mercoledì 22 gennaio 2014

La Grande Bellezza

[Un post opportuno in un momento in cui parlare di politica
è pressoché inutile] 
LA GRANDE BELLEZZA
E’ un un film del 2013, diretto e sceneggiato da Paolo Sorrentino.
Il titolo vuole significare il contrasto tra la grande maestosa bellezza di Roma e la nullità dei personaggi.
E’ stato presentato in concorso al Festival di Cannes del 2013. Il 25 settembre 2013 viene designato come film rappresentante il cinema italiano alla selezione del Premio Oscar 2014 al miglior film in lingua non inglese Il 20 dicembre seguente viene confermato nella ‘shortlist’ di nove film selezionati per la candidatura e il 16 gennaio  che 2014 viene candidato. Il 12 gennaio 2014 vince il Golden Globe come miglior film straniero. L'ultimo film italiano aggiudicatario di questo premio della stampa estera a Hollywood era stato, nel 1990, Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore.
LA TRAMA
Jep Gambardella è un giornalista di costume e critico teatrale navigato, dal fascino innegabile, impegnato a districarsi tra gli eventi mondani di una Roma così immersa nella bellezza del passato, quanto distrutta dallo squallore del presente. Cimentatosi in gioventù anche nella scrittura, ha scritto un solo libro, L'apparato umano. Non ha più scritto altri libri - nonostante questa sua prima opera fosse stata apprezzata - per la sua pigrizia ma soprattutto perché sente che nella sua vita non c'è più nulla in cui credere e da comunicare ad altri che vivono come lui. Lo scopo della sua esistenza è stato quello di divenire non solo "un" mondano ma il primo dei mondani, come lui stesso confessa: Quando sono arrivato a Roma, a 26 anni, sono precipitato abbastanza presto, quasi senza rendermene conto, in quello che potrebbe essere definito "il vortice della mondanità". Ma Io non volevo essere semplicemente un mondano. Volevo diventare il re dei mondani. Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire.
Frequenta ogni notte un siparietto confuso e statico di amici intimi e compagni di sventure (Siamo tutti sull’orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che farci compagnia, prenderci un po’ in giro.), tra cui Romano, scrittore teatrale mai realizzato e perennemente al guinzaglio di una giovane donna che lo sfrutta; Lello, ricco venditore all'ingrosso di giocattoli dalla parlantina sciolta e marito infedele di Trumeau; Viola, facoltosa borghese con un figlio pazzo; Stefania, egocentrica scrittrice radical chic; Dadina, la direttrice nana del giornale su cui Jep scrive.
Una mattina, tornando da uno di quegli insipidi salotti, incontra il marito di Elisa, il suo primo (e probabilmente unico) amore, che lo attende davanti alla porta di casa. Sua moglie è morta, lasciandosi dietro solo un diario dove narra dell'amore, mai perduto, verso Jep, di cui il marito è stato semplice surrogato per 35 anni, nient'altro che "un buon compagno" che ben presto però troverà consolazione al suo dolore nell'accoglienza affettuosa della sua domestica straniera.
Quest'episodio, unito al compimento del suo sessantacinquesimo compleanno, spingono Jep ad una profonda e laconica rivisitazione della sua vita, a una lunga meditazione su se stesso e sul mondo che lo circonda. E, soprattutto, innescano in lui un pensiero che, probabilmente, albergava nascosto in lui da molto tempo: Ho una mezza idea di riprendere a scrivere.
Roma diventa così teatro onirico di feste, vignette, presagi e incontri casuali, da Ramona, spogliarellista dai segreti dolorosi, al cardinale Bellucci che si intende più di cucina che di fede; ma, soprattutto, diventa il vero palcoscenico di Jep, sempre più convinto della futilità e dell'inutilità della sua esistenza. Il sogno di recuperare la sua identità di scrittore e letterato, di ritornare a quell'innocente bellezza del primo amore adolescenziale, sembrano infrangersi di fronte allo spettacolo aberrante e miserabile con cui Jep ogni sera deve e vuole confrontarsi.
