lunedì 15 dicembre 2014

Via Dogana chiude

Chiude la storica rivista «Via Dogana»: fermiamoci a pensare, la realtà cambia
venerdì, 12 dicembre 2014
http://27esimaora.corriere.it
«Ci siamo fermate per pensare, come un treno che sosta nella campagna. Ma poi si riparte? si chiedono i viaggiatori. La risposta non è necessariamente sì, potremmo anche decidere di fare altre cose… ». Luisa Muraro, filosofa e scrittrice italiana, usa una semplice metafora per raccontare una decisione inaspettata e (per molte donne) sconcertante, la chiusura della storica rivista Via Dogana, tra le voci più autorevoli del femminismo della differenza. Ventiquattro anni di riflessioni, senza contare i primi numeri del lontano 1980. Sconcertante e per certi versi misteriosa perché, come è scritto nell’ultima pagina dell’ultimo numero appena stampato, non è una questione di soldi (il bilancio è in attivo), né di passaggio all’on-line (esiste già il sito www.libreriadelledonne.it ), né di contrasti interni. Il problema è la rispondenza meno forte e meno sentita fra la rivista e quello siamo oggi. «Le donne sono ovunque» recita il titolo del numero 111 con le donne del Mali che danzano in copertina. E dunque occorre percorrere strade nuove.
Come scrive Vita Cosentino nell’editoriale, è un cambiamento che ci invita a prestare attenzione a situazioni (alcune non viste) altre drammaticamente presenti (come il fanatismo religioso armato). Un processo che richiede forme politiche inedite che ispirino e/o coincidano con nuove forme di convivenza nel tentativo di capire come sia possibile uscire dalla logica dei rapporti di forza. Precisa il comunicato dell’ultima pagina: «La scommessa del primo numero di questa serie, cominciata nel giugno 1991, resta aperta:la politica è la politica delle donne. La decisione ora presa di fermarci, sarà di aiuto a rigiuocarla meglio? È un rischio che, insieme alle altre, abbiamo accettato di correre; meglio fermarsi piuttosto che entrare nel ciclo della ripetizione restando attaccate a noi stesse più che alla realtà che cambia». Un cambiamento cui la rivista ha contribuito con la certezza di non essere ancora arrivate in porto perché l’essenziale non è raggiunto.
Dice Luisa Muraro: «Nella società di oggi vedo luci e ombre: rispetto ai turbamenti e agli squilibri, fecondi anche per gli uomini seppure difficili da gestire, portati da molte femministe negli anni Settanta, oggi altri squilibri premono… L’equiparazione delle donne agli uomini è un processo avviato sui suoi binari con soddisfazione in molti campi ma è anche foriero di nuove ingiustizie per le donne. Che sono chiamate ad adeguarsi a una cultura e a una politica disgraziate. Certo, l’equiparazione mette a posto qualcosa, le disuguaglianze erano fonte di clamorose ingiustizie e risentimenti. La visibilità pubblica è un dato positivo come i buoni risultati raggiunti nel mondo della genitorialità con gli uomini sempre più coinvolti»
Eppure restano irrisolti i nodi di fondo. Prosegue Luisa Muraro: «Alle donne viene chiesto di adattarsi a un mercato del lavoro che è ingiusto verso tutti e a una politica discreditata, qui in Italia più che altrove. La stessa cosa accade nelle religioni: in una società decristianizzata come quella europea, le donne vengono chiamate a fare i vescovi… Tra poco potrebbe accadere anche nella chiesa cattolica. Le donne cioè vengono invitate a fare da supporto a qualcosa molto malmesso. E quindi sacrificano le possibilità in più che hanno. Facevano una figura migliore Tina Anselmi o Nilde Iotti! Le donne oggi non possono far fiorire le loro doti».
Che fare dunque davanti a tutto questo? Un numero ricco, innanzitutto, che cerca di trovare una spiegazione all’affermarsi del sedicente stato islamico, una barbarie di cui i musulmani e le donne sono le prime vittime, come scrive Aicha El Hajjami. E approfondisce le diverse politiche nei confronti della prostituzione, dal proibizionismo svedese alla legalizzazione tedesca. O ancora descrive due grandi senza autocelebrazioni, Maria Giovanna Piano e Mariolina Fusco, a capo di un’impresa che ha messo al centro il lavoro e colloca la Sardegna in una dimensione europea, l’IFOLD (Istituto formazione lavoro donne).
Ora è comprensibile che le singole donne spendano le loro energie per inserirsi e adattarsi, ma la rivista mantiene la sua radicalità di pensiero. E dunque per quanto sia apprezzata non trova più sufficiente rispondenza presso le donne. E gli uomini? Risponde Luisa: «Presso gli uomini non abbiamo mai trovato una rispondenza adeguata, né a destra, né a sinistra, dove persiste una tenace misoginia, una sorta di omosessualità mentale. Certo, c’è sempre stata una minoranza di uomini amici delle donne che hanno intuito come la presenza femminile sia essenziale per l’umanità»
Fermarsi per pensare, dunque, ma non solo. «Io personalmente – conclude Luisa Muraro – voglio fare posto a quelle più giovani o più silenziose che finora hanno delegato a parlare donne come me. Questa delega non va bene, per questo ho fatto un passo indietro. La decisione di chiudere è stata accettata, ma non tutte erano d’accordo. Sono arrivate qui per discutere da tutt’Italia e alcune avrebbero voluto continuare. In fondo è solo finita la seconda serie: è possibile riprendere con un nuovo slancio e nuove idee, ma questa volta senza di me!»
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«Noi femministe distanti dalle donne»
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Non è da tutti. Chiudere dopo 25 anni una rivista di qualità, che gode di una costante attenzione, ha un bilancio in attivo e soprattutto è un punto di riferimento per il femminismo della differenza — corrente di pensiero che smonta la pretesa neutralità e universalità del linguaggio, ponendo l’accento sulla realtà incontrovertibile della differenza più radicale, ovvero la differenza sessuale — in Italia e non solo. Eppure accade, sceglie di fare un passo indietro la filosofa Luisa Muraro, classe 1940, fondatrice della rivista Via Dogana e da sempre tra le sue ispiratrici. «Non è da tutti. La indicibile fortuna di nascere donna» era il titolo di uno dei tanti libri che ha scritto. «Era una frase di un’operaia romena immigrata — ricorda Luisa Muraro nella Libreria delle donne di via Calvi 29 —, ribaltava il malheur, la sventura di cui parla Simone Weil. E invece la sua inquietudine nutrirà il XX secolo trasformandosi in bonheur per tutte noi».
Come mai questa decisione di chiudere «Via Dogana»?
«La mia esigenza è di fare vuoto, fare silenzio. La ragione principale emersa durante un’affollata assemblea è la mancata rispondenza tra la rivista e quello che siamo oggi. Ecco perché ci siamo fermate, per pensare. Siamo consapevoli di avere lanciato idee buone, dobbiamo aspettare che si radichino. Lia Cigarini, donna di grande autorità, ha detto: “Non siamo rimaste indietro, siamo andate troppo avanti”. Ha ragione, ci sono idee incarnate nelle nostre esperienze che non si sono diffuse».
Per esempio?
«L’idea che con l’autorità si possano sgretolare certe istituzioni del potere politico, religioso, massmediatico. Come dice Vita Cosentino, che firma l’editoriale dell’ultimo numero, “massima autorità con minimo di potere”. O l’idea che l’equiparazione all’uomo non salva la ricchezza potenziale delle donne. O ancora, l’idea della potenza simbolica: non ci sono solo soldi, armi, successo. Non sono spiritualista ma conta l’efficacia di certe parole, si vede con papa Francesco, non è certo femminista, ma ha forza spirituale, il Vangelo nel cuore».
«Le donne sono ovunque» si intitola il numero 111, l’ultimo. Che cosa significa?
«Che c’è bisogno di ascoltare, di capire. Un mese fa sono stata a Rabat, a un convegno internazionale di donne nel cuore dei monoteismi, ebraico, cristiano e musulmano. Queste donne si trovano nella stretta tra l’emancipazionismo occidentale, spesso pretesto per portare la guerra in quei Paesi, e il fanatismo armato. A loro corrisponde e dà parola il femminismo della differenza».

