È bene ricordare, al riguardo, la rilettura di questa tentazione fatta da Fëdor
Dostoevskij, nella “Leggenda del grande inquisitore: “Vedi queste pietre nel
deserto nudo e infuocato? Mutale in pane e l’umanità ti seguirà come un gregge
docile e riconoscente”.
Giorno dopo giorno irrompe nel nostro percorso di vita il mondo che ci circonda in tutti i suoi aspetti. Quante cose da imparare! Stare ATTENTI a cogliere la verità che si nasconde in tutto significa non isolarsi, ESSERE-CON. E perché non anche CON te che leggi? Ausilia
martedì 28 febbraio 2017
XIX edizione di Semi di pace
Dalla rete: Mondo
Semi di pace: la parola alle donne
Concluso il soggiorno delle testimonial della XIX edizione di Semi di pace, progetto di Confronti per il dialogo tra israeliani e palestinesi
inserito da Tiziana Bartolini
Sono quattro donne, due israeliane e due palestinesi, le testimoni alle quali ha affidato il suo messaggio “Semi di Pace”, un progetto promosso dalla rivista “Confronti” con il sostegno dell’Otto per mille della Chiesa valdese – Unione delle chiese metodiste e valdesi. È un cammino che viene da lontano e che ha sempre mantenuto fede all’obiettivo di dare voce a chi in quei territori è impegnato nell’educazione alla pace e al dialogo tenendo presente la complessità del conflitto israelo-palestinese, nel contesto di un Medio Oriente in crisi. L’edizione del 2017, la diciannovesima, è stata presentata con una conferenza stampa presso la Camera dei Deputati (21 febbraio) con le testimonianze di persone “che vivono il conflitto arabo-israeliano, donne e uomini che proprio alla luce delle loro ferite non hanno rinunciato a coltivare semi di dialogo” ha detto il direttore di “Confronti”, Claudio Paravati.
L’Onorevole Khalid Chaouki, portando il suo saluto, ha parlato di una “contro-narrativa” sottolineando l’importanza di far conoscere l’esistenza di realtà positive, molto importanti “in un’Europa dove monta il pregiudizio e l’islamofobia”.
I racconti delle testimonial sedute una accanto all’altra toccano il cuore, nonostante la brevità e la traduzione che inevitabilmente attutisce l’impatto delle parole.
Ha ragione Shata Bannousa, palestinese e volontaria del Bethlem Fair Trade Artisans (BFTA): “ogni famiglia palestinese ha una storia da raccontare. Noi palestinesi siamo stati buttati fuori dalla sera alla mattina. Avevo solo 5 anni, ma ricordo tutto: la permanenza in Giordania, l’arrivo a Ramallah, le ruspe. Siamo abituati a vedere nelle città soldati israeliani armati fino ai denti ed è complicato capire la situazione, ci vorranno ancora molti anni”. Shata ha avuto delle opportunità, ha studiato a Betlemme e a Milano e oggi lavora in una organizzazione umanitaria, la BFTA, importante organizzazione che sostiene tutte le attività artigianali che putano sul riciclo. “Abbiamo dato vita a un progetto speciale che vede la collaborazione di israeliane e palestinesi. Il BFTA (www.fairtrade.org), premiato nel 2015, è l’unico soggetto che si occupa di fair trade”.
Questo progetto è realizzato anche in collaborazione con l’associazione di Orna Akad, commediografa e pubblicista che vive a Tel Aviv. Orna è ebrea, e spiega che la convivenza nella sua famiglia ‘mista’ non è facile, ma è possibile. “Mi sono avvicinata al femminismo e alle donne palestinesi - racconta -, che per il 48% sono povere. Abbiamo dato vita a un centro di consulenze per il lavoro, per aiutare queste donne che venivano trattate molto male. Abbiamo fornito loro gli strumenti minimi per difendersi: abbiamo insegnato a leggere una busta paga e capire i loro diritti, per esempio. Poi abbiamo dato vita ad una coproduzione israeliana e palestinese di prodotti, dall'olio e ceramica decidendo che le lavoratrici avrebbero ricevuto la stessa retribuzione. In questi ultimi anni ben 750 donne si sono state avvicinate e ora provvedono alle loro famiglie. Abbiamo capito che la parità delle donne è importante”.
Tamara e Najwa piangono i loro cari, ma hanno avuto la forza di reagire facendo la scelta del dialogo e aderendo al Parents’ Circle.
Tamara Rabinowitz ha perso il figlio Idor, che era sotto le armi in Libano nel 1987. “So bene che il conflitto tra Israele e Palestina comporta molta violenza e rabbia, ma ci sono persone che lavorano in modo diverso. Dopo la morte di mio figlio ho preso coscienza che dall'altra parte c'era un’altra madre che stava piangendo il suo. Ho dovuto scegliere tra la rabbia e il fare un passo verso l'altro, ho scelto di cercare il dialogo, ho sorpreso i miei concittadini. Sono convinta che si possa cambiare la percezione dell’altro e che possiamo far capire che non c’è un nemico in ogni palestinese o israeliano”.
Najwa Saadeh, palestinese, ringrazia chi è presente per condividere il suo dolore. “Mia figlia Christine è stata uccisa da un soldato israeliano a Betlemme nel 2003 e tutta la mia famiglia è stata ferita nell’attacco. Siamo entrati nel Parents’ Circle e partecipiamo alle riunioni, che si tengono nella zona C, unico luogo in cui è possibile incontrarci. Sono circa 600 le famiglie che aderiscono e che vanno a parlare per spiegare come procede il conflitto. Pensiamo che il nostro lavoro sia molto importante per far cessare il conflitto”.
Sorridono e sembrano donne ‘normali’ queste operatrici che lavorano quotidianamente per il dialogo nelle diverse realtà in Israele e nei Territori palestinesi. In realtà Tamara, Najwa, Orna e Shata sono monumenti alla ragionevolezza e alla dignità che continua ad opporsi alla follia della violenza quotidiana che appare inarrestabile.
Il loro soggiorno in Italia, giustamente definita una “preziosa semina”, ha avuto parecchie tappe fino al 25 febbraio, con incontri e conferenze in diverse scuole ed istituti del paese, da Firenze a Torino passando da Arezzo e Piombino, e poi fino a Lugano in Svizzera.
L’Onorevole Khalid Chaouki, portando il suo saluto, ha parlato di una “contro-narrativa” sottolineando l’importanza di far conoscere l’esistenza di realtà positive, molto importanti “in un’Europa dove monta il pregiudizio e l’islamofobia”.
I racconti delle testimonial sedute una accanto all’altra toccano il cuore, nonostante la brevità e la traduzione che inevitabilmente attutisce l’impatto delle parole.
Ha ragione Shata Bannousa, palestinese e volontaria del Bethlem Fair Trade Artisans (BFTA): “ogni famiglia palestinese ha una storia da raccontare. Noi palestinesi siamo stati buttati fuori dalla sera alla mattina. Avevo solo 5 anni, ma ricordo tutto: la permanenza in Giordania, l’arrivo a Ramallah, le ruspe. Siamo abituati a vedere nelle città soldati israeliani armati fino ai denti ed è complicato capire la situazione, ci vorranno ancora molti anni”. Shata ha avuto delle opportunità, ha studiato a Betlemme e a Milano e oggi lavora in una organizzazione umanitaria, la BFTA, importante organizzazione che sostiene tutte le attività artigianali che putano sul riciclo. “Abbiamo dato vita a un progetto speciale che vede la collaborazione di israeliane e palestinesi. Il BFTA (www.fairtrade.org), premiato nel 2015, è l’unico soggetto che si occupa di fair trade”.
