenti che lasciano perplessi gli americani, in particolare quelle più efficienti, collegate ad Al-Qaeda o ai radicali islamici wahabiti e salafiti. Di conseguenza non si vede bene l’interesse che gli Usa avrebbero a far vincere queste forze, abbattendo Assad. Ci sono due possibilità: se vince Assad, Russia e Iran si rafforzano.
E se vincono i ribelli?
Quello che succederebbe in Siria non si sa. Potrebbero avvenire massacri enormi, specie delle minoranze cristiane. E questo spiega l’appello del papa per la pace. Israele poi non vedrebbe di buon occhio la nascita di un regime islamico al suo confine settentrionale. Comunque, in entrambi i casi, gli Usa perderebbero. Quindi, sebbene nessuno lo dica, io credo che tutti abbiano interesse a far continuare la guerra. Dal punto di vista del realismo politico non ci sono altre spiegazioni.
Le prove che attribuiscono ad Assad l’utilizzo di armi chimiche, come la fatidica intercettazione telefonica, la convincono?
Non è tanto la telefonata, sono le fotografie dei satelliti. Ormai riescono a riprendere anche le targhe delle macchine. Se gli attacchi sono stati fatti con missili Scud può essere stato solo Assad. Perché lo abbia fatto, poi, è difficile da capire: bisogna entrare nella mentalità mediorientale, che è ben diversa dalla nostra. Io credo che uno degli scopi di Assad fosse quello di provocare una risposta occidentale di piccola potenza che non avrebbe cambiato le sorti del conflitto, ma avrebbe attenuato l’opposizione del mondo arabo nei confronti del regime siriano.
Secondo quanto dichiarato dallo stesso Assad al Le Figaro sarebbe da stupidi usare armi chimiche proprio nel momento in cui si sta vincendo la guerra. Il governo sta davvero prevalendo sui ribelli?
Anche in campo strategico, le conclusioni sulla convenienza di un’azione simile lasciano sempre tanti dubbi e incertezze. Di sicuro nessuno ha interesse a far terminare la guerra: paradossalmente anche il Papa, quando chiede una risoluzione politica del conflitto, di fatto arriva a preferire una continuazione della guerra, perché tutto sommato è il male minore. Da buon gesuita, Bergoglio è stato educato a scegliere il male minore di fronte a quello peggiore, che in questo caso significherebbe enorme incertezza: se vince il fronte islamico radicale i cristiani fanno la fine dei caldei in Iraq o dei copti in Egitto.
Intanto Israele ha lanciato due missili. Cosa ci si può aspettare dal coinvolgimento di Israele?
Israele non si farà mai coinvolgere: se dovesse essere attaccato farebbe un’azione puntuale di rappresaglia, mettendo in funzione i suoi sistemi anti-missilistici, che sono i migliori al mondo. Ma non si potrà mai impegnare a fondo contro la Siria perché spaccherebbe il fronte arabo contro Assad. Per quanto riguarda i missili di due giorni fa, credo fossero solo un lancio per provare l’efficienza del sistema anti-missilistico. La spiegazione data pare credibile.

