Giorno dopo giorno irrompe nel nostro percorso di vita il mondo che ci circonda in tutti i suoi aspetti. Quante cose da imparare! Stare ATTENTI a cogliere la verità che si nasconde in tutto significa non isolarsi, ESSERE-CON. E perché non anche CON te che leggi? Ausilia
venerdì 28 ottobre 2016
"Opportunanda"
Opportunanda! i problemi che ci toccano il cuore!
Ricevo e comunico, (mentre il terremoto fa la sua parte...) Ausilia
FATTI E PAROLE 16 ASSOCIAZIONE OPPORTUNANDA
NEWS
DORMIREDUE PAROLE
“Dormire” è uno dei principali bisogni della persona umana, così come lo è il mangiare, il nutrirsi. Nel sonno la persona si rigenera, riposa dopo una fatica, supera malattie, entra in uno stato di rilassatezza durante il quale dimentica, sogna, ricupera forze fisiche e psicologiche. Ma come, quando, dove si dorme? La risposta più semplice è: nel letto, o almeno su una poltrona, o a volte in viaggio in macchina, in treno, o sdraiati su un prato o su una spiaggia…
Questo piccolo preambolo accenna al dormire della maggior parte di noi che viviamo in una casa, con una famiglia, con una normale vita di lavoro. Ma questo è il Notiziario di Opportunanda, l’associazione dei Senza-Dimora e il problema del dormire è molto, molto diverso!
Tralasciamo l’antica idea del “clochard” che sceglie di vivere sotto i ponti. Qualcuno che fa questo tipo di scelta effettivamente esiste, ma la maggior parte dei senza dimora non “sceglie”, ma subisce, perché la vita l’ha portato contro la sua volontà ad una situazione molto difficile. Quasi sempre si trova sulla strada chi ha perso il lavoro, la famiglia, la casa ed è alla ricerca di tutto, vive nel buio di un futuro con ben poche speranze.
“Sulla strada”, appunto! E come risolve il problema del dormire? Nelle nostre città ci sono i dormitori, ma in un’altra parte del Notiziario spiegheremo meglio la difficile trafila per accedervi, quasi sempre per brevi periodi.
Altre possibilità? Ci sono, certo, ma si tratta di accoglienze temporanee, eccezionali, del tutto personali.
Spiegheremo che cosa sono le “convivenze” che ha inventato Opportunanda, ma soprattutto – come facciamo ogni volta – daremo la parola ai diretti interessati, li faremo raccontare…
L.
I dormitori
Possono accedere ai dormitori persone maggiorenni dell’Unione Europea, effettivamente senza dimora e prive di reddito. L’accesso è gratuito dalle 20 alle 8 e nel periodo invernale dalle 19 alle 9. Occorre iscriversi a una lista d’attesa tramite il dormitorio di via Sacchi 47. Poiché ci sono anche dormitori privati, il criterio d’accesso varia da uno all’altro.
I dormitori “pubblici” funzionanti tutto l’anno sono sei, ma nel tempo dell’emergenza freddo vengono create parecchie altre strutture. I dormitori privati sono sette od otto.
L’accoglienza nei dormitori pubblici dura 30 giorni per i residenti in Torino e 7 giorni per i non residenti.
Al termine di questi periodi, occorre nuovamente iscriversi e si torna in lista d’attesa.
Le convivenze guidate.
Nell’ottobre/novembre 1997, con l’inizio dell’emergenza freddo, il Comune di Torino richiede agli organismi di volontariato di collaborare per trovare dei posti letto per i senza dimora. A Opportunanda ci si dice: “Proviamoci anche noi, creiamo una casa che rimanga per il futuro e che possa diventare una convivenza, una realtà che aiuti ad acquisire una dimensione abitativa, una sorta di rieducazione ad una casa autonoma”. E a poco a poco si sono create le convivenze che attualmente sono tre maschili e una femminile.
Abbiamo chiesto a X. di “raccontarci” il suo dormire sia in strada che in dormitorio…
“Quando l’azienda dove lavoravo ha chiuso e sono rimasto senza stipendio, sono stato messo fuori casa, con cambio serrature e mi sono trovato solo, travolto dalla tossicodipendenza.
Cercavo una macchina aperta e dormivo lì al caldo, oppure un portone aperto, salivo fino all’ultimo piano e dormivo sul pianerottolo. Lunghi anni…, ma intanto sono stato accolto da tre comunità terapeutiche e sono uscito dalla tossicodipendenza.
L’esperienza dei dormitori – dove ho dormito per anni – è stata complessa, ma l’ho sfruttata in positivo.
In alcuni dormitori si fraternizza, si può preparare qualcosa insieme da mangiare, si fa comunione con altri che hanno gli stessi problemi, nel comune dolore si mettono insieme le forze… Ma non dappertutto è così: nei dormitori circola alcool, droga, infiniti problemi che creano varie tensioni. Esperienza durissima che però sono riuscito a vivere in positivo, dicendomi: devo aver fiducia e credere. Poi ho chiesto aiuto al SERT che mi ha dato una grossa mano. Sono stato per un anno in una struttura con appuntamenti, colloqui e due periodi nelle pensioni “Un tetto per tutti” e “Tempo supplementare”, seguito da un’assistente sociale. Tramite lei ho conosciuto Opportunanda che mi ha inserito nella convivenza di via La Salle. Nuovo rischio nella zona di Porta Palazzo, dove lo spaccio di droga è diffusissimo.
Ora ho finalmente un alloggio in casa popolare, un nido per me.”
Dopo un po’ di titubanza, X. ha aggiunto: “Ma io ho un’altra esperienza di dormire: sono stato alcuni anni in carcere.
Erano celle da due posti letto, poi sono passato nella comunità Arcobaleno, dopo un duro impegnativo lavoro e si dormiva in camere da quattro letti. Tutto mi ha rinforzato: <stare male per stare bene> “
Ci siamo salutati con X. canticchiando la canzone di Jovanotti: “Io penso positivo, perché son vivo, perché son vivo”…
Abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Y chiedendo anche a lui di “raccontare” il suo dormire e Y ci ha parlato di tante cose della sua vita.
“Avevamo tentato di avviare un lavoro con mio fratello in Sardegna, ma l’esperienza non è andata bene e siamo rientrati a Torino con un nostro furgone e per un po’ di tempo siamo vissuti in una mansarda. Abbiamo dovuto lasciare anche quella e ci è rimasto il furgone parcheggiato abusivamente. Dormivo nel furgone, travolto dalla tossicodipendenza e quindi dalla necessità di trovare i soldi. Rubavo le auto e le rivendevo a dei ricettatori di Porta Palazzo.
A un certo punto i vigili mi hanno sequestrato il furgone e allora dormivamo in due o tre sui treni o sul pianerottolo dell’ultimo piano di palazzi aperti, fuggendone al più presto al mattino.
Grazie a dei passaparola ho scoperto i due dormitori allora aperti,via Ormea e via Marsigli.
Nei dormitori ci sono pro e contro: oltre il dormire in un letto, c’era la possibilità di lavarsi. Io, però, mettevo fuori tutta la mia aggressività e bisticciavo molto spesso con tutti, tutta gente che – come me – viveva di espedienti. Molte volte sono stato espulso. Io preferivo starmene da solo, perché con gli altri era come “una cappa”. Inoltre c’era spaccio e io ero nel pieno del mio problema. In un certo senso capivo i “clochard” che sceglievano la libertà al di fuori del dormitorio. A un certo punto ho aperto gli occhi e mi sono trovato a un bivio e IO ho scelto di cambiare vita. Debolezza, depressione, sia a livello fisico che mentale…Non hai più dignità, sei un reietto. E’ vita? Mi sono detto: basta così! Mi hanno mandato tre anni in Sicilia e al ritorno frequentavo il Gruppo Abele dove ho conosciuto quella che sarebbe diventata mia moglie.
Ora vivo in una casa e quando me l’hanno comunicato ho detto subito sì senza neanche andarla a vedere. Grazie a Opportunanda ho un lavoro a metà tempo e tante care persone che mi vogliono bene! Dormire? Sì, dolce dormire…”
Ci siamo salutati commossi, ringraziandoci a vicenda.
L. e T.
ACCADE A OPPORTUNANDA
- Quest’anno la gita dell’estate si è svolta a settembre in località Celle di Caprie, con un interessante incontro con un guardiaparco che ha illustrato molti aspetti caratteristici della natura. Eravamo presenti in una cinquantina.
-Il tredici settembre è terminato il periodo di servizio civile di Valerio e Claudia. Quest’ultima però è stata assunta a tempo determinato per la sostituzione del periodo di maternità dell’operatrice Sabrina. -Come negli ultimi tre anni, in collaborazione con alcune case del quartiere e poli culturali, abbiamo segnalato cinque persone che saranno inserite nel progetto di Reciproca Solidarietà e Lavoro Accessorio del Comune di Torino. Questo permetterà alle persone di avere un’entrata di 4.000 euro lordi (per 400 ore lavorative) e di
incrementare la propria rete sociale e relazionale.
L.
PROSSIMAMENTE
In luglio sono stati selezionati una ragazza e un ragazzo per il nuovo servizio civile che inizierà ai primi di novembre.
Stanno riprendendo tutti i laboratori con la novità del “Progetto LegGo”, piccola biblioteca di strada aperta ogni martedì dalle 12 alle 16. E’ compresa anche una selezione di libri in lingua araba.
L.
LE BANCHE FALLISCONO?
GLI INVESTIMENTI VANNO IN FUMO?
INVESTI IL TUO CINQUE PER MILLE PER L’ASSOCIAZIONE OPPORTUNANDA!
UTILE GARANTITO
PER CHI BENEFICIA DEI NOSTRI AIUTI!
…NOSTRO CODICE FISCALE: 97560450013
ASSOCIAZIONE OPPORTUNANDA Via Sant’Anselmo 21 - 10125 Torino
Centro Diurno: Via Sant’Anselmo 28 Tel./Fax 011-6507306
Sito: www.opportunanda.it e-mail : segreteria@opportunanda.it
Cod.Fisc. 97560450013 - conto corrente postale 29797107
IBAN IT59O076 0101 0000 0002 9797 107
NEWS
DORMIREDUE PAROLE
“Dormire” è uno dei principali bisogni della persona umana, così come lo è il mangiare, il nutrirsi. Nel sonno la persona si rigenera, riposa dopo una fatica, supera malattie, entra in uno stato di rilassatezza durante il quale dimentica, sogna, ricupera forze fisiche e psicologiche. Ma come, quando, dove si dorme? La risposta più semplice è: nel letto, o almeno su una poltrona, o a volte in viaggio in macchina, in treno, o sdraiati su un prato o su una spiaggia…
Questo piccolo preambolo accenna al dormire della maggior parte di noi che viviamo in una casa, con una famiglia, con una normale vita di lavoro. Ma questo è il Notiziario di Opportunanda, l’associazione dei Senza-Dimora e il problema del dormire è molto, molto diverso!
Tralasciamo l’antica idea del “clochard” che sceglie di vivere sotto i ponti. Qualcuno che fa questo tipo di scelta effettivamente esiste, ma la maggior parte dei senza dimora non “sceglie”, ma subisce, perché la vita l’ha portato contro la sua volontà ad una situazione molto difficile. Quasi sempre si trova sulla strada chi ha perso il lavoro, la famiglia, la casa ed è alla ricerca di tutto, vive nel buio di un futuro con ben poche speranze.