Questo progetto è realizzato anche in collaborazione con l’associazione di Orna Akad, commediografa e pubblicista che vive a Tel Aviv. Orna è ebrea, e spiega che la convivenza nella sua famiglia ‘mista’ non è facile, ma è possibile. “Mi sono avvicinata al femminismo e alle donne palestinesi - racconta -, che per il 48% sono povere. Abbiamo dato vita a un centro di consulenze per il lavoro, per aiutare queste donne che venivano trattate molto male. Abbiamo fornito loro gli strumenti minimi per difendersi: abbiamo insegnato a leggere una busta paga e capire i loro diritti, per esempio. Poi abbiamo dato vita ad una coproduzione israeliana e palestinese di prodotti, dall'olio e ceramica decidendo che le lavoratrici avrebbero ricevuto la stessa retribuzione. In questi ultimi anni ben 750 donne si sono state avvicinate e ora provvedono alle loro famiglie. Abbiamo capito che la parità delle donne è importante”.
Tamara e Najwa piangono i loro cari, ma hanno avuto la forza di reagire facendo la scelta del dialogo e aderendo al Parents’ Circle.
Tamara Rabinowitz ha perso il figlio Idor, che era sotto le armi in Libano nel 1987. “So bene che il conflitto tra Israele e Palestina comporta molta violenza e rabbia, ma ci sono persone che lavorano in modo diverso. Dopo la morte di mio figlio ho preso coscienza che dall'altra parte c'era un’altra madre che stava piangendo il suo. Ho dovuto scegliere tra la rabbia e il fare un passo verso l'altro, ho scelto di cercare il dialogo, ho sorpreso i miei concittadini. Sono convinta che si possa cambiare la percezione dell’altro e che possiamo far capire che non c’è un nemico in ogni palestinese o israeliano”.
Najwa Saadeh, palestinese, ringrazia chi è presente per condividere il suo dolore. “Mia figlia Christine è stata uccisa da un soldato israeliano a Betlemme nel 2003 e tutta la mia famiglia è stata ferita nell’attacco. Siamo entrati nel Parents’ Circle e partecipiamo alle riunioni, che si tengono nella zona C, unico luogo in cui è possibile incontrarci. Sono circa 600 le famiglie che aderiscono e che vanno a parlare per spiegare come procede il conflitto. Pensiamo che il nostro lavoro sia molto importante per far cessare il conflitto”.
Sorridono e sembrano donne ‘normali’ queste operatrici che lavorano quotidianamente per il dialogo nelle diverse realtà in Israele e nei Territori palestinesi. In realtà Tamara, Najwa, Orna e Shata sono monumenti alla ragionevolezza e alla dignità che continua ad opporsi alla follia della violenza quotidiana che appare inarrestabile.
Il loro soggiorno in Italia, giustamente definita una “preziosa semina”, ha avuto parecchie tappe fino al 25 febbraio, con incontri e conferenze in diverse scuole ed istituti del paese, da Firenze a Torino passando da Arezzo e Piombino, e poi fino a Lugano in Svizzera.
lunedì 20 febbraio 2017
"La coscienza femminle confusa"
“La coscienza femminile confusa” e la solitudine
delle donne al potere
di Rosaria Guacci
Luisa Muraro ha
chiamato apparente “coscienza femminile confusa” l’aver votato sì al recente
referendum costituzionale e avere nello stesso tempo tirato un respiro di
sollievo per la vittoria del no: avrebbe quindi votato due volte e i due voti
sarebbero ugualmente validi. «In questo caso», lei dice, «è piuttosto evidente
che l’obbligo di scegliere non è veramente democratico e non lo è neanche
costringersi all’astensione, come qualcuno ha suggerito di fare. Perciò mi sono
autorizzata a votare due volte, sì e no, ed entrambi i voti sono validi…». Il
suo ragionamento mi sembra un sollecitante paradosso filosofico che ha ricadute
politiche importanti – per politica intendendo la politica delle donne, che
assumo come l’unica valida. Le buone argomentazioni di Muraro si possono
leggere nel sito della Libreria alla voce Contributi; a me interessa in
particolare la questione della cosiddetta coscienza femminile confusa rispetto
a un non voler scegliere tra due quesiti mal posti – il sì o il no al
referendum costituzionale appena trascorso – di fatto scegliendoli entrambe,
quindi raddoppiando. Ben venga una coscienza siffatta, scrive Luisa e io
concordo. La doppia assunzione/esclusione di entrambi i pronunciamenti è buona
per me perché non voglio dover rispondere a due quesiti antitetici in un
processo esclusivamente binario: avrei voluto una terza o magari molte altre
soluzioni/situazioni in cui pronunciarmi. Inoltre – e qui sta per me il punto –
«l’obbligo di scegliere non era democratico». Molto vero soprattutto per le
donne. Credo che noi apparteniamo ancora alla “società delle estranee” di cui
scriveva Virginia Woolf nelle Tre ghinee. Certo, il problema non sta più
nel non poter entrare nelle biblioteche o nel dover subire destini imposti.
Come hanno scritto in tante a partire da Lia Cigarini in apertura della recente
redazione allargata di Via Dogana on line, le donne sono dappertutto, in ogni
comparto sociale, e ci stanno in posizione molto visibile ed esposta.
Soprattutto esposta, mi sembra. Spesso il potere che le donne esposte
rivestono, diverso dall’autorità femminile che intendo capace di circolare con
ricchezza e libertà, è una sorta di camicia di Nesso che le avvelena
costringendole, sempre seguendo il mito, a gettarsi in roghi che rischiano di
incenerirle: le polemiche circa la sindaca romana Virginia Raggi o la nuova
ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli sono sotto gli occhi e alla portata di
orecchio di tutte/tutti.
Raggi appare stretta in regole non sue, che contrastano con le sue decisioni, e Fedeli, in un mondo come l’attuale, meritocratico e alieno dalla promozione delle competenze squisitamente politiche che si ricercavano negli anni ’70, appare una ministra “non laureata”, alla lettera. Entrambe mandate allo sbaraglio dai loro movimenti e partiti; entrambe, come mi sembra, non sorrette da relazioni con le loro simili – che non cercano o che non trovano bell’e pronte e che comunque non dichiarano – che potrebbero servir loro a fare meglio. È vero, dà una bella energia vedere donne vincenti. Ma quella di alcune di loro, di noi, forse anche, è una vittoria effettiva o un impegno assunto in base a vincoli esterni ed estranei a sé che possono trasformarsi in catene? Di esempi ne ho fatti due ma si potrebbe farne altri ancora. Mi chiedo: di fronte a un mondo ancora cogente per regole precostituite all’affermazione delle donne – quando esse siano in posizione di forza dettate dall’esterno e forse non ancora in grado di dettare regole proprie – non sarebbe più proficuo lavorare ad accrescere credibilità, competenza, autorità seguendo i propri intuito ed esperienza e negandosi alla cooptazione? Dire in questo caso un “no” ben chiaro? Mi piacerebbe discutere di questo fuori da ideologia e idealizzazioni.
Raggi appare stretta in regole non sue, che contrastano con le sue decisioni, e Fedeli, in un mondo come l’attuale, meritocratico e alieno dalla promozione delle competenze squisitamente politiche che si ricercavano negli anni ’70, appare una ministra “non laureata”, alla lettera. Entrambe mandate allo sbaraglio dai loro movimenti e partiti; entrambe, come mi sembra, non sorrette da relazioni con le loro simili – che non cercano o che non trovano bell’e pronte e che comunque non dichiarano – che potrebbero servir loro a fare meglio. È vero, dà una bella energia vedere donne vincenti. Ma quella di alcune di loro, di noi, forse anche, è una vittoria effettiva o un impegno assunto in base a vincoli esterni ed estranei a sé che possono trasformarsi in catene? Di esempi ne ho fatti due ma si potrebbe farne altri ancora. Mi chiedo: di fronte a un mondo ancora cogente per regole precostituite all’affermazione delle donne – quando esse siano in posizione di forza dettate dall’esterno e forse non ancora in grado di dettare regole proprie – non sarebbe più proficuo lavorare ad accrescere credibilità, competenza, autorità seguendo i propri intuito ed esperienza e negandosi alla cooptazione? Dire in questo caso un “no” ben chiaro? Mi piacerebbe discutere di questo fuori da ideologia e idealizzazioni.