lunedì 2 settembre 2013

01 settembre 2013 - Da www.noidonne.org
di Paola Ortensi
Dalle dichiarazioni delle nostre Ministre, alle protagoniste del Festival del cinema di Venezia etc fino alla nuova Senatrice a vita Elena Cattaneo e alla regina Rania in visita da Papa Francesco col suo consorte re di Giordania, tanti i temi che incrociano i giornali, partendo dall’incertezza della tenuta del nostro Governo determinata dal prossimo voto sulla decadenza di Berlusconi da Senatore. Anche se mentre traballa, il Governo lavora e abolisce l’IMU per la prima casa, cantata come una vittoria del popolo Italiano anche in una intervista, tra le altre, della Ministra all’agricoltura Nunzia Di Girolamo. Alcune/i di noi vorrebbero dirle che non siamo certe/i che sia una vittoria… Ma mentre riflettiamo sull’Italia, una notizia emerge sulle altre, se guardiamo lontano. E’ la decisione dell’America di attaccare, se il Congresso condividerà le considerazioni del presidente Obama, “chirurgicamente “ la Siria. La nostra Ministra Emma Bonino dichiara che nessun attacco può farsi senza la copertura delle Nazioni Unite ma soprattutto che un attacco alla Siria - viste le posizioni di Russia, Iran e non solo - possono aprire ad una deflagrazione mondiale. I dubbi sono enormi come mostra l’inaspettato voto contrario del Parlamento Inglese e la contrarietà della Cancelliera Merkel che aggiunge però, insieme ad altri leaders, che bisogna studiare una reazione “diplomatica”internazionale.
Come sempre l’informazione ci propone e ci distrae su tanti altri fronti e allora parlando di donne al Festival del Cinema di Venezia nonostante la vera prima donna sia un uomo: George Cloony.
E’ piacevole considerare che alla Mostra del cinema le donne risultino apprezzate come attrici, registe, protagoniste in generale. A partire da Sandra Bullock che ha aperto il festival con Clooney appunto, entrambi protagonisti del loro film di fantascienza Gravity, i cui commenti risultano positivi e lo definiscono oggettivamente un bel lavoro ed una indovinata allegoria della vita. Quel che sembra interessante rimarcare, a proposito della Bullock, è che la reiterata informazione che lei e George sono amici da tempo lunghissimo ha segnato un tappeto rosso meno pettegolo e più gradevole. Ma tornando al cinema, grandissima viene definita l’interpretazione dell’attrice americana ottantenne Judi Dench nei panni di Philomena, la storia di una madre a cui le suore di un istituto hanno sottratto il figlio dandolo in adozione e che lei cerca per tutta la vita. Un film, un'interpretazione che viene narrata come magistrale attorno alla tematica complessa ma sempre di attualità che riguarda la maternità.
Successo senza mediazioni, dalla critica per un film italiano molto femminile: “Via Castellana Bandiera“, regista Emma Dante, ma anche attrice insieme ad Alba Rohrwacher, nelle strade della sua Palermo, dove il film è ambientato.
Ma altre presenze femminili come per il film “Tracks”, ci invitano a un piacevole autunno cinematografico segnato da un protagonismo di genere. Lasciando Venezia e il suo festival, di cui seguiremo il finale, ma pur rimanendo nel mondo dello spettacolo, non si può fare a meno, per lo spazio che occupa, nell’interesse di chi segue il gossip, di sottolineare che dopo 17 anni d’amore è finito un altro matrimonio leggendario: Monica Bellucci e Vincent Cassel. La bella Monica non sembra però che rientrerà in Italia ma piuttosto si dice sia attratta da un miliardario russo coi baffetti. Ancora spettacolo ma questa è una notizia terribile. Dalla Corea del Nord è filtrata l’informazione che è stata uccisa a colpi di mitragliatrice ed in una pubblica piazza, insieme al suo gruppo (undici le vittime) la cantante pop star Hyon-Song-wol, accusata di pornografia in un film, ma più realisticamente, forse, per essere stata la fidanzata dell’attuale dittatore della Corea, che potrebbe avere subito la richiesta della sua attuale moglie anche lei cantante di “chiudere il conto per sempre “ con quella che era stata sua rivale anche nello spettacolo.
Tornando nel nostro paese, ma sottolineando notizie non edificanti che sembrano continuare ad essere la maggioranza, abbiamo letto che in una intervista alla Tv Svizzera Lucia,  figlia di Toto Riina, capo di Cosa Nostra e condannato a una trentina di ergastoli, ha dichiarato di essere” onorata e felice” del cognome che porta. Potremmo aggiungere molto, ma forse la notizia si commenta da sola. Chissà come interpreta Lucia quel termine, onorata, pensando ai terribili delitti di cui padre è accusato? Di certo possiamo ritenere che disonorata sia la carriera e il profilo del già mitico professore Giordano, insegnante di lettere a Saluzzo che innamorato di sé e malato di egocentrismo e sesso concupiva le sue alunne, fino a farle innamorare di lui. Con il suo comportamento ha prodotto dolore e umiliazione. Addirittura per il suicidio di una giovane c’è il sospetto che possa essere legato ai suoi comportamenti. Come sarebbe importante considerare una variabile decisiva, da rispettare, le emozioni delle persone, delle donne nello specifico! Colpisce come proprio in questa settimana la donna che nella prima metà d’agosto fu sfregiata con l’acido, davanti all’evidenza che l’ex marito è stato scoperto colpevole, dichiara di averlo, in verità, riconosciuto subito ma di non averlo denunciato per paura e per amore dei figli. Per l’ennesima volta ci troviamo a riflettere su comportamenti femminili che stupiscono e su cosa si debba cambiare nella gestione delle emozioni puntando a percorsi più utili e convincenti.
Emozioni belle e forti quelle che racconta Elena Cattaneo, la ricercatrice, direttrice del laboratorio sulle staminali all’Università di Milano che il presidente Napolitano ha nominato Senatrice a vita, e che racconta sia stata proprio la grinta e le motivazioni forti che l’hanno portata ai risultati attuali nel suo lavoro e che a solo 51 anni l’hanno elevata a Senatrice a vita insieme ad altre tre grandi personalità quali Rubbia, Abbado, Piano. Un evento bello e importante.
Parlando di donne mi piace finire con un atto speciale che un uomo molto speciale ha compiuto nei giorni passati. L’uomo, davvero unico per il ruolo e per la sua personalità sorprendente, è Papa Francesco che ricevuti in visita il re di Giordania e la regina Rania nel salutare quest’ultima si è leggermente inchinato accennando apparentemente un baciamano e comunque un atto di sottomissione e rispetto tanto sorprendente quanto commovente. 