“Sulla strada”, appunto! E come risolve il problema del dormire? Nelle nostre città ci sono i dormitori, ma in un’altra parte del Notiziario spiegheremo meglio la difficile trafila per accedervi, quasi sempre per brevi periodi.
Altre possibilità? Ci sono, certo, ma si tratta di accoglienze temporanee, eccezionali, del tutto personali.
Spiegheremo che cosa sono le “convivenze” che ha inventato Opportunanda, ma soprattutto – come facciamo ogni volta – daremo la parola ai diretti interessati, li faremo raccontare…
L.
I dormitori
Possono accedere ai dormitori persone maggiorenni dell’Unione Europea, effettivamente senza dimora e prive di reddito. L’accesso è gratuito dalle 20 alle 8 e nel periodo invernale dalle 19 alle 9. Occorre iscriversi a una lista d’attesa tramite il dormitorio di via Sacchi 47. Poiché ci sono anche dormitori privati, il criterio d’accesso varia da uno all’altro.
I dormitori “pubblici” funzionanti tutto l’anno sono sei, ma nel tempo dell’emergenza freddo vengono create parecchie altre strutture. I dormitori privati sono sette od otto.
L’accoglienza nei dormitori pubblici dura 30 giorni per i residenti in Torino e 7 giorni per i non residenti.
Al termine di questi periodi, occorre nuovamente iscriversi e si torna in lista d’attesa.
Le convivenze guidate.
Nell’ottobre/novembre 1997, con l’inizio dell’emergenza freddo, il Comune di Torino richiede agli organismi di volontariato di collaborare per trovare dei posti letto per i senza dimora. A Opportunanda ci si dice: “Proviamoci anche noi, creiamo una casa che rimanga per il futuro e che possa diventare una convivenza, una realtà che aiuti ad acquisire una dimensione abitativa, una sorta di rieducazione ad una casa autonoma”. E a poco a poco si sono create le convivenze che attualmente sono tre maschili e una femminile.
Abbiamo chiesto a X. di “raccontarci” il suo dormire sia in strada che in dormitorio…
“Quando l’azienda dove lavoravo ha chiuso e sono rimasto senza stipendio, sono stato messo fuori casa, con cambio serrature e mi sono trovato solo, travolto dalla tossicodipendenza.
Cercavo una macchina aperta e dormivo lì al caldo, oppure un portone aperto, salivo fino all’ultimo piano e dormivo sul pianerottolo. Lunghi anni…, ma intanto sono stato accolto da tre comunità terapeutiche e sono uscito dalla tossicodipendenza.
L’esperienza dei dormitori – dove ho dormito per anni – è stata complessa, ma l’ho sfruttata in positivo.
In alcuni dormitori si fraternizza, si può preparare qualcosa insieme da mangiare, si fa comunione con altri che hanno gli stessi problemi, nel comune dolore si mettono insieme le forze… Ma non dappertutto è così: nei dormitori circola alcool, droga, infiniti problemi che creano varie tensioni. Esperienza durissima che però sono riuscito a vivere in positivo, dicendomi: devo aver fiducia e credere. Poi ho chiesto aiuto al SERT che mi ha dato una grossa mano. Sono stato per un anno in una struttura con appuntamenti, colloqui e due periodi nelle pensioni “Un tetto per tutti” e “Tempo supplementare”, seguito da un’assistente sociale. Tramite lei ho conosciuto Opportunanda che mi ha inserito nella convivenza di via La Salle. Nuovo rischio nella zona di Porta Palazzo, dove lo spaccio di droga è diffusissimo.
Ora ho finalmente un alloggio in casa popolare, un nido per me.”
Dopo un po’ di titubanza, X. ha aggiunto: “Ma io ho un’altra esperienza di dormire: sono stato alcuni anni in carcere.
Erano celle da due posti letto, poi sono passato nella comunità Arcobaleno, dopo un duro impegnativo lavoro e si dormiva in camere da quattro letti. Tutto mi ha rinforzato: <stare male per stare bene> “
Ci siamo salutati con X. canticchiando la canzone di Jovanotti: “Io penso positivo, perché son vivo, perché son vivo”…
Abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Y chiedendo anche a lui di “raccontare” il suo dormire e Y ci ha parlato di tante cose della sua vita.
“Avevamo tentato di avviare un lavoro con mio fratello in Sardegna, ma l’esperienza non è andata bene e siamo rientrati a Torino con un nostro furgone e per un po’ di tempo siamo vissuti in una mansarda. Abbiamo dovuto lasciare anche quella e ci è rimasto il furgone parcheggiato abusivamente. Dormivo nel furgone, travolto dalla tossicodipendenza e quindi dalla necessità di trovare i soldi. Rubavo le auto e le rivendevo a dei ricettatori di Porta Palazzo.
A un certo punto i vigili mi hanno sequestrato il furgone e allora dormivamo in due o tre sui treni o sul pianerottolo dell’ultimo piano di palazzi aperti, fuggendone al più presto al mattino.
Grazie a dei passaparola ho scoperto i due dormitori allora aperti,via Ormea e via Marsigli.
Nei dormitori ci sono pro e contro: oltre il dormire in un letto, c’era la possibilità di lavarsi. Io, però, mettevo fuori tutta la mia aggressività e bisticciavo molto spesso con tutti, tutta gente che – come me – viveva di espedienti. Molte volte sono stato espulso. Io preferivo starmene da solo, perché con gli altri era come “una cappa”. Inoltre c’era spaccio e io ero nel pieno del mio problema. In un certo senso capivo i “clochard” che sceglievano la libertà al di fuori del dormitorio. A un certo punto ho aperto gli occhi e mi sono trovato a un bivio e IO ho scelto di cambiare vita. Debolezza, depressione, sia a livello fisico che mentale…Non hai più dignità, sei un reietto. E’ vita? Mi sono detto: basta così! Mi hanno mandato tre anni in Sicilia e al ritorno frequentavo il Gruppo Abele dove ho conosciuto quella che sarebbe diventata mia moglie.
Ora vivo in una casa e quando me l’hanno comunicato ho detto subito sì senza neanche andarla a vedere. Grazie a Opportunanda ho un lavoro a metà tempo e tante care persone che mi vogliono bene! Dormire? Sì, dolce dormire…”
Ci siamo salutati commossi, ringraziandoci a vicenda.
L. e T.
ACCADE A OPPORTUNANDA
- Quest’anno la gita dell’estate si è svolta a settembre in località Celle di Caprie, con un interessante incontro con un guardiaparco che ha illustrato molti aspetti caratteristici della natura. Eravamo presenti in una cinquantina.
-Il tredici settembre è terminato il periodo di servizio civile di Valerio e Claudia. Quest’ultima però è stata assunta a tempo determinato per la sostituzione del periodo di maternità dell’operatrice Sabrina. -Come negli ultimi tre anni, in collaborazione con alcune case del quartiere e poli culturali, abbiamo segnalato cinque persone che saranno inserite nel progetto di Reciproca Solidarietà e Lavoro Accessorio del Comune di Torino. Questo permetterà alle persone di avere un’entrata di 4.000 euro lordi (per 400 ore lavorative) e di
incrementare la propria rete sociale e relazionale.
L.
PROSSIMAMENTE
In luglio sono stati selezionati una ragazza e un ragazzo per il nuovo servizio civile che inizierà ai primi di novembre.
Stanno riprendendo tutti i laboratori con la novità del “Progetto LegGo”, piccola biblioteca di strada aperta ogni martedì dalle 12 alle 16. E’ compresa anche una selezione di libri in lingua araba.
L.
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GLI INVESTIMENTI VANNO IN FUMO?
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martedì 25 ottobre 2016
ADESSO BASTA
UDI
Valentina morta al quinto mese di gravidanza a Catania
"Sia
chiarito se una donna è morta perché un medico obiettore non è
intervenuto"
inserito da Redazione
Valentina
morta al quinto mese di gravidanza al Cannizzaro
Sia
chiarito se una donna è morta perché un medico obiettore non è intervenuto. Il
legale della famiglia:
La signora al quinto mese di gravidanza, era stata ricoverata il 29 settembre per una dilatazione dell’utero anticipata. Per 15 giorni va tutto bene. Dal 15 ottobre mattina la situazione precipita. Ha la febbre alta che è curata con antipiretico. Ha dei collassi e dolori lancinanti. Lei ha la temperatura corporea a 34 gradi e la pressione arteriosa bassa. Dai controlli emerge che uno dei feti respira male e che bisognerebbe intervenire, ma il medico di turno, mi dicono i familiari, si sarebbe rifiutato perché obiettore di coscienza: fino a che è vivo io non intervengo, avrebbe detto.
La signora al quinto mese di gravidanza, era stata ricoverata il 29 settembre per una dilatazione dell’utero anticipata. Per 15 giorni va tutto bene. Dal 15 ottobre mattina la situazione precipita. Ha la febbre alta che è curata con antipiretico. Ha dei collassi e dolori lancinanti. Lei ha la temperatura corporea a 34 gradi e la pressione arteriosa bassa. Dai controlli emerge che uno dei feti respira male e che bisognerebbe intervenire, ma il medico di turno, mi dicono i familiari, si sarebbe rifiutato perché obiettore di coscienza: fino a che è vivo io non intervengo, avrebbe detto.
È
evidente che la verifica della ricostruzione della famiglia è un atto dovuto,
certamente noi seguiremo le azioni della Procura e l’inchiesta degli
ispettori del Ministero. Verità e giustizia sono dovuti a Valentina.
È
evidente che per noi non possono bastare le sole smentite di rito, siamo da
troppo tempo impegnate in un estenuante rapporto con le istituzioni nella
difesa della legge 194, nel contrasto all’obiezione selvaggia e allo
smantellamento e depotenziamento dei consultori pubblici. Siamo molto indignate
per la mancanza di senso di responsabilità e legalità di chi ci governa e
amministra la cosa pubblica.
Siamo
disposte a supportare la famiglia di Valentina perché vi sia verità e giustizia
Siamo
disposte a costituirci parte civile
Siamo
disposte ad aprire un conflitto con l’Ospedale, con la Regione, con il
Parlamento Italiano
Siamo disposte
a qualsiasi cosa per qualsiasi donna che muoia per un’ingiustizia o una
violenza
Adesso
BASTA
In nome delle Donne
In nome di una superiore etica
in nome di una superiore moralità
Adesso BASTA dall’UDI
UDI Catania
Catania, 20.10.16
In nome di una superiore etica
in nome di una superiore moralità
Adesso BASTA dall’UDI
UDI Catania
Catania, 20.10.16
martedì 11 ottobre 2016
Parità sto cercando
Da Noidonne
Parità sto cercando
Una delle cause del mancato raggiungimento della parità tra uomini e donne
deriva dalla criticità del sistema italiano e dal fatto che la componente
femminile è stata integrata in settori del lavoro, della società e della politica
inserito da Noemi Di Gioia
Una delle cause del mancato raggiungimento della parità tra uomini e donne
deriva dalla criticità del sistema italiano e dal fatto che la componente
femminile è stata integrata in settori del lavoro, della società e della
politica, di tradizione maschile, che, anche di fronte alle nuove sollecitazioni
sociali, sono rimasti immutati.