(www.libreriadelledonne.it,
22 dicembre 2016)
martedì 14 febbraio 2017
La celebrazione del 14 febbrailo
Un miliardo di voci contro la violenza su donne e bambine:
il 14 febbraio in Italia e nel mondo
le donne tornano a ballare nelle piazze. Voci dalle città italiane
inserito da Redazione NOIDONNE
IL 14 FEBBRAIO 2017 TORNA IN ITALIA E NEL MONDO ONE
BILLION RISING, UN MILIARDO DI VOCI CONTRO LA VIOLENZA SU DONNE E BAMBINE
Era il 2013 quando Eve Ensler, autrice del celebre “I monologhi della vagina”, lanciò in tutto il mondo una campagna rivoluzionaria, ONE BILLION RISING: il punto di partenza era la drammatica statistica per cui una donna su tre in tutto il pianeta sarà picchiata o violentata nel corso della propria vita; l’obiettivo era far ballare e manifestare un miliardo di persone nel mondo, il giorno di San Valentino, per denunciare quella violenza e affermare la volontà di porvi fine. L’enorme successo della manifestazione, con adesioni da oltre 200 nazioni, ha trasformato ONE BILLION RISING in un appuntamento annuale, il cui spirito battagliero ha ricevuto consensi crescenti aprendo un nuovo dibattito sui diritti, il razzismo, le disuguaglianze economiche e le guerre dichiarate sui corpi delle donne in tutto il mondo. Anche in Italia lo scorso anno 250mila persone hanno partecipato a oltre 150 eventi in tutta la penisola.
Quest’anno la parola d’ordine di ONE BILLION RISING è SOLIDARIETÀ: solidarietà CONTRO LO SFRUTTAMENTO delle donne, solidarietà CONTRO IL RAZZISMO E IL SESSISMO ancora presenti in tutto il mondo. Alcuni eventi recenti, come la manifestazione di Roma del 25 novembre e la marcia di Washington del 21 gennaio, hanno testimoniato ancora una volta la presenza di una consapevolezza e di un’energia straordinaria nella società civile, frutto del lavoro costante sul campo di attivisti, associazioni e istituzioni. ONE BILLION RISING vuole ribadire che non c'è nulla di più potente di questa solidarietà globale, di un corpo unico e coeso capace di far parlare un miliardo di persone con una sola voce.
LA SOLIDARIETÀ È LA NOSTRA RIVOLUZIONE!
“Dobbiamo abbandonare i
tentacoli delle nostre false sicurezze e interrompere il mondo così come lo
conosciamo. Sovvertire, lottare e danzare con tutte le nostre forze per
immaginare una vita al di là delle false comodità” (Eve Ensler). Non può
esserci rivoluzione senza solidarietà. Non possiamo invocare un cambiamento nel
sistema – cambiamento di mentalità, di cultura, di coscienza, dei valori, di
volontà politiche – attraverso azioni individuali e isolate. Solidarietà vuol
dire connettersi in maniera radicale.
Anche quest’anno One Billion
Rising torna nelle piazze e nelle strade come un grande momento di gioia
collettiva in cui avranno luogo flash mob, spettacoli, manifestazioni e eventi
dedicati alla sensibilizzazione e all’azione contro il fenomeno della violenza
su donne e bambine. Al momento (ma è una cifra in costante aumento) sono oltre
100 gli eventi programmati in tutta Italia: si parte già da sabato 11 febbraio
a Livorno, Monterotondo e Cittadella (PD), mentre domenica 12 a Fiumicino, alle
ore 11.00 in Piazza Grassi, è prevista una grande manifestazione con il
patrocinio del Comune. Martedì 14 febbraio, giorno di San Valentino, sono
previsti gli eventi più imponenti in tutta la penisola, da Milano (flash mob
danzante a Piazza della Scala alle 19.00) a Bologna (in Piazza Maggiore, flash
mob, parata e festa dalle 17.00 alle 22.00), da Trieste (una marcia partirà da
Piazza Goldoni alle 16.00) a Perugia (in Corso Vannucci la coreografia
dell’inno ufficiale Break the Chain in versione L.I.S), fino a Roma, dove alle
16.00 al Ponte della Musica avrà luogo un grande flash mob organizzato
dall’associazione Differenza Donna. Varie manifestazioni coloreranno anche
molte città nel Meridione – scuole, centri e piazze delle principali città in
Puglia (Bari, Taranto, Molfetta, Lecce) , Calabria (Cosenza, Catanzaro) e
Sicilia (Catania, Palermo, Siracusa, Marsala, Agrigento) - e continueranno
anche nei giorni successivi, il 18 febbraio a Biella e Vicenza e sabato 25 a
Napoli, dove a Largo Berlinguer dalle 11.30 alle 14.00 si susseguiranno
reading, flash mob e varie performance.
Anche quest’anno hanno aderito a ONE BILLION RISING
alcune delle maggiori associazioni italiane, tra cui Amnesty International
Italia, ArciLesbica, Centro di ascolto mobbing e stalking contro tutte le
violenze (UIL), CGIL, Differenza Donna, D.i.Re – Donne in rete contro la
violenza, Emergency, FIOM, FNASD - Federazione Nazionale Associazioni Scuole
Danza, Gi.u.li.a - Giornaliste Unite Libere Autonome, Nuovo Maschile, Terres
des Hommes, UDI – Unione Donne in Italia. Inoltre, forte di un crescente
consenso, questa quinta edizione consolida ancora di più la presenza di
istituti scolastici, insegnanti, genitori e studenti di ogni età – dalla prima
scuola dell’infanzia agli istituti secondari – uniti nell’impegno di creare una
cultura dell’uguaglianza e del rispetto fin dai primi passi dell’educazione
scolastica.
martedì 24 gennaio 2017
Ccontro la “Pena di Morte Viva”
Sabina Rossa e Agnese Moro contro la “Pena di Morte Viva”
L’ex Presidente della Repubblica Sandro
Pertini che in galera passò lunghi anni diceva spesso: «Ricordatevi quando avete a che fare con un detenuto, che molte volte
avete davanti una persona migliore di quanto non lo siete voi».
Da anni – insieme ad Agnese Moro e
Sabina Rossa che hanno avuto i loro padri uccisi durante la lotta armata degli
anni ’70 – combatto contro la “Pena di Morte
Viva” o, come la chiama Papa Francesco, la “Pena di morte nascosta”. Durante la
giornata del 20 gennaio 2017, nella Casa di
Reclusione di Padova, Agnese e Sabina sono
intervenute (Agnese a distanza e Sabina di presenza) al convegno dal titolo: “Contro
la pena di morte viva. Per il diritto a un fine pena che non uccida la vita”.
Ecco quanto ci ha
consegnato Agnese:
(…) Questa volta non
riesco ad essere con voi in questa giornata di riflessione sull’ergastolo e
sulla necessità di abolire una pena che, essendo senza fine, uccide la speranza
di tornare ad essere liberi; ferisce l'impegno costituzionale ad aiutare i
colpevoli a rivedere criticamente la propria vita e a tornare tra noi a dare il
proprio contributo alla vita sociale; punisce nella maniera più crudele e
ingiusta coloro - grandi e piccini - che nutrono affetti profondi per chi è
condannato a una pena tanto severa. Credo che la questione dell’abolizione
dell'ergastolo, prima di riguardare la politica, riguardi tutti noi cittadini.
Prima ed oltre una discussione in Parlamento è essenziale che ci sia una
discussione larga, capillare, serena nelle nostre città e nei nostri paesi. (…)
Bisogna sapere che le persone possono cambiare, che sono sempre molto di più
del loro reato, e che, come dice la mia amica Grazia Grena, c'è dentro ognuno,
qualunque cosa abbia fatto, qualche cosa di buono che può e deve essere
illuminato. Anche se non ce ne accorgiamo la nostra società è desiderosa di
intraprendere una simile discussione. Si tratta solo di farlo. Un abbraccio (Agnese).