sabato 31 agosto 2013

Riflettendo sui fatti della poitica

Rifletto molto sui fatti della politica.
Invero ritengo prioritari quelli di politica estera, ma quelli della politica italiana sono il microcosmo del macrocosmo mondiale.
Affronto questi ultimi con molto sussiego perché nella realtà italiana, confusa e, direi, apocalittica, c’è da sperare in un ossimoro, cioè nel fare un buco nell’acqua, nel provarci, pur ritenendo che non serve a nulla. [Certamente non voglio convincere nessuno: trovo odioso il termine convincere, che indica una costrizione al proprio parere].
Berlusconi dunque.
Gli appartenenti alla cosiddetta destra vogliono far trionfare il principio della convenienza; gli appartenenti alla cosiddetta sinistra assumono come orientativo, anzi assolutamente orientativo, il PRINCIPIO (o quello che significa).
Dietro destra e sinistra c’è una piccola folla di piccoli e, in quanto tali pieni di sicumera: e guai a porsi alla pari.
Le frasi che riassumono in maniera approssimativa gli atteggiamenti di questi due schieramenti si basano su due principi.
a) PER LA DESTRA: non si può ignorare il popolo che la vota; la democrazia è governo del popolo.
PER LA SINISTRA: un popolo non può fondare il principio su cui si regge la stessa democrazia.
Come si può notare, il termine DEMOCRAZIA è usato in entrambe le parti. E, se io dovessi cedere alla tentazione di schierarmi, darei ragione ad una delle due, ma mi freno dal dichiarare quale.
Dunque democrazia! Quale? Ecco un quadretto che potrete consultare in google:      
Marsilio da Padova
Platone e Aristotele convergono
Per entrambi i filosofi si può chiamare legge soltanto ciò che è strutturalmente giusto e pertanto morale; ma se la legge della polis vacilla nella parzialità, non si può  contare su di essa; il principio su cui si regge è falsamente etico; bisogna fare appello all’agire secondo convenienza, poiché nulla è strutturalmente giusto e pertanto morale.
Torniamo indietro, ad Eraclito
Eraclito scriveva in uno dei suoi frammenti: tutte le leggi umane, invero, vengono nutrite da una sola legge, quella divina: essa prevale, difatti, quanto vuole e basta a tutto. Cioè la legge divina è come il fondamento e la radice (nutre) delle leggi umane; queste saranno leggi autentiche – secondo verità – se sono conformi alle leggi divine, e tale conformità le rende giuste e morali.
e a Tommaso d’Aquino
il quale citare Cicerone, De re publica, III, 22, 33:
Vi è una legge vera, ragione retta conforme alla natura, presente in tutti, invariabile, eterna, tale da richiamare con i suoi comandi al dovere, e da distogliere con i suoi divieti dall'agire male... A questa legge non è possibile si tolga valore né è lecito che in qualcosa si deroghi, né essa può essere abrogata; da questa legge non possiamo essere sciolti ad opera del senato o del popolo... Essa non è diversa a Roma o ad Atene, non è diversa ora o in futuro: tutti i popoli invece in ogni tempo saranno retti da quest'unica legge eterna e immutabile; ed unico comune maestro, per così dire e sovrano di tutti sarà Dio; di questa legge egli solo è l'autore, l'interprete, il legislatore; e chi non gli obbedirà rinnegherà sé stesso, e rifiutando la sua natura di uomo, per ciò medesimo incorrerà nelle massime pene, anche se potrà essere...
Tommaso aggiunge di suo:
Accade a volte che qualche precetto, che è per il bene della moltitudine nella maggior parte dei casi, non sia conveniente ad una persona, o ad una situazione determinata, perché impedirebbe qualcosa di migliore, oppure comporterebbe qualche male
…..
colui che ha il potere di governare la moltitudine, ha il potere di dispensare dalla legge umana in quelle cose che dipendono dalla sua autorità: al fine di concedere il permesso di non osservare il precetto della legge, alle persone e nei casi in cui la legge viene meno al suo obiettivo.