In ambito lavorativo, per esempio, le donne innanzitutto subiscono
discriminazioni dirette ed indirette nell’assunzione e nel percorso di
carriera, poi, per essere accettate e per gli avanzamenti professionali, si trovano
spesso costrette ad assumere a loro volta i comportamenti maschili, sono
soggette alle stesse regole organizzative del lavoro, compreso gli orari, che
sono stati pensati sulle necessità degli uomini, mentre sulle donne grava anche
l’onere della casa e della famiglia. Ma questo non è l’unica difficoltà, in
quanto il mantenimento dell’organizzazione dei tempi, secondo modalità ed
esigenze maschili, per esempio, rendendo difficile per le donne, proprio perché
impegnate su più fronti, l’acquisizione di capacità e di competenze attraverso
quelle stesse esperienze che possono invece affrontare gli uomini, ostacola
loro la progressione di carriera ed il raggiungimento di posizioni importanti,
che, comunque, proprio perché richiedono un notevole investimento di tempo, in
pratica, sono poco appettibili da buona parte delle donne. La loro maggior
presenza nel mondo del lavoro infatti non ha ancora coinciso con mutamenti
strutturali significativi. Ugualmente a livello politico, dove si avverte una
grossa crisi di identità ed una perdita continua di credibilità e di consensi,
la permanenza dell’organizzazione e delle modalità operative, pensate sui
modelli maschili, nonostante la maggior presenza delle donne, ha impedito dei
cambiamenti importanti e significativi.
Finché non si modificheranno le strutture tradizionali e le istituzioni di
potere, ancora dominate dagli uomini, finché le donne saranno molto poche negli
ambiti preposti alle decisioni e finché continueremo a pensare che la parità di
genere debba dipendere esclusivamente dai mutamenti dei comportamenti
femminili, la parità rimarrà lontana e la nostra continuerà ad essere una
società che comprime, anziché sviluppare, le proprie risorse.
Stiamo vivendo una profonda incertezza non solo a livello economico, ma è
entrato in crisi l’intero sistema socio- economico e politico, per cui sono
indispensabili nuovi modi di pensare e di agire, perché il rimanere nella
vecchia condizione comporterebbe sempre gli stessi risultati. Le donne
possono dare un grosso contributo, non in quanto donne od in quanto più brave,
ma perché sono portatrici di una cultura diversa.
Per permettere loro di inserirsi nella sfera pubblica ed in particolare nel
mercato del lavoro e di utilizzare al meglio le competenze acquisite in sempre
più lunghi percorsi formativi, bisogna quindi favorire non solo l’offerta,
riducendo gli ostacoli al loro accesso, ma anche la domanda, a causa dei rischi
di rimanerne escluse, per non riuscire a conciliare il tempo dedicato al lavoro
con quello per la famiglia.
Si dice infatti che il vero problema per le donne non è tanto quello di
sfondare il soffitto di cristallo, ma quello della conciliazione tra il lavoro
retribuito e quello in casa, il cui onere grava ancora soltanto sulle donne. Innanzitutto
bisogna superare il pregiudizio che la cura della famiglia è un’attività
tipicamente femminile, come se solo il tempo della donna debba essere suddiviso
tra lavoro fuori casa e lavoro all’interno di essa e riconoscere che uomini e
donne, allo stesso modo, possano realizzarsi non solo in ambito professionale,
ma anche nella cura e nelle relazioni familiari.
Bisogna infatti superare l’idea della conciliazione come problema solamente
femminile. Quello che è stato sbagliato finora e che quindi ha condizionato la
sua soluzione è stata proprio l’impostazione stessa del problema, perché si è
basata su una visione unilaterale. Le varie politiche di conciliazione infatti
non hanno prodotto dei risultati significativi e non li daranno, finché rimarrà
il pregiudizio che queste politiche sono improduttive e rispondenti solo ai
bisogni delle donne, quando invece nella realtà coinvolgono le donne e gli
uomini, perché ci troviamo in un contesto sociale, in cui ci sono stati
cambiamenti sia in ambito lavorativo, sia in quello familiare, dove sempre di
più lavorano entrambi i coniugi con responsabilità di cura dei figli e degli
anziani.
Favorire in Italia una cultura della conciliazione significa quindi non
solo incidere sulla relazione donna/uomo, ma anche sull’organizzazione del
lavoro e sulla creazione di servizi di cura alle persone. Il problema infatti
investe più livelli, oltre a quello familiare con la condivisione del lavoro
tra i coniugi, coinvolge anche quello del lavoro, che richiede un cambiamento
dell’organizzazione e dei tempi e quello socio-politico con politiche di
welfare, soprattutto con l’aumento degli asili nido e con politiche efficaci,
relative ai trasporti ed ai tempi urbani.
(tratto dall’e-book di Noemi Di Gioia, “La parità tra uomini e donne: una questione ancora irrisolta. Il problema non riguarda solo le donne, ma tutta la società”, Amazon Publishing, 2016)
1.09 Ottobre2016
mercoledì 5 ottobre 2016
INTERNAZIONALE A FERRARA 2016
Da NOIDONNE
INTERNAZIONALE A FERRARA 2016
Si dice che l’Afghanistan sia una delle nazioni più
pericolose per le donne, ma a ben guardare sono i diritti fondamentali di ogni
essere umano a essere violati. Ne hanno parlato Horia Mosadiq, attivista per i
diritti umani e giornalista afgana, dal 2008 ricercatrice per Amnesty
international, e il giornalista Stefano Liberti, ospiti di Internazionale a
Ferrara venerdì pomeriggio.
Quando i talebani presero il potere nel Paese, negli anni
‘90, le cose cambiarono in fretta per uomini e donne: una sharia sempre più
rigida andava affermandosi, e se agli uomini era imposta la preghiera in
moschea 5 volte al giorno, alle donne fu proibito andare a scuola, laurearsi,
fino a rendere loro impossibile anche uscire di casa se non accompagnate. «Fu
allora che il mondo dimenticò l’Afghanistan – ha commentato l’attivista – e
probabilmente se ne scordò anche Dio. Rimanemmo in balìa dei talebani fino
all’11 settembre 2001, quando l’Occidente ricominciò a interessarsi a noi». E
oggi, a 15 anni dall’invasione occidentale, non si può dire che non sia
cambiato nulla: «Abbiamo 6 milioni di bambini che hanno ripreso ad andare a
scuola, le donne sono tornate al lavoro, e in diversi ruoli: abbiamo donne
medico, ingegnere, in polizia». Parlando della situazione femminile nella vita
quotidiana, Horia ha raccontato quanto difficile far rispettare i pochi diritti
che le donne hanno ottenuto lottando duramente: un esempio tra tutti è
l’ottenimento del divorzio, tanto possibile in teoria per entrambi i sessi,
quanto impraticabile in realtà per le donne. «Certo, possiamo chiedere il
divorzio – ha spiegato infatti Horia – ma è talmente difficile trovare le prove
necessarie, e talmente limitati i casi in cui ci è concesso richiederlo, che
diventa impossibile, di fatto. Inoltre, con la separazione, la donna perde
totalmente ogni diritto sui figli, e per molte è difficile anche solo
provvedere economicamente a se stesse, visto che la maggior parte delle donne è
analfabeta in Afghanistan». Non solo: anche in caso di violenza le donne
difficilmente vengono prese sul serio, sia dalla famiglia sia dalle forze
dell’ordine. Come ha evidenziato Horia Mosadiq, infatti, la donna è considerata
come un essere debole, non autonoma, addirittura incapace di prendere decisioni
da sola. «Se si incontra una donna forte e indipendente viene immediatamente
etichettata come immorale», ha continuato. Non solo accusate dai talebani, ma
pure allontanate dalle proprie comunità, le donne però oggi non si scoraggiano,
lavorano per il cambiamento sociale nonostante gli attacchi e gli insulti.
Sanno che è necessario un sacrificio, e sono contente di subire tutto il
necessario per consegnare un futuro migliore alle generazioni successive.
Mentre avveniva questo cambiamento nel versante femminile della popolazione,
però, gli uomini sono rimasti nelle loro convinzioni: le campagne di
sensibilizzazione erano rivolte soprattutto alle donne, ma è inutile conoscere
i propri diritti se non si può ottenere appoggio dagli uomini a cui si è
vicine.
Sulla questione del burqa e del burkini, la Mosadiq ha voluto
essere chiara: «Non dobbiamo confondere la scelta con l’imposizione – ha
affermato – qualunque cosa obbligatoria è una limitazione alla libertà, ma
molte donne afgane scelgono liberamente di indossarlo: il burqa può essere
un’ottima protezione, e proprio molte attiviste lo usano per nascondere la
propria identità».
Irene Lodi
Irene Lodi
martedì 27 settembre 2016
SIAMO EVA, SEMPRE E COMUNQUE
Da noi-Donne
Dalla rete: Violenza di genere
SIAMO EVA, SEMPRE E COMUNQUE
A me questa sentenza fa venire i brividi: vedo un pedofilo (condannato come
tale) che compra libri assumendo il ruolo di RIEDUCATORE di una ragazzina
cattiva, della lolita dei Parioli.
inserito da barbara giorgi
Un’amica avvocata mi scrive “Barbara, leggi questa.” E io leggo “La
decisione della giudice: 30 libri sull’identità femminile per risarcire la
15enne dei Parioli”. (articolo su 27esimaora.corriere.it).
Non c’è che dire: sentenza originale. Bisogna vedere però se è originale in
senso positivo o negativo. Per me, lo dico subito, è originale in senso
negativo, perché la sentenza stabilisce “come risarcimento morale, alla 15enne
romana finita in un giro di prostituzione ai Parioli, non 20.000 euro ma le
poesie di Emily Dickinson o i romanzi di Virginia Woolf. I soldi no, i volumi
di Sibilla Aleramo e Oriana Fallaci sì. La monetizzazione dei danni morali no,
il dvd del film «Suffragette» o un’infarinatura di «La costruzione sociale del
genere: sessualità tra natura e cultura», questi sì, per comprendere che il
vero danno subìto, vendendo il proprio corpo a 15 anni, è la svalutazione della
propria identità di adolescente.”
Tutto molto bello, in apparenza. Ma c’è da considerare alcuni punti
fondamentali: in ambito penale, l’imputato è stato condannato a due anni (2
anni per aver usato, da cliente, una minorenne… lascio a voi i commenti); in
ambito civile, l’imputato non deve risarcire la ragazzina con 20.000 euro per
danni morali (come richiesto dalla curatrice speciale della minore, tramite
l’avvocato), ma – appunto – deve fornirle libri e dvd.
Ora, per carità, trattasi di libri e film dvd indiscutibilmente di alto
valore educativo, su un piano culturale e personale. Esempio: poesie di Emily
Dickinson, romanzi di Virginia Woolf, volumi di Sibilla Aleramo, libri di
Oriana Fallaci. Alzi la mano chi non apprezza questi scritti di donne
impegnate, colte: geni della parola. Donne che danno un significato profondo
all’essere donna.
Ma questo poteva essere un bel regalo del tribunale alla ragazzina. O della
giudice. O della sua curatrice speciale. Non un’imposizione dettata da
sentenza. Perché, scusate tanto, ma io lo sentenza – in questo modo – la vedo
ribaltata contro di lei, contro questa ragazzina peccatrice che con la sua
condotta immorale ha indotto sulla strada della perdizione l’uomo. E’ lei,
quindi, che dovrebbe essere RIEDUCATA, non lui.