Ed ecco parzialmente l’intervento di Sabina:
Vorrei
iniziare il mio intervento prendendo in prestito alcune frasi di Carmelo
Musumeci non solo perché le condivido ma anche perché ho potuto toccare con
mano la veridicità delle sue parole: “Il carcere non mi ha fatto bene, non solo
mi ha peggiorato ma mi ha fatto anche del male”. “Ciò che mi ha migliorato e
cambiato non è stato il carcere ma un programma di rieducazione fatto dalla
presenza delle persone care, dalle relazioni umane e sociali”. “In carcere si
soffre per nulla, il nostro dolore non fa bene a nessuno, neppure alle vittime
dei nostri reati, è difficile pensare al male che hai fatto fuori se ricevi
male tutti i giorni”. (…).
Musumeci
ci dice che dal carcere si dovrebbe uscire perché lo si merita, perché è stato
fatto un certo percorso, perché c'è stata una crescita. Sono d'accordo con lui e credo
che giustizia sia anche quella di prendere atto che, a tanti anni di distanza,
quella persona non sia più quella di un tempo e che si sia realizzato un
cambiamento nel profondo.
Quando è
stata concessa la liberazione condizionale alla persona che ha sparato a mio
padre l’ho considerato un atto giusto, mi sono sentita come se si fosse chiuso
un cerchio e ho potuto posare a terra quello zaino che mi sono portata sulle
spalle per tanto tempo. (Sabina)
Dostoevskij diceva: “Fatemi
capire perché e come ho sbagliato e poi mi giudicherò e condannerò da solo, e
sarò più severo di qualsiasi altro giudice”.
Agnese e Sabina hanno compreso questo e “puniscono” gli
ergastolani con l’amore sociale. Forse anche perché hanno capito che dal male
può nascere il bene. Basta andare a cercarlo dentro il cuore dei criminali. Per
non fare il male bisogna conoscere anche il bene, ma purtroppo molti criminali
non conoscono il bene perché hanno vissuto sempre nel male. Il libero arbitrio
esiste solo quando tu conosci il bene e il male. E spesso i reati che abbiamo
fatto rispecchiano il male del mondo dove vivevamo e, adesso, del carcere.
Molti di noi, e non lo dico per cercare attenuanti, penso che siano stati
quelli che hanno potuto essere, non certo quelli che sognavano di essere. Se
continuano però a dirci che siamo irrecuperabili, che siamo dei mostri, che
siamo cattivi, va a finire che ci crediamo e cerchiamo di esserlo anche dopo
tanti anni di carcere. D’altronde come si può migliorare una persona con una
pena che non ha mai fine?
Per questo, purtroppo, molti ergastolani si sentono ancora
“colpevoli di essere innocenti”, anche se hanno commesso gravissimi reati. Non si nasce delinquenti, ma purtroppo ci si
diventa.
Un tempo c’erano in carcere giovani interpreti delle lotte
sociali e politiche. Oggi vi sono in maggioranza giovani tossicodipendenti,
immigrati e poi tante persone del sud detenute per reati di criminalità
organizzata. Al sud, infatti, lo Stato è sempre stato assente e in alcuni casi
è stato più mafioso dei mafiosi che ha usato e sfruttato per raggiungere
consensi elettorali.
Grazie Sabina e Agnese di continuare a lottare per recuperare
e migliorare le persone che vi hanno fatto del male.
Con il vostro impegno contribuite a sensibilizzare l’opinione
pubblica che la pena dell’ergastolo è una morte interminabile che ti fa sperare
in una morte istantanea come un regalo della pietà. La vostra testimonianza di
vittime dà un senso ancora più profondo alle vostre parole.
Carmelo
Musumeci
Gennaio
2017
venerdì 20 gennaio 2017
Ass. Opportunanda
FATTI E PAROLE 17 ASSOCIAZIONE OPPORTUNANDA
NEWS
MIGRANTI
DUE PAROLE
“Migranti”. Termine diventato molto frequente, sia nelle conversazioni, sia sui giornali, sia nelle trasmissioni televisive.
Neologismo? Parola di moda? Eh, no. Termine che indica una realtà diventata drammaticamente attuale. I pareri al
riguardo sono contrastanti, al punto da creare divisioni, sia politiche che personali.
Un tempo il termine usato era “emigranti”, perché eravamo noi a lasciare il nostro paese per andare a cercare lavoro
all’estero, anche “nelle lontane Americhe” (per usare un’espressione del mio amato Collodi, autore di Pinocchio).
Ancora oggi i nostri giovani cercano lavoro all’estero per le gravi difficoltà che hanno qui al riguardo.
Ma il fenomeno di più vasta portata e che si va facendo ogni giorno più drammatico è quello della natura della nuova
emigrazione, proveniente da Sud del mondo. Si tratta di un fenomeno drammatico soprattutto perché riguarda persone
costrette a fuggire dal proprio paese a causa di guerre, di fame, di persecuzioni di vario genere. Lasciano TUTTO,
fidandosi di personaggi disonesti che per cifre esorbitanti offrono un posto stipato su barconi non sicuri, causa molto
frequente di annegamento, di gravi divisioni, di malattie.
Che cosa vuol dire tutto questo per la nostra associazione? Opportunanda non è un centro di accoglienza stranieri, ma
è comunque un’associazione che accoglie quando e come può, in tante forme delle quali abbiamo già parlato nei nostri
precedenti numeri di FATTI E PAROLE.
Come al solito, in questo notiziario, diamo spazio a chi vive la realtà e cercheremo di farlo con tutta la difficoltà che
questo comporta. Ma prima di questo, per rispondere alla domanda che cosa sia cambiato a Opportunanda da quando
l’accoglienza si è aperta inevitabilmente a tanti stranieri, abbiamo intervistato Sergio, nostra “colonna” del Centro
Diurno, presente a Opportunanda fin dalla sua fondazione. E poi saranno alcuni migranti stessi che racconteranno…
L.
Per ulteriori notizie sul tema dei migranti cfr. “oggi su MIGRANTI.Torino.it”
LA PAROLA A…
….Sergio: “Prima del 2012 gli immigrati che frequentavano Opportunanda rappresentavano il 50% degli ospiti del
Centro Diurno. Dopo quella data sono aumentati progressivamente fino ad arrivare, oggi, all’85% dei “passaggi”.
Nonostante ciò non sono stati apportati significativi cambiamenti all’organizzazione del centro, che costituisce un punto
di passaggio o di incontro tra persone appartenenti a gruppi etnici omogenei, assolutamente slegati rispetto a quelli di
altra provenienza.
Il gruppo più numeroso proviene dal Marocco, seguito, fino ad alcuni anni fa, da Sudanesi e abitanti del Kashmir.
Attualmente non abbiamo più registrato presenze di asiatici, mentre sono aumentati gli africani del Senegal, Mali,
Ghana, Congo.
Noi volontari ed operatori incontriamo notevoli difficoltà a comunicare con queste persone, sia per motivi linguistici che
per la ritrosia non solo a parlare di sé, ma anche a rivelare il proprio nome: quasi tutti sono clandestini e temono di finire
nel circuito dei CIE! Ne consegue che gli unici scambi verbali consistono in richieste di semplici informazioni agli
operatori o di denaro al centro di ascolto. Così diventano molto più difficili anche l’accompagnamento e l’aiuto
concreto…
Secondo me, queste persone non cercano in Opportunanda assimilazione o integrazione, ma solo un luogo caldo e
accogliente dove trascorrere una parte della giornata.
Tutto questo se non crea problemi nella gestione del centro diurno, risulta però una mancanza di risorse: solo in
qualche caso isolato, come quello del prossimo intervistato, uno straniero mette a disposizione degli altri frequentatori
conoscenze e competenze”.