Da parte mia ho solo timore che non siamo, né voi né io, in grado di rivedere le nostre posizioni, perché diamo ad esse un carattere di assolutezza, mentre la nostra natura di creature ci ha collocato nel tempo transeunte.
Cerchiamo l’ancoraggio al DIAlOGO se abbiamo umiltà intellettuale.

giovedì 29 agosto 2013

In morte di Don Chiavacci

In morte di Don Chiavacci, uomo, prete, pastore e teologo: fedele e libero insieme

Don Enrico Chiavacci, prete, parroco, teologo, in tutto e sempre “pastore” del popolo: il suo immediato di San Silvestro a Ruffignano, presso Firenze, dove è stato parroco per più di 50 anni e poi, come teologo ed esperto di scienze umane, quello detto giustamente “Popolo di Dio”, cioè la comunità dei credenti cattolici, e certamente non solo. E’ infatti nota la stima e il seguito che Lui e i suoi lavori teologici hanno sempre avuto anche oltre i confini ufficiali della Chiesa cattolica…
Ne ha scritto qui, già, il collega Giacomo Galeazzi, e riprendo l’argomento per aggiungere qualcosa di personale, biografico e non noto, e anche un accenno all’importanza del lavoro di ricerca e sintesi dottrinale e insieme appunto pastorale, che ha segnato tutta la sua vita intellettuale e cristiana.
Il suo Corso fondamentale di Morale, una decina di volumi densissimi, pubblicato nel corso degli anni dalla Cittadella di Assisi, è stato un capolavoro di sintesi sapiente e prudente tra la tradizione e i segni dei tempi, a partire dalla morale sociale – fondamentali alcune sue ricerche sulla cosiddetta “dottrina sociale” della Chiesa nei secoli – e dall’etica famigliare e sessuale applicata nel vivo del mutare dei tempi e della stessa realtà della Chiesa.
Fedele alla dottrina, ma capace di distinguere sempre ciò che è di fondo, e risale alle fonti della fede cristiana e anche cattolica, e ciò che è frutto della semplice evoluzione storica degli scritti di teologi, ma anche di vescovi e di Papi, da rispettare sempre, mai tuttavia da considerare, a sproposito e senza distinzioni, verità di fede e quindi immutabili…
Ora, e in particolare nel campo della morale della famiglia e della sessualità l’evoluzione della dottrina cattolica e al suo servizio della teologia, anche per la spinta delle mutazioni della società e del costume, è stata di grandissima portata, e lo è ancora.
Galeazzi ha ricordato il passaggio del suo pensiero dalla considerazione della sessualità solo come “necessario strumento per la procreazione”, ma caricata di significati soprattutto negativi e da controllare alla visione del corpo umano, della donna come tale, dell’amore coniugale e della complessità di ciò che esso implica nella natura e nella persona umana. Da una visione negativa, codificata p. es. da certi testi di S. Agostino che hanno seminato diffidenza e anche disprezzo per secoli, a quella della teologia del corpo nelle catechesi di Giovanni Paolo II negli anni ‘80 c’è un cammino in avanti gigantesco, di cui forse l’etica ufficiale cattolica ancora oggi non ha percepito pienamente la portata: la cosa ha un peso molto forte anche nella credibilità della stessa Chiesa. Alla base di tutto la “rivoluzione” del Concilio, con il rifiuto di codificare ancora una volta come assoluta la gerarchia dei cosiddetti “fini del Matrimonio”, che metteva al vertice la procreazione e subordinava tutto ad essa…