Certo, a lei serviranno anni di ri-costruzione di sé, con probabile aiuto e
supporto di psicologhe, educatrici, della stessa curatrice. Ma l’educazione non
si impone con sentenza. Le sentenze devono ricadere sui veri colpevoli.
Leggete tra le righe: lui assume il ruolo di chi fornisce materiale
educativo, quindi di chi dovrebbe educare, quindi di chi dovrebbe ricondurre
sulla giusta strada dell’etica sociale.
A me questa sentenza fa venire i brividi: vedo un pedofilo (condannato come
tale) che compra libri assumendo il ruolo di RIEDUCATORE di una ragazzina cattiva,
della lolita dei Parioli.
Da questa sentenza, ecco una volta di più la gogna pubblica per lei: la
donna. Minorenne o adulta non conta. Abbiamo il PECCATO dentro. Dobbiamo essere
rieducate e salvate dall’uomo.
Donne. Siamo Eva, sempre e comunque.
25 settembre 2016
lunedì 19 settembre 2016
Dal Coordinamento Teologhe Italiane
Festival del Diritto, 24 Settembre: LE RELIGIONI NELLO SPAZIO PUBBLICO TRA TENTAZIONI INTEGRALISTE E PRATICHE DINCLUSIONE”
Un tema universale, che riguarda ciascuno di noi per il semplice fatto di essere umani. Questo mi è piaciuto di primo acchito, nel momento in cui la parola “dignità” è emersa tra le proposte per il tema dell’edizione 2016 del Festival del Diritto. Perché è un termine che racchiude il rispetto della persona e delle sue inalienabili prerogative.
Perché ci richiama, nella sua potente semplicità, al dovere di proteggere e tutelare il prossimo, così come ci incoraggia a tenere la schiena dritta e andare avanti, per difendere ciò in cui crediamo.
Dignità nella sofferenza della malattia, come ci insegna l’impegno quotidiano di cura e assistenza prestato nel nostro Hospice. Dignità nel garantire accoglienza a chi fugge dalla guerra e dalla disperazione. Dignità nel venire al mondo, potendo contare anche nei Paesi più poveri sull’efficacia di un vaccino o su strutture sanitarie che proteggano i neonati e le loro madri durante e dopo il parto. Dignità di un lavoro retribuito con equità e giustizia, nell’osservanza delle regole di sicurezza, nella trasparenza che contrasta con il sommerso e lo sfruttamento. Dignità nell’avere accesso all’istruzione e alla cultura, al di là delle possibilità economiche di ciascuno.
Dignità nella relazione tra uomo e donna, perché la violenza e la mercificazione non abbiano nulla a che vedere con i sentimenti, perché la parità si misuri realmente sotto il profilo economico, occupazionale, giuridico e sociale.
Di tutto questo parleremo a Piacenza, dal 23 al 25 settembre,
in occasione della nona edizione del Festival del Diritto.
in occasione della nona edizione del Festival del Diritto.
Interviene Cristina Sinomelli
lunedì 5 settembre 2016
Giulia Paola Di Nicola – Attilio Danese
Il buio sconfitto
Cinque relazioni
speciali
tra eros e amicizia
spirituale
Recensione di Ausilia Riggi
Se volessi dare una definizione in grado di sintetizzare
quanto cercherò di dire in questa recensione, titolerei così: L’amore di coppia cristiano.
I due autori ce ne offrono una visione di insieme
documentata. Sento il bisogno di ringraziarli per aver fatto un lavoro quanto
mai mirato a mettere a fuoco lo specifico argomento dell’amore di coppia. Hanno
saputo selezionare, tra informazioni che sono ormai di pubblico dominio, quelle
che forse altrove sono sottaciute. Hanno avvalorato la ricerca con varie
citazioni, le più interessanti delle quali, a mio parere, sono quelle
autobiografiche e relative all’amore dei personaggi di cui si parla.
Seguendo la pista degli autori, vorrei stimolare i lettori
di questo libro ad inseguire il modello interpretativo che ho cercato di
offrire traendolo dalla ricerca degli autori. Infatti mi è sembrato di poter cogliere
tra le cinque coppie una sorta di complementarità: nella loro singolarità le
storie sono dissimili; avvicinate e confrontate, si ricava una concezione
unitaria dell’amore, pur vissuto in modo diverso; tanto che potrei parlare di
amore dai cinque volti.
La prima storia
- Charlotte Baudouin e Charles Péguy - fa vedere un Péguy
dibattuto tra due amori, dei quali quello vissuto in solitudine, soffocato dal
senso di fedeltà coniugale, è il più vivo e travolgente. Egli resiste. Scrive
lettere e poesie alla donna non sua. E
questa, dalla penombra che l’avvolge, influenza la vena artistica dell’amato e la
fa divenire capacità creativa. Sintomatico l’acrostico in una ballata dove si
può leggere il nome di lei: Blanche. La coppia irrealizzata ha un’affinità che
solo un uomo integerrimo come lui può contenere fino al punto di consigliare all’amata
il matrimonio con un altro; come di fatto avviene. La fedeltà alla moglie è per
lui ineludibile.
La vicenda umana di Péguy non è tutta tormento per l’amore
impossibile. Nella sua vita ferve la scelta di un socialismo agnostico che lo
allontana dalla chiesa cattolica, alla quale vorrebbe aderire pur con molte
perplessità. Anche qui un dualismo lacerante che nemmeno il rapporto molto
intenso con Maritain e Raïssa riesce a fargli superare; infatti i due amici non
riescono a convincerlo ad aderire decisamente alla fede cattolica: nel dualismo
tra fede e vita, lui opterà sempre per “un’antropologia dell’incarnazione,
della storia, dell’impegno sociale e politico alternativo allo spiritualismo…”.
Il dualismo emotivo e quello ideologico nulla toglie alla grandezza di un uomo
(la donna, madre dei suoi figli, in questa storia entra in secondo ordine) che seppe
essere fedele a se stesso.
La seconda storia – Raïssa Oumançoff e Jacques Maritain – riguarda personaggi celebri ben noti nel mondo
culturale e religioso. Gli autori tessono il racconto della loro storia d’amore
e lo arricchiscono con interessanti citazioni.
I due sono di diversa provenienza: lei, ebrea russa, quando
nelle università del suo paese entrò in vigore il numero chiuso a danno degli
ebrei e soprattutto delle donne, si trasferì con la famiglia a Parigi. Lui, di
origine protestante, divenne cattolico molto attivo e, come tutti sanno, fu
studioso e pensatore profondo tanto da fare scuola.
Il primo incontro è ritratto con freschezza descrittiva,
poetica.
L’osmosi affettiva ed intellettuale che ben presto si
realizza tra i due è un miracolo della Grazia e come tale essi la vivono. L’impegno
nel mettere a frutto i doni di Dio per mezzo della preghiera, nella quale confidano
molto, è teso a trasformare la vita intellettuale in vita spirituale; e di
fatto si mettono a servizio degli altri in circoli culturali di cui sono animatori.
L’amore tanto radicato nella fede evolve in Jacques verso una
‘compiutezza verginale’; da ciò la proposta a Raïssa di fare il voto di castità dopo appena sei anni di
matrimonio. Senza una sottovalutazione del sesso, ma attraverso una sua
sublimazione, la loro mira è alta: trascendere ogni forma limitativa fino allo
sprofondamento dell’amore umano nel divino.
* [Qui mi permetto una nota personale. Leggendo per mio conto
Raïssa, ho saputo
di un suo disappunto in merito; lo soffocò e ne tacque. A volte le donne
capiscono meglio e soffrono di più…].
Come definire un tanto grande luminoso amore? Con sussiego
suggerisco: amore proteso verso vette
inesplorate.
Circa la terza coppia – Francesca Romani e Alcide De Gasperi – mi astengo da aggiungere ogni aspetto narrativo
a quanto gli autori dicono. Il lettore ne sarà affascinato senza alcuna mia
indicazione, poiché le pagine scorrono da sé. In esse sono ritratti i vari
passaggi dall’inizio dell’innamoramento alla prima dichiarazione di amore, al
matrimonio, alla vita a due. Questa non
è rose e fiori, dapprima a causa della vita provata di Alcide che subisce anche
col carcere la persecuzione del regime fascista, in seguito a causa dei suoi
impegni politici dei quali ci informano (ben poco!) i libri di storia, nonché
della vita tra stenti che lo costringono,
per sopperire ai bisogni della famiglia con quattro figlie da crescere, al
lavoro di traduttore, di bibliotecario in Vaticano, ecc. Sono tutte pagine che
si leggono avidamente tanto le loro vicende sono singolari (soprattutto se
volessimo fare un confronto con la vita agiata dei politici di oggi).
Ma non posso privare chi legge di qualche citazione che
illumina di bellezza soprannaturale il cammino a due con Francesca, la moglie
che non lo lascia mai solo nemmeno nella lontananza fisica.
Alcide le scrive così:
…t’amo tanto, sono
così vicino a te, che una graduazione, anche una certa distanza, dell’intensità
delle nostre convinzioni e della misura di praticarle, non potrebbe scuotere
l’infinito affetto che deve basarsi anche sulla tolleranza e sul rispetto
reciproco. Ti voglio libera compagna, amica di pari iniziativa e indipendenza e
nulla mi ripugna di più che il farti da maestro e di frugare nella tua
coscienza..
…tu, sorella
dell’anima…
Mi farai sempre un
immenso piacere quando rinfrancherai il tuo spirito con un richiamo a questa
corrente di spiritualità che ti fa vibrare all’unisono con le mie speranze e
con la mia fede ideale… io a te e tu a me, è la formula per le nostre
relazioni…
Non sono io che ti
amo, ma siamo noi due che ci amiamo…
Sento che i nostri due
spiriti si fondono in un ideale sovrumano…
…le nostre lettere
come le nostre carezze sono tutte per noi soli.
Un uomo così granitico nel carattere e nelle scelte di vita,
sa esprimersi con dolcezza infinita parlando con la sua donna. Non c’è mai
spazio nelle sue parole per le futilità di un amore senza spina dorsale.
La quarta coppia
– Mya Salvati e Igino Giordani – ci mette di fronte ad una tipologia ben nota al
giorno d’oggi: il marito delega alla moglie ciò che riguarda la vita concreta,
e la moglie, anche se non priva di doti artistiche, accetta la situazione
pagando in termini di frustrazione.
Siamo di fronte ad una coppia di diversi per cultura, fede,
tendenze... Mya sta sempre all’ombra, mentre il marito si afferma, acquista una
grande notorietà. Egli ringrazia una moglie sempre in seconda linea rispetto ad
altre donne… “sante”, come dapprima una certa madre Oliva e poi Chiara Lubich, che gli offrono un’alternativa
di santità illuminata rispetto a ciò che Mya non sa dargli. L’estasi che Igino
trova tra i focolarini è l’inferno in casa di Mya.
Un amore travagliato che ripete in altro modo quello di
tante altre coppie, all’interno delle quali il pane quotidiano è la sofferenza
delle donne.
Adrienne
von Speyr e Hans Urs von Balthasar
costituiscono una coppia di grande prestigio. Lui un grande teologo che ha
fatto storia, lei una mistica molto dotata spiritualmente ed umanamente.
Alla pagina 299 del libro si legge: L’unità delle anime è sorprendente, sul piano culturale, affettivo,
spirituale e teologico. E più giù: Adrienne
sarà sempre convinta che la verginità fisiologica si giustifica sulla base di
una verginità ontologica. Quest’ultima frase mi ha dato l’idea di come la
coppia abbia intrapreso un itinerario di continuo rimodellamento della persona,
in vista del perfezionamento personale, quale terreno che sarebbe stato fertile
sia per la verginità consacrata o seriamente impegnata, sia per il matrimonio responsabile.