Ben presto anche il suo "circolo vizioso" si rompe: Ramona, con cui aveva instaurato un rapporto innocente e profondo, muore per un male incurabile; Romano, deluso dall'ingannevole attrazzione di Roma, lascia la città salutando solo Jep; Stefania, umiliata da Jep che le aveva rivelato i suoi scheletri nell'armadio e le sue menzogne in faccia, abbandona la vita mondana della città (rincontrando Jep in seguito, mostrandosi caratterialmente cambiata); Viola invece, dopo la morte del figlio, dona tutti i suoi beni alla Chiesa cattolica e diventa una missionaria in Africa. Solo Lello, Trumeau e Dadina continuano a darsi alla mondanità, illudendosi di vivere una vita felice ed esclusiva.
La povertà di contenuti che scorge in queste feste trash e volgari lo induce, in un momento di ebbrezza, a un'amara confessione a cuore aperto: Mi chiedono perché non ho più scritto un libro. Ma guarda qua attorno. Queste facce. Questa città, questa gente. Questa è la mia vita: il nulla. Flaubert voleva scrivere un romanzo sul nulla e non ci è riuscito: dovrei riuscirci io?. Sembra il segno di un fallimento durato un'intera vita.
Ma proprio nel momento in cui le speranze sembrano abbandonarlo definitivamente, ecco che l'illuminazione arriva: dopo un incontro, spinto da Dadina che vuole ottenere un'intervista, con una "Santa", una missionaria cattolica nel terzo mondo, Jep si reca all'Isola del Giglio per un reportage sul naufragio della Costa Concordia. E proprio qui, ricordandosi del suo primo incontro con Elisa in un flashback, si riaccende in lui un barlume di speranza: il suo prossimo romanzo è finalmente pronto per venire alla luce.
Sullo sguardo finalmente sereno di Jep, che osserva sorridente l'alba romana, si chiude il film, sulle note di The Beatitudes dei Kronos Quartet.
LA CRITICA
È stato osservato che mentre la critica cinematografica internazionale ha giudicato in genere positivamente il film di Sorrentino, quella italiana si è divisa in giudizi severi.
Magari La Grande Bellezza si accontentasse di essere un brutto film. E' piuttosto "un'esperienza emotiva inedita", ha scritto Walter Veltroni sul Messaggero di ieri; o di grande apprezzamento: "E' un film disorganico, opulento, frammentato e sfacciato, ma ance bello da ridurti alle lacrime, questo omaggio alla Capitale firmato da Polo Sorrenino... un film magnifico".
Contrasto di giudizi che è stato variamente interpretato, ma che nelle valutazioni negative sembra ricollegarsi al motivo ricorrente della supposta presunzione ed ambizione del regista di proporre una sua visione, quasi un seguito de La dolce vita di Federico Fellini, che trova invece accoglienza nell'immaginario degli spettatori stranieri che apprezzano questa riproposizione. Viene però notato che in realtà: "La Dolce Vita è entrato nella storia perché fu un corto circuio tra l'immaginazione di Fellini e una Roma vera, viva, esagerata, in un certo senso già felliniana di suo. I paparazzi e i divi c'erano davvero, gli scrittori di talento si dissipavano e lavoravano per il cinema pure". 
Si rimprovera inoltre al regista una compassata freddezza e distanza dai personaggi della sua storia e dalla bellezza di Roma che è la grande protagonista incombente in tutto il film: "il Fellini de La Dolce Vita, cui si pensa immancabilmente, aveva una pietas profonda verso i suoi personaggi, e quella compassione permetteva allo spettatore di allora come di adesso, di agire una qualche proiezione emotiva, La grande bellezza di Sorrentino è invece abissale, freddissima, distanziata, un ologramma sullo sfondo.
Per altri invece proprio la rivisitazione dei temi felliniani nella visione di Sorrentino costituisce il merito del film: Con tutte le rughe, gli eccessi, la sovrabbondanza di scene "finali", il difficile paragone con Gellini e quant'altro gli si voglia attribuire come difetto io da semplice appassionato spettatore dico Capolavoro indimenticabile! Perché davvero emozionante e sincero.

 

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