Dal Concilio in poi, passando per il travaglio delle Commissioni teologiche volute da Giovanni XXIII e Paolo VI, che portarono a due visioni diverse, e in alcuni aspetti anche opposte, alla luce nuova dell’ammissione dei cosiddetti “metodi naturali” per la regolazione delle nascite (Pio XII, ottobre 1951), e poi per la vicenda tumultuosa dell’Humanae Vitae” che oltre le dispute teologiche e le resistenze pastorali incendiò per anni le discussioni interne agli stessi episcopati, il cammino è stato lungo e complesso. La prudenza di Paolo VI, pur in quella che apparve una chiusura al “nuovo”, spesso equivocato e confuso con l’approvazione dell’egoismo e della libertà senza criteri chiari, non presentò il dettato dell’Enciclica come “definitivo” e assolutamente veritativo, ma lasciò volutamente aperto lo spazio alla ricerca ulteriore. E in questo ambito anche gli studi di Don Enrico, con altri come il grande Padre Bernard Haering, fino ad un certo limite Ambrogio Valsecchi, ed anche colleghi come Dalmazio Mongillo e Giannino Piana, in Italia soprattutto tra le scuole dei Redentoristi, furono preziosi e autorevolmente visti dai colleghi e da molti Pastori che hanno preso sul serio il Concilio e il richiamo ai segni dei tempi. Fondamentale, tra l’altro, per l’esperienza di tanti uomini di Chiesa italiani, un commento molto ampio della Gaudium et Spes, magistrale, che Don Enrico offrì e pubblicò con la Studium: una vera miniera di sapienza e di cultura teologica e storica…
La sua capacità di mettere insieme opportunità pastorale, fedeltà alle verità di fede, ricerca e percezione dei “segni dei tempi” è stata sempre grande e apprezzata. Fedele, e libero insieme, obbediente e capace di novità magari impensate e anche scomode, tranquillo anche quando qualcuno, magari anche autorevolmente e ufficialmente, lo indicava come “dissenziente”… Egli lo fu sempre in cose nelle quali il dissenso era non solo legittimo, ma capace di far camminare in avanti la teologia e quindi anche la Chiesa nelle sue dimensioni intellettuali… Grande esempio di pacifica capacità di accogliere critiche e rimproveri, anche ufficiali, e insieme di resistenza senza resa nella coscienza che l’oggetto delle critiche era aperto alla libera discussione, rispettosa della fede, ma mai obbligata a dare corpo di dottrina di fede a ciò che era soltanto un’affermazione di scuola teologica, magari nostalgica di tempi passati, materialità di Concili antichi ed egemonie di parti in causa solo personali e accidentali…
Figlio e insieme padre della visione conciliare, don Enrico, stimatissimo dai colleghi, almeno da quelli che non hanno mai visto il rinnovamento conciliare come pericolosa deviazione dalla fede cattolica, nonostante la sua un po’ selvatica ostinazione a non cercare le luci della ribalta, fu per tanti una guida anche intellettuale…Di grande significato, tra altro, i suoi studi sulla morale applicata ai sistemi economici e alla realtà del cosiddetto Terzo Mondo in via di sviluppo…
Non solo fiori, ovviamente, sulla sua strada. Ricordo, per concludere questo piccolo omaggio, un episodio vissuto direttamente. Verso la fine degli anni ’70 in un Congresso dell’Associazione dei Teologi Moralisti Italiani (Atism) egli era vicepresidente in scadenza di carica e al momento delle nuove candidature, in prossimità del voto, nell’assemblea si alzò un membro della Presidenza, nome illustre e origini campane, il quale con aria tra contrito e convinto di un servizio necessario avanzò, a nome esplicitamente della Presidenza della Cei la proposta di “non rinnovare” a Don Chiavacci “la carica della Vicepresidenza”. Lui non tentò neppure di ribattere, e tacque. Risultato: i membri dell’Atism furono insieme “obbedienti” e “liberi”: don Enrico Chiavacci fu eletto “Presidente”! Tempi passati, e non rimpianti. Ora Don Enrico è tornato alla Casa del Padre. Tanti, anche tra i colleghi un po’ più giovani, o meno anziani di lui, lo ricordano con simpatia e ringraziano lo Spirito Santo che gli ha consentito di essere esempio insieme di libertà vera e fedeltà autentica, le due condizioni necessarie per l’annuncio della fede e per la salute della Chiesa. Uomo, studioso, scienziato, teologo, pastore, maestro, Don Enrico. Con ammirazione e gratitudine.