Di ontologico non riesco a vedere altro o di più. Comunque resta vero che nella
coppia in questione non c’è spazio per una sorta di DNA verginale o di qualcosa
che gli si avvicini; infatti Adrienne si è sposata due volte prima di stringere
un vincolo di alta amicizia con von Balthasar; e questi coltiva le sue notevoli
attitudini all’approfondimento teologico, sottoponendo le sue costruzioni
teologiche alle ‘correzioni’ della mistica Adrienne. I due punti di vista da
cui partono sono diversi, ma tendono ad integrarsi sul piano della ricerca e
della vita vissuta, fino al punto di fare coppia morale e spirituale nell’aspirazione
allo stesso ideale.
La finale del libro, che mi piace trascrivere, illumina
ancor meglio il senso di questo far coppia spirituale che, se nella quinta
coppia di amici è chiaro e lampante, aleggia anche nelle altre storie: Il frutto più significativo delle fecondità
di queste anime rimane nella capacità di vivere l’unità in Cristo e di lasciare
alla chiesa il formidabile segno di speranza inciso nel progetto originario: DIO
CREO’ L’UOMO A SUA IMMAGINE; A IMMAGINE DI Dio LO CREO’; MASCHIO E FEMMINA LI
CREO’ “.
L’insistenza nel ripetere i termini della dualità, maschio e
femmina, non lascia posto ad una verginità intesa in senso restrittivo come
limitazione all’espressione della sessualità. La dualità è voluta da Dio, è la
Sua stessa Identità dinamica [il Terzo è già sottinteso nella dualità].
Ciascuno dei due tende alla sua dilatazione nell’altro, senza sacrificare mai la
sua singolarità (il caso di Mya e Igino è un’eccezione nel libro, normale nella
realtà sociale dei più); come tale ciascuno può essere vergine e in relazione
di amore.
martedì 30 agosto 2016
Vi invito a leggere almeno la parte con lo sfondo verde: il richiamo a vivere la comunione fraterna è stato sempre l’asse portante della vita del credente… (le evidenziazioni sono mie). Ausilia
martedì 30 agosto 2016
Lisa Cremaschi Padri Chiesa: Basilio
“Scaccia
dal tuo animo la convinzione di non aver bisogno della comunione con alcun
altro”
La vita cristiana secondo Basilio di Cesarea
La vita cristiana secondo Basilio di Cesarea
“Come la Parola vuole che
siano i cristiani Quali discepoli di Cristo, modellati soltanto su ciò che
vedono in lui o che da lui odono” (Regole morali 80,1).
Così scrive Basilio nella sezione conclusiva delle Regole morali, un’ampia raccolta di testi biblici sapientemente accostati e congiunti da brevi e densissime parole di commento. Queste parole mi sembrano sintetizzare e sigillare il cammino di Basilio, discepolo del Signore, che nella sua instancabile e fecondissima attività di fondatore della vita monastica in Cappadocia e di pastore colmo di sollecitudine per tutte le chiese, non cercò altro che l’obbedienza alla parola del Signore “lottando secondo le regole” (2Tm 2,5).
Nel 355 Basilio, che all’epoca aveva circa venticinque anni, si reca ad Atene a perfezionare i suoi studi, ma qui una crisi esistenziale e spirituale lo induce a tornare in patria dove riceve il battesimo; poco dopo parte per un pellegrinaggio nei luoghi monastici dell’Egitto, della Palestina, della Siria e della Cappadocia. Rientrato, si stabilisce ad Annisoi, nel Ponto, dove dà vita a una comunità di lavoro, preghiera, studio biblico ispirata agli insegnamenti di Eustazio, vescovo di Sebaste. Costui rimproverava alla chiesa del suo tempo d’aver ceduto allo spirito di mondanizzazione e predicava il ritorno a un’obbedienza fedele all’evangelo. La sua sete di radicalità evangelica e il suo amore appassionato per il Signore gli avevano guadagnato molti discepoli, ma l’adesione di Basilio al movimento eustaziano non fu acritica. Uomo di raro equilibrio e dotato di profondo senso ecclesiale, se da un lato fece proprio il radicalismo di Eustazio e il suo profondo desiderio di una chiesa più fedele alle istanze evangeliche, si tenne lontano d’altra parte dal suo rigorismo ascetico e dal suo spirito settario.
Nel 360, Basilio, che nel frattempo è stato ordinato lettore, partecipa al concilio di Costantinopoli, un concilio nel quale i vescovi, e tra gli altri il vescovo di Cesarea e l’amato Eustazio di Sebaste, per timore del potere imperiale, sottoscrivono una formula di fede semiariana. Basilio, scandalizzato e profondamente deluso, cerca forza, luce, coraggio nella parola di Dio. Si ritira ad Annisoi e qui compone La lettera sulla concordia, un testo severo, in cui rimprovera con estremo vigore la chiesa del suo tempo. E il primo grave rimprovero che Basilio rivolge alla sua chiesa è quello di ignorare la Scrittura. Una chiesa che non conosce la parola di Dio, che non vive di essa, né ad essa vuole sottomettersi seguirà inevitabilmente quelle che egli chiama le “tradizioni umane” o le convenienze umane. Basilio insorge contro le norme accomodanti della chiesa costantiniana che ha rinnegato la purezza evangelica, si erge contro “la perversa tradizione degli uomini” (Lettera sulla concordia 7), che insegna a distinguere tra peccati gravi e peccati lievi, distinzione che porta in realtà a una terribile autogiustificazione. “Ci ha ingannati la pessima consuetudine, dunque la causa dei grandi mali che ci sono accaduti è la perversa tradizione degli uomini che ci insegna a evitare certi peccati e ad ammetterne altri con indifferenza! Contro alcuni ha l’aria di sdegnarsi violentemente, per esempio contro l’omicidio, l’adulterio e simili; ma è certo che altri non li considera degni neppure di un lieve rimprovero” (Ibid.). Basilio denuncia una falsa conoscenza di Dio, un travisamento della misericordia. “Dio è buono, ma è anche giusto. É del giusto retribuire secondo il merito ... É misericordioso, ma è anche giudice ... Non dobbiamo dunque conoscere Dio solo a metà, né prendere come pretesto per l’indolenza il suo amore per gli uomini” (Proemio alle Regole diffuse).
Basilio, ordinato presbitero, dopo breve tempo di fronte a malintesi sorti con il vescovo, ritorna ad Annisoi e da qui, sostituendo Eustazio condannato all’esilio, guida le comunità cristiane che a lui si ispiravano. Se la prima comunità basiliana sorge tra le montagne del Ponto, in un luogo isolato, forse in una ritraduzione, in un adattamento all’ambiente, del deserto egiziano, le successive comunità sono disposte in prossimità di villaggi, di grosse borgate o addirittura alla periferia della città come quella di Cesarea, che verrà in seguito denominata Basiliade. Le comunità, spesso doppie - maschile e femminile - crebbero rapidamente. Modello concreto della comunità basiliana è la chiesa primitiva di Gerusalemme. Il ricordo e la nostalgia della comunità cristiana primitiva, da cui Basilio è in certo modo “ossessionato”, diventa progetto concreto e proposta di riforma per la chiesa tutta. Lavoro, preghiera comune, servizio dei poveri nella sottomissione fraterna e nella carità scandivano la giornata del fratello e della sorella basiliani. La vicinanza ai luoghi abitati favoriva l’esercizio dell’ospitalità che in taluni casi, ad esempio a Cesarea di Cappadocia, si strutturava con caratteri peculiari e si apriva all’accoglienza di orfani e malati.
Basilio riconosce l’esistenza di diverse vocazioni, ma ribadisce che le singole vocazioni non sono che modi particolari per realizzare lo scopo della vita cristiana che è unico per tutti: il piacere a Dio. Tutti, senza distinzione, dobbiamo vivere radicalmente il battesimo. Non troviamo mai negli scritti di Basilio alcun termine tecnico per caratterizzare la vita della comunità, non si parla mai di “monaco”, bensì semplicemente di “fratello”; non si ricorre mai al termine “monastero”, ma a quello evangelico di adelphótes, “fraternità, comunità”. Basilio non ha mai avuto intenzione di comporre una regola; hóros, regola, è per lui soltanto la Scrittura e, per estensione, le Regole morali, cui già si è accennato. Le altre regole, chiamate così da alcuni copisti del VI secolo, sono in realtà una raccolta di Domande e Risposte, conformi a un genere assai diffuso nell’antichità.
Alcuni anni più tardi la Cappadocia è colpita da una violenta carestia. Basilio accogliue i poveri nelle sue comunità, ma predica anche contro l’ingiusta ricchezza. Gregorio di Nazianzo scrive che “con la sua parola e le sue esortazioni fa aprire ai ricchi i loro granai” (Discorso 43,35). La condizione sociale del povero e del ricco, ricordava, non è voluta da Dio; è frutto del peccato dell’uomo, dell’avaro che muta il superfluo in necessario, che è ladro perché muta in possesso ciò di cui ha soltanto l’amministrazione. “‘A chi faccio torto se mi tengo ciò che è mio?’, dice l’avaro. Dimmi: che cosa è tuo? Da dove l’hai preso per farlo entrare nella tua vita? I ricchi sono simili a uno che ha preso posto a teatro e vuole poi impedire l’accesso a quelli che vogliono entrare ritenendo riservato a lui solo suo quello che è offerto a tutti. Accaparrano i beni di tutti, se ne appropriano per il fatto di essere arrivati per primi. Se ciascuno si prendesse ciò che è necessario per il suo bisogno, e lasciasse il superfluo al bisognoso, nessuno sarebbe ricco e nessuno sarebbe bisognoso. ... Chi è l’avaro? Chi non si accontenta del sufficiente. Chi è il ladro? Chi sottrae ciò che appartiene a ciascuno. E tu non sei avaro? Non sei ladro? Ti sei appropriato di quello che hai ricevuto perché fosse distribuito. Chi spoglia un uomo dei suoi vestiti è chiamato ladro, chi non veste l’ignudo pur potendolo fare, quale altro nome merita? Il pane che tieni per te è dell’affamato; dell’ignudo il mantello che conservi nell’armadio; dello scalzo i sandali che ammuffiscono in casa tua; del bisognoso il denaro che tieni nascosto sotto terra. Così commetti ingiustizia contro altrettante persone quante sono quelle che avresti potuto aiutare” (Omelia 6,7).