…Ismael: “Arrivo dal Perù, vivo in Italia da tre anni e sono venuto a Torino, perché qui si era trasferita la mia mamma
alcuni anni prima. Non ho incontrato grandi difficoltà ad arrivare, perché ho ottenuto un visto regolare. L’unico problema
è stato il costo del biglietto aereo! Ora però il visto è scaduto e non ho potuto rinnovarlo per motivi burocratici. Non ho
incontrato alcun problema di accoglienza e integrazione, sia perché come ho già detto, mia madre mi ha aperto la
strada, sia perché mi piacciono moltissimo la cultura e le città italiane, che ho avuto modo di conoscere. Sono una
persona molto socievole e curiosa, mi piace molto parlare e comunicare e questo mi ha permesso di trovare molti amici
qui in Italia. Sono stato molto aiutato anche dal mio mestiere di parrucchiere, che mi ha messo in contatto con
moltissime persone e mi ha fatto conoscere Opportunanda. Alcuni clienti del negozio in cui lavoravo mi hanno parlato
dell’associazione, con la quale sono stato messo in contatto due anni fa. Da allora vengo qui una volta alla settimana
a prestare il mio servizio gratuito, tagliando capelli e barbe…
Vivere in Italia mi piace molto, non ho alcun desiderio di tornare in Perù, anche perché la mia famiglia è qui. Vorrei solo
poter regolarizzare al più presto la mia situazione, ma per il momento manca la normativa adatta…”
(Facebook: Ismael Cauti)
…Ortense: “Il mio paese d’origine è la Repubblica Democratica del Congo, da cui sono partita sei anni fa per
raggiungere mio marito che si trovava a Torino come rifugiato. Posso dire di aver avuto “tre vite”: la prima , quella
trascorsa con mio marito, grazie al quale non ho avuto alcun problema di inserimento.
La seconda è stata la più triste e dolorosa, a causa della sua morte per la quale ho provato una terribile sofferenza. Da
quel momento sono diventata una “senza dimora”, ho cominciato a girovagare alla ricerca di un riparo, ho dormito
nella sala d’aspetto del pronto soccorso di diversi ospedali… Grazie ad un’amica ho conosciuto Opportunanda e
ho chiesto aiuto a Giacomina, che però all’epoca non ha potuto inserirmi in una convivenza e quindi mi ha fornito solo
l’elenco dei dormitori. Ho quindi iniziato la mia peregrinazione tra un dormitorio e l’altro, mentre la mia salute
sembrava peggiorare. Molte volte la preoccupazione e l’ansia per la mancanza di un riparo mi hanno causato forti
palpitazioni: temevo proprio di essere diventata cardiopatica!
Finalmente, quattordici mesi fa è iniziata la mia “terza vita”: sono stata inserita nell’alloggio di Via Canova e da
allora mi pare sia iniziata una fase positiva: non ho più avuto palpitazioni e da un po’ di tempo ho anche trovato un
lavoro!
Opportunanda è la mia salvezza e voglio molto bene a Giacomina, Vittoria, Claudia a chi frequenta l’associazione…
Mi piacerebbe tornare al mio paese, almeno per rivedere i miei parenti, ma finora non potevo permettermi il costo del
biglietto. Ora che lavoro, cerco di risparmiare per poterlo acquistare. Non voglio però rimanere a vivere lì, perché la
situazione politica è ancora molto critica…
Scriva pure il mio nome sull’articolo: io non ho nessun problema a raccontare la mia storia, soprattutto per dare
coraggio a chi vive situazioni come quelle che ho dovuto affrontare io: voglio dire a queste persone che bisogna
credere e lottare sempre per una nuova vita!”
T.
ACCADE A OPPORTUNANDA
Il mese di dicembre è ogni anno colmo di avvenimenti di vario genere e gli operatori e i volontari sono impegnati in mille
modi.
-Il 1° del mese c’è stata la “festa natalizia” dell’associazione, condotta brillantemente da Gabriella che ha illustrato le
varie attività di Opportunanda, servendosi anche di interviste ai vari protagonisti, mentre su uno schermo scorrevano
delle slide che illustravano ogni cosa. Di tanto in tanto c’era un intervallo durante il quale si esibiva il nostro coro sempre
vivo con tante belle voci e l’accompagnamento della chitarra dell’operatore Andrea.
-Come ormai da sette anni, il 12 dicembre si è svolta al Lingotto la festa “Fiat partecipazioni per Opportunanda”.
L’amico Mario, con la sua grande fantasia, pensa ogni anno nuovi eventi finalizzati a raccolta fondi. Quest’anno: una
vendita all’asta, una lotteria, una pesca di beneficenza, un torneo di calcetto e i soliti banchetti natalizi. La cifra raccolta
ci fa dire “Grazie di cuore”!
-Il 26 dicembre nei locali di una scuola c’è stata la consueta cena di Natale alla quale erano presenti 210 persone. In
tanti hanno collaborato e il menù - agnolotti al ragù, assortimento di arrosti, panettoni, offerti da varie persone - ha
entusiasmato i commensali. Come avviene da alcuni anni, la festa è stata allietata da canti, fisarmoniche, danze…
-I bambini della quinta elementare di questa scuola a novembre erano venuti a trovarci con la maestra per farsi
raccontare che cos’è Opportunanda. In quel giorno c’era il nostro coro e i bambini si erano aggregati a cantare insieme.
Ci avevano detto che cosa avrebbero potuto fare e noi avevamo chiesto cibi di lunga conservazione. Prima dell’inizio
delle vacanze ci hanno portato quanto raccolto: olio, pasta, tonno, legumi, biscotti, raccolti in cento pacchetti.
-A Opportunanda c’è stato anche un mini-cenone di Capodanno con la partecipazione di una trentina di persone.
-Nel mese di dicembre si è svolta la festa dei trent’anni della federazione fio.PSD di cui fa parte anche Opportunanda e
la conferenza internazionale Housing First C’è solo una strada: la casa.
-Rispetto ai percorsi lavorativi, continua l’inserimento nel progetto di reciproca solidarietà presso la casa del Quartiere,
mentre si sta seguendo una borsa lavoro finanziata dalla Compagnia san Paolo.
L.
PROSSIMAMENTE
Stanno riprendendo tutti i laboratori e le cene quindicinali del mercoledì.
Lilli e Almerino sono stati invitati nel prossimo mese di febbraio dalla parrocchia Divina Provvidenza a parlare del
problema dei senza-dimora e dell’attività di Opportunanda.
LE BANCHE FALLISCONO?
GLI INVESTIMENTI VANNO IN FUMO?
INVESTI IL TUO CINQUE PER MILLE
PER L’ASSOCIAZIONE OPPORTUNANDA!
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Centro Diurno: Via Sant’Anselmo 28 Tel./Fax 011-6507306
Sito: www.opportunanda.it e-mail : segreteria@opportunanda.it
Cod.Fisc. 97560450013 - conto corrente postale 29797107
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lunedì 16 gennaio 2017
Giustizia e carceri secondo papa Francesco
Recensione di un uomo
ombra semilibero a
“Giustizia e carceri
secondo papa Francesco”
“Il
carcere come punizione. E questo non è buono. Non c’è una vera pena senza
speranza. Se una pena non ha speranza, non è una pena cristiana, non è umana.
Per questo, la pena di morte non va. L’ergastolo, così freddo, è una pena di
morte un po’ coperta.” (Papa Francesco)
Patrizio Gonnella e Marco Ruotolo
hanno curato il libro, appena uscito, dal titolo “Giustizia e carceri secondo
papa Francesco” (edito da Jaca Book, prezzo 14 euro) per commentare il discorso
del Santo Padre alla delegazione dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale.
Fra i vari importanti contributi di persone autorevoli c’è anche quello modesto
di un ergastolano, in carcere da un quarto di secolo, condannato e maledetto
dalla giustizia ad essere cattivo e colpevole per sempre: il mio. Mentre lo
scrivevo, chiuso nella mia cella, immaginavo di parlare con lui. Questo è un
dialogo inedito fra il mio cuore e quello di Papa Francesco. E adesso ho pensato,
per promuovere questo libro, di renderlo pubblico con la raccomandazione di
leggere questo libro e di farlo leggere a tutti quelli che la pensano
diversamente da voi.