Gianni Gennari  

martedì 27 agosto 2013

Schema Violante

La politica oggi è ingarbugliata più che mai.
Siamo anni luce lontani dalle posizioni che giornalisti, esperti, parlamentari, gente comune ritengono di poter esprimere, forti del solo PERSONALE PUNTO DI VISTA!
Ha lasciato il segno lo «schema Violante», l'appello lanciato ieri sul Corriere dal «saggio» del Pd (della commissione sulle Riforme) ad ascoltare i dubbi tecnici sollevati da giuristi e rivendicati dal Pdl contro la decadenza immediata del Cavaliere. Come la legittimità di rivolgersi alla Consulta, o di interpellare la Corte di Lussemburgo. Giacché la legalità, ha ricordato Violante al partito legalitario, «impone di ascoltare le ragioni dell'accusato». Così, all'indomani del richiamo,mentre il Pdl esulta con Francesco Giro («Parole incoraggianti che prefigurano un lodo»), in giunta si avverte una maggiore cautela per evitare strumentalizzazioni.
Intanto Mario Monti, al Foglio , dice che non troverebbe «scandalosa» la grazia a Berlusconi «proprio per il ruolo che ha avuto». «La legge Severino - rimarca Monti - è stata votata a larghissima maggioranza, anche dal Pdl, nove mesi fa e nessuno sollevò obiezioni di costituzionalità; anzi, tutti sembravano desiderosi di mostrarsi rigorosi sui criteri di incandidabilità e decadenza: erano solo ragioni elettoralistiche?». E, pur riconoscendo «l'eccezionalità del caso Berlusconi», l'ex premier dice: «La sua condanna non può certo essere cancellata dal Senato, neppure nei suoi altri effetti di legge». Meglio un provvedimento eccezionale come la grazia. 
Ma intanto cosa fare in giunta? I toni si sono fatti meno battaglieri. «Nessuno ha mai detto che strozzeremo i tempi o le ragioni della difesa», assicura la pd Rosa Filippin. Il regolamento è tassativo e stabilisce una procedura. Al fine di accertamenti eventuali il presidente può nominare un relatore o un comitato incaricato di fare l'istruttoria necessaria. Servirà a effettuare verifiche e acquisizioni. Poi si potrà ascoltare l'interessato o la sua difesa. E al termine si passerà al voto». «Non stiamo parlando - avverte Rosanna Filippin - di mesi, ma nemmeno di chiudere necessariamente tutto il giorno 9 settembre. Rispetteremo sentenza, regolamento e procedure». Nessun contrordine ufficiale, quindi: Berlusconi era e resta al di fuori della legge Severino. La linea del Pd è votare sì alla decadenza. Ma, come ha precisato ieri Guglielmo Epifani, «nessun giustizialismo».

Il nodo resta uno: il rinvio alla Consulta. Entro il 28 Berlusconi potrà presentare la memoria. Un parere giuridico in tal senso potrebbe essere allegato a quell'atto. Oppure richiesto successivamente dalla difesa o dal Pdl. Poi, dopo l'eventuale audizione del Cavaliere, la giunta voterebbe. E, ammesso che la proposta ottenga la maggioranza, potrebbe rivolgersi alla Consulta. Secondo Violante potrebbe farlo direttamente: «La Corte costituzionale ha ritenuto che il procedimento in giunta è di carattere giurisdizionale». Secondo il presidente emerito della Consulta Valerio Onida invece occorrerebbe un passaggio in Aula: «La giunta - spiega - prepara l'istruttoria e fa una proposta che dovrebbe essere in questo caso una vera e propria ordinanza, con l'indicazione delle norme costituzionali che si sospetta siano state violate, con la motivazione sulla rilevanza e sulla non manifesta infondatezza. Poi giudice è l'assemblea». Ma lui pensa che l'eccezione non sia destinata a essere accolta dalla Corte: «La legge Severino non stabilisce una sanzione, ma un requisito: per avere un Parlamento "pulito" si è ritenuto che non debbano esserci condannati». 

lunedì 26 agosto 2013

L'improbalile....