Nel 370 Basilio è eletto vescovo di Cesarea. In Cappadocia infuria la persecuzione dell’imperatore ariano Valente. Basilio resiste con fermezza e coraggio alle sue minacce, riorganizza la chiesa di Cappadocia istituendo una serie di nuove diocesi e affidandole alla guida dei suoi amici fedeli alla fede di Nicea, stringe legami di comunione con le chiese d’oriente e di occidente, supplica il vescovo di Roma di inviare una delegazione occidentale a visitare le chiese d’oriente. Basilio è un uomo di comunione, nonostante le asprezze di un carattere non facile, nonostante una forte propensione all’autoritarismo; l’amico Gregorio ebbe modo di conoscere e sperimentare da vicino questi limiti e le pesanti conseguenze che ebbero sulla sua vita. Ma in Basilio la volontà di comunione è più forte dei suoi limiti umani; anche laddove rasenta la rottura con gli amici più cari, egli sa andare oltre i malintesi, le frizioni, le opposizioni di temperamenti profondamente diversi per cercare sempre ciò che unisce, perché l’amore, l’amicizia, la fraternità, la comunione trionfino sempre su ogni tentazione di lacerazione, di divisione, di opposizione. “Ti prego, scaccia dal tuo animo la convinzione di non aver bisogno della comunione con alcun altro. Non è infatti degno di chi cammina secondo carità né di chi compie il comando del Signore separarsi dalla comunione con i fratelli” (Lettera 65). Queste parole indirizzate ad Atarbio, vescovo di Neo-Cesarea nel Ponto, esprimono la convinzione profonda che ha caratterizzato l’intera vita di Basilio. Consapevole che la sympnóia, il respiro all’unisono è richiesto dall’evangelo, cerca con ogni mezzo di lavorare per la pace: cerca la pace con il vescovo di Cesarea, Dianio, che per motivi di gelosia l’aveva costretto a lasciare la città; con Eustazio, l’antico maestro sedotto dall’eresia; con i vescovi suffraganei della Cappadocia; con le chiese dell’Asia minore; con le chiese di occidente ... Al più piccolo segno di comunione esprime una gioia e una riconoscenza senza misura. Ma ci sono anche appelli alla comunione che non ricevono risposta, lettere respinte, lettere che talvolta destano una reazione, ma infinitamente sproporzionata alla richiesta e al bisogno. A giustificazione dell’atteggiamento dell’occidente si può dire che se la situazione delle chiese d’oriente era tribolata non lo era di meno quella delle chiesa di Roma. A tutto questo si aggiungevano difficoltà di carattere pratico: le grandi distanze che separavano le chiese orientali da quella di Roma, le difficoltà presentate dai viaggi, la frequenza con cui missive importanti venivano perdute, la pratica assai diffusa della falsificazione delle lettere. E come sempre, in un clima di difficoltà, vi era chi seminava zizzania, chi profittava delle tensioni per trarne un guadagno personale, chi si serviva della calunnia, della diffamazione, delle insinuazioni per rendersi gradito ai potenti e per ottenere un profitto personale.
É in questo clima che Basilio cerca la comunione e la pace, senza facili illusioni, aderendo alla realtà e alla verità. Di risultati non ne vedrà nella vita terrena; “se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). Basilio è un chicco di grano che deve marcire sotto terra, e sotto terra devono marcire anche la sua fatica, il suo impegno ... Ogni tanto, a tratti nel corso della storia, Dio ha concesso di vedere momenti di comunione vera tra i cristiani, qua e là nella chiesa, primizia, anticipazione di quella pace e quella comunione piena che ci saranno soltanto nel regno quando si compirà la preghiera di Cristo: “La gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, affinché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità” (Gv 17,22-23).
Così scrive Basilio nella sezione conclusiva delle Regole morali, un’ampia raccolta di testi biblici sapientemente accostati e congiunti da brevi e densissime parole di commento. Queste parole mi sembrano sintetizzare e sigillare il cammino di Basilio, discepolo del Signore, che nella sua instancabile e fecondissima attività di fondatore della vita monastica in Cappadocia e di pastore colmo di sollecitudine per tutte le chiese, non cercò altro che l’obbedienza alla parola del Signore “lottando secondo le regole” (2Tm 2,5).
Nel 355 Basilio, che all’epoca aveva circa venticinque anni, si reca ad Atene a perfezionare i suoi studi, ma qui una crisi esistenziale e spirituale lo induce a tornare in patria dove riceve il battesimo; poco dopo parte per un pellegrinaggio nei luoghi monastici dell’Egitto, della Palestina, della Siria e della Cappadocia. Rientrato, si stabilisce ad Annisoi, nel Ponto, dove dà vita a una comunità di lavoro, preghiera, studio biblico ispirata agli insegnamenti di Eustazio, vescovo di Sebaste. Costui rimproverava alla chiesa del suo tempo d’aver ceduto allo spirito di mondanizzazione e predicava il ritorno a un’obbedienza fedele all’evangelo. La sua sete di radicalità evangelica e il suo amore appassionato per il Signore gli avevano guadagnato molti discepoli, ma l’adesione di Basilio al movimento eustaziano non fu acritica. Uomo di raro equilibrio e dotato di profondo senso ecclesiale, se da un lato fece proprio il radicalismo di Eustazio e il suo profondo desiderio di una chiesa più fedele alle istanze evangeliche, si tenne lontano d’altra parte dal suo rigorismo ascetico e dal suo spirito settario.
Nel 360, Basilio, che nel frattempo è stato ordinato lettore, partecipa al concilio di Costantinopoli, un concilio nel quale i vescovi, e tra gli altri il vescovo di Cesarea e l’amato Eustazio di Sebaste, per timore del potere imperiale, sottoscrivono una formula di fede semiariana. Basilio, scandalizzato e profondamente deluso, cerca forza, luce, coraggio nella parola di Dio. Si ritira ad Annisoi e qui compone La lettera sulla concordia, un testo severo, in cui rimprovera con estremo vigore la chiesa del suo tempo. E il primo grave rimprovero che Basilio rivolge alla sua chiesa è quello di ignorare la Scrittura. Una chiesa che non conosce la parola di Dio, che non vive di essa, né ad essa vuole sottomettersi seguirà inevitabilmente quelle che egli chiama le “tradizioni umane” o le convenienze umane. Basilio insorge contro le norme accomodanti della chiesa costantiniana che ha rinnegato la purezza evangelica, si erge contro “la perversa tradizione degli uomini” (Lettera sulla concordia 7), che insegna a distinguere tra peccati gravi e peccati lievi, distinzione che porta in realtà a una terribile autogiustificazione. “Ci ha ingannati la pessima consuetudine, dunque la causa dei grandi mali che ci sono accaduti è la perversa tradizione degli uomini che ci insegna a evitare certi peccati e ad ammetterne altri con indifferenza! Contro alcuni ha l’aria di sdegnarsi violentemente, per esempio contro l’omicidio, l’adulterio e simili; ma è certo che altri non li considera degni neppure di un lieve rimprovero” (Ibid.). Basilio denuncia una falsa conoscenza di Dio, un travisamento della misericordia. “Dio è buono, ma è anche giusto. É del giusto retribuire secondo il merito ... É misericordioso, ma è anche giudice ... Non dobbiamo dunque conoscere Dio solo a metà, né prendere come pretesto per l’indolenza il suo amore per gli uomini” (Proemio alle Regole diffuse).
Basilio, ordinato presbitero, dopo breve tempo di fronte a malintesi sorti con il vescovo, ritorna ad Annisoi e da qui, sostituendo Eustazio condannato all’esilio, guida le comunità cristiane che a lui si ispiravano. Se la prima comunità basiliana sorge tra le montagne del Ponto, in un luogo isolato, forse in una ritraduzione, in un adattamento all’ambiente, del deserto egiziano, le successive comunità sono disposte in prossimità di villaggi, di grosse borgate o addirittura alla periferia della città come quella di Cesarea, che verrà in seguito denominata Basiliade. Le comunità, spesso doppie - maschile e femminile - crebbero rapidamente. Modello concreto della comunità basiliana è la chiesa primitiva di Gerusalemme. Il ricordo e la nostalgia della comunità cristiana primitiva, da cui Basilio è in certo modo “ossessionato”, diventa progetto concreto e proposta di riforma per la chiesa tutta. Lavoro, preghiera comune, servizio dei poveri nella sottomissione fraterna e nella carità scandivano la giornata del fratello e della sorella basiliani. La vicinanza ai luoghi abitati favoriva l’esercizio dell’ospitalità che in taluni casi, ad esempio a Cesarea di Cappadocia, si strutturava con caratteri peculiari e si apriva all’accoglienza di orfani e malati.
Basilio riconosce l’esistenza di diverse vocazioni, ma ribadisce che le singole vocazioni non sono che modi particolari per realizzare lo scopo della vita cristiana che è unico per tutti: il piacere a Dio. Tutti, senza distinzione, dobbiamo vivere radicalmente il battesimo. Non troviamo mai negli scritti di Basilio alcun termine tecnico per caratterizzare la vita della comunità, non si parla mai di “monaco”, bensì semplicemente di “fratello”; non si ricorre mai al termine “monastero”, ma a quello evangelico di adelphótes, “fraternità, comunità”. Basilio non ha mai avuto intenzione di comporre una regola; hóros, regola, è per lui soltanto la Scrittura e, per estensione, le Regole morali, cui già si è accennato. Le altre regole, chiamate così da alcuni copisti del VI secolo, sono in realtà una raccolta di Domande e Risposte, conformi a un genere assai diffuso nell’antichità.
Alcuni anni più tardi la Cappadocia è colpita da una violenta carestia. Basilio accogliue i poveri nelle sue comunità, ma predica anche contro l’ingiusta ricchezza. Gregorio di Nazianzo scrive che “con la sua parola e le sue esortazioni fa aprire ai ricchi i loro granai” (Discorso 43,35). La condizione sociale del povero e del ricco, ricordava, non è voluta da Dio; è frutto del peccato dell’uomo, dell’avaro che muta il superfluo in necessario, che è ladro perché muta in possesso ciò di cui ha soltanto l’amministrazione. “‘A chi faccio torto se mi tengo ciò che è mio?’, dice l’avaro. Dimmi: che cosa è tuo? Da dove l’hai preso per farlo entrare nella tua vita? I ricchi sono simili a uno che ha preso posto a teatro e vuole poi impedire l’accesso a quelli che vogliono entrare ritenendo riservato a lui solo suo quello che è offerto a tutti. Accaparrano i beni di tutti, se ne appropriano per il fatto di essere arrivati per primi. Se ciascuno si prendesse ciò che è necessario per il suo bisogno, e lasciasse il superfluo al bisognoso, nessuno sarebbe ricco e nessuno sarebbe bisognoso. ... Chi è l’avaro? Chi non si accontenta del sufficiente. Chi è il ladro? Chi sottrae ciò che appartiene a ciascuno. E tu non sei avaro? Non sei ladro? Ti sei appropriato di quello che hai ricevuto perché fosse distribuito. Chi spoglia un uomo dei suoi vestiti è chiamato ladro, chi non veste l’ignudo pur potendolo fare, quale altro nome merita? Il pane che tieni per te è dell’affamato; dell’ignudo il mantello che conservi nell’armadio; dello scalzo i sandali che ammuffiscono in casa tua; del bisognoso il denaro che tieni nascosto sotto terra. Così commetti ingiustizia contro altrettante persone quante sono quelle che avresti potuto aiutare” (Omelia 6,7).