Papa Francesco:
Viviamo in tempi nei quali, tanto da alcuni settori della politica come
da parte di alcuni mezzi di comunicazione, si incita talvolta alla violenza e
alla vendetta, pubblica e privata.
Un uomo ombra:
Penso di non conoscere a fondo l’amore di Dio, ma conosco bene l’odio
degli uomini che mi tengono prigioniero come un animale in gabbia.
Papa Francesco: Populismo penale, in questo contesto
negli ultimi decenni si è diffusa la convinzione che attraverso la pena
pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le
più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina.
Un uomo ombra:
Le prigioni, così come sono, sono fabbriche di odio ed è difficile
migliorare le persone con la violenza e la sofferenza. Il carcere in questo
modo ci trasforma in mostri perché qui non esiste l’amore, esistono solo i
disvalori. Se siamo uomini non possiamo stare solo anni e anni chiusi in una
cella, dovremmo stare insieme ad altri uomini migliori di noi.
Papa Francesco: Molti giudici e operatori del sistema
penale devono svolgere la loro mansione sotto la pressione dei mezzi di
comunicazione di massa, di alcuni politici senza scrupoli e delle pulsioni di
vendetta che serpeggiano nella società.
Un uomo ombra:
Sono fortemente convinto che perdonare è più facile di essere perdonato.
Il perdono ti fa amare il mondo, la vendetta te lo fa odiare. Il perdono è la
migliore vendetta che una società può dare, perché fa incredibilmente tirare
fuori il senso di colpa per il male fatto. Molti non sanno amare perché non
sono amati, altri hanno l’amore nel cuore e non lo sanno. Una persona che ha
infranto la legge di Dio e degli uomini per essere recuperato non dovrebbe
avere bisogno di sbarre, ma di essere amato come una persona libera, se non di
più. E una persona perbene per smettere di essere disonesta deve imparare ad
amare tutto e tutti, perché chi ama fa innanzi tutto bene a se stesso, perché
solo l’amore ti fa diventare felice.
Papa Francesco: Tutti i cristiani e gli uomini di
buona volontà sono dunque chiamati oggi a lottare non solo per l’abolizione
della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche
al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità
umana delle persone private della libertà. E questo, io lo collego con
l’ergastolo. In Vaticano, poco tempo fa, nel Codice penale del Vaticano, non
c’è più, l’ergastolo. L’ergastolo è una pena di morte nascosta.
Un uomo ombra:
L’ergastolo è una pena di morte a gocce. È sbagliato dire che assomiglia
alla pena di morte perché è molto peggio, dato che la pena di morte si sconta
da morto e la pena dell’ergastolo si sconta da vivo. Con la pena di morte
finisce la punizione e la vita… invece con la pena dell’ergastolo inizia
un’agonia che durerà per tutta la vita. Gli ergastolani vivono distaccati ed
estraniati da tutti gli altri prigionieri, nel nostro mondo di solitudine e
ombra. Per noi morire è la cosa più facile, invece vivere è la cosa più
difficile. Sogno spesso di avere un fine pena per avere un calendario in cella
per segnare i giorni, i mesi e gli anni che passano.
Papa Francesco:
La forma di tortura è a volte quella che si applica mediante la
reclusione in carcere di massima sicurezza.
Un uomo ombra: Spesso sono stanco di fare battere il
mio cuore fra quattro mura… prigioniero in fondo agli abissi, ferito da uomini
dal cuore sporco e la fedina penale pulita. Sono stanco di essere chiuso e solo
senza speranza… seguendo sogni con occhi aperti e spenti. Sono stanco di essere
solo un’ombra che vive al buio e spera nella morte ma continua a cercare la
vita e la luce. Sono stanco di esistere… di ascoltare i miei lamenti… che mi
penetrano… mi lacerano… mi distruggono.
Papa Francesco:
Molte di tali forme di criminalità non potrebbero mai essere commesse
senza la complicità, attiva od ommissiva, delle pubbliche autorità.
Un uomo ombra: La grande criminalità organizzata,
finanziaria e politica non potrebbe esistere senza la complicità di una parte
dei poteri forti.
Papa Francesco:
Il corrotto attraversa la vita con le scorciatoie dell’opportunismo, con
l’aria di chi dice: “Non sono stato io”, arrivando a interiorizzare la sua
maschera di uomo onesto. La corruzione è un male più grande del peccato. La
sanzione penale è selettiva. È come una rete che cattura solo i pesci piccoli,
mentre lascia i grandi liberi nel mare.
Un uomo ombra:
Spesso i buoni si sentono cattivi per cercare di diventare buoni. Invece
i cattivi fingono di essere buoni per cercare di diventare ancora più cattivi.
Papa Francesco: La cautela nell’applicazione della
pena dev’essere il principio che regge i sistemi penali, e la piena vigenza e
operatività del principio pro homine deve garantire che gli Stati non vengano
abilitati, giuridicamente o in via di fatto, a subordinare il rispetto della
dignità della persona umana a qualsiasi altra finalità, anche quando si riesca
a raggiungere una qualche sorta di utilità sociale.
Un uomo ombra: Il
carcere è l’inferno, una terra di nessuno dove spesso sei da solo contro tutti.
Un luogo pieno di conflitti, di odio, silenzi, delatori, sofferenza e
ingiustizia, ma anche di tanta umanità, forse molto di più di quella che c’è
fuori o che un giorno potrai trovare in paradiso. E quando un detenuto si
suicida, è un po’ come se morissi anch’io. Molti dicono che togliersi la vita è
una scelta sbagliata, ma io non sarò sicuro fin quando non ci proverò. Spesso
in carcere ci si toglie la vita solo per smettere di soffrire perché per molti
la vita in carcere è peggiore della morte. Papa Francesco, presto, se non
l’hanno già fatto, i nostri politici, governanti e le persone con la fedina
penale pulita che vanno a messa alla domenica ingannando Dio e se stessi, si
dimenticheranno delle tue umane e illuminate parole, del tuo bellissimo
intervento, ma non le dimenticheranno mai gli uomini ombra e i detenuti di
tutto il mondo.
Carmelo Musumeci
Gennaio 2017
www.carmelomusumeci.com
martedì 10 gennaio 2017
Lavoro e maternità
da Noidonne
Lavoro e
maternità e altri "luoghi" possibili
Conciliare
il lavoro e la maternità nel nostro Paese risulta ancora quasi impossibile. Le
donne con figli da certi settori e ruoli sembrano scomparire…..