Ricevendo dall'Huffington Post questi schizzi informativi, li passo ai lettori di questo blog assieme alle mie osservazioni in rosso

Sarà che tra tacchi a spillo, coordinati delle signore, arredi, camerieri, e rombare di macchine blu, il grido sulla fine della democrazia in Italia si è un po' perso. O sarà che le infinite liti sulle stanze della nuova sede di Forza Italia non danno certo l'idea della fine del mondo. Ma quello che per il Cavaliere è sicuramente un momento difficile (dopotutto è lui il condannato) per il resto appare solo una grande "sceneggiata", un improbabile ressa di aspiranti protagonisti ,che nel momento più complicato della vita del loro leader approfittano della luce dei riflettori per conquistare spazio personale.
Fanno sceneggiata anche i testardi del Pd che non sanno distinguere tra idea di giustizia, la quale deve essere sempre presente, in qualsiasi orizzonte ci si ponga, ed opportunità politica: la politica non è né scienza né ideologia, bensì arte del concreto quotidiano; a me DISPIACE che questo partito sia divenuto improbabile esercito di un leader che non c’è, e, se c’è, preferiscono ignorare.  
A questo punto è lecito chiedersi quale sia il disegno, se c'è, del premier Enrico Letta. Perché ormai è evidente - fin troppo - che il ricatto berlusconiano sul governo sancisce, di fatto, il capolinea politico dell'esperienza di queste strambe larghe intese. È per questo che occorrerebbe aprire una fase nuova, chiedendo al popolo di liberare il paese dal ricatto.
Ecco cosa vogliono persone della povera sinistra di oggi!
In un suo recente post Beppe Grillo ha infilato tra le righe una regola nuova di zecca per il Movimento, una regola che avrà di certo il suo peso nello scenario politico italiano prossimo venturo. Per la prima volta Beppe specifica nero su bianco che, in caso di vittoria alle elezioni, il primo ministro indicato dai cinque stelle sarà una "persona interna".
Ecco cosa può conseguire alla testardaggine di tutti
Atteso che Berlusconi sarebbe solo ed esclusivamente uno delle centinaia di migliaia di persone che beneficerebbero dell'amnistia, ce la faranno i nostri eroi parlamentari a ponderare bene alla ripresa dei lavori a settembre il testo e il contesto in cui sono chiamati a prendere una decisione storica?
Sì, forse c’è da porsi soltanto interrogativi
Si va consumando un suggestivo balletto tra esponenti ed intellettuali del Pdl e del Pd attorno al decreto di amnistia o atto di clemenza, varato il 22 giugno 1946 e scritto di suo pugno dal Guardasigilli, Palmiro Togliatti. E siamo ancora qui: ad una rivoluzione da fare e che è tale se ed in quanto è cambiamento di una classe dirigente assai scadente sul piano culturale
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domenica 25 agosto 2013

Teologia femminile?