E le giovani donne che oggi vanno avanti, acquistano visibilità, potere?
«Danno lustro a una baracca che sta crollando. Manca in loro una vera volontà di affermarsi se non come puntelli, riflessi, eterne seconde, manca un protagonismo di qualità. Nilde Iotti o Tina Anselmi erano un’altra cosa. Oggi prevale l’accontentarsi, sei ministra, sottosegretaria, ti basta. Del resto il criterio per gli uomini è scegliere le più “addomesticabili”. La domanda è: siamo noi a mancare di fiducia e aspettative nei confronti di queste donne o sono loro davvero deludenti? Certo, noi nate tra il 1935 e il 1955 siamo una “generazione fortunata”, come ha scritto Serena Zoli. Quelle venute dopo hanno davanti un cammino in salita. A loro cerchiamo di dare sostegno e incoraggiamento, lo ha fatto Renzi in quel modo lì, noi abbiamo altri mezzi e altri orizzonti».
Un passo indietro al 1991: come nasce «Via Dogana»?
«Nasce perché un’amica romana, Rosetta Stella, mi dà 20 milioni di lire per un’impresa politica. La Libreria era già consolidata, esisteva dal ‘75, così proviamo a mettere insieme le nuove idee e le nostre pratiche. Da quella dell’affidamento, che superava l’idea logora della sorellanza, alla riscoperta della relazione con le madri biologiche o all’esplorazione del passato e delle grandi madri simboliche, scrittrici e mistiche. Sempre avendo in testa che se c’è una politica è la politica delle donne».
Ma gli uomini?
«Non li abbiamo mai esclusi, né abbiamo mai creduto nel separatismo. Il primo uomo a comparire su Via Dogana è stato uno storico del Medioevo, Paolo Golinelli, che ha scritto un articolo sulla genealogia femminile di Matilde di Canossa. È importante che gli uomini prendano coscienza della differenza sessuale. Solo così viene meno quella sorda omosessualità mentale che poi sfocia nel politically correct verso le donne, quanto mai fastidioso».

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