Tutto
questo nel 2017
inserito da Barbara Hugonin
Il nuovo anno ci avvicina al 2020,eppure
se confrontiamo i dati inerenti alla conciliazione tra maternità e lavoro,
famiglia e lavoro, per le donne, i risultati sono piuttosto deprimenti. Oltre
il 65% delle donne non riescono a conciliare famiglia-lavoro e attività
extrafamiliari, che coinvolgono sempre di più tutti. Eppure ci sono più
laureate donne che uomini, anche in ambiti medico-scientifici e tecnici, ma
risulta difficile che una donna possa conciliare un lavoro come quello di
chirurgo ad esempio con quello di mamma oppure di manager d'azienda o con
grandi mansioni di responsabilità. L'Italia se paragonata al Nord Europa sembra
indietro di trent'anni ed in effetti lo é. In Norvegia, si può stare anche il
primo anno a casa, per seguire il proprio bambino ed essere retribuite, come é
possibile accedere all'asilo pubblico, di cui spesso sono dotate anche la quasi
totalità delle aziende. La Svezia come la Francia dispone di sussidi che
consentono ad una mamma di poter studiare in quel frangente e rimettersi in
gioco, se il lavoro svolto in precedenza non fosse più conciliabile con la
maternità. É pur vero che in Italia, alcune aree sono caratterizzate da una
densità di popolazione che copre un intero Paese europeo ma sono decenni che
non viene attuata una politica a vantaggio della famiglia, che oggi si sostiene
molto sull'aiuto dei nonni, soprattutto perché le scuole oltre le quattro del
pomeriggio difficilmente sono aperte, eccetto alcune essenzialmente private e
non alla portata di tutti. Nella maggior parte dei Paesi europei la scuola é
aperta fino alle 18 e questo non si traduce, come nella mentalità ancora
latente di alcuni italiani, nell'abbandono dei figli ad altri , ma in attività
educative, musicali e in attività di coinvolgimento e socializzazione. Questo
non solo ha un impatto nella gestione di una famiglia ma incide anche sullo
stato di appagamento e felicità dei cittadini stessi. Una mamma appagata anche
dai riconoscimenti sul posto di lavoro, sarà in grado di trasmettere messaggi
più positivi ai propri figli. É illogico fare una domanda ad un colloquio di
lavoro "Lei ha figli? Intende averne? O adottarne?" É come bollare
una persona perché ha fatto la scelta di essere madre, come la sensibilità
fosse un demerito ed influenzasse le decisioni lavorative. Perché una donna
preparata, che si aggiorna di continuo, organizzata non può continuare ad
essere un'ottima manager, ingegnere, docente, chirurgo, ricercatore e qualsiasi
altra cosa per la quale ha faticato? Soprattutto perché quando si tratta di
politiche restrittive in Italia siamo sempre in prima fila e per cambiare un sistema
ed una mentalità obsoleta no? Le politiche a sostegno della famiglia vigenti in
Europa applicate in Italia sembrano utopistiche, mentre sono un diritto oltre
che un dovere di un Paese che deve adeguarsi, soprattutto per un cambio
imprescindibile. Siamo una nazione che oltre per la crisi economica, va a due
velocità, da un lato é sfiduciata, non crede più nella famiglia in parte perché
non può permettersela ed in parte perché c'é chi non la vuole, non si sente
sicura e dall'altro invece é curiosa, vuole sapere, conoscere e sentirsi il
centro del mondo ma arranca sotto il peso di una politica " family
friendly" che non esiste.
giovedì 22 dicembre 2016
da NOI DONNE
FDEI / “16 Giorni
per vincere la violenza contro le donne”
Raccolte circa 5.000 firme per
la campagna contro la violenza di genere della Federazione Donne Evangeliche in
Italia
inserito
da Tiziana Bartolini
Roma, 15 dicembre 2016. Le donne
si impegnano a non subire passivamente le violenze, a diffondere la cultura
della legalità, del diritto e della solidarietà, a lavorare sulla piena
consapevolezza della dignità femminile. Gli uomini si impegnano a non
esercitare o tollerare la violenza contro le donne, a diffondere una cultura basata
sulla parità di genere e ad operare affinché sia rispettata la dignità
femminile.
È il contenuto della petizione lanciata
dalla FIDEI (Federazione Donne
Evangeliche in Italia) nel quadro della campagna “16 Giorni
per vincere la violenza contro le donne”, che ha adottato una originale
collana rossa quale simbolico intreccio dell’assunzione di responsabilità da
parte dei vari attori sociali che agiscono quando si parla di violenza di
genere.
“Sono circa 5.000 gli uomini e
le donne che sinora hanno sottoscritto l’appello - ha spiegato Dora Bognandi
(presidente della FDEI) durante la conferenza stampa tenutasi ieri a
Montecitorio -, un testo che, accanto all’impegno assunto da ciascun/a
firmatario/a, rivolge richieste precise al Dipartimento delle Pari Opportunità
e al governo in relazione ai Centri antiviolenza e ad alcuni specifici
servizi”.
L’appello ha in sostanza due
focus: garantire il funzionamento dei centri antiviolenza esistenti e
aumentarli di numero, organizzare sul territorio servizi e interventi di
carattere sociale e culturale. Infatti se da un lato si chiede alle autorità
competenti di superare “tutti gli ostacoli di ordine burocratico per far
arrivare ai centri antiviolenza esistenti i fondi ad essi destinati” e di
incentivare la nascita di nuove strutture in tutte le Regioni, dall’altro si
sottolinea la necessità di “facilitare il reinserimento socio-lavorativo delle
vittime” e di attivare iniziative di prevenzione “che abbiano come target
specifico gli uomini”.
La voce degli uomini è stata affidata
a Massimiliano Pani (coordinatore del “Gruppo di lavoro sulla violenza
di genere” della Chiesa battista), che ha sottolineato la necessità di un
percorso di riflessione al maschile “perché è sulle radici della cultura
maschilista che occorre lavorare per liberarci di cliché che ci vogliono
prigionieri di stereotipi predefiniti di un certo modo di essere uomini e
donne”. Un percorso che è in atto poiché, ha spiegato Pani, “abbiamo preso
coscienza che come uomini dobbiamo agire nella dimensione culturale. La buona
notizia è che non siamo all’anno zero e che qualcosa comincia a muoversi”.
Della stessa opinione l’on Luigi Lacquaniti (Pd), che introducendo i
lavoro ha parlato di “educazione all’affettività per vincere sulla cultura
patriarcale”.
La campagna è iniziata il 26
novembre e la presentazione delle firme ha segnato la prima fase “di un
percorso che è solo all’inizio” ha detto Mirella Manocchio (presidente
della Chiesa metodista in Italia. All’interno della campagna si inscrivono
molte iniziative che si muovono nello stesso solco, come l’esperienza della
‘Finestra rosa’, realizzata grazie ai contributi dell’8x1000 della Tavola
Valdese. “Accoglienza, ascolto e accompagnamento: sono i pilastri del servizio
a sostegno delle vittime di violenza che si rivolgono al nostro punto di
ascolto - ha spiegato Barbara Oliveri Caviglia, presidente dell’Ospedale
Evangelico Internazionale di Genova - dove due psicologhe sono a disposizione
delle donne che intendono affrontare il percorso di uscita dall’incubo della
violenza”. Estelle Blake, in qualità di coordinatrice “Antitraffico
Umano” dell’Esercito della Salvezza”, ha portato, in questo senso,
un’esperienza consolidata nel tempo.
“Il tratto peculiare di questa
iniziativa è la trasversalità tra varie realtà e vari soggetti: tra Chiese e
confessioni religiose, tra attori sociali e tra donne, oltre che tra donne e
uomini” ha sottolineatola giornalista Gianna Urizio la quale,
coordinando i lavori, ha richiamato l’attenzione sulla necessità di riflettere
in modo più approfondito sul tema del potere che permea tutte le relazioni
umane, nella coppia così come nella politica o nel lavoro.
Del resto uno degli obiettivi
della FDEI, organismo nato nel 1976, è operare per la dignità della donna
superando le disparità che ancora esistono tra i due sessi. La petizione,
ancora in corso, e la campagna rappresentano un fattivo e rinnovato contributo
all’impegno della Federazione.
domenica 4 dicembre 2016
Comunicazione
Comunico quanto mi comunica Carmelo Musumeci:
è uscito un fumetto con la narrazione
illustrata dei miei 26 anni di carcere passati dentro l’Assassino dei Sogni.
Il fumetto si può ordinare anche a
questo indirizzo e-mail zannablumusumeci@libero.it
Grazie, Ausilia
martedì 29 novembre 2016
Un uomo ombra semilibero
“
(…) concede a Carmelo Musumeci il beneficio della semilibertà consentendogli di
prestare un’attività di volontariato presso una struttura della Comunità Papa
Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi, al servizio di persone gravate da
handicap.” (Tribunale di Sorveglianza)
Oggi è uno dei giorni più belli della mia
vita. Penso che più di credere a me stesso ho scelto di credere negli altri. E
forse questa è stata la mia salvezza. Mi hanno notificato l’esito positivo
della Camera di Consiglio sull’istanza della semilibertà. Uscirò dal carcere al
mattino e rientrerò alla sera per svolgere, durante il giorno, un’attività di
volontariato presso la Comunità Papa Giovanni XXIII.