Nel 370 Basilio è eletto vescovo di Cesarea. In Cappadocia infuria la persecuzione dell’imperatore ariano Valente. Basilio resiste con fermezza e coraggio alle sue minacce, riorganizza la chiesa di Cappadocia istituendo una serie di nuove diocesi e affidandole alla guida dei suoi amici fedeli alla fede di Nicea, stringe legami di comunione con le chiese d’oriente e di occidente, supplica il vescovo di Roma di inviare una delegazione occidentale a visitare le chiese d’oriente. Basilio è un uomo di comunione, nonostante le asprezze di un carattere non facile, nonostante una forte propensione all’autoritarismo; l’amico Gregorio ebbe modo di conoscere e sperimentare da vicino questi limiti e le pesanti conseguenze che ebbero sulla sua vita. Ma in Basilio la volontà di comunione è più forte dei suoi limiti umani; anche laddove rasenta la rottura con gli amici più cari, egli sa andare oltre i malintesi, le frizioni, le opposizioni di temperamenti profondamente diversi per cercare sempre ciò che unisce, perché l’amore, l’amicizia, la fraternità, la comunione trionfino sempre su ogni tentazione di lacerazione, di divisione, di opposizione. “Ti prego, scaccia dal tuo animo la convinzione di non aver bisogno della comunione con alcun altro. Non è infatti degno di chi cammina secondo carità né di chi compie il comando del Signore separarsi dalla comunione con i fratelli” (Lettera 65). Queste parole indirizzate ad Atarbio, vescovo di Neo-Cesarea nel Ponto, esprimono la convinzione profonda che ha caratterizzato l’intera vita di Basilio. Consapevole che la sympnóia, il respiro all’unisono è richiesto dall’evangelo, cerca con ogni mezzo di lavorare per la pace: cerca la pace con il vescovo di Cesarea, Dianio, che per motivi di gelosia l’aveva costretto a lasciare la città; con Eustazio, l’antico maestro sedotto dall’eresia; con i vescovi suffraganei della Cappadocia; con le chiese dell’Asia minore; con le chiese di occidente ... Al più piccolo segno di comunione esprime una gioia e una riconoscenza senza misura. Ma ci sono anche appelli alla comunione che non ricevono risposta, lettere respinte, lettere che talvolta destano una reazione, ma infinitamente sproporzionata alla richiesta e al bisogno. A giustificazione dell’atteggiamento dell’occidente si può dire che se la situazione delle chiese d’oriente era tribolata non lo era di meno quella delle chiesa di Roma. A tutto questo si aggiungevano difficoltà di carattere pratico: le grandi distanze che separavano le chiese orientali da quella di Roma, le difficoltà presentate dai viaggi, la frequenza con cui missive importanti venivano perdute, la pratica assai diffusa della falsificazione delle lettere. E come sempre, in un clima di difficoltà, vi era chi seminava zizzania, chi profittava delle tensioni per trarne un guadagno personale, chi si serviva della calunnia, della diffamazione, delle insinuazioni per rendersi gradito ai potenti e per ottenere un profitto personale.
É in questo clima che Basilio cerca la comunione e la pace, senza facili illusioni, aderendo alla realtà e alla verità. Di risultati non ne vedrà nella vita terrena; “se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). Basilio è un chicco di grano che deve marcire sotto terra, e sotto terra devono marcire anche la sua fatica, il suo impegno ... Ogni tanto, a tratti nel corso della storia, Dio ha concesso di vedere momenti di comunione vera tra i cristiani, qua e là nella chiesa, primizia, anticipazione di quella pace e quella comunione piena che ci saranno soltanto nel regno quando si compirà la preghiera di Cristo: “La gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, affinché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità” (Gv 17,22-23).
prime una gioia e una riconoscenza senza misura. Ma ci sono anche appelli
alla comunione che non ricevono risposta, lettere respinte, lettere che
talvolta destano una reazione, ma infinitamente sproporzionata alla richiesta e
al bisogno. A giustificazione
dell’atteggiamento dell’occidente si può dire che se la situazione delle chiese
d’oriente era tribolata non lo era di meno quella delle chiesa di Roma. A tutto
questo si aggiungevano difficoltà di carattere pratico: le grandi distanze che
separavano le chiese orientali da quella di Roma, le difficoltà presentate dai
viaggi, la frequenza con cui missive importanti venivano perdute, la pratica
assai diffusa della falsificazione delle lettere. E come sempre, in un clima di
difficoltà, vi era chi seminava zizzania, chi profittava delle tensioni per
trarne un guadagno personale, chi si serviva della calunnia, della
diffamazione, delle insinuazioni per rendersi gradito ai potenti e per ottenere
un profitto personale. É in questo clima che Basilio cerca la comunione e la
pace, senza facili illusioni, aderendo alla realtà e alla verità. Di
risultati non ne vedrà nella vita terrena; “se il chicco di grano caduto in
terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). Basilio è un chicco di
grano che deve marcire sotto terra, e sotto terra devono marcire anche la sua fatica,
il suo impegno ... Ogni tanto, a tratti nel corso della storia, Dio ha concesso
di vedere momenti di comunione vera tra i cristiani, qua e là nella chiesa,
primizia, anticipazione di quella pace e quella comunione piena che ci saranno
soltanto nel regno quando si compirà la preghiera di Cristo: “La gloria che tu
hai dato a me, io l’ho data a loro, affinché siano come noi una cosa sola. Io
in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità” (Gv 17,22-23).
media e femminismo
Dalla rivista Noi DONNE
La
rappresentazione mediatica del femminismo, tra donne palestrate ed altre
gambizzate
Sempre più costante è ritrovare
sui media un'interpretazione errata del ruolo e degli obiettivi del femminismo
in Italia.
inserito da Maddalena Robustelli
Meraviglia
oltremodo che sui quotidiani nazionali si rincorrano tesi sui movimenti
femministi nostrani, con argomentazioni che poco rispecchiano le loro
discussioni teoriche e le conseguenti azioni messe in campo a favore delle
aspettative e dei bisogni delle donne italiane. Già nel mese di luglio si era
vista riproposta su L’Unità la consueta presa di posizione contro il femminismo
storico e le sue rappresentanti, ree di appartenere ad un movimento “asfittico,
schiacciato spesso in un vittimismo cupo, moraleggiante e, quel che è peggio,
che fa figlie e figliastre, alla faccia della sorellanza” (Alessandra Serra).
Strano un giudizio del genere, soprattutto alla luce della circostanza che
invece le femministe reclamano a viva voce interventi celeri e efficaci al
riguardo di un migliore contrasto alla violenza di genere, maggiori garanzie a
tutela dei diritti delle donne, un welfare capace di consentirle una più
congrua conciliazione tra la famiglia ed il lavoro, una più idonea applicazione
della 194 mortificata dall'obiezione di coscienza, solo per indicare alcune
tematiche su cui non sono per nulla asfittiche.
Anche pochi
giorni fa un articolo del Corriere della Sera è intervenuto sulla natura ed il ruolo del femminismo attuale, definendo
come sua conquista la nuova estetica
femminile della donna palestrata a riprova che mentre “le sessantottine
rivendicavano la parità sessuale, le nipotine se ne fregano abbastanza del
sesso, loro espugnano i simboli della virilità” (Maria Teresa Veneziani).
Sconcerta questa interpretazione, a dir poco forzata, dei risultati correlati
alle pratiche delle attiviste, che si spendono costantemente a tentare di
rendere il Paese più a misura di donna. Sembrerebbe che poco ci si informi al
riguardo, se non si è a conoscenza, ad esempio, della circostanza che
l’operazione del camper della Polizia di Stato “Questo non è amore” non è stata
criticata solo dalle femministe dell’Udi, ma anche dalle giovani militanti di
un gruppo nato recentemente sui social “Chi colpisce una donna, colpisce tutte
noi”.
Come anche
poco attenti ci si appalesa allorquando si sottovaluti l’impegno di un altro
gruppo di femministe che con il vigoroso dissenso di ObiettiamoLaSanzione, assurto agli onori della ribalta mediatica
nazionale, ha acceso i riflettori sull’ingiusto aumento delle sanzioni
pecuniarie per le donne che abortiscono clandestinamente. Per non parlare
dell’evento che il 2 giugno scorso ha portato in circa 40 città italiane alle
manifestazioni spontanee di protesta contro la violenza di genere, in occasione
del femminicidio di Sara Di Pietrantonio. Se solo si volessero mettere insieme
nell’analisi del variegato universo femminista e femminile italiano queste ed
altre forme di militanza, se ne desumerebbe ben altro rispetto a quello che
appare dalla lettura dei quotidiani nazionali. Certo potrebbe al contrario
argomentarsi che si tratti di un forte protagonismo virtuale, che poco si
concretizza in azioni pubbliche condivise collettivamente. Intanto, però, è un
fatto che tale protagonismo esista.
Se ne possono
mettere in discussione i risultati concreti, come anche la partecipazione
effettiva, ma che sia vivo l’impegno a tutela delle donne è incontrovertibile,
sia pure solo per veicolare consapevolezza sui temi che più sono presenti nel
dibattito generale. Come altrettanto è innegabile la voglia di scendere in
piazza per comunicare la propria opinione, per proporre nuove soluzioni a
vecchi problemi, per protestare contro i pochi passi fatti verso una cultura
vera delle pari opportunità. Le attiviste vincolate a tale obiettivo non certo
si fanno dettare le priorità della propria agenda politica né dalle
rappresentanze istituzionali né tanto meno dai media. A chi vorrebbe loro
imporre i temi di discussione, come ad esempio sta accadendo in questi giorni
per il dibattito sul divieto di indossare il burkini, rispondono che ben altre
sono le questioni da affrontare in Italia. E’ la nostra realtà che le impone,
come dimostra la recentissima vicenda della giovane donna gambizzata dal
fratello perché non era a lui gradito il suo stile di vita.
La classe
politica nazionale, come anche i suoi megafoni mediatici, potranno pure
adoperarsi a tentare di dettare alle donne italiane i loro slogan nelle
rivendicazioni da portare avanti nel tempo più o meno breve. Non potranno però
fare a meno di considerare il fermento presente all’interno dei movimenti
femministi del Paese, soprattutto laddove essi cerchino di lavorare
sinergicamente. Un tentativo al proposito è stato messo in campo proprio il
mese scorso, con l’appello promosso dalla Rete IoDecido, D.i.Re (Donne
in Rete contro la violenza) ed UDI
(Unione Donne in Italia), finalizzato a tenere il prossimo 8 ottobre un’assemblea pubblica nazionale
a Roma. La libertà delle donne è
sempre più sotto attacco, qualsiasi scelta è continuamente giudicata e
ostacolata. All'aumento delle morti non corrisponde una presa di coscienza
delle istituzioni e della società che anzi continua a colpevolizzare e
ridicolizzare le donne, così sottoscrivono le proponenti, chiamando
ogni donna, aggregata in associazioni o no, al confronto nazionale di ottobre
per “contribuire a dare i contenuti e le parole d’ordine per costruire una
grande manifestazione nazionale il 26 novembre prossimo”.
C’è da auspicarsi che nel solco della riuscita di questa mobilitazione di piazza ognuna lavori, nel proprio gruppo d’appartenenza o singolarmente, ad elaborare suggerimenti e proporre rimedi più che necessari alle difficoltà che attanagliano l’universo femminile in Italia. Con la speranza che i media seguano e divulghino questo lavoro quanto più correttamente possibile, perché le donne tartarugate o palestrate non sono di certo l’emblema del neo femminismo nostrano. Semmai il suo obiettivo prioritario è che di donne gambizzate o vittime di femminicidio se ne contino sempre meno, soprattutto se la classe politica riuscirà a coniugare alle parole annunciate, ai drappi rossi esposti ed alle sale delle donne inaugurate soluzioni in grado di contrastare in tutta la società italiana il concetto che alcune vite contino di meno delle altre, agendo conseguentemente a questo impegno ideale.