Rimando chi abbia voglia di approfondire l’argomento papa Francesco e la teologia femminile alla lettura diretta dei testi –clicca quaggiù- da me consultati dietro l’input ricevuto dalle teologhe. Aggiungo le mie considerazioni.
1) Nella conferenza stampa di papa Francesco durante il volo di ritorno da Rio, una prima (in ordine di tempo) osservazione mi salta negli occhi: come sopporta un papa come lui la ridondanza dei titoli applicati a lui? Forse ‘non ci può niente’; ma forse sarebbe consono alla sua personalità tirar fuori il coraggio per negarsi una volta per tutte…
Bella la constatazione che gli fa onore: c’è sempre il pericolo di pensarsi un po’ superiore agli altri, non come gli altri, un po’ principe, sono pericoli e peccati.
Mi spiace che ormai la pensi diversamente dagli anni Ottanta sul movimento carismatico; allora diceva: Questi confondono una celebrazione liturgica con una scuola di samba.
Sintetizzo con le mie parole cosa pensa sul ruolo della donna nella chiesa: lui, di fronte alle severe proibizioni ecclesiastiche alle donne di accedere a ruoli istituzionali, dichiara di doversi comportarsi come figlio della chiesa; nel riconoscere i meriti femminili vuole andare più in là della Mulieris dignitatem e perciò incoraggia una esplicitazione teologica sulla superiorità della donna rispetto al collegio apostolico. Io mi chiedo seriamente che ce ne facciamo, noi donne, delle esplicitazioni teologiche e del riconoscimento di una superiorità rispetto al collegio apostolico, se, di fatto, è questo'ultimo a dettare le leggi.
2) Ivone Gebara, suora del dissenso, non fa che ripetere quanto è stato osservato da tanti circa la sovrabbondanza della presenza femminile nelle parrocchie cattoliche, a cui si accompagna l’esclusione ad un organico inserimento delle donne nei luoghi dove si fa e si insegna teologia in modi rigorosamente maschili.
Sono d’accordo parzialmente sui sospetti della Gebara che questo  papa si possa assestare, suo malgrado, su una linea conservatrice carismatica e più celebrativa nella linea Gospel, anziché dare un impulso ai movimenti di lotta sociale. Io ritengo che la donna, dovrà, è vero, liberarsi dalle pastoie antievangeliche, ma soprattutto ripensare la sua umanità, senza colpevolizzare la cultura maschile e altresì controllare la propria effervescenza di emulatrice –di fatto- della cultura da abbattere.
3) Ad Emma Fattorini chiedo: è davvero convinta che le culture religiose possono essere preziose alleate delle donne e della loro capacità di costruire relazioni buone? Sono pronta ad essere lapidata dalle donne se esprimo il mio dubbio su questo modo di impostare una ricostruzione dell’identità femminile: dobbiamo piuttosto incoraggiare una sana cultura laica.
4) Cosa chiede il teologo Sequeri alle donne?  che debbano essere loro a fare ripartire le storia e la felicità dell’annuncio? Ho stima per le sue buone intenzioni, avvalorate culturalmente, ma io vorrei che alle donne non si chiedesse nulla, come nulla esse debbono chiedere agli uomini. Propongo piuttosto il sederci tutti/e attorno ad un tavolo.
5) Vittoria Prisciandaro lancia on line un appello, firmato da laici e sacerdoti, che richiama la centralità di una Chiesa povera per i poveri, ed evoca il Patto delle catacombe, firmato nelle catacombe di Domitilla il 16 novembre 1965 da una quarantina di padri del Concilio Vaticano II, tra i quali c'era il vescovo Hélder Câmara: Un documento profetico che, se vissuto, potrebbe aiutare la Chiesa a diventare "serva e povera", secondo lo Spirito di Gesù. Un testo che probabilmente anche Papa Bergoglio ha ben presente. Nell'ultima celebrazione eucaristica a Santa Marta prima della pausa estiva, il 6 luglio, ha voluto proprio mandare questo messaggio: Non bisogna avere paura del rinnovamento delle strutture. Nella vita cristiana, anche nella vita della Chiesa, ci sono strutture antiche, strutture caduche: è necessario rinnovarle! Non bisogna temere la novità che lo Spirito Santo opera in noi! Io sto a guardare come quando da bambina assistevo pensosa ai discorsi dei grandi. Rimugino e molte cose non le mando giù: ma chi ci crede che questo papa rinnoverà le strutture della chiesa? Sono d’accordo con una ventottenne ignara di discorsi di chiesa, che proprio ieri osservava: che cosa vogliono da papa Francesco? è un papa!
6) La conferenza delle Superiore Religiose degli Stati Uniti d’America nell’incontro col delegato pontificio è riproposta da papa Fancesco, anche lui, forse, preoccupato per alcune posizioni “di femminismo radicale” e di dissenso inconciliabili con il Magistero della Chiesa. Staremo a vedere. Ma si profila un ridisegno della figura della donna che ha fatto una scelta forte, entro la quale non dovrà soffocare di regole?
7) G. Ravasi presenta una documentazione, densa a tutti i livelli, della presenza, spesso ‘oscurata’, della donne nella storia. Naturalmente è tutto dalla parte delle donne, né fa meraviglia: è caratteristica comune degli uomini intelligenti. Come è caratteristica di quasi  tutte le persone di genere maschile profondersi in esaltazioni, talora deliranti. Io direi, grazie, ora basta! Fatti e non parole.
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