Quando arrivo in
cella con l’Ordinanza del Tribunale di Sorveglianza tra le mani mi gira la
testa. Il mio cuore batte forte. Respiro a bocca aperta. Lontano da occhi
indiscreti, appoggio la testa contro il muro e mi assale una triste felicità.
In pochi istanti rivivo questi venticinque anni di carcere con i periodi
d’isolamento, i trasferimenti punitivi, i ricoveri all’ospedale per i
prolungati scioperi della fame, le celle di punizione senza libri né carta né
penna per scrivere, né radio, né tv, ecc. In quei periodi non avevo niente.
Passavo le giornate solo guardando il muro.
Poi ad un tratto
scrollo la testa. Smetto di pensare al passato. Mi faccio il caffè. Mi accendo
una sigaretta. E, dopo la prima tirata, medito che adesso dovrei smettere di
fumare perché ora la mia unica via di fuga per acquistare la libertà non è più
solo la morte. Alzo lo sguardo. Guardo tra le sbarre della finestra. Osservo il
muro di cinta. Per un quarto di secolo ho sempre creduto che sarei morto nella cella
di un carcere. Penso che una condanna cattiva e crudele come la pena dell’ergastolo,
che Papa Francesco chiama “pena di morte mascherata”, difficilmente può far riflettere
sul male che uno ha fatto fuori. Io credo di essere rimasto vivo solo per
l’amore che davo e che ricevevo dai miei figli e dalla mia compagna.
Sono stati anni
difficili perché non avevo scelto solo di sopravvivere, ma ho lottato anche per
vivere. Proprio per questo ho sofferto così tanto. Non ho mai pensato realmente
di farcela e forse, proprio per questo, ce
l’ho fatta.
Adesso mi sembra
tanto strano vedere un po’ di felicità nel mio futuro.
Mi commuovo di
nuovo. E il mio cuore mi sussurra: “Per
tanti anni hai pensato che l’unica cosa che ti restava da fare era aspettare
l’anno 9.999; invece ce l’hai fatta!
Sono felice per te … e anche per me”.
Quello che rimpiango
maggiormente di questi 25 anni di carcere è che non ho ricordi dell’infanzia
dei miei figli. Mi consolo pensando che adesso mi rifarò con i miei nipotini. Poi
penso che senza l’aiuto di tante persone del mondo libero che mi hanno dato
voce e luce, non ce l’avrei mai fatta.
Carmelo Musumeci
Novembre 2016
sabato 19 novembre 2016
I media e ipreti sposati
Preti sposati: conciliabile il ministero sacerdotale con
adempimenti matrimoniali. I media rilanciano il tema, spazi su Rai Uno e Canale
5 Nella Bibbia le lettere di Paolo fanno riferimento ai preti sposati
specialmente 1Tm 3,2ss e Tt 1,6 ss.
Roma, 11/11/2016 - 08:55 (informazione.it - comunicati
stampa - varie) Viene recepita nella tradizione l’analogia posta da tali
lettere tra governo della casa e governo della Chiesa. Una buona capacità
coniugale e parentale è un buon indizio della capacità di governare la famiglia
ecclesiale. In qualche modo la logica delle lettere pastorali sembra indicare
che i preti sposati mostrano il carattere familiare della comunità ecclesiale.
Al punto che un criterio di discernimento in ordine alla capacità di governo
del candidato al presbiterato è proprio la sua capacità di essere un buon
marito e un buon padre.
Anche i preti cattolici hanno avuto la possibilità di
avere moglie, ma solo se di provenienza anglicana. Possono tenere famiglia e
dei figli. È quanto affermò nel 2009 la speciale Costituzione Apostolica varata
da Papa Ratzinger.
Il Movimento internazionale dei sacerdoti lavoratori
sposati non accetta la regola che proibisce ai preti sposati cattolici romani
quello che ha concesso e concede ai nuovi entrati sacerdoti anglicani. Una
disuguaglianza difficilmente sanabile, trattandosi per loro non di una
sottigliezza squisitamente teologica ma di un problema, come si dice, di carne
e d’ossa.
II celibato non è un dogma. E mai nella storia ne è stata
rivendicata l'origine divina. Nella Chiesa occidentale si è affermato più per
ragioni pastorali o di opportunità, che per ragioni teologiche e dottrinali. In
certi periodi storici, infatti, era meglio non aver a che fare con i figli dei
preti, per evitare che reclamassero diritti ereditari sui beni ecclesiali. La
Chiesa, quindi, potrebbe un giorno decidere diversamente da quanto avviene
oggi. Non l'ha fatto finora, sebbene se ne sia dibattuto, a lungo, in più
occasioni. Ma il discorso non è affatto chiuso. Anzi, esigenze pratiche come il
calo numerico dei preti in Europa e in altre parti del mondo, potrebbero
riaprire la riflessione, in vista della riammissione nelle parrocchie dei preti
sposati che hanno un regolare percorso canonico di dimissioni, dispensa dagli
obblighi del celibato e matrimonio religioso.
La puntata di #PomeriggioCinque su Canale5 del 7 Novembre
2016 (visibile online http://www.video.mediaset.it/video/pomeriggio_5/full/lunedi-7-novembre_661866.html)
ha affrontato anche il tema dei preti sposati: don Giuseppe Serrone e Albana
Ruci invitati in trasmissione hanno perso la pazienza subito dopo la
ricostruzione artificiosa della loro storia, ricostruzione che ha
indirettamente suggerito una storia tra la coppia precedente alle dimissioni
dal ministero pastorale.
Albana ha alzato la voce in difesa delle donne. Il titolo
che passava in al momento dell'inizio dell'intervista era errato rispetto al
fatto dell'innamoramento di don Giuseppe. "Non siamo stati mai amanti
prima delle mie dimissioni. Nel 2002 questa storia era stata già chiarita e ora
a distanza di 14 anni siamo stati nuovamente in parte diffamati".
Albana e Giuseppe sono impegnati da anni per i diritti
civili e religiosi delle donne e delle famiglie dei sacerdoti sposati e si
battono per la riammissione al ministero dei preti sposati.
Nella puntata la D'urso aveva affermato che Albana e
Giuseppe avevano vissuto insieme da soli in canonica prima delle sue
dimissioni, suscitando la rabbiosa e giusta reazione di Albana che in passato
era stata oggetto di un triste episodio di discriminazione quando alcune persone
(un adulto e dei minorenni) le avevano lanciato contro delle pietre mentre si
trovava a Chia (Frazione di Soriano nel Cimino in provincia di Viterbo).
Il 5 Novembre 2016 don Giuseppe e Albana erano stati
protagonisti in studio a Rai Uno ospiti di #ParliamoneSabato con Paola Perego,
che invece aveva ricostruito correttamente la storia delle dimissioni e del
matrimonio di don Giuseppe (ecco il link alla trasmissione http://www.raiplay.it/video/2016/10/Parliamone-Sabato-1596014b-91b7-4f87-877f-98c3edf90c43.html).
Recentemente anche il TG4 (puntata del 13 Settembre 2016)
aveva raccontato la storia (visibile da qui https://www.youtube.com/watch?v=lRetKR4UjSw).
Nel 2003 "La vita in Diretta aveva affrontato il
tema della storia di don Giuseppe e Albana che avevano fatto una scelta
trasparente e coerente: "Non avendo avuto una doppia vita come prete dopo
le dimissioni - ha affermato don Giuseppe - , ho intrapreso un percorso che mi
ha portato alla dispensa dagli obblighi del celibato e al matrimonio religioso.
Con un percorso regolare previsto dal codice di diritto canonico siamo ancora
dentro la Chiesa - ha concluso don Giuseppe - . Aspettiamo il cambio della
legge ecclesiale che consenta la riammissione al ministero dei preti sposati
che hanno un regolare percorso. La nostra questione, cioè la riammissione dei
preti sposati, è un'altra questione rispetto al celibato dei preti e al
matrimonio dei preti. Il celibato è un valore per chi lo sceglie e lo vive
coerentemente".
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