C’è da auspicarsi che nel solco della riuscita di questa mobilitazione di piazza ognuna lavori, nel proprio gruppo d’appartenenza o singolarmente, ad elaborare suggerimenti e proporre rimedi più che necessari alle difficoltà che attanagliano l’universo femminile in Italia. Con la speranza che i media seguano e divulghino questo lavoro quanto più correttamente possibile, perché le donne tartarugate o palestrate non sono di certo l’emblema del neo femminismo nostrano. Semmai il suo obiettivo prioritario è che di donne gambizzate o vittime di femminicidio se ne contino sempre meno, soprattutto se la classe politica riuscirà a coniugare alle parole annunciate, ai drappi rossi esposti ed alle sale delle donne inaugurate soluzioni in grado di contrastare in tutta la società italiana il concetto che alcune vite contino di meno delle altre, agendo conseguentemente a questo impegno ideale.
| 26 Agosto 2016
lunedì 22 agosto 2016
Giulia Paola Di Nicola – Attilio Danese
Il buio sconfitto
Cinque relazioni
speciali
tra eros e amicizia
spirituale
Se volessi dare una definizione in grado di sintetizzare
quanto cercherò di dire in questa recensione, titolerei così: L’amore di coppia cristiano.
I due autori ce ne offrono una visione di insieme
documentata. Sento il bisogno di ringraziarli per aver fatto un lavoro quanto
mai mirato a mettere a fuoco lo specifico argomento dell’amore di coppia. Hanno
saputo selezionare, tra informazioni che sono ormai di pubblico dominio, quelle
che forse altrove sono sottaciute. Hanno avvalorato la ricerca con varie
citazioni, le più interessanti delle quali, a mio parere, sono quelle
autobiografiche e relative all’amore dei personaggi di cui si parla.
Seguendo la pista degli autori, vorrei stimolare i lettori
di questo libro ad inseguire il modello interpretativo che ho cercato di
offrire traendolo dalla ricerca degli autori. Infatti mi è sembrato di poter cogliere
tra le cinque coppie una sorta di complementarità: nella loro singolarità le
storie sono dissimili; avvicinate e confrontate, si ricava una concezione
unitaria dell’amore, pur vissuto in modo diverso; tanto che potrei parlare di
amore dai cinque volti.
La prima storia
- Charlotte Baudouin e Charles Péguy - fa vedere un Péguy
dibattuto tra due amori, dei quali quello vissuto in solitudine, soffocato dal
senso di fedeltà coniugale, è il più vivo e travolgente. Egli resiste. Scrive
lettere e poesie alla donna non sua. E
questa, dalla penombra che l’avvolge, influenza la vena artistica dell’amato e la
fa divenire capacità creativa. Sintomatico l’acrostico in una ballata dove si
può leggere il nome di lei: Blanche. La coppia irrealizzata ha un’affinità che
solo un uomo integerrimo come lui può contenere fino al punto di consigliare all’amata
il matrimonio con un altro; come di fatto avviene. La fedeltà alla moglie è per
lui ineludibile.
La vicenda umana di Péguy non è tutta tormento per l’amore
impossibile. Nella sua vita ferve la scelta di un socialismo agnostico che lo
allontana dalla chiesa cattolica, alla quale vorrebbe aderire pur con molte
perplessità. Anche qui un dualismo lacerante che nemmeno il rapporto molto
intenso con Maritain e Raïssa riesce a fargli superare; infatti i due amici non
riescono a convincerlo ad aderire decisamente alla fede cattolica: nel dualismo
tra fede e vita, lui opterà sempre per “un’antropologia dell’incarnazione,
della storia, dell’impegno sociale e politico alternativo allo spiritualismo…”.
Il dualismo emotivo e quello ideologico nulla toglie alla grandezza di un uomo
(la donna, madre dei suoi figli, in questa storia entra in secondo ordine) che seppe
essere fedele a se stesso.
La seconda storia – Raïssa Oumançoff e Jacques Maritain – riguarda personaggi celebri ben noti nel mondo
culturale e religioso. Gli autori tessono il racconto della loro storia d’amore
e lo arricchiscono con interessanti citazioni.
I due sono di diversa provenienza: lei, ebrea russa, quando
nelle università del suo paese entrò in vigore il numero chiuso a danno degli
ebrei e soprattutto delle donne, si trasferì con la famiglia a Parigi. Lui, di
origine protestante, divenne cattolico molto attivo e, come tutti sanno, fu
studioso e pensatore profondo tanto da fare scuola.
Il primo incontro è ritratto con freschezza descrittiva,
poetica.
L’osmosi affettiva ed intellettuale che ben presto si
realizza tra i due è un miracolo della Grazia e come tale essi la vivono. L’impegno
nel mettere a frutto i doni di Dio per mezzo della preghiera, nella quale confidano
molto, è teso a trasformare la vita intellettuale in vita spirituale; e di
fatto si mettono a servizio degli altri in circoli culturali di cui sono animatori.
L’amore tanto radicato nella fede evolve in Jacques verso una
‘compiutezza verginale’; da ciò la proposta a Raïssa di fare il voto di castità dopo appena sei anni di
matrimonio. Senza una sottovalutazione del sesso, ma attraverso una sua
sublimazione, la loro mira è alta: trascendere ogni forma limitativa fino allo
sprofondamento dell’amore umano nel divino.
* [Qui mi permetto una nota personale. Leggendo per mio conto
Raïssa, ho saputo
di un suo disappunto in merito; lo soffocò e ne tacque. A volte le donne
capiscono meglio e soffrono di più…].
Come definire un tanto grande luminoso amore? Con sussiego
suggerisco: amore proteso verso vette
inesplorate.
Circa la terza coppia – Francesca Romani e Alcide De Gasperi – mi astengo da aggiungere ogni aspetto narrativo
a quanto gli autori dicono. Il lettore ne sarà affascinato senza alcuna mia
indicazione, poiché le pagine scorrono da sé. In esse sono ritratti i vari
passaggi dall’inizio dell’innamoramento alla prima dichiarazione di amore, al
matrimonio, alla vita a due. Questa non
è rose e fiori, dapprima a causa della vita provata di Alcide che subisce anche
col carcere la persecuzione del regime fascista, in seguito a causa dei suoi
impegni politici dei quali ci informano (ben poco!) i libri di storia, nonché
della vita tra stenti che lo costringono,
per sopperire ai bisogni della famiglia con quattro figlie da crescere, al
lavoro di traduttore, di bibliotecario in Vaticano, ecc. Sono tutte pagine che
si leggono avidamente tanto le loro vicende sono singolari (soprattutto se
volessimo fare un confronto con la vita agiata dei politici di oggi).
Ma non posso privare chi legge di qualche citazione che
illumina di bellezza soprannaturale il cammino a due con Francesca, la moglie
che non lo lascia mai solo nemmeno nella lontananza fisica.
Alcide le scrive così:
…t’amo tanto, sono
così vicino a te, che una graduazione, anche una certa distanza, dell’intensità
delle nostre convinzioni e della misura di praticarle, non potrebbe scuotere
l’infinito affetto che deve basarsi anche sulla tolleranza e sul rispetto
reciproco. Ti voglio libera compagna, amica di pari iniziativa e indipendenza e
nulla mi ripugna di più che il farti da maestro e di frugare nella tua
coscienza..
…tu, sorella
dell’anima…
Mi farai sempre un
immenso piacere quando rinfrancherai il tuo spirito con un richiamo a questa
corrente di spiritualità che ti fa vibrare all’unisono con le mie speranze e
con la mia fede ideale… io a te e tu a me, è la formula per le nostre
relazioni…
Non sono io che ti
amo, ma siamo noi due che ci amiamo…
Sento che i nostri due
spiriti si fondono in un ideale sovrumano…
…le nostre lettere
come le nostre carezze sono tutte per noi soli.
Un uomo così granitico nel carattere e nelle scelte di vita,
sa esprimersi con dolcezza infinita parlando con la sua donna. Non c’è mai
spazio nelle sue parole per le futilità di un amore senza spina dorsale.
La quarta coppia
– Mya Salvati e Igino Giordani – ci mette di fronte ad una tipologia ben nota al
giorno d’oggi: il marito delega alla moglie ciò che riguarda la vita concreta,
e la moglie, anche se non priva di doti artistiche, accetta la situazione
pagando in termini di frustrazione.
Siamo di fronte ad una coppia di diversi per cultura, fede,
tendenze... Mya sta sempre all’ombra, mentre il marito si afferma, acquista una
grande notorietà. Egli ringrazia una moglie sempre in seconda linea rispetto ad
altre donne… “sante”, come dapprima una certa madre Oliva e poi Chiara Lubich, che gli offrono un’alternativa
di santità illuminata rispetto a ciò che Mya non sa dargli. L’estasi che Igino
trova tra i focolarini è l’inferno in casa di Mya.
Un amore travagliato che ripete in altro modo quello di
tante altre coppie, all’interno delle quali il pane quotidiano è la sofferenza
delle donne.
Adrienne
von Speyr e Hans Urs von Balthasar
costituiscono una coppia di grande prestigio. Lui un grande teologo che ha
fatto storia, lei una mistica molto dotata spiritualmente ed umanamente.
Alla pagina 299 del libro si legge: L’unità delle anime è sorprendente, sul piano culturale, affettivo,
spirituale e teologico. E più giù: Adrienne
sarà sempre convinta che la verginità fisiologica si giustifica sulla base di
una verginità ontologica. Quest’ultima frase mi ha dato l’idea di come la
coppia abbia intrapreso un itinerario di continuo rimodellamento della persona,
in vista del perfezionamento personale, quale terreno che sarebbe stato fertile
sia per la verginità consacrata o seriamente impegnata, sia per il matrimonio responsabile.
Di ontologico non riesco a vedere altro o di più. Comunque resta vero che nella
coppia in questione non c’è spazio per una sorta di DNA verginale o di qualcosa
che gli si avvicini; infatti Adrienne si è sposata due volte prima di stringere
un vincolo di alta amicizia con von Balthasar; e questi coltiva le sue notevoli
attitudini all’approfondimento teologico, sottoponendo le sue costruzioni
teologiche alle ‘correzioni’ della mistica Adrienne. I due punti di vista da
cui partono sono diversi, ma tendono ad integrarsi sul piano della ricerca e
della vita vissuta, fino al punto di fare coppia morale e spirituale nell’aspirazione
allo stesso ideale.
La finale del libro, che mi piace trascrivere, illumina
ancor meglio il senso di questo far coppia spirituale che, se nella quinta
coppia di amici è chiaro e lampante, aleggia anche nelle altre storie: Il frutto più significativo delle fecondità
di queste anime rimane nella capacità di vivere l’unità in Cristo e di lasciare
alla chiesa il formidabile segno di speranza inciso nel progetto originario: DIO
CREO’ L’UOMO A SUA IMMAGINE; A IMMAGINE DI Dio LO CREO’; MASCHIO E FEMMINA LI
CREO’ “.
L’insistenza nel ripetere i termini della dualità, maschio e
femmina, non lascia posto ad una verginità intesa in senso restrittivo come
limitazione all’espressione della sessualità. La dualità è voluta da Dio, è la
Sua stessa Identità dinamica [il Terzo è già sottinteso nella dualità].
Ciascuno dei due tende alla sua dilatazione nell’altro, senza sacrificare mai la
sua singolarità (il caso di Mya e Igino è un’eccezione nel libro, normale nella
realtà sociale dei più); come tale ciascuno può essere vergine e in relazione
di amore.
Ha redatto Ausilia Riggi
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